150° anniversario dell'Unità d'Italia. Prima parte.
Il Regno d'Italia nacque nel 1861, dopo l'esito della seconda guerra di indipendenza e dopo i blebisciti di alcuni territori conquistati. Il 17 marzo il parlamento italiano proclama Vittorio Emanulele II, già re del Regno di Sardegna, re d'Italia, regno che cesserà di esistere nel 1946 con la nascita della Repubblica Italiana.
Un ruolo fondamentale nel processo di unificazione degli stati pre-unitari lo hanno svolto, tradizionalmente, i Savoia e Vittorio Emanuele II, Camillo Benso - Conte di Cavour, Mazzini e Garibaldi.
La prima guerra di indipendenza è stata la prima occasione dei Savoia di allargare il proprio Regno, compito facilitato dalle spinte nazionalistiche provenienti da diverse città del settentrione, città sotto il dominio dell'Austria. Ma Carlo Alberto, dopo essere stato lasciato solo sia dalla Chiesa, che non voleva perdere l'appoggio degli austriaci, che dai borboni fu costretto a firmare l'armistizio con gli austriaci che in questo modo si riappropriarono delle città conquistate e ad abdicare a favore di suo figlio Vittorio Emanuele II.
Il 2 novembre 1852 Cavour divenne per la prima volta capo dell'esecutivo del Regno sabaudo. Il disegno politico di Cavour prevedeva la penisola divisa in tre parti: un Regno d'Italia limitato alle regioni del nord, un Regno del Centro controllato dai francesi e un Regno dell'Italia Meridionale controllato dai Borboni. Con gli accordi (non tanto) segreti di Plombieres (1858) Napoleone si impegnava a sostenere militarmente il Regno e ad acconsentire alla creazione di uno Stato dell'Alta Italia a patto che dopo la conquista della Lombardia e del Veneto da parte dei Savoia sia Savoia che Nizza venissero cedute alla Francia. Tali accordi prevedevano, inoltre, uno Stato dell'Italia Centrale, lo Stato Pontificio limitato a Roma e al solo territorio circostante e il Regno delle Due Sicilie. I quattro Stati avrebbero costituito una Confederazione. Firenze e Napoli sarebbero state cedute alla Francia. Per suggellare tale accordo venne stabilito il matrimonio tra Napoleone Giuseppe Carlo Paolo Bonaparte, cugino di Napoleone III, e Maria Clotilde di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele. Tali accordi prevedevano il sostegno militare da parte dei francesi solo se gli austriaci avessero attaccato per primi. Inoltre, Napoleone era contrario a qualsiasi attacco contro Roma (e la Chiesa). Cavour riuscì con delle provocazioni a farsi dichiarare guerra dagli austriaci dando inizio alla seconda guerra di indipendenza (29 aprile 1859). Venne occupata la Lombardia ma all'atto dell'occupazione del Veneto Napoleone, non fidandosi dell'alleato, firmò l'armistizio con l'Austria, che Vittorio Emanuele dovette sottoscrivere. Nel frattempo in diverse parti della penisola erano scoppiati moti insurrezionali che portarono alla fuga degli occupanti e all'annessione al Regno sabaudo di diversi territori. Altri si unirono spontaneamente.
Le mire espansionistiche dei Savoia (nel 1857 venne creata la Società nazionale italiana, che aveva in programma l'unificazione sotto i Savoia e alla quale la presidenza di Daniele Manin e la vicepresidenza di Giuseppe Garibaldi assicurarono l'adesione anche di molti democratici, come conseguenza del fallimento del movimento mazziniano; tale organizzazione operava alla luce del sole nel Regno sabaudo e clandestinamente in altre parti d'Italia) urtavano contro la volontà di Napoleone di non attaccare né gli austriaci né Roma. Rimaneva a questo punto solo Napoli. Un attacco diretto contro i borboni non era possibile ma con uno stratagemma Cavour riuscì a far apparire il suo intervento come necessario a ripristinare l'ordine pubblico. Nel 1859 si ricorda il discorso al Parlamento subalpino di Vittorio Emanuele II, con il quale affermò che non era insensibile al grido di dolore che da varie parti d'Italia si levava verso di lui (si noti il singolare “grido”).
Nel corso degli anni, erano state diverse le ribellioni che i borboni avevano dovuto sedare, soprattutto nel 1848, e l'Austria in diverse occasioni avevano fornito adeguato sostegno militare. Fino al 1860 la situazione era abbastanza favorevole ai borboni in virtù di un esercito costituito da stranieri fedeli al Re. Il popolo delle provincie continentali era generalmente vicino alla dinastia borbonica. L'unica delle forze opposte ai Borbone che mostrasse la volontà di scendere in armi, in quel 1860, era l'autonomismo siciliano. I ricordi della lunga rivoluzione del 1848 erano ancora vividi, la repressione borbonica era stata particolarmente dura e nulli i tentativi del governo napoletano di giungere ad un accomodamento politico. I mazziniani vedevano nella Sicilia insurrezionalista, nell'intervento di Garibaldi e nella monarchia sabauda gli elementi fondanti per il successo della causa unitaria. Il 2 marzo 1860, infatti, Giuseppe Mazzini scriveva una lettera ai Siciliani incitandoli alla ribellione e dichiarava: "Garibaldi è vincolato ad accorrere". Altri operavano all'interno della Sicilia stringendo accordi con i latifondisti, i quali garantivano di rendere disponibili le bande a loro servizio chiamati picciotti, per far sollevare il popolo contro i borboni. Il 4 aprile, con la rivolta della Gancia, si diede vita ad una serie di manifestazioni ed insurrezioni. Anche in questo caso Rosolino Pilo, a coloro che incontrava per strada, annunciava: “...che verrà Garibaldi”. Il 18 aprile, Cavour inviò in Sicilia due navi da guerra. Ufficialmente i due vascelli avevano il compito di proteggere i cittadini piemontesi presenti sull'isola. L'effettivo incarico, però, consisteva nel valutare accuratamente le forze degli opposti schieramenti. Infatti, Garibaldi avrebbe guidato una rivoluzione solo se a chiederglielo fosse stato il popolo ed il tutto fosse avvenuto in nome di Vittorio Emanuele II. Solo con il contributo delle popolazioni locali e l'appoggio del Piemonte, infatti, Garibaldi avrebbe contenuto il rischio di un fallimento, evitando risultati simili a quelli avuti in precedenza dai fratelli bandiera o da Carlo Pisacane. La sera del 5 maggio 1860 la spedizione dei mille guidata da Garibaldi salpò da Quarto per sbarcare a Marsala l' 11 maggio.
Ho dovuto dividere l'articolo in due parti, in modo da trattare nella prima parte il contesto prettamente politico degli accadimenti che hanno portato all'unificazione e togliendomi così di dosso un fardello necessario. Certamente tantissimi sono i fatti che possono essere raccontati, ma ho a disposizione uno spazio prezioso ma limitato e di cui ringrazio l'Aduc, oltre a non avere io a disposizione tutto il tempo che servirebbe. E comunque lo spazio a disposizione si chiama “dì la tua”, ed io la voglio dire così.
Spero di terminare quanto prima la seconda parte, che riguarderà il Sud post-unitario.
Quasi tutto il materiale mi è stato fornito da Wikipedia.
Un ruolo fondamentale nel processo di unificazione degli stati pre-unitari lo hanno svolto, tradizionalmente, i Savoia e Vittorio Emanuele II, Camillo Benso - Conte di Cavour, Mazzini e Garibaldi.
La prima guerra di indipendenza è stata la prima occasione dei Savoia di allargare il proprio Regno, compito facilitato dalle spinte nazionalistiche provenienti da diverse città del settentrione, città sotto il dominio dell'Austria. Ma Carlo Alberto, dopo essere stato lasciato solo sia dalla Chiesa, che non voleva perdere l'appoggio degli austriaci, che dai borboni fu costretto a firmare l'armistizio con gli austriaci che in questo modo si riappropriarono delle città conquistate e ad abdicare a favore di suo figlio Vittorio Emanuele II.
Il 2 novembre 1852 Cavour divenne per la prima volta capo dell'esecutivo del Regno sabaudo. Il disegno politico di Cavour prevedeva la penisola divisa in tre parti: un Regno d'Italia limitato alle regioni del nord, un Regno del Centro controllato dai francesi e un Regno dell'Italia Meridionale controllato dai Borboni. Con gli accordi (non tanto) segreti di Plombieres (1858) Napoleone si impegnava a sostenere militarmente il Regno e ad acconsentire alla creazione di uno Stato dell'Alta Italia a patto che dopo la conquista della Lombardia e del Veneto da parte dei Savoia sia Savoia che Nizza venissero cedute alla Francia. Tali accordi prevedevano, inoltre, uno Stato dell'Italia Centrale, lo Stato Pontificio limitato a Roma e al solo territorio circostante e il Regno delle Due Sicilie. I quattro Stati avrebbero costituito una Confederazione. Firenze e Napoli sarebbero state cedute alla Francia. Per suggellare tale accordo venne stabilito il matrimonio tra Napoleone Giuseppe Carlo Paolo Bonaparte, cugino di Napoleone III, e Maria Clotilde di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele. Tali accordi prevedevano il sostegno militare da parte dei francesi solo se gli austriaci avessero attaccato per primi. Inoltre, Napoleone era contrario a qualsiasi attacco contro Roma (e la Chiesa). Cavour riuscì con delle provocazioni a farsi dichiarare guerra dagli austriaci dando inizio alla seconda guerra di indipendenza (29 aprile 1859). Venne occupata la Lombardia ma all'atto dell'occupazione del Veneto Napoleone, non fidandosi dell'alleato, firmò l'armistizio con l'Austria, che Vittorio Emanuele dovette sottoscrivere. Nel frattempo in diverse parti della penisola erano scoppiati moti insurrezionali che portarono alla fuga degli occupanti e all'annessione al Regno sabaudo di diversi territori. Altri si unirono spontaneamente.
Le mire espansionistiche dei Savoia (nel 1857 venne creata la Società nazionale italiana, che aveva in programma l'unificazione sotto i Savoia e alla quale la presidenza di Daniele Manin e la vicepresidenza di Giuseppe Garibaldi assicurarono l'adesione anche di molti democratici, come conseguenza del fallimento del movimento mazziniano; tale organizzazione operava alla luce del sole nel Regno sabaudo e clandestinamente in altre parti d'Italia) urtavano contro la volontà di Napoleone di non attaccare né gli austriaci né Roma. Rimaneva a questo punto solo Napoli. Un attacco diretto contro i borboni non era possibile ma con uno stratagemma Cavour riuscì a far apparire il suo intervento come necessario a ripristinare l'ordine pubblico. Nel 1859 si ricorda il discorso al Parlamento subalpino di Vittorio Emanuele II, con il quale affermò che non era insensibile al grido di dolore che da varie parti d'Italia si levava verso di lui (si noti il singolare “grido”).
Nel corso degli anni, erano state diverse le ribellioni che i borboni avevano dovuto sedare, soprattutto nel 1848, e l'Austria in diverse occasioni avevano fornito adeguato sostegno militare. Fino al 1860 la situazione era abbastanza favorevole ai borboni in virtù di un esercito costituito da stranieri fedeli al Re. Il popolo delle provincie continentali era generalmente vicino alla dinastia borbonica. L'unica delle forze opposte ai Borbone che mostrasse la volontà di scendere in armi, in quel 1860, era l'autonomismo siciliano. I ricordi della lunga rivoluzione del 1848 erano ancora vividi, la repressione borbonica era stata particolarmente dura e nulli i tentativi del governo napoletano di giungere ad un accomodamento politico. I mazziniani vedevano nella Sicilia insurrezionalista, nell'intervento di Garibaldi e nella monarchia sabauda gli elementi fondanti per il successo della causa unitaria. Il 2 marzo 1860, infatti, Giuseppe Mazzini scriveva una lettera ai Siciliani incitandoli alla ribellione e dichiarava: "Garibaldi è vincolato ad accorrere". Altri operavano all'interno della Sicilia stringendo accordi con i latifondisti, i quali garantivano di rendere disponibili le bande a loro servizio chiamati picciotti, per far sollevare il popolo contro i borboni. Il 4 aprile, con la rivolta della Gancia, si diede vita ad una serie di manifestazioni ed insurrezioni. Anche in questo caso Rosolino Pilo, a coloro che incontrava per strada, annunciava: “...che verrà Garibaldi”. Il 18 aprile, Cavour inviò in Sicilia due navi da guerra. Ufficialmente i due vascelli avevano il compito di proteggere i cittadini piemontesi presenti sull'isola. L'effettivo incarico, però, consisteva nel valutare accuratamente le forze degli opposti schieramenti. Infatti, Garibaldi avrebbe guidato una rivoluzione solo se a chiederglielo fosse stato il popolo ed il tutto fosse avvenuto in nome di Vittorio Emanuele II. Solo con il contributo delle popolazioni locali e l'appoggio del Piemonte, infatti, Garibaldi avrebbe contenuto il rischio di un fallimento, evitando risultati simili a quelli avuti in precedenza dai fratelli bandiera o da Carlo Pisacane. La sera del 5 maggio 1860 la spedizione dei mille guidata da Garibaldi salpò da Quarto per sbarcare a Marsala l' 11 maggio.
Ho dovuto dividere l'articolo in due parti, in modo da trattare nella prima parte il contesto prettamente politico degli accadimenti che hanno portato all'unificazione e togliendomi così di dosso un fardello necessario. Certamente tantissimi sono i fatti che possono essere raccontati, ma ho a disposizione uno spazio prezioso ma limitato e di cui ringrazio l'Aduc, oltre a non avere io a disposizione tutto il tempo che servirebbe. E comunque lo spazio a disposizione si chiama “dì la tua”, ed io la voglio dire così.
Spero di terminare quanto prima la seconda parte, che riguarderà il Sud post-unitario.
Quasi tutto il materiale mi è stato fornito da Wikipedia.