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di francescomangascia
27 novembre 2011 19:24
Undici monaci che si danno fuoco in una manciata di mesi,
manifestazioni vietate, una repressione sempre più
opprimente e pervasiva. Il Tibet affiora per un secondo
all'attenzione mediatica con le immagini terrificanti delle
torce umane. Icona inquietante, estrema, che lo stesso Dalai
Lama ha esorcizzato dicendo che non sono quelli i metodi per
opporsi.
Quali siano, però, è difficile capire. Riprendo, perché
mi sembrano assai efficaci, le dichiarazioni di un monaco
tibetano ad AsiaNews: “Le rivolte nel mondo arabo,
l’avvento di internet, la repressione che peggiora di anno
in anno. Questi sono i motivi che spingono tante persone a
cercare gesti estremi contro la Cina. Voi vedete le
auto-immolazioni perché fanno impressione, ma esistono
moltissimi tibetani che fanno scelte altrettanto forti,
anche se meno spettacolari. Anche andare in galera,
condannati magari a 10 anni, per aver espresso un’opinione
è una forma di sacrificio”.
Secondo la fonte, “l’Occidente si parla addosso, ma non
capisce. Non capite cosa vuol dire vivere senza la
possibilità di decidere nulla della propria vita. C’è il
problema della libertà religiosa negata, che per noi è un
sacrilegio, ma anche quello del lavoro che non c’è e
della società in mano a cinesi di etnia han. L’economia
non esiste e qualunque cosa decida il Partito per noi è
legge. Così non possiamo andare avanti: siamo sempre di
meno, ma intenzionati a combattere fino alla fine”.
Ecco, il problema della violazione delle tradizioni e della
fede forse oscura altri problemi molto più concreti e meno
"teologici": oggi tra i giovani tibetani che vivono nelle
città il tasso di disoccupazione raggiunge l’80%. E se
anche riescono a trovare un lavoro la loro retribuzione è
mediamente inferiore del 40% a quella corrisposta ai figli
dei coloni cinesi. Disoccupati o con un salario da fame
vengono cacciati,con le loro famiglie, dai centri storici
per fare posto alle nuove costruzioni destinate alla
nomenklatura . Per chi rimane in città la vita si è fatta
impossibile e la maggior parte delle famiglie deve
sopravvivere con un reddito annuo inferiore ai 2000,00 Yuan.
L’inflazione ha poi falcidiato i già bassi salari
riducendo ulteriormente il tenore di vita dei tibetani. E
nelle campagne le cose non vanno meglio dato che una legge
impone ai pastori nomadi e ai contadini di trasferirsi , a
loro spese, nei “gulag” realizzati in zone facilmente
controllabili dalle forze di sicurezza cinesi. Nei
“villaggi socialisti” non c’è spazio per greggi ed
armenti e i tibetani sono quindi costretti a svendere
bestiame ed animali da cortile ,loro unica fonte di
sostentamento , prima di “trasferirsi”. Mentre chi avrà
osato sfidare l’ingiunzione governativa si vedrà radere
al suolo la vecchia abitazione . E dopo l’inaugurazione
della celebrata ferrovia ,che ha già portato in Tibet
decine di migliaia di nuovi coloni, in Tibet è in corso la
più grande deportazione di massa dai tempi della Russia
sovietica.
A questo la Cina risponde promettendo in futuro ai monaci
tibetani "pensioni, assicurazione medica e agevolazioni per
le case". Una decisione annunciata negli ultimi giorni da
Chen Quanguo, il capo del partito comunista cinese in Tibet,
il più alto rappresentante della regione. "Il governo si
occuperà di garantire che i servizi pubblici, come
elettricità, acqua e telecomunicazioni, radio ed emittenti
tv, siano forniti ai monasteri locali", ha dichiarato Chen,
al Global Times. Mantenere, o meglio ripristinare, la
stabilità è il motivo che spinge Pechino ad attuare il
piano, che favorirebbe circa 50mila persone, secondo il
quotidiano del partito comunista. Il governo cinese ha
inoltre intenzione di investire 43 milioni di euro per
l'irrigazione dei terreni e per altri progetti di protezione
delle acque. Inoltre Pechino punterebbe sull'informazione,
promettendo che sempre più libri, riviste e programmi
televisivi saranno tradotti nella lingua tibetana. Lingua il
cui insegnamento nelle scuole, peraltro, è vietato.
Un'immagine dura, coloniale, di un Paese che spesso viene
ammirato, o temuto solo come potenza commerciale. Cosa che
è, senza dubbio. Ma la Cina, occorre ricordarlo, è anche
il Paese che ha già ripreso il controllo di Hong Kong e
Macao e si appresta a riconquistare con la ragione della
forza la “provincia ribelle” di Taiwan. Il Paese che
mantiene artificiosamente in vita dispute territoriali con
l’India ed il Bhutan , alimenta la guerriglia maoista in
Nepal, fornisce ( via Pakistan ) tecnologia nucleare alla
Corea del Nord , collabora con il regime laotiano , sostiene
la dittatura birmana. E alimenta, con la sua ricca e potente
diaspora , un'espansione senza precedenti, con lo scopo di
diventare il motore dello sviluppo di tutti i Paesi
dell’area per renderli dipendenti dalle sue politiche
economiche.
Carla Reschia
Il rapporto sui diritti umani al link
www.lastampa.it/reschia
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