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Lucio Musto 16 febbraio 2009 00:00
Desidero iniziare giustificandomi.
Ho aperto questa discussione in modo identico su alcuni dei forum che mi onorano della loro ospitalità non per protagonismo, ma per cercare di raccogliere pareri il più diversificati possibile.

Infatti l’argomento è di interesse assolutamente generale e potenzialmente personale, per ognuno di noi, singolarmente. Nessuno escluso, salvo gli immortali.

Quindi credo che tutti noi vorremmo che la materia dell’ingerenza della collettività nella propria vita fosse regolata il più possibile da norme “ottime”. Questo mi sembra ovvio.

Meno ovvio, ed argomento di dibattito può essere invece cosa ci sembra “ottimo” in questo caso, concetto opinabile qui più che mai.

Personalmente, io ritengo che la legge che regoli la gestione “sociale” della vita del singolo debba essere “onesta”, “umana”, “buona”.

Ci vorrà un poco per approfondire le singole caratteristiche, ed allora nel mio prossimo intervento
sintetizzerò solo cosa intendo per legge “onesta”, cercando di essere breve, e chiaro.

In attesa dei vostri contributi, auguro buon lavoro a tutti
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alfonso scala lombardo 16 febbraio 2009 00:00
Nessuna preoccupazione Lucio, ci stanno pensando uno Stato sfascista e il sempiterno presente Vaticano. Dormi pure sonni tranquilli, dormi! Una sola preoccupazione, avendo eliminato gli orrendi omicidi, dovremo occuparci anche degli evntuali suicidii di chi vlesse morire comunque. Non ti pare? Chiederemo lumi a papa Ratzinger.
alfonso scala lombardo 16 febbraio 2009 00:00
Lucio, chiedo scusa per lo scatto. Quasi mai mi lascio andare, esprimo, di solito, i miei interventi ponderandoli per quanto umanamente possibile, rispetto ogni posizione e se non condivido, contesto con educazione e con garbo, almenno ritengo. Spesso ironizzo, ma senza irridere. Però quando leggo certi apprezzamenti su papà Englaro, che sanno di indifferenza, astio, crudeltà gratuita, ferocia e via dicendo, mi ribello, si rivolta tutto il mio essere. Chiedo inutilmente a questo stadio delle cose, di fare silenzio per cui invoco ancora il famoso "favete linguis" di religiosa, antica memoria. Poi potremo tranquillamente (anche se iutilmente essendo il gioco in mani altrui) discutere anche animatamente del problema che lei pone. un saluto
Lucio Musto 16 febbraio 2009 00:00
nessuna preoccupazione Alfonso. la veemenza del parlare è una virtù, quando si ha qualcosa da dire.
Comunque ti avevo già risposto, anche se non vedo il mio intervento.
Se del caso lo riproporrò.

Non sentirai una sola parola, da parte mia sul signor Englaro. Un padre, dopo diciassette anni così, ha tutte le ragioni: può impazzire, piangere, dire bestialità o bestemmiare. Per me, è non imputabile. A domani.

Oggi è stata una giornata dura, per me.
Questo post, su altri forum, mi ha costretto a raffiche di risposte.
Tante, per le mie vecchie dita!
Enrico Falcinelli 17 febbraio 2009 00:00
Sono d'accordo con il signor Alfonso Scala Lombardo riguardo il rispettoso silenzio del giudizio personale, avanti al mistero della vita altrui, ovvero quell’x sconosciuto che nella vita chiede di srotolare il metro di confronto che ogni uomo ha con essa stessa. Buoni voti per chi ce la fa, compatimento e comprensione per chi non ce la fa, secondo il giudizio estemporaneo di ognuno.
Però, Peppino Englaro, ha creato il caso e da uomo libero ha accettato l’appoggio e ha scelto di appoggiare coloro che hanno colto l’occasione per farne del suo caso una prova di forza dal sapore politico.

Siccome questo coinvolge tutti noi che facciamo parte della società, ed inevitabilmente coinvolge il nostro pensiero personale, il nostro sentimento ed il nostro metro di rapporto con il reale, secondo l’etica a cui aderiamo (oggi ce ne sono molte diverse e per tutti i gusti), credo che di buon grado dovremmo affrontare l’argomento parlando apertamente anche del giudizio che in noi suscitano le scelte del signor Englaro perché è questo quanto di più buono possa fornire l’occasione di questo evento che tutti avremmo preferito non accadesse.
Purtroppo abbiamo molti altri casi simili così vicini a noi e nella maggior parte di questi casi coloro che vi son coinvolti non hanno la minima preoccupazione di dover risolvere nessuna questione se non quella stessa dettata dal reale che impone inesorabilmente l’essere affrontato per quello che esso è: i loro cari richiedono l’aiuto per la loro vita ed i congiunti danno subito loro questo aiuto nella misura in cui questi lo richiedono. Questo desta in me stupore e meraviglia oltre che “novità” assoluta, specie in una cultura come quella di oggi; tutto ciò mi lascia interdetto e sfida la mia stessa capacità di rapportarmi con quanto nella mia vita accade che è quello che poi definisce il mio quotidiano.

Siamo noi spettatori, invece, quelli che invece han voglia di discutere e se lo vogliamo fare, facciamolo almeno in modo costruttivo se il nostro desiderio di partecipazione e compatimento del problema altrui è sincero, altrimenti sommiamo chiacchiere a quelle già fatte.

Tra l’altro, Peppino Englaro, per quel che ne so, non intende aver risolto il suo problema personale così come si penserebbe ma pare abbia intenzione di continuare la sua battaglia per coloro che vivono tutt’ora in una situazione analoga a quella da lui vissuta. A maggior ragione, come vede, non credo che sia il caso di lasciare fare con religioso silenzio il signor Peppino nell’intimità dei suoi pensieri, quando questi stessi pensieri covano un coinvolgimento sociale, con l’aiuto di coloro che fin’ora hanno appoggiato la sua causa.

Personalmente non posso averla pregiudizialmente con il signor Peppino che compatisco e vorrei compatirlo maggiormente, per condividere con lui la sua pena ma come uomo, cittadino ed individuo di un popolo non mancheò senz’altro, l’occasione di dire la mia con tutte le risorse di cui io posso disporre non accettando quello che di irrazionale ed irrealistico caratterizza i numerosi tratti della vicenda, così come l’hanno resa pubblica con motivazioni e pretesti, coloro il cui obiettivo non sembra voler essere l’onorare la giustizia bensì il confermare posizioni ideologiche nella solita stancante battaglia per qualche supremazia.

D’altronde, scusandomi per la lungaggine e concludo, la vicenda degli Englaro è solo il pretesto per parlare di qualcosa le cui dinamiche morali ed antropologiche muovono temi anche ben diversi e che riguardano altri mille aspetti della nostra realtà quotidiana; con questo pretesto, insomma, siamo solo agli inizi di una lunga analisi del reale.

Saluti sinceri.
Lucio Musto 17 febbraio 2009 00:00


<b> Una legge onesta </b>

Che dopo la “vicenda Englaro” ci voglia una legge, io lo do come condiviso da tutti.
Si chiami come si chiami deve stabilire se, come, quando e perché si debba/possa intervenire sulla vita umana, intesa come naturale evoluzione biologica, per interromperne il corso.

Come si auspica per tutte le leggi vorremmo tutti che fosse un’ottima legge, ma questa volta più di sempre perché riguarda la pelle di tutti gli italiani, ma soprattutto perché potrebbe interessare specificatamente la nostra pelle personale. Indistintamente di ognuno di noi.

Ed allora questa legge dovrebbe essere innanzitutto “CHIARA”, cioè comprensibile alla lettura di qualunque italiano che abbia fatto le scuole dell’obbligo.
Sembra poco, ma è invece tantissimo!... praticamente tutte le leggi sono fatte per essere lette (ed interpretate in modi dissimili) dagli addetti ai lavori: giudici ed avvocati. Per questo ci sono buoni motivi così come ce ne sono perché le leggi siano fatte a maglie larghe, ma non indagheremo.
Questa legge, la vorrei capire anch’io che non ho la laurea in giurisprudenza.

Ma per essere onesta, una legge deve anche autogiustificarsi, cioè deve dire perché è così, senza malintesi o paraventi. Questa legge “NON” può fare riferimento a presunti “valori morali” o “comune senso della pietà” o altre fumose espressioni.
Perché non esistono in Italia delle piattaforme comuni di moralità, pietà o pudore. E la vita stessa, lo constatiamo ogni giorno ha un peso assai diverso, fra un gruppo di Italiani e l’altro.
Si tratta quindi di una legge sociale ed esclusivamente “sociale”.
Gli italiani, (che in “democrazia” vuol dire il 50% di quelli che vanno a votare + almeno 1 persona) decidono che fin qui si campa, oltre queste norme, muori.
E gli italiani tutti assieme (il 100% questa volta, come usa in democrazia) se ne assumono la responsabilità.

Infine, data la natura del suo contenuto, per essere onesta deve anche avere una tempistica precisa.
Intendo dire che dal momento in cui si “apre il processo” al momento della sentenza definitiva ed inappellabile deve trascorrere un tempo massimo esattamente individuato, e la responsabilità di ogni sconfinamento temporale esattamente attribuita e sanzionata assai duramente.
In questo caso più di sempre l’allungamento dei tempi di giudizio vanifica la legge.

Queste, secondo me, le caratteristiche pregiudiziali, per una normativa decorosa su una materia tanto seria.

<i> Lucio Musto 16 febbraio 2009 </i>
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Lucio Musto 17 febbraio 2009 00:00
@ alfonso scala lombardo - messaggio che evidentemente non ho inserito bene ieri (ne chiedo scusa)

si, concordo... quasi. Purtroppo si dà il caso che questo Stato, siamo tu ed io. Lo buttammo giù... e lo abbiamo riportato su.

E il Vaticano si, se non proprio sempiterno campa da un bel po&#39; e continuerà ancora!... come l&#39;Impero giapponese insomma, solo che questo ci è più vicino.

Tu credi che il Papa possa illuminarci sul diritto all&#39;omicidio?... fosse davvero così! Abbiamo sempre bisogno di qualcuno che ci insegni le cose!
Io cerco di stare sempre umilmente con le orecchie tese.
Ma temo che in questo caso solo una parte degli italiani vorrà essere illuminata, mentre io vorrei battermi per una legge che andasse bene per tutti... o almeno per una &quot;maggioranza&quot; democratica, visto che (mi dicono) siamo in democrazia.

Comunque, stasera o domattina metterò anche qui il primo pezzetto del mio pensiero su come vorrei fosse fatta una legge su quest&#39;argomento...
Vuoi vedere che San Gennaro m&#39;ispira e mi fa dire le cose giuste, convinciamo tutti, e la legge la facciamo fare come piace a me?...

Improbabile, ma mai dire mai!

16 febbraio 2009
Lucio Musto 17 febbraio 2009 00:00
Gli interventi di Enrico Falcinelli, purtroppo rari, sono sempre fari che illuminano i nostri discorsi.

Si, amico, la via è quella.
Una legge giusta, che consideri tutti, difenda tutti e non discrimini nessuno.

Io la vorrei così.
Ti sarò grato ogni volta che vorrai leggere le mie parole e spiegarcele, assai meglio di come possa fare io.
alfonso scala lombardo 17 febbraio 2009 00:00
Ciao Lucio, dopo una ulteriore riflessione torno al tuo intervento.Il tuo articolato procedere incontra, in almeno due punti,un mio personale dubbio. Prima però una &quot;divagazione&quot; sul tema. Tu, io, tanti, discutiamo qui su ipotesi di scuola, mentre le decisioni si prendono altrove; tuttavia dobbiamo discuterne per cercare di capirci meglio, prima noi stessi, subito dopo intendere i nostri interlocutori. Torno al mio dubbio là dove scrivi che gli Italiani (50%+1) in democrazia, decidono ecc. Attento Lucio, che in sé e per sè la tua osservazione, apparentemnete, non faccia piega alcuna, sembra così scontata da non doverci tornare sopra, ma..! Il &quot;ma&quot; sta tutto nel non sempre. Mi spiego, la maggioranza politica governa le regole del gioco e ne pretende, costituzionalmente l&#39;osservanza. Rispetto e regole costituzionalmente protetti,quindi, ma è la Costituzione stessa che preserva da eventuali sconfinamenti, da arbitrii della maggioranza, dettando direttive e principi indefettibili, a garanzia del singolo, come della collettività. Costituzione rigida, per l&#39;appunto, che, procedimenti pur sempre esclusivi permettono, ma, in assoluto non riguardo ai principi generali. Diversamente tutto cambierebbe e una Costituzione non avrebbe motivo d&#39;esserci. Altro dubbio mi assale quando affermi &quot; e gli Italiani tutti assieme... il 100% questa volta..! Lucio come sia possibile affermarlo non saprei, per me allorquando si statuisce, sul privato,dettando norme erga omnes, senza far riferimento alla Costituzione, si corrono rischi notevoli, non solo di sopraffazione, ma addirittura di involuzione e di ribellione. Tornando al tema in sé, qui mi pare si stia procedendo da ogni pate, sull&#39;onda di una pericolosa emotività. Il Parlamento non può, non deve permettersi emotività alcuna, non per questo i parlamentari siedono nelle Camere.Attento, Lucio, qui non si tratta di legiferare sui codici (penale, civile, stradale eccettera) qui il Parlamento e il Governo non sono chiamati a decidere di finanza, di lavoro, di scuola, di Regioni, di fisco, di rapporti internazionali e via discorrendo. Qui sul tappeto pesano, irrompono,pressano ben altre ragioni, bel diverse delicatissime individuali questioni. Se vorrai ti preciserò meglio il mio pensiero di laico che non sta per ateo e neppure per credente, ma per individuo che spera di ragionare con indipendenza e autonomia di giudizio, in piena libetà. un cordiale saluto.
De Pravato 17 febbraio 2009 00:00

@ Alfonso scala lombardo.

certamente, amico!... il tuo &quot;ma&quot; è incluso nelle regole democratiche, quelle volute dalla Costituzione e nessuno pensa minimamente di eluderle (soprattutto adesso, ma non spiegherò perché non è la politica che è in argomento).

Quello che purtroppo talvolta manca (ed è assai preoccupante!) è la funzione moderatrice dell&#39;opposizione, quella che con la sua azione, col suo peso, con la sua credibilità impedisce alla maggioranza del momento di partirsene per la tangente!...

Il secondo tuo dubbio invece non ha ragion d&#39;essere. Il mio affermare è semplicemente che una legge approvata secondo i canoni costituiti è vincolante e valida per ognuno dei cittadini, esattamente come se ognuno di essi l&#39;avesse approvata e sottoscritta personalmente!

Ecco perché è importante la voce delle persone. Ognuno deve incidere per quanto in suo potere su chi sente suo rappresentante perché alla fine, esattamente come nella tassellatura di un mosaico, il risultato complessivo si avvicini maggiormente al colore prevalente.

Vero,e ben noto che sul tappeto &quot;pesano&quot; molti elementi, ed è normale che sia così (anch&#39;io, altrove ho approfondito più volte questo concetto), ma tutti questi possono essere visti come bilancini a due piatti, e di nuovo più cala quello più pesante!.

Il tuo libero pensiero di laico non ateo e non credente si somma a quello altrettanto libero del bigotto, dell&#39;agnostico, del dissidente, dell&#39;insofferente, del sereno pensatore.
In una collettività, sperare che abbia il sopravvento questo o quell&#39;atteggiamento spirituale è lecito, ma corretto è che il risultato sia coerente con la distribuzione &quot;ponderale&quot; delle idee

Grazie del tuo dotto intervento

Lucio Musto 17 febbraio 2009
Enrico falcinelli 18 febbraio 2009 00:00
Carissimi,
una legge ci vuole. Questo è il corollario per ogni società, dalle meno evolute del paleolitico fino a quelle odierne.
La legge ci vuole per necessità naturale della nostra stessa antropologia: nel limite che percepiamo essa determina un punto fermo nello spazio in cui naviga il nostro essere in questa esistenza.
In questo senso, che è poi quello reale secondo le mie osservazioni, la legge è la conseguenza di una debolezza ed in questa debolezza essa pone il proprio limite: quello di essere trasgredita, perché la libertà umana di decisione a cosa appartenere supera ogni legge ed anche quella Costituzione che, per la definizione stessa del significato di libertà – ossia: possibilità di scelta incondizionata da terzi del gancio a cui aggrapparsi – non può difendere oltre il proprio naturale limite quella libertà che paradossalmente si propone di difendere.

Quindi, a mio modo di vedere, appellarsi alla costituzionalità della legge, seppure lecito ed anzi auspicabile in uno stato sociale è tuttavia un ripiego alla debolezza ed una sottomissione tacita del valore reale – e dicendo reale intendo in modo assoluto – della nostra libertà, in nome di una sicurezza dal carattere virtuale in cui noi viviamo in modo artificioso.

Scrivo solo queste poche cose, che già vi è dentro un bel po’ da masticarci.

Saluto caramente tutti.
Lucio Musto 18 febbraio 2009 00:00
<b> Una legge “umana”</b>

«Date a Cesare quel che è di Cesare ed a Dio quello che è di Dio»,
diceva un tale Gesù Cristo, che non era certo un fesso.

E voglio partire anch’io di qua, chiedendo e chiedendomi cosa sia una legge, a cosa serva, chi riguardi e soprattutto dove non deve andare ad intrigarsi e cosa non deve arrogarsi.

Una legge della Repubblica (perché è di questo che vogliamo parlare) è una norma che regola certi rapporti fa i cittadini in quanto tali, ed i rapporti fra lo Stato ed essi cittadini.
Tutto qui, e vorrei che fosse null’altro; una legge fatta dagli uomini per gli uomini

La prima cosa da dire (anzi da ripetere) è che la legge non deve entrare nelle coscienze personali, nelle credenze religiose di nessuno, nelle dottrine e nella morale privata, ma limitarsi a rispettarle tutte, senza imporne nessuna, senza strumentalizzarne nessuna, ma anche senza usarne nessuna.
Una legge “umana” quindi non “farà appello” alla coscienza, ad un “comune senso” di qualcosa o a una “responsabilità personale” alle “questioni di opportunità”…, anche se ci si augura che il legislatore sia stato di coscienza, retto, equo e probo e lungimirante.

Compito della legge è vietare, obbligare, o permettere.
E prevede li strumenti concreti necessari perché possa essere attuata.
Nell’ambito del “permettere” delega le decisioni di merito all’arbitrio del singolo.

Mi spiegherò con un esempio: una “umana” legge sull’aborto “permetterà” ad una donna di interrompere la gravidanza entro un preciso limite di tempo e lo “vieterà” oltre quel limite, forse lo “obbligherà” in certi casi ben individuati.
Si sarà semplicemente espressa, avrà stabilito la norma che la collettività stabilisce per sé stessa.

La legge è un rapporto fra uomini, non ha bisogno di disquisizioni filosofiche o scientifiche o religiose o di costumi per giustificarsi.
E’ un accordo, o meglio un compromesso, fra i membri di una collettività.
Per esempio tutte le persone presenti sul suolo italiano.

Nel nostro esempio, una legge sull’aborto non ha bisogno di chiedersi cosa sia l’anima per questa o quella religione, quale le finalità della vita, l’ontologia di questa o quella corrente di pensiero.
Dice semplicemente:
“fino a tot giorni di gravidanza la collettività degli italiani ti autorizza ad abortire e te ne da i mezzi; oltre, te lo vieta e ti mette in galera, in questi casi devi abortire per forza”.
Niente se, niente ma. solo chiarezza e comprensibilità per tutti.
La legge esecutiva non si chiede se è buona o meno. E’ legge, ed è esecutiva.
A farla saggia, onesta, buona e giusta bisogna pensarci prima, o nella sua revisione.
Non nell’applicazione del singolo caso.

Questo io intendo per legge “umana”, così vorrei che fossero tutte le leggi, soprattutto questa, che regola la vita di chi voce ne ha poca.

Ho scelto nel mio esempio una legge sull’aborto perché vorrei fare a parte da questo mio escursus un interludio sulla parola “vita”, poiché noto che da più parti ci si afferra a questo concetto tanto controverso per caldeggiare questa o quella norma.
A mio avviso la regola che andiamo propugnando ha poco a che fare con la (o “le” possibili) definizione di vita.
Qui si tratta solo di stabilire da quando a quando ed in quali condizioni la Comunità Italiana considera suo membro una persona, fin dove i suoi diritti e fin dove i suoi doveri.
Nient’altro. E mi piacerebbe che questo fosse stabilito con assoluta chiarezza.

Grazie

<i> Lucio Musto 18 febbraio 2009 </i>
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Sergio 18 febbraio 2009 00:00
Lucio Musto\De Pravato, le tue\vostre premese non sono convincenti.

La magistratura non ha decretato un omicidio.

Non c’è stata alcuna esecuzione e nessuna condanna a morte.

Il primo caso non fa “precedente”. Nel nostro sistema una sentenza vale per il singolo caso che affronta.
Se prendiamo il pronunciamento della Cassazione questo sì può fare scuola ma va pur sempre letto all’interno delle specifiche situazioni sulle quali si è espressa.
Nello specifico, la Cassazione ha operato un controllo di legittimità della richiesta del tutore e ha annullato la precedente sentenza della Corte d’Appello per difetto di motivazione. Ovvero, la Corte d’Appello, rileva la Cassazione, ha accolto il ricorso finalizzato a ricostruire la volontà del paziente, ha raccolto le prove testimoniali, sulle quali non ha espresso alcun dubbio di attendibilità, per poi decidere che di queste prove non si doveva tener conto in quanto, essendo passato molto tempo, quelle opinioni non possono valere per accertare la volontà attuale. La Cassazione rileva che i giudici “hanno omesso di accertare se la richiesta di interruzione del trattamento formulata dal padre in veste di tutore riflettesse gli orientamenti di vita della figlia. Tale accertamento dovrà essere effettuato dal giudice del rinvio, tenendo conto di tutti gli elementi emersi dall’istruttoria e della convergente posizione assunta dalle parti in giudizio (tutore e curatore speciale) nella ricostruzione della personalità della ragazza.” (il periodo tra “” è testualmente ripreso dalla sentenza di Cassazione).

Questo è l’ambito in cui la sentenza di Cassazione fa scuola: legittimità della richiesta (già confermata da sentenze che risalgono almeno al 1990), difetto di motivazione.

Detto ciò, veniamo all’aspetto più interesante del tuo\vostro intervento: come vorremmo che fosse regolamentata la materia.

Cominciamo col dire che non siamo a zero.
La materia è ampiamente regolamentata, lasciando però vuoti alcuni aspetti che, per colmarli, rendono necessario o il ricorso alla clandestinità o lunghe battaglie giudiziarie; i vuoti espongono poi il medico a rischio di accertamenti sia di carattere professionale sia di carattere penale.

Abbiamo la Costituzione che afferma il principio di autodeterminazione; la salute è un diritto ma non un obbligo, ed è ovvio che il diritto alla vita, costituzionalmente tutelato, è la premessa per il godimento di ogni successivo diritto (che senza la vita non potrebbe essere esercitato) ma ciò non si traduce in obbligo a vivere e la consolidata giurisprudenza riconosce che il rifiuto di qualsiasi trattamento sanitario, anche quando da questo rifiuto dovesse derivare la morte, è compatibile con il diritto alla vita nel rispetto del principio fondamentale di autodeterminazione individuale. Questo nostro principio Costituzionale è presente in tutta la normativa europea.

Abbiamo la legge del 1978, che ha istituito il servizio sanitario nazionale, la quale afferma che la legittimità dell’agire medico si fonda sul consenso informato; il consenso può essere negato in qualsiasi momento. Anche questo è un principio ben presente nella normativa europea. Le nostre leggi prevedono che anche in caso di incapacità del paziente sia ricomposto il rapporto duale medico-paziente perché ogni trattamento sia legittimato dal consenso.

Abbiamo il codice civile che prevede la figura del tutore; e il legislatore ha posto come unico limite alla capacità di agire del tutore quello di tutelare l’interesse del rappresentato, interesse che non si esaurisce negli aspetti patrimoniali ma investe la sfera del rispetto della personalità del tutelato.

Abbiamo la figura del curatore speciale che, su mandato di un giudice, vigila sull’operato del tutore.

Abbiamo la legge n 6 del 2004 che ha introdotto la figura dell’amministratore di sostegno; questa legge è stata più volte utilizzata per negare il consenso a trattamenti specifici nella consapevolezza che questo rifiuto avrebbe portato a conclusione il decorso della patologia con la morte del paziente.

In questo quadro estremamente articolato, con provvedimenti legislativi approvati da maggioranze differenti nel corso dei decenni e tutti coerenti con i diritti fondamentali sanciti dalla costituzione e dalla normativa comunitaria, una legge nuova serve solo se
> rispetta i principi costituzionali del pluralismo culturale e dell’autodeterminazione individuale;
> consente di accertare la volontà dell’interessato (testamento biologico), evitando un calvario giudiziario che si somma a quello umano,
> evita rischi per i medici che si trovano a rispettare la volontà del paziente.

In caso contrario, per quanto mi riguarda, meglio che il legislatore non faccia nulla continuando nel silenzio tombale e nell’indifferenza in cui si è prodotto in tutti questi anni.

Questo sul piano legislativo e giuridico.
C’è però l’aspetto etico.

Nessuno, credo, ha il monopolio dell’etica; l’etica è un prodotto di una determinata concezione della vita; ne consegue che da diverse concezioni della vita discendono diverse etiche, diversi modi di rapportarsi alla vita, al dolore, alla sofferenza, al decorso naturale degli eventi.

Se accettiamo il pluralismo culturale e la libertà individuale di rapportarsi ai problemi della vita, se ci riconosciamo nel diritto di autodeterminazione, in forza di quale principio di civile convivenza possiamo pensare d’imporre a tutti la propria visione della vita?

Fermo restando il diritto di ciascuno di ritenere che la nutrizione forzata, per fare un esempio, debba essere imposta se ritenuta necessaria per allontanare l’evento della morte, perché imporre a tutti questa convinzione che discende da una visione particolare della vita?

Chi la pensa in modo diverso, nulla impedisce agli altri e a nulla obbliga.
Perché non deve valere il contrario?

Nessuno chiede che si sospendano determinati trattamenti a tutte le persone che si trovano in uno stato vegetativo da oltre un anno, ci mancherebbe. Chi vuole questo trattamento ha il diritto di pretenderlo e nessuno può negare ciò.
Ma se una persona la pensa diversamente?

C’è chi sostiene che poiché un determinato comportamento sarebbe contrario alle leggi divine allora debba essere impedito per legge.
Insomma, “io non lo farei, tu non lo devi fare”.
L’etica imposta per legge.
Nella possibilità di scelta c’è etica, nell’imperio della legge c’è costrizione, non certo etica.

Quando la cultura, la religione, la filosofia, l’etica, la politica… sono divise e le divisioni sono superabili solo negando il diritto di autodeterminazione, allora la soluzione sta solo nel lasciare la parola definitiva al diretto interessato. Questo, ovviamente, quando la propria etica non è in contrasto con l’interesse della collettività.

Infine, una riflessione sul concetto di democrazia.
E’ riduttivo affermare che la democrazia sia la dittatura della maggioranza.
Non è così.
La maggioranza decide, all’interno di una cornice condivisa di norme e regole, in nome di tutti e non dichiaratamente in nome di una parte contro un’altra.
Su questioni che toccano i diritti dell’individuo, i principi fondanti di una comunità, non esiste che una parte legiferi in nome delle proprie convinzioni etiche violando il diritto degli altri ad avere convinzioni differenti.
Rischieremmo di avere a ogni legislatura un completo ribaltamento delle regole della civile convivenza, verrebbe meno il senso stesso dell’essere e del farsi Stato.

Decidere sui diritti di una persona non è come decidere se fare o non fare un’autostrada.
Gianni 18 febbraio 2009 00:00
La domanda che pone Lucio Musto su come vogliamo fosse regolamentata la materia è giusta, però le considerazioni che fa come premessa presuppongono già una condanna di quanto avvenuto, ed allora perché chiedere una regolamentazione se già si esclude una delle due alternative, non mi pare che ce ne possano essere altre.

Condivido in pieno quanto scritto da Sergio non è stato omicidio non C&#39;è stata nessuna condanna a morte, e naturalmente tutto il resto del commento.
gianni
Lucio Musto 19 febbraio 2009 00:00
&quot;Omicidio&quot; [Dal latino homo=uomo e caedes=uccisione - homicidium=uccisione di un uomo] Ferdinando Palazzi, Dizionario della lingua Italiana.

La sospensione dell&#39;alimentazione e dell&#39;idratazione, negli animali e nell&#39;essere umano conduce a morte.

----

Non c&#39;è bisogno di qualificati pareri.
Sono fatti e basta.

----

&quot;Precedente&quot; [sm. fatto o deliberazione antecedente dal quale può prendersi norma]

&quot;Creare o stabilire un p.&quot; [provvedimento, concessione o simili che possa essere invocato in favore di altre richieste in avvenire]
Ferdinando Palazzi - Dizionario della Lingua Italiana

Non credo che occorra altro commento se non ricordare il principio costituzionale secondo cui &quot;La Legge è uguale per Tutti&quot;

&quot;precedente&quot; [
Lucio Musto 19 febbraio 2009 00:00
Grazie Sergio del dotto intervento, certamente un contributo notevolissimo al dibattito.

Timidamente mi permetto far osservare che il testo del mio topic, oltre tre rigorose ed esatte affermazioni (notare i due &quot;può&quot; appositamente quotati) poneva una domanda:
&quot;Come vorremmo fosse regolamentata la materia?&quot;

Domanda ancora senza risposta, mi pare.

Molto cordialmente
mah 19 febbraio 2009 00:00
continua a non trattarsi di omicidio, in quanto il tribunale ha emesso una sentenza nel rispetto delle volontà di eluana e del tutore (il padre) e sulla base del &quot;vuoto legislativo&quot; in materia. la sospensione delle cure è una scelta per il paziente.

ora serve una legge sul testamento biologico, in modo da rispettare le volontà e la libertà di ciascuno. nessuno deve imporre la propria morale e la propria etica. meno che meno la religione.
Lucio Musto 19 febbraio 2009 00:00
Molto giusto quello che dici, mah!

Ma continua a trattarsi di omicidio, così come lo è la condanna alla sedia elettrica (anch&#39;essa in linea con la legge vigente al momento) l&#39;aborto, e lo sterminio nei forni crematori... anche lì c&#39;era una volontà di qualcuno (tutori?...) ed un &quot;vuoto legislativo&quot; (nessuna legge prevedeva lo sterminio di massa!)...

Questo solo per ribadire che probabilmente una sentenza &quot;può&quot; essere insufficiente per trasformare un ammazzamento in una cosa meritoria...
Lucio Musto 19 febbraio 2009 00:00
<b> Interludio sulla parola vita
</b>


Sono indisponente. Lo so, me ne vergogno e chiedo scusa.
Ma questa volta, meno di sempre posso farne a meno.

Stiamo parlando di aspettative per una legge sulla vita, ed il concetto di vita è fondamentale.
Tutti ce l’hanno, il concetto di vita, ma ognuno ha il suo mentre che per chiarirsi, parlando, occorre accordarsi bene sul significato che diamo alle parole.

Non conoscendo il pensiero di tutti i miei interlocutori, mi esprimerò io, così almeno uno di quei concetti sarà chiaro; ma non datemi dell’indisponente, almeno per questa volta!

Saltiamo subito chimici ed astronomi che cominciano a parlare di mattoni della vita già se trovano una molecola organica su Marte, o un aminoacido in fondo ad un camino vulcanico, e saltiamo anche la definizione classica secondo cui è vivo tutto ciò che “nasce, si alimenta, cresce, si riproduce e muore” perché già nel secondo dopoguerra si vide che questo lo facevano anche i cristalli, che decisamente vogliamo considerare minerali.

Vita legata al ciclo dell’ossigeno negli organismi nemmeno va bene dopo la scoperta dei vermi “testa rossa” delle fumarole sulfuree abissali che dell’ossigeno ne vanno bellamente a meno, e quindi tagliamo anche quello… ed arriviamo alla prima “convenzione” che pone alla base della vita la cellula, come struttura organizzata superiore rispetto ai virus (che manco sappiamo bene se siano vivi o no).
Comunque dalla cellula eucariota completa del suo nucleo col DNA, i mitocondri eccetera a salire in complessità, non c’è dubbio che stiamo parlando di organismi viventi.

L’ameba è viva!... non solo, ma non ha ancora fatto il divorzio dall’immortalità, come raccontai da un’altra parte!.

Ed è vivo il nostro spermatozoo, è vivo il nostro ovocita, tanto per addentrarci nell’argomento là dove ci preme.
Qui, dobbiamo inserire una nuova “convenzione” per rispondere alla domanda: ma l’uovo di una donna fertile, lo spermatozoo, ancorché certamente vivi, sono già “persone”?

La scienza, al nostro grado di sviluppo culturale ci dice che no, non lo sono, ed il mito alchemico degli homuncoli annidati nello spermatozoo dell’uomo come le figurine di una matrioska, è soltanto un mito.
La scienza dei nostri giorni afferma che le cellule germinali, per produrre una persona, devono fondersi, mescolare il loro patrimonio genetico per crearne uno nuovo, praticamente unico ed irripetibile.

L’inizio della persona è nella fecondazione, ed il successo della fecondazione si ha se e quando il patrimonio cromosomico dell’uovo e quello dello spermatozoo riescono a compenetrarsi e ricostituire il nucleo.
Da questo momento, fino al un altro “momento” molto più avanti nel tempo e che analizzeremo fra un attimo non accade più niente di eclatante, nessun “salto di qualità”, nessuna sorpresa, nessun miracolo fisico.
La persona ormai nata si evolverà gradualmente, continuamente, in una serie interminabile di microscopiche trasformazione fino… alla sua morte.

Morte che, diciamolo subito chiaramente, altro non è che una nuova “convenzione”, perché non esiste un “momento della morte”, ma un precipitare di quel continuo processo evolutivo cominciato in un attimo di beatitudine e durato a lungo, anche più di cent’anni con alterne vicende, accelerazioni e rallentamenti, ma senza alcuna interruzione e ripresa.

Alla fine dell’esistenza un organismo animale (infatti per le piante è alquanto diverso) collassa rapidamente, e nel giro di qualche ora (poco, molto?... anche il tempo è un apprezzamento soggettivo!), degrada tutte le sue strutture in modo irreversibile.
Solo una questione di velocità di trasformazione. Se ci pensate, risorgere è altrettanto difficile che “levarsi” dieci anni, o per un bambino rientrare nell’utero.

Qualche minuto per nascere, qualche ora per morire. E non c’è altro da dire, dal punto di vista biologico.

Rimangono due aspetti da considerare, oltre la vita umana biologica.
La vita umana dal punto di vista spirituale, la vita umana dal punto di vista sociale.

Sin troppo evidente, a questo punto, è che l’una dipende e varia in funzione della spiritualità della persona, l’altra dalla collettività sociale nella quale quella persona si trova.

Da qualche parte ho letto (ma se ho capito male chiedo subito scusa e ritratto) che secondo la spiritualità Islamica, l’anima prende possesso del corpo “all’incirca” intorno ala settima settimana dal concepimento. Non insiste molto quella fede su una data precisa, dimostrando ancora una volta quanto quel pensiero sia evoluto. “Ad un certo punto dello sviluppo embrionale” quel corpicino diventa persona, dice, e non si compromette sulla vita.
Se abortisci prima che l’anima sia entrata nel corpicino, sempre di morte si tratta, ma non è diversa dalla morte di un capretto.
In ogni caso, l’anima del piccolo, se già presente, sarà accolta nella misericordia di Hallah.
Naturalmente in altre culture religiose le cose vanno (e sono andate) diversamente, ed è inutile evocare questa o quella, perché se ne trovano di tutte le salse.

Una legge sociale “saggia” dovrebbe prevedere, nella nascita come nella morte il rispetto di ogni credo religioso, senza interferire in nessuno, cioè semplicemente non interessarsene. Ognuno poi risponderà con la propria coscienza, con la propria fede o senza nessuna fede ammesso, come io non credo (ma nemmeno mi importa), che esista qualcuno schiettamente ateo.

La vita umana dal punto di vista sociale, lo sappiamo benissimo, altro non è che una interrotta serie di “compromessi”, che imbibiscono ogni attimo, ogni azione dei nostri giorni comunitari.

A che ora si pranza, quando si va all’asilo, che si studia, fino a quando il delinquere è libero e quando improvvisamente si diventa imputabili, quale la tassa dell’auto, chi comanda in casa, quanto è giusto pagare le grazie dell’amante, il giorno della pensione, come si viene seppelliti, quanto costa la bara… sono solo alcuni esempi di “regole sociali”…
Ogni collettività ha le sue, grosse come le convenzioni internazionali, piccole come le tradizioni del vicolo o del quartiere. Tutte vanno rispettate, e quasi tutte sono state stabilite da altri.

Perché non la nascita e la morte?...
Ma semplicemente!... senza fare tante circonlocuzioni, senza trovare motivazioni morali o paraventi etici, senza tentare di scaricare responsabilità sulle spalle di qualcun altro… chiunque esso sia.

Quanto sarebbe bella, limpida, onesta ed onorevole una legge che dicesse ad esempio: (ATTENZIONE, QUESTO VUOL ESSERE SOLO UN ESEMPIO!!!)

“Il Popolo Italiano, sentiti i suo esperti, e dopo attento dibattito fra i suoi rappresentante decide che cittadino è chi è stato concepito da almeno quattro mesi e cammina ancora, sia pure con una stampella e ci veda almeno dall’occhio destro. Degli altri, al Popolo Italiano nun je ne po’ fregà de meno e facessero quello che je pare, co’ li parenti e co’ ll’amici. Per il Popolo Sovrano loro nun ce so’ pe’ gnente!”

Allucinante quello che dico?... no, semplice chiarezza, anche se cruda ed apparentemente “inumana”. Ma nemmeno tanto fantascientifica, a pensarci bene.
Il vostro datore di lavoro, che tanto amorevolmente vi ha cullato dal momento dell’assunzione fino alla pensione, nel suo piccolo, non fa già oggi la stessa cosa?...
«Caro mio, ora stai in pensione!... io a te non ti conosco più!... hai l’INPS, arrangiato con lei!... l’INPS non funziona?... e che te ce posso fare, io?... sono “diamini” tuoi, fratello caro anche se fino a ieri eri la punta di diamante della nostra prospera azienda…».

In fondo, lo Stato cos’è, se non l’azienda degli Italiani?...
Non è prospera?... ah!... ecco la differenza che non avevo considerato!

<i>Lucio Musto 19 febbraio 2009 </i>
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Sergio 19 febbraio 2009 00:00
Ancora no, Lucio Musto.

Scrivi: La sospensione dell&#39;alimentazione conduce a morte.

Ma l&#39;alimentazione non dovrebbe neanche iniziare se la persona non la vuole. E se la voleva, è in ogni caso suo diritto poterla in qualunque momento sospendere.

Omicidio è &quot;dare&quot; la morte per volontà, per colpa; intenzionale o preterintenzionale.
Lasciare che si compia quel che sarebbe avvenuto se l&#39;uomo non fosse intervenuto con una tecnica medica non è omicidio ma solo rispetto della volontà e libertà di un individuo.

Stai scrivendo di opportunità di una legge.
Sarebbe opportuno, pertanto, utilizzare i vocaboli rispettandone il significato nell&#39;uso comune della lingua e nell&#39;accezione giuridica.
Visto che affermi di dare molta importanza alla chiarezza, cerchiamo di non spacciare per &quot;fatto&quot; ciò che è solo una tua valutazione personalissima di qualcosa...
Diversamente, altro che chiarezza: si edifica una nuova torre di Babele.

Il fatto di cui scrivi esiste per te; per te saranno fatti e basta ed è tuo diritto pensarla così. Ma nè inopportuno che tu dica &quot;basta&quot; se vuoi sviluppare una discussione, perché nel tuo &quot;basta&quot; non c&#39;è alcun fatto.
L&#39;unico fatto è che giuridicamente ogni persona può dire NO a qualsiasi trattamento sanitario (fare attenzione alle parole: TRATTAMENTO SANITARIO ciò afferma la Costituzione, no terapie, cure o altro) a prescindere dagli esiti che questo NO può comportare.

I costituzionalisti hanno pesato le parole e non è serio e onesto criticare un atto giuridico sostenendo &quot;ma la nutrizione forzata non è una terapia!&quot;.
Infatti la Costituzione menziona espressamente i &quot;trattamenti sanitari&quot;, ovvero qualsiasi trattamento che può essere messo in atto solo da personale sanitario autorizzato, come per esempio un&#39;iniezione endovenosa o un sondino naso-gastrico.

Precedente: assolutamente errato quel che scrivi se trasferisci il significato linguistico al piano giuridico.
Una sentenza ha valore di legge SOLO per il caso trattato. Non giochiamo con le parole se vogliamo mantenere un livello di serietà.

Come vorremmo regolamentata la materia: mi sembra di aver detto quali caratteristiche dovrebbe avere per me questa adesso tanto invocata legge; perché scrivi che nessuno ancora fornisce risposte?

Se inveci per te &quot;il come vorremmo che fosse regolata la materia&quot; significa fare uso di aggettivi tipo &quot;umana&quot;, &quot;giusta&quot;, &quot;onesta&quot;...
In breve, visto che ti piace citare i dizionari, l&#39;aggettivo &quot;umano&quot; è riferito a tutto ciò che è prodotto dall&#39;uomo quindi ogni legge degli uomini è &quot;umana&quot;, magari incivile, barbara, grottesca... ma umana.
&quot;Giusto&quot; sta per conforme, adeguato, legittimo rispetto alle norme giuridiche o ai valori etici; se riferiamo il termine a una legge &quot;umana&quot; sarà &quot;giusta&quot; la legge che è conforme alle norme e ai principi giuridici che regolano la vita di una comunità.
&quot;Onesto&quot; se riferito a una legge ci riporta ancora al concetto di conformità alle norme.

Quindi, permittimi di osservare che con l&#39;uso di questi aggettivi non hai detto assolutamente nulla di come dovrebbe essere regolamentata la materia e nulla dei requisiti di base che questa benedetta legge dovrebbe avere.
Tranne quando usi i termini &quot;giusta&quot; e &quot;onesta&quot; però viste le tue premesse... non mi sembra che tu consideri &quot;onesta&quot; e &quot;giusta&quot; la sentenza che per te fa precedente, nonostante quella sentenza sia effettivamente giusta e onesta perché pienamente conforme a tutta la normativa vigente.

Io, se devo utilizzare un aggettivo per qualificare una legge allora scelgo: UTILE.
Una legge deve essere utile a favorire la realizzazione dei principi fondamentali dell&#39;uomo, per esempio l&#39;art. 3 della Costituzione.
Enrico Falcinelli 20 febbraio 2009 00:00
Ho notato i diversi punti di vista dai quali i diversi utenti del forum osservano.
Lucio Musto, dalla parte sua osserva, vocabolario alla mano, i crudi significati delle parole e presume la possibilità di attuare una condizione normativa che preveda la stessa sua modalità, ovvero, scevra di ogni retaggio diverso che non sia, vocabolario alla mano, freddamente e scientificamente coerente con i semplici e diretti significati di ciò che si pretende regolamentare con la pretesa condizione normativa.

Il signor Alfonso Scala Lombardo e il signor Sergio, ben informati interlocutori, osservano le cose dal punto di vista della concezione quotidiana del vivere, inconsciamente secolarizzata, com’é quella che appunto tutti abbiamo e in cui siamo immersi fin dalla nascita e che origina quello che per noi è il nostro “habitat” naturale. Questo ambiente è regolato da quelle cose che si chiamano “convenzioni”: come dice bene Sergio, ogni etica ha un sostrato morale comune ma l’integrazione di tale senso morale con una specifica cultura causa diversità di etiche e quindi di concezione dei concetti fondamentali di “bene” e di “male”, che non sono altro che i concetti prodromici che sottendono la formulazione delle strutture della legge.
Così, ad es., è normale che si possa affermare cose come : “…l’ha decretato la magistratura, per cui è (o non è) omicidio (oppure altro item, etc)”.

Alcune considerazioni di partenza che considererei assolute, rispetto anche agli artefatti psicologici dovuti alla secolarizzazione dell’habitat mentale e sociale in cui quotidianamente viviamo:

Sergio dice bene anche quando dice: “nessuno ha il monopolio dell’etica…”, ed è vero! Assolutamente nessuno. Perché ci ostiniamo a prendere le ragioni – chi più chi meno - a seconda della parte che rivestiamo, secondo voi?
Io aggiungo, inoltre, che nemmeno Iddio, dal punto di vista del cristiano meno bigotto, impedisce - né vi è concezione teologica al riguardo - quanto concerne la libertà umana nel senso di quel libero arbitrio che tutti concepiscono in maniera più o meno corretta anche se , i più, in modo incompleto.
Anche per NS, insomma, siamo liberissimi di scegliere qualunque cosa per la nostra vita e al di fuori di questo non potemmo considerarci uomini. Un uomo è tale in quanto liberamente responsabile della propria vita, bene naturalmente sacro sia per l’homo religiosus che per l’homo laicus. Questo della sacralità è un primo aspetto di verità assoluta e nessuno può prescinderne (è il reale che detta il metodo di valutazione delle cose). La Chiesa, al contrario di quel che si crede, lotta sì per la vita ma non può in alcun modo pretendere costrittivamente l’abiura dalla propria fede di vita e il desistere dalle proprie scelte, proprio in nome diquella definizione di “uomo” che sia per il laico che per il religioso e sacrosantamente intoccabile. Per chi non crede, insomma, l’uomo è libero in quanto nato libero; per chi crede l’uomo è libero perché Iddio lo ha voluto libero e responsabile di sé per definizione.

Ora, proponendomi di non dilungarmi e puntando tout court al traguardo del discorso, mi domando anche io quanto Domanda Lucio Musto: come dovrebbe essere secondo noi e come si potrebbe razionalmente motivare una eventuale formulazione di una struttura di legge che regoli la materia in merito a questo tema?

Saluto tutti cordialmente.
mah 20 febbraio 2009 00:00
non è omicidio in quanto libera scelta (se poi contesti la sentenza è un altro discorso, ma se alla base c&#39;è la volontà del paziente/tutore si tratta non di omicidio ma di cessare un accanimento di cure).
alfonso scala lombardo 20 febbraio 2009 00:00
De pravato,ciao, lascia da parte quel &quot;dotto&quot; che, scusami ci sta proprio come cavolo a merenda. Grazie comunque. Inteso il tuo discorso, l&#39;ho ben recepito. un saluto.
Lucio Musto 20 febbraio 2009 00:00
Un solo punto (chiedendo scusa a Sergio che forse aspetta una risposta più articolata che darò appena possibile)

@ Mah
Omicidio lo è comunque per definizione letteraria, perché è stata azione di un altro a fare pratiche per la cessazione della vita, ma poi che significa che alla base c&#39;è una volontà &quot;paziente/tutore&quot;?...
mi piacerebbe che ti spiegassi più dettagliatamente...
Cioè se una mamma non dà il latte o il biberon al figlio e per questo il bimbo muore... va benissimo?...
E se lo stesso fa il tutore di un tetraplegico, o il badante di un vecchio non autosufficiente... va ancora bene?...&quot;

O forse il Tribunale che ha decretato morte ha trovato una carta autografa della ragazza con su scritto: &quot;se dopo uno stato vegetativo durato diciassette anni respiro ancora... sopprimetemi nel modo più atroce possibile facendomi morire di sete?...&quot;

Io, vorrei cercare di capire, anche se non è questo lo spirito del mio topic che, se lo rileggi bene non è fumoso, ma conclude con un quesito preciso che dice:

<b> &quot;Adesso, come vorremmo fosse regolamentata la materia?&quot; </b>

Mi sembra di non trovare nessuno disposto a dire: &quot;secondo me, andrebbe regolamentata così&quot;... ma tutti apertissimi a divagare su altri campi...

i soliti di questo spazio libero, mi sembra di vedere, lo stesso dove inevitabilmente vanno a sfociare tutte le discussioni.

Cordialità
Sergio 20 febbraio 2009 00:00
Caro Falcinelli,

nel tuo (possiamo darci del tu? In caso contrario basta un cenno e passerò al lei) intervento ci sono tanti aspetti condivisibili, altri che meriterebbero approfondimenti (per esempio il concetto di libertà e altro ancora); per brevità, sorvolo sui primi e sui secondi per soffermarmi solo su alcuni punti.

Cominciamo con l’uso dei vocaboli; argomento apparentemente frivolo ma a mio avviso non è così.
Sembrerebbe che anche tu avvalori la tesi che “vocabolario alla mano” Lucio Musto osserva i “crudi significati delle parole”.

Devo dissentire.

Far discendere dalla definizione del termine “omicidio” la conclusione che sospendere determinati trattamenti sia omicidio, perché da tale sospensione si giunge alla morte, è a mio avviso operazione arbitraria dal punto di vista linguistico, culturale e giuridico.

La morte, infatti, sarebbe subentrata se non fosse stata attivata quella procedura medica; bisogna dunque interrogarsi se quella procedura è stata richiesta e autorizzata; in caso contrario si tratterebbe di una indebita e illegittima condotta sul corpo di un individuo.

Se attribuiamo ai vocaboli significati e valenze che sono legittimi solo nella propria personalissima concezione etica ogni confronto e approfondimento risulteranno vani.

Non esiste alcuna relazione tra il significato del termine “omicidio” e la volontà di non autorizzare un qualsiasi trattamento.
Il primo termine, omicidio, implica il gesto, volontario o involontario, ai danni di qualcuno che subisce contro la propria volontà.
Il rifiuto di un trattamento è affermazione della volontà di un individuo che consapevolmente dispone del proprio corpo e della propria vita. Principio da sempre presente nel nostro ordinamento e che ha superato il vaglio di innumerevoli verifiche da parte della Cassazione e della Corte Costituzionale. Principio di recente riconfermato dalla legge n. 6\2004 (maggioranza centrodestra).

Se utilizziamo il termine omicidio per riferirci al caso specifico di una persona incapace, per la quale è stata riconosciuta al tutore la facoltà di disporre la disattivazione di determinati trattamenti, allora ripiombiamo inesorabilmente in uno specifico caso squisitamente giudiziario e non potremo fare un solo passo in avanti sul come vorremmo che fosse regolata la materia.

Comprendo che la qualifica “caso squisitamente giudiziario” possa suonare orribile ma, se omicidio c’è stato, devo con forza rilevare che così hanno voluto i legislatori che all’ultima ora si sono tanto affannati lasciando che per lunghi anni questa e tante altre vicende fossero relegate nelle aule dei tribunali, che tutto fosse sbrogliato dalla magistratura con gli unici strumenti di cui dispongono i giudici.
Costoro hanno reso queste vicende “casi giudiziari”.
Ergo, i legislatori che lanciano accuse di “omicidio per sentenza” appaiono disperatamente bisognosi di liberare la loro coscienza dalla immensa responsabilità che hanno nell’aver determinato ciò che oggi definiscono omicidio; in altre parole sono i mandanti e gli esecutori di ciò che definiscono omicidio, o almeno complici per il loro colpevole ritardo.

Vedi, dunque, che con le parole bisogna andarci cauti.
Teniamo pure il vocabolario in mano ma non appelliamoci ad esso per far discendere da una definizione, come fosse un dato assodato e incontrovertibile, ciò che invece è solo il frutto di una personale, discutibile e arbitraria conclusione edificata su relazioni inesistenti.

Fatta questa premessa, diciamo metodologica e propedeutica, qualche parola sulla domanda di Lucio Musto alla quale anche tu ti associ: come vorremmo che fosse regolata la materia.

Nel mio primo intervento ho scritto:
“…una legge nuova serve solo se
> rispetta i principi costituzionali del pluralismo culturale e dell’autodeterminazione individuale;
> consente di accertare la volontà dell’interessato (testamento biologico), evitando un calvario giudiziario che si somma a quello umano,
> evita rischi per i medici che si trovano a rispettare la volontà del paziente.
In caso contrario, per quanto mi riguarda, meglio che il legislatore non faccia nulla continuando nel silenzio tombale e nell’indifferenza in cui si è prodotto in tutti questi anni.”

Evidentemente queste parole sono sfuggite o per ragioni che non mi sono chiare non le ritenete, tu e Lucio Musto, in tema con la vostra domanda.
Credo, invece, che con queste poche righe io abbia tracciato come vorrei che fosse regolamentata la materia, indicando i “caratteri” che questa nuova legge dovrebbe avere.
In altre parole, una legge che decidesse erga omnes che su determinati trattamenti non è possibile esprimere volontà di rifiuto sarebbe a mio avviso inaccettabile, sarebbe incostituzionale e contraria alla normativa europea approvata e ratificata anche dalla Repubblica Italiana.
Aggiungo, le volontà espresse da un individuo sono valide fino a modifica da darsi nella stessa forma utilizzata per rilasciarle. Principio già presente nel nostro codice civile.
pensoso 20 febbraio 2009 00:00
Ma perché tutta quyesta paura della morte proprio da parte di chi dice di credere in un&#39;altra vita bellissima fuori da questa valle di lacrime? Mistero della fede!?
Lucio Musto 20 febbraio 2009 00:00
@ pensoso

Ti riferisci a me?... no, nessunissima paura della morte mia, per me.

Solo rispetto per la vita altrui, e ribrezzo che la vita, ogni vita serva da strumentalizzazioni bianche, nere, rosse, paonazze, gialle e turchine.
Lucio Musto 20 febbraio 2009 00:00
@ Sergio

Chiedo scusa della mancata risposta dovuta ad altre urgenze ed ormai sopravanzata da altri interventi, ma mi sembra che si stia spostando l&#39;argomento.

Nessuna obiezione al fatto che ci sia un vuoto legislativo (ed infatti il mio topic chiede appunto un parere sul &quot;come regolamentare la materia”, l&#39;hai notato?) e nessun interesse da parte mia a dire che sia colpa della destra, del centro, della sinistra, di questo o quel premier.

Io ho affermato con chiarezza soltanto che quel tribunale &quot;può&quot; aver decretato un omicidio autorizzando la sospensione dell&#39;alimentazione ad una persona.

&quot;Se&quot; si togliesse l&#39;acqua ed il cibo ad un ergastolano, a un invalido non autosufficiente, ad un neonato... e quello morisse, che diresti?... colpa sua che è morto?... come nella barzelletta dell&#39;affogato dove la signora si giustificava: &quot;io gli ho solo tenuto la testa sotto, colpa sua se ha respirato aria!&quot;…?

Ho poi aggiunto che la morte per sete e fame è atroce. Sbaglio?... è una dolce morte?... d&#39;accordo, io non me la auguro certo!... tu si?... questione di gusti.

Chiedo scusa per aver dato per scontato il mio parere (non intendevo certo chiuder la bocca a nessuno dicendo &quot;e basta&quot;, ma solo sottolineare l&#39;ovvietà della conclusione. Comunque te ne chiedo scusa).

Vogliamo dire che non abbiamo strombazzato l&#39;evento?... secondo me, si.
Ma se tu dici che è passato nel più assoluto silenzio plauderò anche al tuo parere!
Vogliamo invece dire che sì lo strombazzamento c&#39;è stato &quot;ma&quot; è stato colpa di tizio o di caio?... mai negato. Ho solo detto che c&#39;è stato un gran cancan, e non ho aggiunto altro.

Di cosa vuoi dunque rimproverarmi, su quello che ho detto?

Ecco, io ritorno al punto di partenza.

Affermo che a mio avviso occorre una legislazione seria per risolvere il problema ed evitare in futuro altri drammatici sconci come quello che considero essere stato perpetrato nel caso della signorina Englaro, espongo liberamente per chi ha voglia di leggermi il mio parere, e chiedo in contraccambio il parere in merito alle molte persone intelligenti che frequentano questo forum.

Cosa c’è che non va?

Grazie.
Enrico Falcinelli 21 febbraio 2009 00:00
Salute a tutti.

Per il signor Pensoso, vorrei replicare brevemente che non è per paura della morte che si discute su argomenti che credo siano di fondamento perché si parla comunque della “vita”, anche se della terminazione di questa e del relativo modo.
Penso che a lei stesso non farebbe piacere morire “come un cane”, per quello che metaforicamente s’intende e siccome per il terzo articolo della Costituzione, che Sergio menziona, i cittadini hanno pari dignità avanti alla Legge, se di questo si vuol parlare, credo che anche il modo di morire possa interessare chi si occupa di guardare ai diritti umani.

Per Sergio, invece, sono onorato del tuo “tu” in quanto credo d’esser passeggeri sulla stessa barca anche se, magari, su sgabelli diversi. Ma saranno poi diversi davvero? Son convinto di no.

Comunque, nulla a questo mondo è scritto senza un etica, tanto meno senza una morale e i concetti espressi in un dizionario ricalcano quelli dell’epoca in cui esso è scritto. Per questa ragione oggi si riportano anche termini una volta inammissibili per il comune parlare, perché questi termini sono entrati a far parte della lingua e, quindi, dei concetti comuni. Il significato “madre ignota” dei figli nati ma senza madre, diventò “mignotta”, per dire “donna di strada” ma è anche vero che può significare, oggi, “furbacchione, paravento, etc.
La semiotica e la linguistica hanno dato un forte contributo nella formazione delle parole che esprimono questi concetti molti dei quali possono benissimo essere destrutturati fino a scinderne i significati semplici che strutturano la parola. Tante di queste parole assumono un significato preciso, come la parola “omicidio” (uomo ceduo) perché si riferisce a qualcosa che fin dalla nascita di essa fu così intesa, come si capisce dalle parole fra parentesi. Ma quello che importa, considerando che le concezioni cambiano secondo l’etica che le sottende, è che il momento in cui discutiamo stiamo chiaramente intendendo quel concetto e mi sembra che l’intento di Lucio, da questo punto di vista, non desti molte perplessità.
Ed è per chiarezza di tali significati che un medico che si rifiuta di praticare l’eutanasia non trasgredisce il suo primario impegno preso mediante il giuramento di Ippocrate all’inizio della sua carriera, oltre a esercitare il diritto intangibilità morale perché la richiesta di morte da parte di terzi la subisce come intrusione nell’ambito della propria libertà, di per sé diritto morale.

Intanto, però, continua ad esistere il problema del nostro libero arbitrio.
Diciamo che se si desidera fissare su una carta l’immagine della nostra “dignità” di esseri liberi, vuol dire che tale diritto deve essere riconosciuto a priori, perche sottende la legge senza bisogno di ratificazioni.
Ecco perché non credo che nemmeno la Costituzione abbia quella forza di difendere un diritto per la quale essa stessa è stata solo a posteriori scritta, cioè, dopo l’esistenza “a priori” di questo diritto ancestrale ed inalienabile; inalienabile, inteso chiaramente come “strettamente connesso” alla nostra identità individuale per la quale ognuno è responsabile della propria vita ed esclusivo fruitore delle proprie decisioni.

Per questa ragione, se non si fosse capito, ho una discussione sempre aperta con l’argomento della secolarizzazione della nostra esistenza, perché quelle regole a cui ci appelliamo limitano la nostra libertà soprattutto perché fanno capo a termini, significati e concezioni che “dipendono” da miscele precostituite, modi, contingenze che spesso non sentiamo nostre, per cui, tale “secolarizzazione” ci ingabbia, e quella struttura alla quale ci appelliamo per poter tutelarci finisce inevitabilmente per sopprimere quell’anelito movente della richiesta di quella garanzia che vorremmo fissare come “la legge”.
Premetto che, per la secolarizzazione delle nostre concezioni del comune vivere – e quindi anche il mio vivere – mi sembrano più che ragionevoli le proposizioni di Sergio riguardo la struttura che auspecherebbe per la sua legge.

Ora:

Primo: immaginiamo però di spogliarci in un attimo di tutto quanto è la nostra esistenza e di trovarci nudi, soli nella nostra individualità, liberi di scegliere qualsiasi cosa vogliamo per noi nel momento in cui lo chiediamo (la questione del momento è importante, perché la proiezione del desiderio è virtuale: il bisogno, nella realtà, è l’esigenza di un preciso momento oltre il quale non possiamo andare. Infatti viviamo l’attimo e come consideriamo “termine” la morte fisica, ugualmente dobbiamo ragionevolmente considerare la vita l’attimo in cui la viviamo e quell’attimo è ora; non un minuto prima, perché quello non esiste più, né un minuto dopo, perché deve ancora venire, anche se si crede “per pura fede” che esso sia prossimo ad arrivare e sempre per pura fede si crede che una cosa affermata oggi possa senz’altro esser vera anche domani.): cosa chiederemmo per noi? Sapremmo veramente usufruire di tale libertà oppure verrebbe a mancarci qualcosa? Sarà veramente quella che intendiamo, quella libertà che ci coglierebbe nell’attimo della nostra nudità?

Secondo: esiste la libertà come noi la intendiamo comunemente oppure sarà più opportuno destrutturare questo concetto per cercar di capire cosa significhi veramente quella cosa che chiamiamo libertà?

Terzo: non sarà, inoltre, che preoccupati troppo di garantismo legale, al punto in cui versiamo sangue nell’intento di ottenere una “bolla” su cui venga tacitata la nostra ultima paranoia ci stiamo dimenticando di noi stessi, dei significati reali della nostra vita, dei nostri desideri più veri, di cosa esige seriamente il nostro essere perché si dica “veramente libero”, di quel che significa “il valore della pena di vivere”, dell’arrivare a capire che non è una legge dalla capacità tutelare virtuale che rende il sangue versato e che si può essere liberi al di là della norma scritta, qualsiasi sia il proprio stato e la propria condizione così che venga veramente soddisfatto quel che la Costituzione recita come “la pari dignità sociale avanti allo Stato e alla Legge”?

Mi scuso per la diluizione del testo e lascio la palla.
Saluto caldamente tutti.

Enrico Falcinelli
Sergio 21 febbraio 2009 00:00
Caro Falcinelli,
alle tue intelligenti domande rispondo che possono esistere tanti miliardi di risposte quante sono le persone presenti sulla palla terrestre.

Per quanto mi riguarda non sono neanche convinto che la &quot;morte&quot; sia l&#39;opposto della &quot;vita&quot;; eppure sembra che questa contrapposizione Vita vs Morte sia incontestata.

Per farti un altro piccolo esempio, io sono contrario alle tecniche di trapianto di organi. Ciò per me significa che ho dato disposizioni che nel caso fosse necessario un trapianto non bisogna assolutamente procedere.
Perchè?
Perché trovo inconcepibile nutrire la mia speranza di vita con l&#39;accadimento sfortunato di altri.
So bene che non c&#39;è relazione tra la mia speranza di poter disporre di un &quot;cuore&quot; con l&#39;evento che quel cuore rende disponibile.
Nonostante ciò non riesco a pensare che il mio star meglio possa essere in stretta relazione allo stare decisamente peggio di un altro.
Però, poichè sono convinto che una volta morto non saprei cosa farmene dei miei organi, acconsento a metterli a disposizione di coloro che possano averne bisogno.

Assurdo?
Può darsi, e allora?

Sono pazzo?
Può darsi, e allora?
Per me è semplice rispetto dei valori altrui senza la pretesa di imporre i miei.

In ogni caso, un conto è valutare i significati assunti da un vocabolo per estenione. Altra cosa stabilire relazioni tra eventi disgiunti e perfino opposti: in questo caso assimilare al concetto di omicidio quello dell&#39;affermazione della propria volontà di non subire un trattamento.

Ripeto, se vogliamo una discussione e un confronto, allora bisogna partire da premesse condivisibili e non da premesse arbitrarie che si pretemde di proporre come dati certi e incontestabili.

In ogni caso, ho espresso le mie perplessità sulle premesse di partenza, ma ho dato la mia risposta sul &quot;come vorrete che fosse regolata la materia&quot;.

Vedo che sebbene tu e Lucio insistiate sulla necessità di confrontarsi su ciò, non prendete in considerazione quanto da me espresso.

Mi sorge un dubbio: si vuole discutere di quanto avvenuto o di come procedere per il futuro?
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