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Vergogna 20 luglio 2009 00:00

Francesco,

guardati questo vecchio video del 1991 in cui il giovane Cuffaro dava del mafioso a Giovanni Falcone perchè secondo lui stava deligittimando politici onesti ....

http://www.youtube.com/watch?v=7ThWKbwrtRk

... chi è saltato per aria?

Falcone o Cuffaro?

chi era il mafioso tra i due?
Luigi 20 luglio 2009 00:00

a proposito di quell'intervista a Mancino pubblicata da Repubblica ...


ascolta cosa ne pensa De Magistris:

http://www.youtube.com/watch?v=mIcINSwC7Qw
Nicola Tranfaglia 20 luglio 2009 00:00


Dobbiamo a un giornalista, Ferruccio Pinotti (che, negli anni scorsi, ha già pubblicato inchieste importanti come Poteri forti - 2005 -,Opus Dei segreta - 2006 - Fratelli d’Italia - 2007 - e Olocausto bianco - 2008 -)...
...di aver scritto, insieme con il giornalista tedesco Udo Gumpel, per Rizzoli, un libro intitolato L’unto del signore (pp.300,11 euro) che rappresenta uno dei lavori più informati e interessanti sulla carriera di Silvio Berlusconi, attuale presidente del Consiglio in Italia, e sui suoi rapporti, stretti e intensi, con il Vaticano, con il Papa e con le alte gerarchie della Chiesa cattolica.
L’ho letto con particolare attenzione.
Ora desidero parlarne nel mio blog e mi riprometto, se mi sarà possibile, parlarne nella stampa italiana,
probabilmente in quella on-line che è sicuramente più libera di quella che appare nelle edicole, e di parlarne adeguatamente perché gli italiani sappiano (almeno quelli che riusciremo a raggiungere) del pactum sceleris -direbbero i latini - che lega da molti anni il leader del Popolo della Libertà con l’istituzione ecclesiastica, non con i cattolici italiani, tanti dei quali sono oggi, e magari da tempo, all’opposizione del suo governo e, in ogni caso, non immaginano nemmeno natura e obbiettivi di quel patto di potere.
Silvio Berlusconi, già durante gli anni universitari, frequenta la residenza universitaria Torrescalla, un collegio dell’Opus Dei, e qui incontra quello che diventerà il suo più stretto collaboratore, il dottor, oggi senatore, Marcello Dell’Utri.
Il quale ha raccontato: ”A presentarmi Silvio Berlusconi fu il direttore della residenza universitaria di Palermo. Segesta, Bruno Padula, oggi vicario della Pelatura dell’Opus Dei in Sicilia.” E, anche se Berlusconi è vicino alla laurea mentre Marcello è una matricola, tra i due si sviluppa un’immediata simpatia e quindi un sodalizio destinato a durare tutta la vita (p.15-16).
La carriera imprenditoriale di Silvio, che Pinotti ripercorre analiticamente prima di parlare del patto con il Vaticano , è assai veloce.
Grazie a un prestito concesso dalla Banca Rasini, di cui il padre Luigi è direttore, Berlusconi fonda con Pietro Canali, la Cantieri Riuniti Milanesi e costruisce quattro palazzine per gli immigrati in via Alciati alla periferia di Milano.
Quindi nel 1963 fonda la Edilnord Sas, di cui è socio di opera. I capitali li fornisce la Finanzierunggesellschaft fur Residenten Ag di Lugano.
La società costruisce un complesso di quattromila appartamenti a Brugherio, vicino Milano. E offre a Marcello Dell’Utri un lavoro come segretario del presidente dal 1964 al 1965. Tre anni dopo, nel 1968, per costruire Milano 2, Berlusconi fonda un’altra società La Edilnord Centri Residenziali. I capitali vengono da un’altra società svizzera Aktiengesellshaft fur Immobilienlagen in Residezzentren AG, una società rappresentata come la svizzera precedente, da Renzo Rezzonico.
Proprio, in quel periodo, Berlusconi inizia a frequentare il mondo cattolico che conta. Del resto la Banca Rasini è un terminale forte della finanza vaticana.
Dai documenti presenti nelle inchieste giudiziarie che lo hanno riguardato, ma anche in quelle giornalistiche che ne hanno seguito il percorso, emerge con chiarezza che la Rasini non era solo la banca nella quale lavorava il padre di Silvio ma anche l’istituto che finanziò i suoi inizi imprenditoriali negli anni sessanta e con l’aiuto del quale nacque, nella seconda metà degli anni settanta, la complessa costruzione societaria delle holding che detenevano il controllo della Fininvest.
“Vale a dire - raccontano Pinotti e Gumpel - 23 Srl, fondate nel 1978, intestate per il 90 per cento a Nicla Crocitto,
un’anziana casalinga abitante a Milano 2 e per il 10 per cento al marito Armando Minna, già sindaco della Banca Rasini. Alla fine dell’anno escono di scena i due coniugi e subentrano due fiduciarie, Saf e Parmasid. In poco tempo il capitale sociale della Fininvest è quasi interamente controllato da questo opaco sistema di scatole cinesi, dietro cui il nome di Silvio scompare. Tra il 1978 e il 1983 nelle holding fluisce un fiume di denaro di provenienza non sempre verificabile attraverso la documentazione bancaria.”
Da verbali che provengono dagli atti del processo di primo grado contro Marcello Dell’Utri emerge: “Da tabulati rinvenuti presso gli archivi della Banca Rasini si è rilevato che le denominazioni sociali delle holding “dalla prima alla ventiduesima” venivano censite come “servizi di parruccheria ed istituti di bellezza”. Inoltre si veniva a conoscenza che le holding non erano solamente ventidue ma “trentotto” come peraltro riscontrato nelle schede di censimento.” A queste si aggiungono altre cinque società, denominate Hodfin, nonché una società denominata Holding Elite.
“Quasi tutte le holding - commentano gli autori - cessavano i propri rapporti di conto corrente con la Rasini pochi mesi dopo il blitz antimafia del 14 febbraio 1983.” (p.21)
La Banca Rasini alla metà degli anni cinquanta era composta, per quanto riguarda la composizione societaria, quasi esclusivamente da milanesi (tra cui Carlo e Gian Angelo Rasini) eccetto il siciliano Giuseppe Azzaretto.
Successivamente, negli anni sessanta e settanta, cresce il ruolo dei soci siciliani, rappresentati anche dal figlio di Azzaretto, Dario.
Giuseppe Azzaretto, nato nel 1909 a Misilmeri, piccola frazione nell’hinterland di Palermo, può contare nella sua carriera imprenditoriale di forti appoggi della Santa Sede.
Appartiene - ricorda Pinotti - ai potenti Cavalieri dell’Ordine di Malta e ai Cavalieri del Santo Sepolcro che hanno visto tra i propri adepti personaggi come Licio Gelli e Umberto Ortolani. In effetti, appena acquistarono il controllo della Banca Rasini il presidente dell’Istituto divenne Carlo Nasali Rocca di Corneliano, Cavaliere di Malta e fratello del cardinale Mario Nasali Rocca.
La baronessa Maria Giuseppina Cordopatri, a lungo cliente privilegiata della Banca Rasini, in una lettera a Max Parisi del giornale “La Padania” scrive già nel 1998 che la Banca “formalmente era intestata alla famiglia Azzaretto ma nella realtà la Banca era controllata da Giulio Andreotti. Il commendator Giuseppe Azzaretto era all’epoca uomo di fiducia di Andreotti. Il punto saliente (…) che non è stato evidenziato è che quando la mafia siciliana si impossessa della Banca Rasini, la banca è già di Andreotti. Lasciai la Banca Rasini quando la lasciarono gli Azzaretto, cui subentrò, mi fu detto, una società svizzera.” (p.23)
Pinotti e Gumpel fanno seguire a questa importante testimonianza un lungo racconto sui particolari di quei rapporti e ricordano che, tra il 1983 e il 1984, la Banca entra nel controllo azionario dei Rovelli, una famiglia di imprenditori legata all’uomo politico siciliano e implicato nello scandalo Imi-Sir e concludono: ”La Banca Rasini, dunque, sembra essere un vero e proprio feudo andreottiano e della finanza vaticana.”(p.28)
Infine, tra il 1991 e il 1992, la Banca viene acquisita da un altro istituto noto: la Banca Popolare di Lodi che sarà protagonista, sotto la guida di Gianpiero Fiorani, di uno scandalo più recente di enormi proporzioni.
A questo punto i due autori riportano parte di una testimonianza di Ezio Cartotto, l’ex dirigente democristiano che ha vissuto gli anni dell’esordio politico a fianco di Berlusconi. Nei vari incontri con Pinotti e Gumpel, Cartotto ha detto cose assai interessanti: ”Ho sentito parlare dell’idea di Berlusconi di scendere in campo nel 1992, dopo le stragi, ma l’elaborazione era in effetti iniziata già prima.
Personalmente ritenevo che la situazione italiana fosse destinata a cambiare radicalmente, tanto che nel 1991, prima delle stragi, ne avevo parlato con Arnaldo Forlani: già allora nell’aria c’era un’idea di rinnovamento.” (p.113)
Continua Cartotto: ”Con Dell’Utri ci siamo incontrati nel 1992, dopo la morte di Salvo Lima. Era un fatto grosso: chiunque abbia visto i funerali e la faccia di Andreotti in quell’occasione, aveva potuto rendersene conto.
Era come se gli fosse caduto un masso addosso, era impetrito, una statua, distrutto. La classe politica era in fibrillazione. De Mita stava per dare mano libera ai suoi perché votassero Andreotti alla presidenza della repubblica, ma Falcone fu ucciso e allora Craxi stesso propose l’elezione di Scalfaro, dicendo: “ E’ stato mio ministro per cinque anni, è una persona per bene di cui ci si può fidare.” Ma poi Scalfaro non chiama Craxi a formare il governo perché nel frattempo Bettino a Milano ha ricevuto un avviso di garanzia. Una sequenza di fatti che ha cambiato l’Italia.” (p.114)
Il progetto del partito di Berlusconi, insomma, nato tra il 1991 e il 1992, si concretizza nel 1993, in vista delle elezioni politiche del 1994. Secondo i magistrati di Palermo, Dell’Utri in quella fase - ricordano gli autori, è “il referente privilegiato di Cosa Nostra ancora prima della nascita della nuova formazione politica.”(p.115).
Secondo la lunga testimonianza di Cartotto, che non è stata mai smentita finora, Berlusconi tramite Gianni Letta, ex uomo e a lungo di Andreotti e il cardinale Bertone,
segretario di Stato, è vicino all’attuale pontefice Joseph Ratzinger. Conta inoltre di rafforzare i rapporti con il Vaticano l’amicizia che il leader del Popolo della Libertà ha da molti anni con Comunione e Liberazione e la Compagnia delle Opere attraverso Roberto Formigoni che potrebbe essere alla fine il suo erede politico.
Il libro di Pinotti e Gumpel, nella seconda parte, riporta a ragione una serie di testimonianze di uomini della Chiesa cattolica, da don Vinicio Albanesi a don Albino Bazzotto, al vaticanista Giancarlo Zizola che sono, non da oggi, critici sull’intesa tra il Vaticano e Berlusconi e ne mettono in luce con chiarezza i veri obbiettivi di potere e di scambio di denaro che li caratterizzano dall’inizio ma che non hanno la forza di mettere in crisi l’accordo di vertice che dura ormai da più di quindici anni.
Un principio fondamentale della nostra costituzione, come la laicità dello Stato e delle istituzioni pubbliche, è stato scambiato dalla classe politica di governo (e da parte della opposizione) per ottenere l’appoggio politico e culturale del papato e delle alte gerarchie cattoliche. Oggi non esiste più e lo si vede con una legislazione sulle coppie di fatto, sulla fecondazione assistita, sul testamento biologico che non è degna di un paese moderno e civile.
Se, nel nostro paese, esistesse una grande stampa libera e ci fossero canali televisivi indipendenti, l’intesa sarebbe stata da tempo denunciata e analizzata a fondo e, probabilmente, sarebbe entrata in crisi.
Ma, con l’attuale situazione dei mass media, gran parte degli italiani non sa ancora nulla dei corposi retroscena dell’accordo e delle sue effettive motivazioni e non è in grado di respingere la propaganda ossessiva che le due parti, il Vaticano, da una parte, e il governo Berlusconi,
dall’altra, fanno per nascondere la verità e andare avanti come nel passato.
Per riassumere i risultati della ricerca sul percorso di Berlusconi e la sua politica che dura ormai da quasi vent’anni nel nostro paese è necessario sottolineare due punti, di solito assenti o secondari nella letteratura storica esistente.
In primo luogo l’aiuto della finanza vaticana e di uomini politici legati al Vaticano come Giulio Andreotti che sono stati dall’inizio importanti per l’ascesa economica e poi politica dell’attuale presidente del Consiglio e leader del centro-destra.
I suoi rapporti con le associazioni mafiose, come quelli del Vaticano, rimontano agli anni sessanta e settanta. Marcello Dell’Utri è stato, con ogni probabilità, il tramite principale di questi rapporti.
sirio 20 luglio 2009 00:00
E perche...siete sorpresi??????????????
Antimafia2000 20 luglio 2009 00:00
Pagine di vecchi verbali che si rileggono. Accompagnano una sentenza diventata definitiva, quella del maxi processo alla mafia trapanese.

Il processo scaturito dall'operazione "Omega" dei carabinieri deella metà degli anni '90.

In quei faldoni c'è la storia della mafia trapanese raccontata da alcuni collaboratori di giustizia, l'ultimo, quelle decisivo, Antonio Patti, uno che l'uomo d'onore lo faceva per davvero, nel senso che mostrava un senso dell'onorata società tanto radicato dentro se stesso che quella sua morale, di morte e violenza, finiva col prendere contorni che stordivano chi lo ascoltava, come se quella fosse stata una morale giusta, perchè si muoveva dentro parametri che erano rispettati in maniera tanto sentita quasi da farli considerare come cardini di uno Stato, di una entità ben precisa.

La mafia di Antonio Patti era quella che uccideva perchè era giusto che fosse così, e la vittima era quella che sbagliava e andava punita.

E' quella mafia che gli altri da fuori vedevano, e che a ogni morto ammazzato, con la fedina penale sporca, reagivano dicendo, "bono ficiro, un delinquente in meno di mezzo, s'ammazzano tra iddi", "bene hanno fatto, un altro delinquente di meno, si ammazzano tra loro". Era, e forse è ancora, una società che non si rende conto che quegli omicidi erano anche altro, non erano faide, o maniera di far pulizia tra le bande criminali, ma il modo per dire che c'era chi comandava, che non c'era bisogno di giudici e forze dell'ordine, che non era necessario attendere tre gradi di giudizio per decidere una colpevolezza, e che le condanne a morte non erano state del tutto bandite dal nostro Paese, e quando una condanna a morte è decisa, può passare tempo ma viene eseguita.


Antonio Patti, marsalese, pentendosi, ha raccontato questo mondo parallelo che finisce con il fare apparire parallelo il nostro mondo, quello dei valori della democrazia repubblicana e della libertà.

Antonio Patti raccontò della mafia che incontrava la politica e che con la politica non usava mezzi termini. Patti un giorno durante una delle deposizioni al maxi processo Omega parlò di Andreotti. Dei baci? No, niente affatto, ma della sua "cornutaggine".

Proprio così.


Di soprannomi il senatore a vita Giulio Andreotti nel corso della sua lunga carriera ne ha ricevuti parecchi, ma quello che di lui ha detto Antonio Patti è certo il meno onorevole di tutti.

«Andreotti? È un gran cornuto».

L’affermazione riferita da Patti non è sua ma di un altro boss, uno potente, il capo dei capi di Cosa Nostra, Totò Riina. Pronunciata durante un summit di mafia tenutosi nel ’92 a Mazara del Vallo, dopo l'omicidio dell'europarlamentare Salvo Lima, il boss dei boss che secondo Balduccio Di Maggio avrebbe incontrato Riina a casa degli esattori Salvo a Palermo, con tanto di bacio.

Circostanza considerata infondata dai giudici che hanno procesato Andreotti. «Fu Matteo Messina Denaro (il capo mafia del Belice latitante dal 1993, numero uno di Copsa Nostra siciliana adesso) a sollecitare Totò Riina ­- ha riferito Patti - su cosa pensava di Andreotti. E lui rispose dicendo che Andreotti era un cornuto». Ironie a parte, la riunione mazarese avvenne, come si diceva, pochi giorni dopo l’uccisione a Palermo del leader andreottiano Salvo Lima: con le sue parole Riina avrebbe potuto anche sancire che dentro Cosa Nostra era mutato il comune sentire nei riguardi del senatore a vita. E che era ora di lanciare la sfida allo Stato. Le stragi erano allora questione di settimane. Il filo del tritolo mafioso di Capaci, via D'Amelio, partiva proprio dalla provincia di Trapani e nel 93 si allungò fino a colpire Roma, MIlano e Firenze. Dietro quel "cornuto" lanciato ad Andreotti dunque la decisione probabile presa da Cosa Nostra di cambiare anche referenti benefeciari dei loro favori (e non di poco ... vedi papello in mano a Ciancimino figlio).

slurp slurp! 20 luglio 2009 00:00
lecca,mangascia',lecca.....
De Pravato 20 luglio 2009 00:00
'mbè?... che c'è di strano?...
Ci siamo già scordati che l'unità stessa dell'Italia nacque da una trattativa a tre fra Piemontesi camorra e mafia?...
Ma li leggete, i libri di storia?
Stiamo indietro 21 luglio 2009 00:00
Eh va beh. Ma non è perchè anche l'Unità d'Italia si fece con trattative ambigue (1860-61) ancora adesso le dobbiamo ritenere un modo "normale" di condurre uno Stato.
La storia, maestra di vita, dovrebbe insegnare a non ripetere gli errori del passato. A me a scuola hanno insegnato così.
E se ancora siamo rimasti a quella data, che ci facciamo nel G8, Paesi che dovrebbero essere all'avanguardia in tutti i campi, industriale e democratico in primis?
Francesco Mangascià 21 luglio 2009 00:00
Che c'è di strano???!! te lo dico io che c'è di strano! Di strano c'è che se così è diritto di poter fare, allora non dovevano processare né condannare manco Contrada!Ciò...Se:
LA LEGGE E' UGUALE PER TUTTI!
De Pravato 21 luglio 2009 00:00

e allora perchè ne avete fatto un altro?
@ francesco 21 luglio 2009 00:00

ma in questo momento la legge non è uguale per tutti

Francesco Mangascià 21 luglio 2009 00:00
Se le legge non è uguale per tutti, ps.. prima lo era?,,quando, nella precedente legislatura massacrarono la Forleo? La smettessero di fare i moralisti. La afia, sta col potere:se regna la sinistra, si avvicina e fa affari, bussiness, con la sinistra, se regna la destra idem con patate. Ma, l'unico
che veramente fece il mazzo ai mafiosi, fu chi mndò il Prefetto Mori a combatterli, ed era quel fascista di Mussolini.
bho'? 21 luglio 2009 00:00
ma ancora perdete tempo a parlare coin questo mentecatto?
non vedete che e'incapace di imbastire un minimo di discorso sensato? bho.....
Francesco Mangascià 22 luglio 2009 00:00
Tu, e non io, visto che ancora parli de fellatio a pie' di scritto, sei legato a ideologie, sul resto quanto poi affermi ciò sarà credibile, quando anche Di Pietro si farà processare senza godere di ulteriori rinvii annuali,come per il caso intentatogli da Wanda Montanelli....
per francesco 22 luglio 2009 00:00
ma guarda che sei tu, francesco, l'unico rimasto che ragiona ancora in chiave ideologica: destra sinistra.

a me non interessa come si chiamerà il prossimo governo della TERZA repubblica.

Io sto con la Forleo e De Magistris.

e non mi interessa se a lasciare la sedia sono d'alema, prodi, rutelli insieme a berlusconi e dell'utri.

L'importante è che tutti i corrotti se ne vadano fuori dai coglioni quanto prima.

abbiamo un paese nella merda.

giovani senza futuro.

e un coglione che regala farfalline e scudi fiscali a chi ha paradisi fiscali all'estero.

basta.

ci hanno totto i coglioni tutti. destra e sinistra.

facce nuove. incensurati. gente che si è distinta per meriti reali e non per pompini
La Repubblica 22 luglio 2009 00:00

"Riina aveva un ulteriore canale per cercare di ottenere benefici - questa la confidenza - era una trattativa triangolare, fra Italia e Usa, nel senso che Cosa nostra aveva dei tramiti oltreoceano per una trattativa da condurre in porto con ambienti italiani".

http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/cronaca/mafia-8/inchiesta-riapeerta/inchiesta-riapeerta.html
Il corriere 22 luglio 2009 00:00
Ma secondo le interpretazioni che circolano nel palazzo di giustizia di Palermo, le frasi del capomafia avrebbero (anche) altri destinatari: gli «uomini d’onore», per ribadire che non ci sono vuoti di potere ma a comandare la mafia è ancora lui; e i nuovi, presunti, referenti politici di Cosa Nostra, subentrati ai vecchi dopo le stragi del 1992 e 1993. Le dichiarazioni di Riina sono arrivate all’indomani della diffusione del frammento di lettera che secondo Ciancimino jr proveniva da Provenzano ed era diretta al premier tramite Marcello Dell’Utri (sul quale pesa una condanna di primo grado per concorso in associazione mafiosa; il processo d’appello è arrivate alle battute finali).

La muta del serpente 22 luglio 2009 00:00
La muta del serpente
Ciancimino e la strage di Via D'Amelio
(4:16)
borsellino_ciancimino.jpg

C'è un serpente che si snoda per l'Italia. Un serpente di molte teste. Sta cambiando pelle. Quella che ha avuto fino ad ora non gli sta più bene. Dalla morte di Borsellino nessun magistrato è stato ucciso in Sicilia. Si possono trarre diverse conclusioni: o lo Stato ha sconfitto la mafia, o la mafia ha sconfitto lo Stato, o si sono messi d'accordo. La terza ipotesi è la più probabile.
Il papello, le condizioni proposte allo Stato dalla mafia, molte accettate nei fatti, è diventato forse insufficiente. Il figlio di Ciancimino parla come un canarino. Totò Riina, dopo tre lustri di isolamento manda messaggi a quelli che, per lui, sono i mandanti politici della morte di Borsellino. Lui sa i nomi e può dirli. Ha chiamato in causa Mancino, allora ministro degli Interni, lo smemorato di Collegno che non ricorda di aver incontrato Borsellino a Roma prima dell'attentato. Perché Riina lo ha fatto? Il processo Dell'Utri si concluderà nei prossimi mesi a Palermo. Il fondatore di Forza Italia è stato condannato a nove anni in primo grado per collegamenti con la mafia, l'appello potrebbe confermare la sentenza. Un nuovo soggetto politico sta nascendo: il Partito del Sud. Un partito autonomista siciliano è un vecchio pallino della mafia. Riappare ogni volta che i suoi protettori e i burattini politici al suo servizio non la garantiscono più. Il Pdl ha subito un tracollo di voti alle europee in Sicilia, una regione che gli regalò 61 seggi su 61 in una elezione politica. Da fare invidia a Ceaucescu. Nulla avviene per caso in quell'isola.
Ho ascoltato le conversazioni tra la D'Addario e Berlusconi. La mia impressione è che siano state preparate, studiate a tavolino. Riascoltatele, la D'Addario sembra recitare una parte. Non mi sembra verosimile che una escort rischi tutto, si metta contro il Sistema, per una concessione edilizia negata, per una promessa non mantenuta dello psiconano. Poteva vendere le registrazioni a qualunque cifra all'interessato, e non lo ha fatto. E' una supposizione, ma la D'Addario mi ricorda il cadavere di Salvo Lima usato contro Andreotti. Altri tempi. Per lo psiconano potrebbe essere sufficiente una prostituta. Un salvagente per Testa d'Asfalto è in arrivo. Si chiama Topo Gigio Veltroni che si è proposto come osservatore esterno all'Antimafia. Proporrà una supercàzzola al posto del papello e la mafia sarà sconfitta per sempre.
come volevasi dimostrare 22 luglio 2009 00:00
da: bho'?
data: 21 Luglio 2009
ma ancora perdete tempo a parlare coin questo mentecatto?
non vedete che e'incapace di imbastire un minimo di discorso sensato? bho.....
+++++
Come volevasi dimostrare......
per francesco 22 luglio 2009 00:00
parlare di pompini è ideologico?

guarda che a me non me ne frega niente se mi processi di pietro.

che c'entro io con quel che fa lui?

io ho solo detto che è tempo di facce pulite e incensurate.

per me si può fare che si metta per iscritto una regola dove si stabilisce che nessuno può fare il politico per più di 1 max 2 mandati elettorali. poi a casa.
Francesco Mangascià 22 luglio 2009 00:00
Di faccia pulita, nel panorama politico italiano, ce ne è un sola: quella di Gianfranco Fini. Ben venga!
per france' 22 luglio 2009 00:00

ma se prima delle elezioni vomitava su berlusconi e poi ... quando il nano gli ha promesso un posto a tavola ... di nuovo a slurp slurp ...

ma dai france' ... sii serio ... la coerenza conta in politica ...
Sugar magnolia 23 luglio 2009 00:00
Ricordate che quando arrestarono Riina, non prequisirono il suo appartamento, lasciando agli uomini d'onore (??) tutto il tempo per portare fuori tutte, ma proprio tutte le carte del boss.

Se non e' un accordo questo ??

Voi ce lo fate arrestare, pero' lasciate tutto fermo per 2 giorni che noi raccattiamo e mettiamo al sicuro le carte compromettenti.

Chiaro ???
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