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Lucio Musto 08 settembre 2009 20:58
Chiedo scusa, ma mi pare che in questo testo ci sia un poco di confusione.
Il tunisino (abbiamo ascoltato tutti la notizia) si è lasciato morire volontariamente di fame, avendo cibo ed acqua a disposizione, capacità di nutrirsi e nessun tabù religioso o scaramantico che impedisse la sua alimentazione.
Il suo caso è quindi assimilabile a quello dei digiuni per protesta dell'Onorevole Pannella che molti deplorano ed additano come perniciosi per la sua salute e (fortunatamente) nessuno si permette di impedire con la sopraffazione.
Assolutamente diverso il caso Eluana Englaro, per la quale è tutta da dimostrare (e probabilmente indimostrabile) la sua personale determinazione a lasciarsi morire di fame.
Per quello che ci risulta, lei era solo una povera inferma bisognosa di assistenza. Assistenza che ad un certi punto "PER DECISIONE DI TERZI" le è stata negata.
Il caso del tunisino sarebbe stato assimilabile a quello di Eluana se e solo se l'uomo fosse stato trattenuto in cella e privato dell'acqua e del cibo.
Cosa che non è.
Cordialmente
Lucio Musto 8 settembre 2009
francescomangascia 08 settembre 2009 22:01
A me non risulta, che il codice penale accetti un suicidio annunciato, come quello del tunisino, mentre ha in custodia un detenuto.
Lucio Musto 09 settembre 2009 00:02
io non lo so a memoria il codice penale, e non saprei controbattere, ma mi chiedo:
"Quale sarebbe l'alternativa, se il prigioniero si rifiuta di mangiare?... Ingozzarlo con l'imbuto, come si dice facciano i francesi con le oche messe all'ingrasso per il fois gras?...
E se così si facesse... cosa ne direbbero i media?..."
francescomangascia 09 settembre 2009 14:24
Il nostro codice penale, consideRa un crimine il suicidio assistito: che succederà adesso? Non è più un crimine il suicidio assistito, poiché un tunisino non fa news né interessa la magistratura?
Lucio Musto 09 settembre 2009 16:44
Questo non interessa la magistratura semplicemente perché non è un suicidio "assistito", come non lo è nessuno sciopero della fame o della sete (Pannella docet)
"Assistito", nella fattispecie sta ad indicare "aiutato", non "visto" da persone presenti.
Così, se io cerco di convincere qualcuno a non buttarsi dal ponte faccio opera meritoria, ma non commetto nessun reato se non lo strappo giù dal parapetto pur "assistendo" al volo nel vuoto.
E con questo credo di aver detto tutto il mio pensiero.
Cordialità.
L'accalappiacani 09 settembre 2009 16:51
Ha ragione Lucio Musto, come al solito, mentre Mangascià spara cazzate: un uomo è libero, anche se detenuto, di lasciarsi morire di fame, se così vuole, e lo Stato non glielo può impedire.
Lucio Musto, che è uomo di grande esperienza e cultura e io lo stimo e lo rispetto, ricorderà certo i combattenti dell'IRA che negli anni 70 si lasciavano morire di fame nelle prigioni inglesi per veder riconosciuto il loro status di prigionieri politici, mentre gli inglesi, come autori di attentati dinamitardi e altre aggressioni, li qualificavano criminali comuni. Per tale motivo essi non volevano indossare l'uniforme carceraria e gli inglesi li fecero stare nudi nelle loro celle, poi gli vietarono di andare al cesso e i poveracci dovevano cagarsi in mano e spalmare la merda sulle pareti della cella per non camminarci su... stanchi dell'orrendo fetore decisero infine di smettere di mangiare!!!
Il mitico Bobby Sands fu il primo ad andarsene e molti suoi compagni lo seguirono nei mesi successivi ma gli inglesi, che pure non sono campioni di diritti civili, non provarono nemmeno a ingozzarli per forza: morire di fame era un loro diritto, una libera scelta, e l'hanno rispettato!
Mi ricordo però che quei valorosi patrioti ci mettevano dai 60 ai 69 giorni a morire (Bobby Sands 65) mentre questo tunisino solo 30... sarà che quelli erano giovani e forti e temprati da un duro addestramento militare, boh...
francescomangascia 09 settembre 2009 18:43
Chi ha un detenuto in custodia, e non ne impedisce gli intenti suicidi, commette di fatto un reato, amenoché per i tunisini non sia stata fatta una legge a parte, come potevAno fare, son affari loro: prendono lo stipendio, e dunque dovevano provvedere.
Lucio Musto 09 settembre 2009 23:07
@ L’accalappiacani
Ricordo i fatti dell’IRA, ma non ho presenti gli interessanti dettagli che lei fornisce, e su cui si possono fare dei distinguo.
Non può essere considerato sopruso inglese il fornire come abiti le divise carcerarie, ma certo è diritto dei detenuti il non indossarle e rimanere così nudi.
E’ invece chiara violazione dei Diritti dell’Uomo l’impedire ai detenuti di andare a soddisfare i loro bisogni (non basta come giustificazione il fatto che non avessero la divisa).
Il fatto di lordare con i propri escrementi le pareti della cella invece è certamente una provocazione, ma bilanciata dalla violenza subita nel divieto di usare le latrine.
Infine la decisione di rinunciare al cibo è solo una libera scelta, e la motivazione dell’ “orrendo fetore” è irrilevante. E’ abbastanza consequenziale che la merda così spalmata dovesse puzzare!
Ovviamente non è il caso di pontificare giudizi morali sul comportamento di Bobby Sands e dei suoi compagni. Chi sceglie forme estreme di lotta sa bene di essere fuori (non al di sopra) delle regole, e quindi non può pretendere che le regole vengano rispettate dall’altro fronte.
In effetti, l’efficacia delle contestazioni eclatanti sta proprio negli effetti che possono produrre sull’opinione pubblica, ed è per questo che vengono tanto enfatizzate.
Siamo in questi giorni testimoni degli eremitaggi di lavoratori sulle gru e sui tetti.
“Noi vogliamo questo o quello, sennò ci buttiamo giù!”.
Sono queste forme di lotta che non hanno nulla di contrattuale e nulla di sindacale, ma semplici ricatti morali.
E l’ottimo Totò, in un suo film già aveva ridicolizzato il fatto inventandosi (inventato?) un personaggio che sbarcava il lunario “affittando” ai dimostranti i cornicioni di Palazzo S. Giacomo, sede del municipio di Napoli.
Cordialità
Lucio Musto 9 settembre 2009
francescomangascia 15 settembre 2009 11:46
Repubblica
http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/cronaca/carceri-affollamento/tunisino-pavia/tunisino-pavia.html
"Sono dimagrito troppo, sto muorendo"dal nostro inviato DAVIDE CARLUCCI
PAVIA - "Sto morendo". Non è un grido d'aiuto, né un'invocazione di pietà. È l'ultimo saluto di un uomo che sta deliberatamente lasciando il mondo dei vivi, senza che nessuno riesca a impedirlo. È il messaggio che Mbarka Sami Ben Garci, il detenuto tunisino morto per uno sciopero della fame e della sete al carcere di Pavia manda alla donna che avrebbe dovuto sposare se fosse uscito dal carcere. È il 27 agosto, Sami, che ha cominciato a rifiutare cibo e acqua dal 16 luglio, è ormai un cencio. Non riesce nemmeno a impugnare la penna, lo fanno per lui i compagni di cella. "Ciao amore, speriamo che tu stai bene, tanti auguri per il Ramadan", esordisce. E poi, dopo averle chiesto di inoltrare i suoi auguri "a tutto il mondo musulmano", la informa: "Io sto muorendo. Sono dimagrito troppo, credimi, non riesco neanche ad alzarmi dal letto". Infine: "Bisogna accettare il destino, mi dispiace, io lo sciopero non lo tolgo, di questa vita non me ne frega niente, sto muorendo".
La lettera di Sami sarà presto agli atti della procura di Pavia, che indaga per omicidio colposo. I pm hanno acquisito le cartelle cliniche sulla degenza in carcere dell'immigrato che, dopo aver subito una condanna per droga, stava per scontarne un'altra per una violenza sessuale nei confronti di una sua ex amante marocchina, reato per il quale si dichiarava del tutto innocente. Giovedì i compagni di cella di Sami hanno scritto al suo avvocato, Aldo Egidi, dicendo di aver "assistito alla lunga agonia del suo povero cliente, una morte lenta e umiliante". Sami, dicono, "era diventato come un prigioniero in un campo di concentramento, vomitava acidi e sveniva davanti agli occhi di tutti. Veniva aiutato da noi detenuti per fare la doccia... Non è stato fatto assolutamente niente, tranne che lasciarlo morire nella sua cella". Di qui l'invito: "Sarebbe una bella e giusta cosa se l'indagine che verrà fatta si arricchisse anche delle testimonianze dei detenuti della prima sezione".
Sulla vicenda è stata aperta anche un'indagine interna, disposta dal provveditore regionale alle carceri lombarde, Luigi Pagano. L'inchiesta penale approfondirà il comportamento dei dirigenti del carcere. Egidi li aveva messi al corrente della volontà suicida del suo assistito. Ma la risposta che arriva l'8 agosto dalla direttrice del carcere, Iolanda Vitale, sembra rassicurante: "Le condizioni di salute del suo assistito sono costantemente monitorate dal personale medico qui in servizio". Tre giorni dopo l'avvocato insiste: "La avverto che è viva intenzione del mio assistito porre fine alla sua esistenza... La prego di voler predisporre quanto in suo potere... ". Ma il ricovero all'ospedale - dopo la decisione del magistrato di sorveglianza di negare la libertà al detenuto, respingendo un'istanza del legale - arriverà soltanto il 2 settembre. E il 5, alle quattro di mattino, Sami morirà. "Non si poteva costringere quest'uomo della libertà di scelta", dirà poi il medico del carcere, Pasquale Alecci. Che ora corregge il tiro: "La frase è stata estrapolata dal suo contesto".
sugar magnolia 17 settembre 2009 16:33
Questo signore tunisino si e' lasciato morire.
Magari era innocente, magari non lo era.
Fatto sta che avrebbe potuto arrivare al processo e tentare di dimostrare la sua innocenza.
Se io fossi innocente non mi lascierei mai morire.
Aveva a disposizione acqua e cibo.
Certo, a volte il regime carcerario porta alla disperazione le persone che si trovano a compiere gesti incolsulti.
Alla fine la scelta e' stata sua, personale e voluta.
Non so come funzionino le cose in questi casi, non s' se debba disporsi il ricovero coatto (credo di si') ma non credo si possano incolpare le autorita'.
Non lo credo proprio
Lucio Musto 18 settembre 2009 01:00
Sciopero della fame
Forse quel signore tunisino che si è lasciato morire di fame era innocente, forse non lo era, dice prudentemente Sugar Magnolia, e siamo d’accordo, infatti non lo sappiamo.
In Italia però non abbiamo alcuna colpa bilanciabile con la morte.
Ma non è questo il punto focale.
Il discorso qui verte sul diritto al suicidio assolutamente volontario di una persona capace di intendere e di volere e perfettamente in grado di evitare la morte.
E se le domande che mi vengono in mente sono molte, sostanzialmente si riassumono in:
1) - E’ lecito ad una persona (come su indicata) suicidarsi?
2) - Cosa significa quel suicidio per lei?
3) - Cosa cerca di comunicare al resto del mondo?
4) - Come (secondo noi) dovrebbe reagire la collettività per proteggere i suoi membri?
Poiché siamo su “Dì la Tua” provo a dire la mia, subito riconoscendo che la si può pensare in altri innumerevoli modi diversi altrettanto rispettabili.
Il punto uno è a mio avviso il più facile e non equivoco.
Dal punto di vista morale si, è lecito, poiché ognuno ha il suo libero arbitrio e risponde solo in prima persona delle sue azioni.
Dal punto di vista legale invece la liceità dipende dalle norme che quella collettività si è data.
Fino all’altro ieri era previsto in molte società il diritto al suicidio onorevole, come ancora c’è qua e là l’omicidio legalizzato.
Anche se ancora non lo capiamo, nelle società umane quello che dice la legge… è legge! E quella vale per tutti.
Il secondo punto è invece il più difficile, secondo me. Certamente non possiamo valutare bene cosa passi per la testa di uno che ha deciso di rinunciare al bene supremo della vita.
Possiamo ipotizzare uno stadio di estrema avversione verso sé stesso o verso la vita, o la ricerca di una liberazione da una situazione globalmente intollerabile. Ma quanto lucido, sereno e consapevole sia stato il processo spirituale che porta a tale decisione e quanto indotta da suggestioni esterne non ci è dato di pesare.
Ricordo che si sta parlando di un suicidio non indotto in alcun modo con costrizione.
Come notarella a latere voglio anche ricordare che sette mesi fa, in altre circostanze, si pretese di poter stabilire, ma “dall’esterno”, un’altra “volontà” di suicidio per inedia.
Il terzo punto è quello che dovrebbe bruciarci di più. Infatti l’atteggiamento dell’opinione pubblica è davvero determinante se l’aspirante suicida si prefigge di “dimostrare qualcosa”.
I Kamikaze (giapponesi o talebani è uguale) non sperano certo di vincere la guerra con le loro azioni, ma di scuotere l’opinione pubblica, le coscienze delle masse, le rotative dei giornali ed i microfoni degli speaker.
Ed anche l’Onorevole Pannella fa i suoi bravi scioperi della fame perché se ne parli, mica per delusioni d’amore!
Ricatti morali quindi, nulla di più, nulla di meno. Se l’ “opinione pubblica” imparasse a snobbare queste violenze, e le considerasse solo forme di lotta come altre, ma poco efficaci perché fatte con armi spuntate… avremmo meno danni e meno suicidi.
Con tutta la partecipazione al dolore per i nostri caduti di oggi a Kabul, con distacco va notato che sei soldati caduti silenziosamente facendo il loro mestiere di guerrieri sono una cosa per le TV e la gente; un bello scoppio in pieno centro coi Kamikaze ed il fuoristrada TOYOTA tutta un'altra!!
Il quarto punto è quindi solo consequenziale al mio punto di vista. La collettività dovrebbe educarsi, e voglio dire pure violentarsi a non enfatizzare le cose che accadono, a non amplificare i messaggi di violenza morale… qualsiasi pretestuoso o sedicente obiettivo si pretenda raggiungere.
Così se per il signore tunisino di cui ci occupiamo fosse uscito un trafiletto sul giornale locale tipo “Detenuto tunisino si lascia morire di fame per protesta contro il tribunale”…
il signore tunisino sarebbe morto lo stesso… ma sarebbe stato l’ultimo sciopero della fame cui ci sarebbe toccato aver notizia.
E se il TG dicesse, come ultima notizia: “Per gli eventuali interessati: anche oggi l’On. Pannella è in sciopero della fame”…. avremmo il nostro ottimo politico rubicondo ed in perfetta forma!
Questo, il mio pensiero.
Cordialità
Lucio Musto
francescomangascia 18 settembre 2009 15:49
Signor Lucio Musto,non è giusto eguagliare i kamikaze giapponesi, il «vento divino», ai talebani, sia a livello morale che tecnico; tecnico, poiché i primi, i giapponesi, operarono solo ed esclusivamente su obbiettivi militari,ed erano oltretutto dei combattenti legali: moralmente invece, nemmeno, poiché gran parte di quei giapponesi che si lanciavano sulle navi americane, erano di famiglia nobile, mentre i talebani o anche i kamikaze palestinesi, questi sì che sono uguali, sono in genere di estrazione famigliare assai dimessa, le faccio un esempio, Arafat, che la terra gli sia pesante, disse chea aveva un milione di martiri, pronti marciare su Gerusalemme, e in molti si fecero esplodere poi, solo che tra questi, non ci fu nessuno della sua famiglia che morì.
Lucio Musto 18 settembre 2009 18:14
@ francescomangascia
ribadendo innanzitutto che rispetto pienamente il suo punto di vista, ben diverso mi pare dal suo, mi permetto alcune osservazioni.
- Quando le “regole” saltano non ci si può appigliare ad alcune di esse; se saltano, saltano tutte, ne conviene?... così per quelle della cavalleria, così per quella della deontologia militare, sanitaria, sociale o del vivere civile che si voglia. Così se ad esempio lei mi sputasse fisicamente in faccia io potrei si redarguirla con calma e signorilità, ma nessuno avrebbe da obiettare se le mollassi un ceffone in contraccambio. D’accordo?
Or dunque, il comportamento dei Kamikaze giapponesi era del tutto fuori delle preesistenti regole
dei comportamenti militari particolarmente aereonautici, tal quale lo erano i bombardamenti delle città inermi, le armi chimiche, la bomba atomica.
Le regole erano saltate ed ognuno buttava in campo quel che aveva, dagli stupri ed i saccheggi delle truppe “alleate” d’oltr’alpe, alle “decimazioni” tedesche.
Nessuna di queste azioni fu “legale” come intende lei.
- Obiettivi militari, lei dice?... popolazioni civili?... e che ci fanno i nostri Tigre in assetto da battaglia per le strade di Kabul?... è forse un fronte militare, quella città?... Parlando di nemici e di diritti bisogna saper essere obiettivi. Se per me e lei le truppe ONU in territorio arabo sono soldati “in missione di pace” per i talebani quelli sono invasori stranieri da “ributtare a mare” con ogni mezzo possibile, “legale” per i gentiluomini italiani o meno. Punto e basta.
- Nobile schiatta o famiglia popolare e dimessa?... lei fa di questi alati distingui?... Perché, c’è qualche privilegio di sangue a difendere la propria terra, la proprie famiglie?...
Ai principi è lecito essere combattenti e martiri ed ai pezzenti no?...
Se lei dice così può anche andar bene, ma mi scuserà se io la penso diversamente.
In fondo anche il re Davide, faceva il pastore, e Cincinnato zappava la terra.
Cordialità
Lucio Musto 18 settembre 2009
francescomangascia 19 settembre 2009 08:18
Lucio, io non ho detto per chi sia lecito o meno, suicidarsi , ho solo provato che, i kamikaze odierni, sono in genere gente, povera, sfruttata da chi li manda a suicidarsi. Questo intendevo.
Lucio Musto 19 settembre 2009 09:58
Le chiedo scusa signor francescomangascia, per non aver esattamente interpretato lo spirito delle sue parole.
Naturalmente si, è vero quello che dice, e cioè che i kamikaze giapponesi erano per lo più rampolli di nobili famiglie nipponiche, mentre i kamikaze moderni sono per lo più (ma non esclusivamente) poveracci, ma ritengo che i perché di questa differenza vadano ricercati molto più terra terra.
Nella organizzazione "feudale" dell'Impero Nipponico degli anni '40 gli aviatori erano quasi tutti di nobili origini, tal quale nel nostro periodo "feudale" i cavalieri con cavallo e corazza di ferro erano tutti titolati e ricchi, e ciò a causa l'alto costo dell'equipaggiamento e dell'addestramento; conseguenziale che toccasse proprio a loro (depositari anche dell'orgoglio militare del Paese come del castello) di fare l'estremo sacrificio.
Oggi gli eserciti (legali o clandestini che sia) hanno provenienza diversa ed ecco spiegata la natura diversa degli "eroi".
Per conferma basta guardare le nostre ultime perdite a Kabul. Nessuna delle vittime proveniva dal nord Italia, e solo una dal Lazio; gli altri sono tutti ragazzi del Sud, o delle Isole... ma semplicemente perché gran parte del nostro esercito è fatto di giovani volontari provenienti dal Sud!
Che poi gli uni e gli altri siano stati plagiati con idee di grandezza e gloria legate al loro sacrificio, oppure fortemente condizionati dalla prospettiva di un soldo quale non riuscirebbero a spuntare in patria mi appare scontato; strategie diverse per identico obiettivo.
L'autolesionismo non è nel DNA di nessun mammifero superiore, che io sappia, dopo che è stata chiarita la storia dei lemming di Hamelin.
Cordialità
Lucio Musto 19 settembre 2009
sugar magnolia 19 settembre 2009 19:42
Attenzione ragazzi, secondo, tra Kamikaze (nobili o borghesi che siano) e attentatori suicidi attuali stiamo deviando dal tema originario che mi pare sia contro l'autorita' preposta, la quale avrebbe incolpevolmente ignorato che un ''detenuto in attesa di giudizio'' si stava lasciando morire.
Pero' io non ci vedi chiaro; mi sono documentato e, come pensavo, in questi casi il detenuto dovrebbe essere preso e portato all'ospedale, quindi flebo e niente morte.
Sorvoliamo sui motivi che hanno spinto il nostro a tale gesto.
Io non credo sia andata conme ce l'hanno raccontata.
Allora, per ricattare le autorita', 100 persone minacciano di lasciarsi morire se non gli verra' riconosciuto questo o quello (cosa successa nei primi anni '80 ai detenuti politici dell'IRA nelle carceri inglesi).
Scandalo e successivo dietrofront del Governo.
Non mi pare possibile, non credo che si lasci un uomo NON ANCORA CONDANNATO a morire in una cella ''nell'indifferenza generale'' (come scrive Fr. Mang.)
Sarebbe interessante sapre come si sono svolti i fatti realmente, in tutti i loro aspetti.
Lucio Musto 20 settembre 2009 10:56
.
@ Sugar Magnolia
vero che ci siamo discostati alquanto dal tema originario, cosa che capita spesso discutendo, ma nemmeno poi tanto. Il discorso è più ampio del caso specifico del signore tunisino, ed investe giustizia e legalità del nostro paese.
Non naturalmente considerazioni morali; i principi morali sono personali, ognuno risponde per sé.
Ma sul piano legale ci vorrebbe almeno una coerenza di giudizio e di azione!
Sette mesi fa togliemmo il sondino alla povera Eluana per rispettare quella che fu stabilito essere la sua volontà, anche se espressa in modo non comprensibile a tutti.
Nessuno disse di lasciarla morire perché non meritevole di vivere
Nessuno si permise di valutare se le sue motivazioni fossero sufficienti o meno per chiamare Sorella Morte.
Si parlò solo di rispetto della sua libertà nella volontà di morire.
Ed ora che vorremmo fare?... mettere per forza al signore tunisino il sondino che sfilammo a Eluana?... magari legando l’uomo al letto con delle cinghie per evitare che se lo strappi da solo e renderlo così immobile come lo era lei?
Proprio al tunisino che la volontà la ha espressa in modo comprensibile a tutti?... e che l’ha dimostrata concretamente lasciandosi morire pur avendo la possibilità di evitarlo?...
Come potremmo giustificarci?... dicendo che tutte le libertà sono uguali ma che alcune sono più uguali delle altre?... o dicendo che no, le motivazioni del tunisino non sono sufficienti per chiamare Sorella Morte?...
E che il rispetto della volontà individuale non conta perché non ha mai contato?
Io non giudico, sono cauto di natura. Ma ripeto qui stiamo parlando di legge e legalità, non di scrupoli personali.
E dalla legge ci si aspetta comprensibilità e chiarezza. Fosse pure:
“Della vita imposta e della morte concessa decide il Magistrato a suo esclusivo parere”.
Così, almeno, potremmo non sentirci personalmente coinvolti delle storture che vediamo.
Cordialità
Lucio Musto
L'accalappiacani 20 settembre 2009 14:31
Già, caro Lucio Musto, secondo Mangascià & C al tunisino dovevano mettere la camicia di forza e/o legarlo come un baccalà e poi ingozzarlo come un'oca di Strasburgo!
Un uomo ha il diritto di rifiutare la vita se gli sembra troppo ingiusta o cmq se non ne sopporta il peso, fin dai tempi di Catone l'Uticense che rifiutò di vivere per amore della libertà.
The World Medical Association nella Dichiarazione di Tokio (Guidelines for Physicians Concerning Torture and other Cruel, Inhuman or Degrading Treatment or Punishment in Relation to Detention and Imprisonment) stabilisce chiaramente al punto 6 questo fondamentale principio di rispetto della dignità umana, in relazione allo sciopero della fame attuato da prigionieri:
6) Where a prisoner refuses nourishment and is considered by the physician as capable of forming an unimpaired and rational judgment concerning the consequences of such a voluntary refusal of nourishment, he or she shall not be fed artificially. The decision as to the capacity of the prisoner to form such a judgment should be confirmed by at least one other independent physician. The consequences of the refusal of nourishment shall be explained by the physician to the prisoner.
Mangascià, sugar e simili sono solo ragazzini che non sanno niente della vita vera e aprono bocca solo per dare aria alla lingua.
Lucio Musto 20 settembre 2009 15:39
Scusi "L'accalappiacani" il mio apparire polemico, ma il punto mi sembra importante e delicato.
Dicevo e ribadisco che non credo convenga pronunciarsi sui risvolti morali del fatto ma occorre legarsi agli aspetti legali.
In tal senso, pur condividendo totalmente il testo del punto 6 della Dichiarazione di Tokyo, questo non mi è sufficiente. Siamo in Italia ed io auspico chiarezza nella legge italiana, e benissimo se ricalca le raccomandazioni di quella illuminata associazione. Ma che sia legge italiana.
Perché non vorrei che qualcun altro, citando un qualche autorevole documento di qualche altro paese sostenesse (dico per assurdo!) che ai prigionieri indisciplinati vada tagliata la lingua!
Cordialità
francescomangascia 20 settembre 2009 18:32
Caro, accalappiacani, citazioni inutili, scopiazzate, è trasparente che, con la nostra legge, chi era responsabile di quel tunisino,non ha ottemperato al suo dovere, eddunque, chiunque esso sia, essendo colposamente responsabile, della morte di un essere umano, merita di essere processato condannato e, fosse x me, dovrebbe essere interdetto anche ai pubblici uffici.
L'accalappiacani 20 settembre 2009 21:08
Carissimo Lucio Musto,
per la legge italiana il tentato suicidio non è reato, come non lo è in molti altri paesi civili.
E' invece reato l'istigazione e l'aiuto al suicido, art. 580 c.p.
Poi ci sono i reati, nell'esercizio dei propri doveri, di negligenza, imperizia, omissione d'atti d'ufficio, ecc, delle cui conseguenze si deve rispondere penalmente e civilmente.
Nel caso del tunisino il problema è medico, psicologico e morale. Se si può dimostrare che i responsabili carcerari ( che poi l'autore di questo stupido topic avrebbe il dovere di indicare con precisione, magari con nome e cognome, e non genericamente) hanno incoraggiato e/o aiutato il tunisino a suicidarsi (come senza alcuna prova dichiara il titolo del topic e ci sarebbero già gli estremi per il reato di calunnia e diffamazione), se hanno negato o omesso di dargli assistenza medica, psicologica, spirituale magari con qualche fottuto rabbino o ayathollah o quel che è della sua religione... allora sono colpevoli.
Ma se si sono rimessi al giudizio dei medici e al parere della magistratura (per predisporre un TSO per chi non è in grado di intendere e di volere ci vuole l'autorizzazione e il controllo del giudice tutelare) allora non gli si può addebitare nulla e non può venire qualche lazzariello da 2 soldi a dire "Ah, ma bastava che lo legassero come un salame, gli mettessero un tubo nel gargarozzo e lo rimpinzassero come un'oca da foie gras..." E poi? Li avrebbe ringraziati? O si sarebbe impiccato, tagliato le vene, ecc? Oppure potevano tenerlo legato per il resto dei suoi giorni col tubo in gola e la padella sotto il culo? Ma per piacere.....
Lucio Musto 20 settembre 2009 21:54
Naturalmente l'analisi di dettaglio del caso specifico non è nostro compito, perché c'è già una inchiesta in corso (probabilmente più di una) e perché nessuno di noi (immagino) è in possesso di documentazione completa ed esauriente di quanto accaduto.
Ma l'analisi di dettaglio del caso specifico, non ci interessa nemmeno!
Noi come cittadini, utenti e consumatori (di giustizia e legalità del nostro paese, in questo caso) dobbiamo chiarirci le idee sul fenomeno, sul "caso" presentato, nei suoi aspetti generali e per quanto detto "nel testo".
Orbene qui viene presentato un cittadino tunisino che decide di fare uno sciopero della fame ad oltranza, fino alla perdita della vita, (cito testualmente) "per protestare contro una condanna inflittagli per violenza carnale".
Si aggiunge che il signore tunisino non stava male ed era sotto la tutela del ministero degli interni.
Questo lascia intendere che ogni legge carceraria vigente in Italia fosse rispettata.
La materia del nostro contendere si sposta quindi alla semplice domanda:
"E' lecito, nell'ordinamento italiano, ad un cittadino italiano, o sotto la custodia dello Stato italiano, lasciarsi volontariamente morire di fame?"
Ed è su questo punto che si vorrebbe chiarezza. Se poi nel caso particolare ci siano state violenze collaterali, o circostanze attenuanti o quant'altro ci venga in mente... beh, è compito della magistratura valutare e decidere, ma riguardano il caso particolare, non il principio, che interessa invece tutta la nazione.
Spero, questa volta, di essere stato sufficientemente comprensibile.
Grazie e cordialità
sugar magnolia 22 settembre 2009 12:52
ACCALAPPIACANI
leggi bene cio' che ho scritto.
Ho detto che vorrei fosse fatta chiarezza (pura utopia) e vorrei sapere come si sono svolti i fatti.
Inoltre non ho detto che
''dovevano ficcargli un tubo in bocca etc. etc.''
questo melo hai messo in bacca tu.
Vorrei sapere se in questo caso (e altri simili) la legge consente che un detenuto IN ATTESA DI GIUDIZIO venga lasciato morire senza che venga predisposto un TSO.
la domanda poiu che ha scritto anche Lucio.
Pero' pare che nessuno di noi conosca ESATTAMENTE la risposta.
Io non so bene cosa pensare.
Se la legge lo consente (di lasciarsi morire), allora questo diventa un formidabile strumento di ricatto verso le autorita', ancor piu' incomprensibile se il detenuto E' IN ATTESA DI GIUDIZIO (ma qui entra in gioco la complessita' dell'animo umano che un ragazzino come me non puo' capire nella sua pienezza).
Se poi la legge consente un TSO (con le dovute garanzie legali), allora si viola la liberta' del singolo.
Non so' cosa pensare !!
sugar magnolia 23 settembre 2009 14:35
A PROPOSITO DI SCIOPERO DELLA FAME.
Su Panorama di questa settimana c'e un articolo su uno dei fratelli Savi, quelli della Uno Bianca.
Il nostro eroe sta scontando non so quanti ergastoli per le ben note vicende, egli e' in carcere a Voghera, la moglie lavora a Firenze con 1 figlio, ebbene lui e' in sciopero da 1 mese (cosi' dice l'articolo) perche' vuole essere ammesso al lavoro esterno, per poter girare lo stipendio alla moglie che da sola, dice,
''Non ce la fa proprio''
Ebbene, dicono che il Savi, si trova nell'ospedale piu' vicino, NUTRITO A FORZA CON LE FLEBO.
ECCO PERCHE' (come ho scritto sotto) LA VICENDA DEL TUNISINO NON MI TORNA PROPRIO.
francescomangascia 24 settembre 2009 08:48
Sugar,vedrà che Savi, avrà, tra un po', quel che chiede..
sugar magnolia 24 settembre 2009 12:13
Non so' se la spuntera'.
Questi hanno ammazzato, credo, piu' di 15 persone, ci sono i comitati dei familiari delle vittime, la stampa si e' mobilitata, credo che concedergli quanto chiede sarebbe una decisione impopolare.
Forse pero' lo faranno lo stesso.
VEDREMO
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