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Sophia 09 novembre 2009 16:38
Pubblico qui di seguito un pezzo di Peter Gomez sulla latitanza dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano e la nascita di Forza Italia.
Il tema, anche se non sembra appassionare troppo la stampa italiana, è particolarmente attuale visto che le nuove indagini sulle stragi del '93, dopo il pentimento del boss Gaspare Spatuzza, sono entrare in una fase decisiva.
Mi piacerebbe sapere che cosa ne pensate e magari, dando un'occhiata alle loro foto segnaletiche dell'epoca (1994) che trovate su internet, se a qualcuno di voi, 15 anni fa, è capitato d'incontrarli.
Magari a Milano o a Porto Rotondo.
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Il Fatto Quotidiano, 6 novembre 2009
Chi ci ha lavorato sopra dice che quei cellulari parlano. Raccontano storie di sangue e di tritolo. Di bombe e di patti segreti. Ma anche vicende minime: l’amore di Giuseppe e Filippo Graviano, i due boss di Bracaccio responsabili delle stragi del ‘93, per Rosalia e Francesca; le vacanze in coppia; la strana passione dei due fratelli per i viaggi e per i luoghi di vacanza più o meno esclusivi.
Sì, perchè i Graviano, mentre organizzavano gli attentati alle opere d’arte e, secondo il pentito Gaspare Spatuzza, trattavano un accordo politico con Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi, percorrevano l’Italia avanti e indietro. I tabulati telefonici, incrociati con decine e decine di testimonianze raccolte dalla Dia (direzione investigativa antimafia), ci mostrano i due fratelli e le rispettive fidanzate che, insieme a un amico, vanno in febbraio al Carnevale di Venezia. Poi i due ragazzi terribili si spostano a Abano Terme, ospiti del proprietario di un tv privata siciliana. Quindi arrivano a Riccione, dove da maggio a giugno, i mesi in cui si verifica il fallito attentato a Maurizio Costanzo e la strage fiorentina dei Georgofili, affittano un appartamento ammobiliato. Da lì un nuovo trasloco. A inizio estate i Graviano sono i Versilia in una villa affittata dal proprietario di un’importante scuderia di trotto. Infine, dopo la bomba milanese di Via Palestro, il colpo di testa. O forse di genio. Mentre il leader del Psi, Bettino Craxi, fiaccato dagli avvisi di garanzia di Mani Pulite, dice ai giornali “Qualcuno vuole creare un clima di completa paura. Le bombe si propongono di aprire la strada a qualcosa, non di rovesciare qualcosa. Il potere politico è già stato rovesciato, o quasi”, Giuseppe e Filippo arrivano in Sardegna. Prendono un volo della Meridiana e in agosto sbarcano in Costa Smeralda. Lì vanno ad abitare per quasi due mesi in un appartamento all’interno di una grande villa di Porto Rotondo, a poche centinaia di metri in linea d’aria, dal buen retiro estivo del futuro presidente del Consiglio.
Cosa accada a Porto Rotondo, non è chiaro. Anche lo scorso agosto i due boss, sono stati interrogati dai magistrati di Firenze titolari delle indagini sulle stragi del ‘93, ma si sono rifiutati di rispondere. Nelle carte in mano agli investigatori restano però molti sospetti e qualche certezza. In Costa Smeralda Giuseppe e Filippo, mentre l’Italia segue con il fiato sospeso gli sviluppi dell’indagine sulla maxi-tangente Enimont (quasi 100 miliardi di lire versati dai vertici del gruppo Ferruzzi a tutto il pentapartito), fanno la bella vita. Vestiti come sempre con capi firmati da Versace, riescono a imbucarsi in un grande ricevimento organizzato da una famiglia di celebri industriali del nord, fanno amicizia con i vicini di casa e pensano al futuro.
I problemi di Cosa Nostra sono tanti. La prima presunta trattativa con lo Stato, quella condotta dall’ex sindaco mafioso di palermo Vito Ciancimino, non ha portato a nessun risultato. Totò Riina, il 15 gennaio del ‘93, è stato arrestato. La pressione sulla mafia non si è allentata. E Luchino Bagarella, dopo aver visto finire in manette suo cognato Totò, ha riunito i cristiani (gli altri mafiosi ndr) e ha detto: “Non cambia niente. Finché c’è un corleonese fuori si va avanti come prima”. Solo Bernardo Provenzano, l’alter ego di Riina a cui i Graviano - ma lo si scopre solo oggi - erano particolarmente legati, ha sollevato dei problemi: va bene - ha detto - ma voglio che gli attentati avvengano al nord.
Era stato così che Giuseppe e Filippo si erano messi in viaggio: alla ricerca di obiettivi e, soprattutto, di nuovi contatti politici. Gente con cui stringere un patto. Persone importanti con cui mettersi d’accordo. La mafia, raccontano i collaboratori di giustizia, per mesi aveva flirtato col Partito Socialista. Ma poi era esplosa Tangentopoli e, se davvero il cavallo su cui puntava Cosa Nostra era Craxi, quello era morto, ucciso dagli avvisi di garanzia, quasi prima di partire (Giuseppe Graviano, con il pentito Spatuzza, definirà i socialisti “dei cornutazzi”) .
Il 4 aprile del 1993, anzi, il segretario del Psi incontra ad Arcore Berlusconi. Ezio Cartotto, un ex democristiano assunto come consulente nel giugno del ‘92 da Marcello Dell’Utri per spiegare agli uomini di Publitalia i segreti della politica, dirà ai pm che proprio quel giorno Forza Italia comincia realmente a prendere corpo. Craxi infatti fa di tutto per convincere il Cavaliere a organizzare un partito che possa far argine all’avanzata delle sinistre. “Hai la bomba atomica, hai la televisione, usala!”, incalza l’amico. Berlusconi non sa che pesci pigliare: “Certe volte mi metto a piangere da solo sotto la doccia. Mi diranno che sono mafioso, mi diranno e faranno di tutto”. In ogni caso i preparativi per il nuovo partito - che non si sa ancora da chi sarà guidato - s’intensificano. Ad Arcore le riunioni si succedono alle riunioni. E in prima fila, nell’insistere per la discesa in campo del Cavaliere, ci sono Del’Utri, il big boss di Programma Italia Ennio Doris, e Cesare Previti. Fedele Confalonieri e Gianni Letta invece frenano.
La situazione è complicata. Molti uomini Fininvest sono sotto inchiesta (Il 22 luglio il gruppo verrà perquisito dalla Guardia di Finanza). Bisogna per forza muoversi. Il 4 giugno Berlusconi annuncia anche a Indro Montanelli la sua decisione: il raggruppamento dei moderati si farà e lui ne sarà il capo. Poi, il 12 luglio, fa inviare a la redazione de Il Giornale un fax sull’atteggiamento (molto critico) che i suoi media devono tenere rispetto a Mani Pulite. Un particolare sorprende: nel documento si parla pure delle indagini contro Cosa Nostra. Per Berlusconi è grave che “sulla base di dichiarazioni di pentiti per lo più inattendibili o compiacenti” i giudici “aggiungano al capo di accusa l’ulteriore addebito dell’associazione di stampo mafioso che priva l’inquisito di fondamentali garanzie processuali in materia di libertà personale e di prova”. Ma tant’è. In Fininvest ormai si discute solo di inchieste e di politica. A fine luglio Berlusconi annuncia a Giuliano Urbani l’intenzione di restare ad Arcore per proseguire con gli incontri. In realtà poi il Cavaliere a Porto Rotondo ci andrà, eccome. Quasi ogni week-end, e forse durante il periodo di Ferragosto, Berlusconi è in Sardegna, dove a fine mese, a tavola, ha una lunga discussione con Letta e Confalonieri (“io esposi il mio pensiero in maniera piuttosto vivace” ha raccontato proprio Letta durante il processo Dell’Utri). E i Graviano, cosa fanno? Ufficialmente vacanze, ma in realtà preparano l’omicidio di don Pino Puglisi e un nuovo viaggio. Questa volta la meta è Milano dove resteranno da fine novembre fino al 27 gennaio, quando verrano arrestati. Dieci giorni prima però, secondo Spatuzza, Giuseppe aveva fatto una puntata a Roma e seduto a un tavolino del bar Doney, era apparso raggiante. L’accordo con Berlusconi e dell’Utri (“persone serie”) per lui era cosa fatta. E ripeteva: “Ci siamo messi il paese nelle mani”.
Sophia 09 novembre 2009 16:54
Fini e l'Antimafia?

di Redazione ANTIMAFIADuemila - 6 novembre 2009?
Non è la prima volta che il Presidente della Camera Fini parla di mafia. Lo scorso settembre a Gubbio, di fronte ad una platea di ministri, dirigenti e militanti del Popolo della Libertà aveva ammonito “Non dobbiamo lasciare nemmeno il minimo sospetto sulla volontà del Pdl di accertare la verità sulle stragi di mafia.
Se ci sono elementi nuovi, santo cielo - esclama - certo che si devono riaprire le indagini, anche dopo 14-15 anni”. ?Una posizione apparentemente differente rispetto alle dichiarazioni che diversi esponenti del partito, a partire dal premier Berlusconi, stavano rilasciando contro la magistratura che sta portando avanti le indagini sulle stragi del '92 e del '93. Dichiarazioni che fanno il paio con quelle odierne, rilasciate durante la manifestazione de il Premio Borsellino che si è tenuto a Pescara. Alcuni passaggi del discorso del Presidente della Camera si dimostrano, ancora una volta, decisamente in antitesi con la riforma giudiziaria di prossima attuazione, votata e difesa dalla sua stessa maggioranza, che di fatto minerà alle fondamenta il sistema giustizia e quello della lotta alla mafia. “Anche quando c'è il più piccolo sospetto, e in alcuni casi non solo sospetti ma pagine e pagine di sentenze passate in giudicato, che c'è qualcosa di più della contiguità, della collusione della compiacenza - ha detto Fini - quando nel più piccolo Comune come al più alto livello, chi rappresenta le istituzioni, la politica, non sente il dovere di dire alto e forte io non voglio quei voti se in qualche modo derivano da attività di tipo criminale. Se c'è la forza di dire io quel signore non lo voglio candidato perché magari è portatore di interessi che non hanno niente a che vedere con gli interessi generali della collettività, se non c'è questo scatto, se non c'è questo esempio quotidiano da parte delle istituzioni, delle volontà per onorare i martiri di tagliare nettamente ogni tipo di collusione, contiguità e di sospetto, rimarrà sempre nell'animo dei ragazzi l'impressione che siano parole per tacitare le coscienze”. ?E poi ha aggiunto: “Se si vuole ricordare Borsellino bisogna dire grazie alla magistratura, alle forze di polizia e a coloro che sono in prima linea anche a rischio della vita. Ma non è che si ringraziano con le parole". Servono, per Fini, “più mezzi, più risorse”, per “essere in condizione di fare davvero le indagini. E questa - ha aggiunto l'onorevole del Pdl - è una questione che non è una prerogativa di una parte politica, di un ramo del Parlamento, di un'istituzione, ma deve stare a cuore di tutti gli italiani che amano la libertà”.
"A volte - ha continuato Fini - l'indifferenza uccide più del tritolo o di una calibro 9. La lotta alle mafie si fa attraverso una forte azione di contrasto ma anche mostrando da parte delle istituzioni concreta vicinanza e solidarietà alle vittime delle intimidaizoni mafiose, ai commercianti ai quali viene chiesto di pagare il pizzo, ai cittadini che vengono intimiditi dai boss". Considerazioni rispettabili e proprio per questo ci chiediamo: a chi lancia i suoi messaggi l'on. Fini quando nella sua coalizione vi sono inquisiti per mafia o addirittura condannati in I° grado per concorso esterno in associazione mafiosa come Marcello Dell'Utri?
Sophia 10 novembre 2009 12:50
CASO COSENTINI
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Sistema-Cosentino/2044046
da Espresso
di Marco Lillo
09 ottobre 2008
Quattro pentiti accusano: il sottosegretario era al servizio dei boss casalesi. Ecco tutti gli affari del politico di Casal di Principe. Con una holding di famiglia a cui avevano negato il certificato antimafia
Sophia 10 novembre 2009 13:06
L’Unità di oggi, ricorda quel dicembre 2008 quando Silvio Berlusconi, di fronte alle prime voci sul coinvolgimento di Cosentino con affari poco edificanti legati al Sistema, chiuse ogni confronto con un netto “Garantisco io”.
ROBERTO SAVIANO dice: "Verità che arriva in ritardo tutti sapevano, ora si metta da parte"
"Ho pensato subito "non mentivamo". Tutto quello che abbiamo scritto in questi mesi viene confermato da questa richiesta della magistratura".
Roberto Saviano commenta così, in un'intervista a Radio Capital, la richiesta di arresto per Nicola Cosentino. "La cosa dolorosa è che Nicola Cosentino è stato per anni una colonna portante del centro destra in Campania e soltanto ora ci si accorge che aveva dei legami con il clan dei Casalesi.
Come è possibile questo ritardo?
Perché andava bene quando era solo sottosegretario e adesso che si è candidato alla presidenza della regione crea questo allarme?".
Cosa vuol dire?
"Chi segue da tempo le cose di camorra, sa che Nicola Cosentino ha avuto sempre un ruolo attivo in quel territorio. Un suo fratello, infatti, è sposato con la sorella di Giuseppe Russo cioè Peppe il Padrino, esponente del clan dei Casalesi e della famiglia Schiavone".
E se il Parlamento dovesse respingere questa richiesta della magistratura?
"Cosentino dovrebbe farsi da parte o comunque rinunciare all'immunità parlamentare, come ha promesso. Vediamo se la sua era una parola d'onore o una parola, come direbbe Leonardo Sciascia, da mezzo uomo".
Proprio due giorni fa Cosentino ha detto: "Sto dalla parte di Saviano e di Don Peppe Diana, contro i clan".
"Lo fa solo per la volontà di confondere le acque e soprattutto di evitare un conflitto che potrebbe danneggiarlo. Nicola Cosentino, non ha mai fatto antimafia, mai. Non è mai stato presente in prima linea nelle battaglie contro le organizzazioni criminali. Mi ha sempre colpito che Casal di Principe abbia tre parlamentari: una realtà di 20 mila persone riesce ad esprimere tre parlamentari. Nessuno dei tre ha mai portato avanti una battaglia contro le organizzazioni criminali. Che sia chiaro, se vieni da quella realtà, con un fortissimo clan presente sul territorio, in cui centinaia di persone sono state condannate per associazione mafiosa, è necessario che la politica risponda nell'immediato".
Per fortuna il presidente della Camera, Gianfranco Fini ha precisato che la candidatura di Cosentino "non rientra più fra le cose possibili".
Sophia 11 novembre 2009 17:55
11 novembre 2009
di Claudia Fusani - Unità
Una carriera politica grazie ai voti della camorra. Una fortuna economica grazie, sempre, ai favori che la camorra, per l’esattezza i signori di Caserta e di Casal di Principe, dal clan Bidognetti al clan Schiavone, gli hanno sempre garantito in cambio di una sfilza di favori, a cominciare, per dirne una, dai certificati antimafia per potersi aggiudicare gli appalti. Le 350 pagine con cui il gip di Napoli Raffaele Piccirillo chiede alla Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera l’arresto dell’onorevole e sottosegretario all’economia Nicola Cosentino (Pdl) supera ogni immaginazione, anche quelle suggerite da libri-inchiesta come Gomorra. Perché, c’è poco da fare e senza nulla togliere a nessuno, ma vedere certe accuse nero su bianco, una dopo l’altra, sfogliando fogli di carta col timbro della Procura della Repubblica ècomevedereundocumentario verità che racconta l’ascesa al governo di un camorrista. E siccome le indagini su Cosentino vanno avanti e si sono sostanziate fin dal 2005, ti chiedi anche perché sia stato necessario aspettare oltre quattro anni per poter denunciare pubblicamente qualcosa. Eti chiedi anchecomepossa l’onorevole avvocato Niccolò Ghedini, che tra i primi ha potuto leggere queste pagine, dichiarare: «Gli elementi a carico dell’onorevole Cosentino sono inconsistenti ».
Le accuse. Il gip chiede l’arresto del sottosegretario per concorso esterno con l’associazione mafiosa «clan dei casalesi» che annovera capi del rango di Antonio Bardellino( fino al 1988), Francesco Schiavone detto Sandokan, Francesco Bidognetti e Vincenzo De Falco (dal 1988 al 1991) e poi Michele Zagaria e Antonio Iovine tuttora latitanti. Secondo il gip Cosentino avrebbe contribuito «con continuità e stabilità, sin dagli anni 90, a rafforzare vertici ed attività del gruppo camorrista da cui riceveva puntuale sostegno elettorale in occasione delle elezioni». Grazie ai voti della camorra, Cosentino è diventato «consigliere provinciale di Caserta nel 1990, consigliere regionale della Campania nel 1995, deputato per la lista Forza Italia nel 1996 e poi vice coordinatore e coordinatore» di Forza Italia in Campania. È al quarto mandato parlamentare (1996, 2001, 2206, 2008).Èlungo l’elenco delle condotte con cui Cosentino, secondo le accuse, avrebbe rafforzato i vertici del gruppo camorrista: «Ha garantito i rapporti tra imprenditoria mafiosa e amministrazioni pubbliche»; «ha esercitato indebite pressioni nei confronti di enti prefettizi per incidere, come nel caso della Eco 4 spa, sulle procedure per il rilascio delle certificazioni antimafia nonostante ci fossero elementi ostativi»; «si è attivato con enti prefettizi e/o strutture del ministero dell’Interno per impedire, come nel caso del comune di Mondragone, lo scioglimento dell’ente locale per infiltrazione mafiosa »; «ha creato e cogestito monopoli d’impresa in attività controllate dalle famiglie mafiose, quali l’Eco 4 spa, nella quale Cosentino esercitava, sopra Giuseppe Valente, Sergio e Michele Orsi (titolare della Eco4 e ucciso dai clan il primo maggio 2008, ndr) il reale potere direttivo e di gestione consentendo il riciclaggio di proventi illeciti ma anche l’assunzione di persone in cambio di voti ».
I pentiti: Vassallo.Sono sei i collaboratori di giustizia che hanno parlato di Cosentino, Domenico Frascogna, Michele Froncillo, Carmine Schiavone, DarioDeSimone, Michele Orsi. Il più importante, quello che dà la svolta alle indagini, è Gaetano Vassallo «colletto bianco per eccellenza del clan» sulla cui credibilità e peso specifico il gip elenca pagine di riscontri (anche di altre indagini). Nell’interrogatorio del 1 aprile 2008 - mentre l’Italia andava al voto e rieleggeva l’onorevole Cosentino - Vassallo «collega l’onorevole Cosentino alla società Eco4 di cui il deputato sarebbe stato controllore politico fin dalla sua costituzione». Ecco cosa dice Vassallo: «Posso dire che la società Eco4 era controllata dall’onorevole Cosentino e anche l’onorevole Landolfi aveva svariati interessi in quella società. Presenziai personalmente alla consegna di 50 mila euro in contanti da parte di Sergio Orsi a Cosentino». E ancora, qualche riga più sotto: «Cosentino sapeva che ero socio della Eco4 e dei miei rapporti con la famiglia Bidognetti. Quando mi aggiudicai il servizio di raccolta dei rifiuti nel comune di San Cipriano con la Setia sud, Bidognetti mi disse che dovevo convocare le maestranze per sostenere Cosentino alle provinciali». Seguirono altri incontri, altre sponsorizzazioni elettorali, cene costosissime al ristorante Zi’ Nicola, anche in favore del partito: «Sono tesserato per Forza Italia e grazie a me sono state tesserate varie persone presso la sezione di Cesa». In successivi verbali (29 maggio 2008) Vassallo racconta le strategie espansive della Eco4 con il consorzio Ce4, la storia della discarica di Parco Saurino 2. Quella che segue è una confessione che fa accapponare la pelle. E che spiega, a distanza, il retroscena dell’emergenza rifiuti a Napoli. «I siti da utilizzare per l’ampliamento della discarica vennero scelti da Francesco Schiavone su indicazione dei fratelli Orsi. La stessa procedura è stata utilizzata per i depositi delle ecoballe. In poche parole tutto il sistema della gestione dei rifiuti, sia di quelli solidi che di quelli speciali, nelle sue diverse fasi (trasporto, smaltimento, raccolta) era completamente gestito e controllato dalla criminalità organizzata e ciò sia nel periodo in cui la gestione fu affidata ai privati, sia nel periodo in cui la gestione è passata al pubblico». Leassunzioni. Il70%delle assunzioni alla Eco4 «erano inutili e per lo più motivate da ragioni politico-elettorali, richieste da Giuseppe Valente (presidente della società ndr), Nicola Cosentino e Mario Landolfi». Lo mette a verbale il 15 giugno 2007, Michele Orsi. Per il gip le assunzioni avvenivano «in concomitanza con le scadenze elettorali o per conquistare il favore di persone che potevano tornare utili» e «rappresentavano la contropartita che i protettori politici ottenevano dagli imprenditori mafiosi dell’Eco4». Orsi precisa che «ovviamente le numerose assunzioni erano anche legate a esigenze di voto dei politici in relazione alle periodiche elezioni». Ad esempio, Roberto Marino, indicato secondo l’imprenditore da Cosentino, è al centro di una telefonata tra Sergio Orsi e un tal Tommaso del 9 febbraio 2004. «Quel Marino è entrato dentro a lavorare, però sai quando? Quando Nicola Cosentino ha chiamato Michele». Il gip annota che Marino risulta assunto all’Eco4 «a partire dal giorno successivo alla telefonata».
Il cardinal Sepe. Sempre Orsi spiega che le assunzioni richieste da Cosentino e Landolfi, erano «motivate dalla necessità di assecondare gli interessi delle amministrazioni comunali » ed erano utili per «ottenere gli affidamenti» dei lavori e delle aree sempre nell’ambito del ciclo dei rifiuti. Orsi snocciola una lunga serie di esempi: «Nicola Picone, vicesindaco di Trentola, Oliviero, consigliere di Villa Literno, due nipoti del cardinal Sepe, tutte da noi regolarmente attuate», di un fratello di un ispettore di polizia e di un giornalista de Il Mattino. «Faccio presente - aggiunge - che erano tutte assunzioni non solo inutili ma sostanzialmente fittizie poiché nessuno di questi svolgeva alcune attività continuativa». Altri politici.Gaetano Vassallo, il 1 luglio 2008, parla di un vero e proprio «tessuto camorristico» del clan dei casalesi. «Nel corso diuna riunione Raffaele Bidognetti di fronte a me e ad Antonio Di Tella, riferì che gli onorevoli Italo Bocchino, Nicola Cosentino, GennaroCoronella e Mario Landolfi facevano parte del nostro tessuto camorristico». Conclusioni. Per il gip «è provato l’aspetto dello scambio voti contro favori» nelle provinciali casertane del 1990, nelle regionali del 1995, nelle politiche del 2001. Non solo, risulterebbe provato anche «il sistema di individuazione del candidato da sostenere e di diramazione del messaggio ai vari capizone».Nonsolo: i rapporti di affinità familiare, comuneestrazione territoriale e acclarata confidenza, «impediscono una difesa basata sulla non consapevolezza ». E il contributo di Cosentino alle iniziative imprenditoriali dei clan è «rilevante anche se fosse stato un politico di modesta caratura». Per tutto questo il gip ne chiede l’arresto.
Sophia 11 novembre 2009 17:56
e mi raccomando:
Non perdetevi lo speciale di Roberto Saviano questa sera su rai3
Sophia 12 novembre 2009 12:31
Nicola Cosentino si fa intervistare dal Giornale per rimettersi a Berlusconi: in sostanza, solo Lui lo può giudicare e farlo dimettere da qualcosa.
Istruttivo un passaggio dedicato al socio di Pdl Bocchino: "Fra le cose che mi hanno molto amareggiato c'è il "Roma" (giornale di Bocchino) che ha seguito l'inchiesta molto da vicino, rivelando dettagli coperti dal segreto istruttorio che i miei avvocati nemmeno conoscevano. Il "Roma" sembrava il "Fatto" di Travaglio".
Poi, Cosentino fa notare che la Carfagna "non ha trovato il mio cellulare o il fisso della mia segreteria al ministero". Bella sbadata.
Appena un po' inquietante il racconto che Marco Lillo fa degli affari di Cosentino nella centrale di Sparanise, su cui indaga la magistratura: "Un impianto da 800 megawatt inaugurato nel 2007 e voluto da politici di destra e di sinistra" (CQ, p.2).
E ti pareva, la centrale è sempre "bipartisan".
Sophia 17 novembre 2009 13:09
La guerra ai beni mafiosi diventa un’asta per i boss
da Il Fatto Quotidiano
del 17 novembre 2009
di Stefano Caselli
Nell’anatomia mafiosa, i punti più sensibili sono sicuramente le tasche. Toccarle infastidisce non poco. È non è un caso che tra i punti del supposto papello, l’elenco delle richieste di Cosa nostra alla base della trattativa con lo Stato per porre fine alla stagione delle stragi dei primi anni 90, figuri in bella evidenza l’abolizione della legge Rognoni-La Torre del 1982. Quel testo, che introduce nell’ordinamento il reato di associazione mafiosa, stabilisce anche l’istituto del sequestro dei beni alle persone indiziate, qualora esista una sproporzione evidente con il reddito dichiarato, fino alla confisca, nel caso in cui l’interessato non sia in grado di dimostrare la provenienza lecita di tale bene.
La legge 109 del 1996, che consente l’utilizzo a fini sociali dei beni confiscati alle mafie, ha creato – dalle cooperative di Libera Terra (il marchio che contraddistingue i prodotti biologici coltivati e lavorati sui terreni sottratti alle organizzazioni mafiose) fino alla casa del Jazz di Roma – centinaia di piccoli e grandi capolavori che alle tasche delle mafie hanno fatto molto male. L’emendamento alla Finanziaria approvato dal Senato (che impone la vendita dei beni confiscati in caso di mancata assegnazione entro 90 giorni) ha un deciso sapore di anestetico per quelle tasche, pronte ad alleggerirsi senza grossi problemi per tornare in possesso del “bentolto”.
“Nessuna semplificazione – dichiara Luigi Ciotti, presidente di Libera – ma questo emendamento è l’ennesimo segnale che qualcosa non va. Da una parte, oltre al grande lavoro ogni giorno portato avanti da magistratura e forze dell’ordine, assistiamo ad affermazioni di principio di grande valore (e ci sono apprezzabilissime norme di contrasto alla criminalità organizzata anche in questa Finanziaria), dall’altra registriamo piccoli e grandi sbriciolamenti dell’attività di contrasto alle mafie: lo scudo fiscale, la questione delle intercettazioni, il mancato scioglimento del comune di Fondi, prima vera prova di una normativa più aspra contro le infiltrazioni mafiose nelle amministrazioni pubbliche, e – infine – questo pessimo emendamento”.
“Nessuno nega che ci possano essere eccezioni - prosegue don Ciotti - , ma il principio della legge va salvaguardato, perché il fine principale del riutilizzo a scopo sociale dei beni confiscati è, prima di tutto, l’accompagnamento delle vittime della mafia e dei testimoni di giustizia”.
“Fino ad oggi – racconta Davide Pati di Libera – i beni immobili confiscati alla criminalità organizzata sono quasi novemila. Oltre la metà già destinati a Stato e comuni per essere restituiti alla cittadinanza sotto varie forme, una piccola parte (313) sono usciti dalla gestione del Demanio per revoca della confisca. Ne rimangono oltre tremila ancora da assegnare”.
E su questi – e ovviamente su tutti i casi futuri – cadrebbe la scure dell’emendamento del governo, se la Camera confermerà quanto deciso in Senato: “Non esistono stime precise – ancora Davide – ma, riguardo ai beni già assegnati, posso dichiarare che nel novanta per cento dei casi (se non di più) sono sempre trascorsi ben più di novanta giorni tra la data della confisca e quella dell’assegnazione”.
In pratica la legge 109 rischia il totale disinnesco. E nel dimenticatoio del Parlamento giace il testo di un’altra Finanziaria: “Quella del 2006 – ricorda Luigi Ciotti – prevedeva il riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati ai corrotti”. Una norma di cui si sono perse le tracce da oltre tre anni.
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