Commenti
Prima volta? Registrati in un minuto
francescomangascia 29 novembre 2012 01:28
Di lavoro ne puoi fare un altro, ma un'altra vita non te la dà nessuno.E un'altra vita non la riceveranno manco i ragazzini che moriranno prima perché lì sono venuti al mondo gia malati terminali.
Adriana... 29 novembre 2012 07:11
...che tristezza, però!
francescomangascia 29 novembre 2012 11:39
Adriana..., son sempre stati così, con le loro lamentele a trucco, hanno distrutto un paese.
francesco9244 19 dicembre 2012 14:17
l'ILVA è uno dei + grandi poli dell'acciaio europeo, e sono svariati decenni che inquina allegramente, con un silenzio assordante da parte di ogni istituzione; ora si rende evidente la solita cagnara x chiuderla, in quanto competitiva con i paesi che possono influenzare le mafie BCE-FMI, a cui questi partiti-istituzioni canaglia hanno ceduto ogni sovranità a dette mafie sioniste massoniche: fa parte del piano di predazione di ogni risorsa del paese e risparmio delle virtuose famiglie italiane a pro di dette mafie, nel cui abbraccio mortale siamo stati gettati da questi turpi papponi, compagni di loggia oltre che di merende di dette potenti mafie di banchieri privati!
francesco9244 19 dicembre 2012 14:35
IL DOMINIO DI QUESTI RETTILIANI, REALI DEMONI CONTRO L'UOMO, CHE ORMAI CI SOVRASTA, AGISCE CON INGANNO E MENZOGNA!
Mefistofele: indica letteralmente- "COLUI CHE INGANNA CON LA MENZOGNA" funzione tipica di questo turpe regime partitokratico di partiti canaglia a delinquere!
W L'ITAgLIA E LA SUA KOSTITUZIONE PARITOKRATIKA ROCCO-BOLSCEVICA, ESALTATA ULTIMAMENTE DAL SOLITO GUITTO DI REGIME; CHE HA PERMESSO A QUESTI PARTITI ED ISTITUZIONI CANAGLIE DI TRASFERIRE OGNI SOVRANITA' ALLE MAFIE SIONISTE MASSONICHE BCE FMI NWO: ORA E' IN CORSO LA CESSIONE ANCHE DELLA DIFESA X UN COSTITUENDO ESERCITO DI MERCENARI SOVRA NAZIONALE: LA NUOVA GESTAPO X IL CONTROLLO TOTALE DI NOI SVENTURATI SUDDITI E NUOVI SERVI DELLA GLEBA DELLE SUDDETTE MAFIE:
"SOLO LA CONOSCENZA DELLA VERITA' CI PUO' RENDERE LIBERI"
parafrasi del vangelo di Giovanni
lucillafiaccola1796 28 dicembre 2012 19:13
si ma pure sto' giovanni se faceva de brutto quanno scrisse la poca lisca!!!! di delirium, tremendum delirium!!!! ridicoletto!!!!
francescomangascia 24 gennaio 2013 16:03
Ilva Taranto, allo studio soluzioni per merci sequestrate. La Procura: non ci sono consentiti compromessi
francescomangascia 26 gennaio 2013 13:05
Ilva di Taranto, i giudici: “Decreto legge ad aziendam come quelle ad personam”
L'attacco del presidente della Corte d'appello di Lecce Mario Buffa: "Il provvedimento si colloca nella scia delle norme varate negli ultimi vent'anni: riconsegna lo stabilimento a coloro che fingevano di rispettare le regole di giorno e inquinavano di notte"
di Francesco Casula | 26 gennaio 2013
Commenti (121)

Più informazioni su: Anno Giudiziario, Ilva, Inquinamento, Lecce, Leggi ad personam, Taranto, Vitaliano Esposito.
Share on oknotizie Share on print Share on email More Sharing Services 86

La legge “salva Ilva” varata dal Governo Monti “è niente più che una legge ad aziendam, che si colloca nella scia delle leggi ad personam inaugurata negli ultimi venti anni in Italia”. È il duro affondo del presidente della Corte d’appello di Lecce, Mario Buffa, che in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario ha dedicato (oltre alla copertina della sua relazione) un intero capitolo alla vicenda del capoluogo ionico che sta coinvolgendo, in uno scontro istituzionale che arriverà fino alla Corte Costituzionale, azienda e Governo da una parte e magistratura dall’altra.
Per il presidente Buffa, dunque, la legge 231 che consente alla fabbrica del Gruppo Riva di tornare a produrre e commercializzare i prodotti già sequestrati come corpo del reato è “una legge che riconsegna lo stabilimento a coloro che fingevano di rispettare le regole di giorno e continuavano ad inquinare di notte; a coloro che ogni giorno alzano il livello dello scontro, assumendo, come dice Saltalamacchia (Ciro Saltalamacchia, avvocato generale dello Stato, ndr), un vero e proprio atteggiamento di sfida, e nonostante tutto, pur dicendosi garanti del loro posto di lavoro, continuano in realtà a tenere inattivi i lavoratori dello stabilimento e a minacciare cassa integrazione e licenziamenti”. Parole pronunciate alla presenza di Vitaliano Esposito, già procuratore generale della Cassazione, incaricato dal Consiglio dei ministri di verificare l’osservanza da parte dell’Ilva delle prescrizioni Aia.
Nel suo intervento Buffa ha ricordato come quattro anni fa, dopo il suo invito al procuratore di Taranto Franco Sebastio e ai suoi sostituti a rafforzare l’attività sullo stabilimento, “il presidente della società Riva mi scrisse una lettera, accompagnata da una elegante brochure, per dirmi anche lui che avevo sottovalutato l’impegno profuso dalla società per garantire nella fabbrica condizioni di maggiore sicurezza e per eliminare progressivamente l’inquinamento ambientale che in sostanza finiva col riconoscere come già verificatosi”. Il tentativo dei vertici aziendali, però, non produce frutti. “Mi invitò anche a visitare lo stabilimento per rendermene conto – ha raccontato ancora il magistrato – ma io non fui tanto incauto da accettare l’invito… Il giorno dopo forse i giornali avrebbero titolato (ed era quello che probabilmente l’Ilva voleva) che il presidente della Corte di appello aveva visitato lo stabilimento per rendersi conto personalmente che l’opera di risanamento procedeva regolarmente. Risposi quindi, pur ringraziando per l’invito, che una mia visita sarebbe stata inutile in quanto altri e non io aveva la competenza necessaria a rendersi conto di quel che avveniva”. E i magistrati tarantini, alla fine, sono entrati nello stabilimento siderurgico: il 26 luglio 2012, con un’ordinanza firmata dal gip Patrizia Todisco, hanno sequestrato senza facoltà d’uso la fabbrica che secondo le perizie degli esperti “genera malattie e morte” tra gli operai e i cittadini di Taranto.
“Con grande sofferenza – ha detto il presidente della Corte d’appello riferendosi ai colleghi tarantini – sono sicuro, i giudici di Taranto (ai quali –particolarmente al gip Patrizia Todisco- voglio dare atto pubblicamente della serietà con la quale hanno svolto il loro lavoro, senza protagonismi ed anzi col massimo riserbo, senza fughe in avanti ma con la necessaria fermezza) con grande sofferenza dunque, per la drammaticità della situazione che si sarebbe determinata, i giudici di Taranto sono venuti nella determinazione di sequestrare lo stabilimento e di vietarne l’attività, disponendo al contempo misure cautelari a carico dei responsabili con imputazioni gravissime quali disastro doloso e/o colposo, avvelenamento di sostanze destinate all’alimentazione (che avrebbe potuto comportare l’abbattimento di intere greggi di ovini, la distruzione di ingenti quantitativi di mitili allevati nel locale mar piccolo, il pericolo di gravi danni alla salute di un numero indeterminato di persone)”.
Il magistrato a capo del distretto che comprende Lecce, Brindisi e Taranto non risparmia la politica: “Può avere anche ragione il ministro Passera a definire irreparabile, con un aggettivo così radicale, il danno che deriverebbe non solo a Taranto, ma forse all’intera economia nazionale, dal blocco definitivo dell’attività dello stabilimento. Ma un danno irreparabile purtroppo si è già verificato e sono i morti, i malati di tumore e di leucemia che hanno funestato finora un’intera città”. E infine sul conflitto che si è creato tra poteri dello Stato ha spiegato che “ancora una volta la magistratura si è trovata da sola a dover far fronte ad un problema di proporzioni enormi, che altri con la sua indifferenza e negligenza ha lasciato ingigantire” con un chiaro riferimento ai legami tra politica, istituzioni e azienda emersi che grazie al lavoro della Guardia di finanza di Taranto che ha condotto l’indagine denominata “ambiente svenduto” .
“Io voglio solo augurarmi – ha concluso Buffa – che la comunità di Taranto sappia trovare la sua unità, intorno a questo problema; che si renda conto quanto sia assurdo contrapporre il diritto al lavoro al diritto alla salute, di quanto cinismo ci sia nello slogan che è stato gridato nelle piazze secondo cui di tumore si potrà morire in futuro ma con la perdita del lavoro si può morire subito. I cittadini di Taranto hanno diritto di lavorare e di non vedere sacrificato oltre, il diritto dei loro figli di crescere in un ambiente sicuro per la loro salute” e ha chiesto alla comunità di essere uniti perché “l’avversario è forte anche se non invincibile, è forte perché è riuscito a farsi fare in brevissimo tempo una legge che ha bloccato per ora, fino a quando la Corte Costituzionale non si sarà pronunciata sulla sua legittimità, l’azione dei giudici”, ma nonostante questo “la magistratura sarà al loro fianco e farà fino in fondo il suo dovere di presidio della legalità, che non si arresterà di fronte ad un decreto che sembra privilegiare solo le ragioni dell’impresa, autorizzata a continuare a produrre, senza una immediata rimozione delle fonti di inquinamento, in una situazione di attuale e concreto pericolo, che non può essere eliminata per decreto”.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/26/ilva-presidente-della-corte-dappello-di-lecce-decreto-legge-ad-aziendam-come-quelle/480669/
francescomangascia 11 aprile 2013 18:17
Ecco come abbiamo trovato il piombo nel sangue dei bambini di Taranto

Oggi la dottoressa Annamaria Moschetti presenterà i dati nel convegno organizzato da Save The Children a Bari
Uno dopo l’altro si sono fatti prelevare il sangue, qualcuno ha pianto. Li ho visti quei bambini. Accompagnati dalle loro giovani mamme e da qualche papà. Li ho visti entrare, uno per uno e porgere coraggiosamente o con titubanza il braccino. Bambini dai 3 ai 6 anni. Con me c’era Fabio Matacchiera – del Fondo Antidiossina Taranto – e il dottor Piero Minardi dell’Associazione Culturale Pediatri, che è anche il loro pediatra. Ci siamo fermati a parlare con un papà di quei bambini, uno che ha lavorato all’Ilva. Non abbiamo mai pronunciato la parola “piombo”. Ma tutti sapevamo che eravamo lì per quello. In un laboratorio di analisi abbiamo fatto l’ultimo gesto disperato prima che la Coste Costituzionale si esprimesse sulla cosiddetta “Legge Salva-Ilva”. Alla fine siamo andati in un bar. Cornetti alla crema. Qualche cappuccino. Poi la domanda: “Ci sarà del piombo? Quanto?”
Nel sangue dei bambini infatti non ci dovrebbe essere piombo e anche una minima quantità può generare danni irreversibili. Ormai gli scienziati sono concordi. Di fronte al piombo la strategia da adottare per i bambini è quella della Tolleranza Zero. Anche l’Ordine dei Medici di Taranto si è espresso in merito.
Il sangue di quei bambini doveva servire anche a verificare un’eventuale esposizione corrente all’inquinamento.
Il piombo nel sangue non indica in particolare un’esposizione passata al piombo ma soprattutto un’esposizione “attuale” ad una sostanza pericolosa. Il test nel sangue misura in buona sostanza il livello delle ultime tre-quattro settimane.
Il piombo è stato classificato dall’Istituto per le ricerche sul cancro (Iarc di Lione) dell’Oms come probabilmente cancerogeno per l’uomo. Per i bambini può causare danni irreversibili al cervello perché è neurotossico. E’ purtroppo assodato che il deficit cognitivo nei bambini può essere associabile proprio alla presenza del piombo.
Ecco perché quelle analisi sul sangue dei bambini erano importanti: servivano a chiarire se oggi a Taranto possiamo stare tranquilli o se siamo esposti a un inquinamento ambientale preoccupante e persistente.
Da più parti si erano infatti levate voci tranquillizzanti che affermavano che Taranto era ormai diventata una città normale e anzi migliore di altre dopo i benefici effetti dell’AIA applicata all’Ilva. Voci tese a smentire la tesi della Procura di Taranto alla vigilia del pronunciamento della Corte Costituzionale (che è venuta il 9 aprile).
Come è noto i periti della Procura, con dati aggiornati al 2010, avevano certificato una correlazione fra inquinamento industriale e mortalità: trenta decessi all’anno, oltre due decessi al mese in media.
Ma la tesi della Regione Puglia oggi è: la situazione non è più la stessa, state tranquilli, è migliorata. Ecco perché controllare il sangue dei bambini era un test importante per moderare e confutare l’ottimismo della Regione Puglia.
I nove bambini scelti sono indicativi perché abitano vicino all’area industriale, in quel comune di Statte che una volta era un quartiere di Taranto. E’ il quartiere dove arrivano i fumi dell’Ilva quando vanno in direzione opposta rispetto al quartiere Tamburi.
Ora quei genitori che vivono in un’area così inquinata sanno che c’è piombo nel sangue dei loro bambini. Non si può assolutamente dire adesso da dove venga quel piombo, saranno le autorità preposte a dirlo.
Nove bambini tra i 3 e i 6 anni di età residenti a Statte (ossia tutti quelli analizzati) hanno valori veramente preoccupanti, nessuno escluso, stando ai dati delle analisi che certificano valori che vanno da 22 a 36 microgrammi di piombo per decilitro di sangue.
E la prima volta che viene effettuato un simile controllo sul sangue dei bambini (il gergo medico si parla di piombemia).
I pediatri Annamaria Moschetti e Piero Minardi – entrambi dell’Associazione Culturale Pediatri – hanno dichiarato: “Pur trattandosi di un campione non significativo della popolazione generale e di numerosità ridotta, tali valori non possono che destare preoccupazione per la possibile esposizione di questi bambini a fonti di piombo presenti in ambiente che necessitano con la massima premura di essere individuate ed eliminate”.
E hanno sottolineato: che questo tipo di analisi “è un affidabile indicatore di esposizione e potrebbe evidenziare una esposizione recente come affermato dalla OMS“, rimarcando che “non esistono valori sicuri di piombemia per l’infanzia e che qualunque livello è associato a possibili esiti neuropsichici”.
I due pediatri hanno invitato a effettuare “interventi urgenti a tutela della salute infantile ed uno screening sulla popolazione generale infantile”.
Ed è così che la Regione Puglia si è svegliata.
Oggi alle ore 10.30 a Bari, nell’aula del Consiglio della Regione Puglia, Save the Children presenterà l’”Atlante dell’Infanzia a rischio; mappe per riconnettersi al futuro; Focus Puglia”, di concerto con il Garante regionale per i diritti dei Minori e con la Regione Puglia.
Nell’ambito di tale convegno, la dottoressa Annamaria Moschetti (Associazione Culturale Pediatri) relazionerà su “I bambini che vivono presso i siti inquinati: il caso di Taranto” e presenterà – nell’ambito della sua relazione – anche i dati delle analisi sul piombo nel sangue di quei bambini residenti vicino all’area industriale di Taranto.
Tali analisi – non è secondario sottolinearlo - sono state commissionate dal Fondo Antidiossina Taranto e da PeaceLink, e sono state pagate da queste due associazioni. Mentre la Regione Puglia, meditabonda, era impegnata da mesi a valutare se e come fare un controllo sul sangue dei bambini per vedere se ci fosse piombo.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/11/piombo-nel-sangue-dei-bambini-di-taranto/558863/
francescomangascia 26 aprile 2013 14:56
Altre indagini della Procura sull’Ilva di Taranto
Riguardano l'impatto ambientale. Anche il sindaco è iscritto nel registro degli indagati. Il gip Todisco assegna altri sei mesi per le indagini del pool di magistrati. Restano sequestrati i prodotti finiti e i semilavorati per un valore commerciale di circa un miliardo di euro.

Taranto - Il sindaco di Taranto, Ezio Stefano, è iscritto nel registro degli indagati per l’inchiesta aperta dalla Procura di Taranto sull’impatto ambientale da parte dell’Ilva. All'inchiesta il gip Patrizia Todisco ha assegnato altri sei mesi di tempo chiesti dal pool dei pubblici ministeri guidato dal procuratore capo della Repubblica Franco Sebastio. La proroga delle indagini preliminari è stata chiesta per poter meglio approfondire le responsabilità dell’Ilva ed eventuali coperture da parte degli enti locali. L’inchiesta sull’Ilva è deflagrata il 26 luglio scorso col sequestro, da parte della magistratura, degli impianti dell’area a caldo dell’Ilva, proprio perché ritenuti fonte di grave pericolo per la salute pubblica, e l’arresto ai domiciliari di otto persone, tra dirigenti dello stabilimento siderurgico di Taranto e i vertici proprietari dell’Ilva. In seguito, ai primi giorni di agosto, cinque persone - si tratta di dirigenti aziendali - sono tornate in libertà, mentre Emilio e Nicola Riva, ex presidenti dell’Ilva, sono rimasti ai domiciliari, misura restrittiva alla quale sono assoggettati tutt’ora e che nelle scorse settimane è stata anche confermata dalla Corte di Cassazione. Un secondo, importante sviluppo l’inchiesta l’ha poi avuto il 26 novembre scorso col sequestro delle merci dell’Ilva, questione sulla quale è in atto da mesi uno scontro durissimo tra giudici e azienda, l’arresto dell’ex consulente Ilva, Girolamo Archinà, dell’ex perito della Procura di Taranto, il docente universitario Lorenzo Liberti, dell’ex direttore del siderurgico di Taranto, Luigi Capogrosso, e l’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per Fabio Riva, ex vicepresidente dell’omonimo gruppo industriale e figlio di Emilio. Questa ultima ordinanza non è stata ancora eseguita in quanto Fabio Riva è in Inghilterra ed è in corso, da parte delle autorità italiane, la procedura di estradizione che vedrà un’ulteriore udienza a Londra nelle prossime settimane. Al momento restano sequestrati i prodotti finiti e i semilavorati pari a un milione e 700mila tonnellate, valore commerciale tra 800 milioni e un miliardo di euro, che il gip a novembre ha fatto bloccare in quanto realizzati, nei mesi precedenti, con acciaio che l’Ilva non poteva produrre poiché, a luglio, gli impianti dell’area a caldo - altiforni e acciaierie - erano stati sequestrati senza facoltà d’uso. Contro il dissequestro delle merci l’Ilva ha presentato numerosi ricorsi ai giudici, facendo leva anche sulla legge 231 del 2012 che autorizza sia l’azienda a produrre che a commercializzare quanto prodotto nei mesi antecedenti, ma sinora non è riuscita a sbloccare la situazione. Il 24 aprile, in proposito, l’Ilva ha presentato alla Procura un ulteriore esposto sollecitando lo sblocco delle merci, definendo "illegittimo" il mancato dissequestro e paventando danni per circa 30 milioni di dollari se entro il 5 maggio prossimo una fornitura di tubi non dovesse esser consegnata a una società dell’Iraq che l’ha ordinata. Da vedere ora se l’iscrizione nel registro degli indagati per l’Ilva del sindaco di Taranto provocherà o meno riflessi politici. Da rilevare, tuttavia, che l’attuale inchiesta sull’Ilva è anche partita, come rivelato dal procuratore Sebastio all’indomani dei primi provvedimenti, da un esposto presentato dallo stesso sindaco alla Procura nel quale invitava a indagare a fronte della situazione denunciata anche da molti cittadini.
http://www.iltempo.it/cronache/2013/04/26/
altre-indagini-della-procura-sull-ilva-di-taranto-1.1132924
francescomangascia 25 maggio 2013 16:10
Economia
25/05/2013 - il caso
Caos Ilva, si dimette il Cda
Ricorso contro il sequestro
Il Consiglio di amministrazione dell’Ilva si è dimesso. Lo rende noto la stessa azienda sottolineando che le dimissioni avranno effetto dalla data dell’assemblea dei soci, che il Consiglio ha convocato per il prossimo 5 giugno alle 9.



Le ventilate dimissioni sono quindi arrivate. Ma non solo quelle del presidente dell’Ilva Spa, Bruno Ferrante, che ieri è finisto nel registro degli indagati per reati ambientali. A rassegnare le dimissioni sono stati anche l’ad Enrico Bondi e Giuseppe de Iure.



«Vista la gravità della situazione e incidendo il provvedimento di sequestro anche sulla partecipazione di controllo di Iilva detenuta da Riva Fire, i Consiglieri Bruno Ferrante, Enrico Bondi e Giuseppe De Iure hanno presentato le dimissioni dalle rispettive cariche con effetto dalla data dell’Assemblea dei Soci, che il Consiglio ha convocato per il giorno 5 giugno ore 9, ponendo all’ordine del giorno la nomina del nuovo Consiglio di Amministrazione», annuncia in una nota l’Ilva. Con i sequestri disposti dal Gip di Taranto «sono a rischio 24 mila posti di lavoro diretti, 40 mila con l’indotto», sottolineano fonti del gruppo. «Si sta mettendo in pericolo tutto - proseguono le fonti - c’è il rischio concreto che decine di migliaia di persone restino senza lavoro».(



Per l’azienda è un momento molto difficile. Tre giorni fa c’è stato il sequestro del patrimonio personale dei Riva per 1,2 miliardi di euro perché frutto, secondo la procura e il gip di Milano, di frode fiscale, truffa allo Stato e riciclaggio. ieri una mannaia da 8,1 miliardi di euro sui beni e le disponibilità economiche e finanziarie della Riva Fire (Finanziaria industriale Riva Emilio) spa, che controlla l’Ilva di Taranto. Una cifra equivalente alle somme che nel corso degli anni l’Ilva avrebbe risparmiato non adeguando gli impianti del Siderurgico, e in particolare quelli dell’area a caldo, alle normative ambientali, pregiudicando l’incolumità e la salute della popolazione.



Il sequestro riguarda «prioritariamente» - scrive il gip Patrizia Todisco nel decreto accogliendo la richiesta del pool di magistrati coordinati dal procuratore di Taranto, Franco Sebastio - i beni nella disponibilitàdi Riva Fire spa, ovvero «dell’ente o degli enti eventualmente nati dalla sua trasformazione o fusione o scissione parziale». Solo «in via residuale e in caso di incapienza» dei beni sigillati a Riva Fire, saranno sequestrati «i beni immobili nella disponibilità dell’Ilva spa», ma non quelli «strettamente indispensabili all’esercizio dell’attività produttiva». Dunque, da un lato - come ha sottolineato il procuratore Sebastio parlando con i giornalisti - sono state salvaguardate le norme contenute nella legge 231/2012, che consente per 36 mesi all’Ilva di produrre e vendere i prodotti pur con gli impianti sotto sequestro senza facoltà d’uso dal 26 luglio scorso. Dall’altro lato viene applicato quanto previsto dalla legge 231/2001 sulla responsabilità di personalità giuridiche, in questo caso la Riva Fire. Custode e amministratore dei beni sequestrati sarà il commercialista Mario Tagarelli, uno dei quattro custodi giudiziari degli impianti dell’Ilva sotto sequestro da 10 mesi. L’Ilva ha annunciato per domani un consiglio di amministrazione per «decidere sulle iniziative conseguenti».



Sono 16 (14 persone fisiche e due giuridiche, l’Ilva e la Riva Fire) gli indagati nell’inchiesta. A cinque di loro - Emilio Riva, i figli Nicola e Fabio, l’ex direttore di stabilimento Luigi Capogrosso e l’ex dirigente Ilva Girolamo Archinà - è contestata l’associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati ambientali plurimi. Ma ci sono anche dirigenti ed ex dirigenti del Siderurgico e c’è il presidente del cda Ilva, Bruno Ferrante, al quale vengono contestati nuovi reati, in particolare per l’inquinamento del Mar Piccolo causato dagli scarichi dello stabilimento e il riutilizzo in produzione di fanghi di dragaggio contaminati. Nel decreto il gip bacchetta anche il governo. La legge 231/2012, scrive il giudice, ha consentito all’Ilva di rientrare in possesso degli impianti sequestrati e dunque continuare a produrre, senza però esigere garanzie finanziarie a sostegno degli investimenti e senza che sia stato presentato dall’azienda un piano di ripristino ambientale. Duri i giudizi sull’operato, o meglio su ciò che l’azienda non avrebbe fatto.



La mancata attuazione di un modello organizzativo e gestionale adeguato alla complessità dell’azienda, scrive il gip riportando un passaggio della richiesta dei pm, «ha rappresentato concausa non trascurabile in relazione agli infortuni» verificatisi negli ultimi mesi in fabbrica, tre dei quali mortali. E ancora: Ilva e Riva Fire hanno ottenuto un «ingentissimo risparmio economico attraverso la intenzionale, pervicace omissione, nell’esercizio dell’attivita’produttiva industriale, degli onerosi interventi - misure di sicurezza, prevenzione e protezione dell’ambiente e della pubblica incolumità - che le norme dell’ordinamento, i vari Atti d’intesa stipulati con gli enti pubblici e i provvedimenti delle autorità competenti imponevano di eseguire». Situazione diventata così delicata, a parere del sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, da indurlo a scrivere al ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando, oltre che al prefetto e al Garante dell’Aia, chiedendo un provvedimento di amministrazione straordinaria dell’Ilva per non ritardare il risanamento ambientale ritenuto «improcrastinabile». Plaudono al maxi-sequestro gli ambientalisti, che vedono in quei beni sigillati un `forziere´ economico per bonificare la città. Ma la strada è lunghissima e tutta in salita.

http://www.lastampa.it/2013/05/25/economia/ilva-si-dimettono-i-consiglieri-ferrante-bondi-e-de-iure-4EWrlOa7lRJFirhjJlyqUN/pagina.html
francescomangascia 13 giugno 2013 17:40
I nastri trasportatori dell’Ilva, una commedia all’italiana
Lettera al Presidente della Commissione Industria del Senato
Dopo aver letto le dichiarazioni sull’Ilva del senatore PD Massimo Mucchetti sono stato trascinato dall’impulso irrefrenabile di scrivergli. Sembra che la verità sui ritardi e le inadempienze vada sempre a fondo, si perda negli abissi di una politica che dimentica o che non si informa. Ecco l’email che gli ho spedito oggi e capirete il perché dell’indignazione di tanti cittadini di Taranto.
Al Presidente della Commissione Industria del Senato Massimo Mucchetti
Gentile Senatore, come mai non sono ancora coperti i nastri trasportatori dell’Ilva così come prevede l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA)? A questa domanda lei risponde sollevando dei dubbi invece di evidenziare le responsabilità evidentissime dell’azienda. Rimango pertanto sorpreso dalle sua recenti affermazioni sull’Ilva, lì dove cita come esempio eclatante il caso dei nastri trasportatori che trasferiscono – senza essere coperti come previsto – i minerali polverulenti dal porto al parco minerali e ai vari impianti allo stabilimento siderurgico. Quei nastri trasportatori dovevano risultare già coperti dal 27 gennaio 2013 (lo prescriveva l’Autorizzazione Integrata Ambientale) per evitare il protrarsi dell’inquinamento da polveri. L’Aia era stata rilasciata tre mesi prima e dava solo tre mesi di tempo in quanto la copertura risultava già realizzata dal 2009, e quindi quei tre mesi erano solo una “proroga di cortesia” per controllare se tutto fosse a posto. E’ per questo motivo che suscitano sorpresa le sue parole che leggo sul Sole 24 Ore. Lei dichiara infatti a proposito dei nastri trasportatori dell’Ilva:
“Il tempo concesso era inizialmente 3 mesi – ricorda Mucchetti –, ma dopo 2 mesi l’azienda ha chiesto una riformulazione del periodo di esecuzione di 3 anni: sono tempi radicalmente diversi e probabilmente uno dei due è completamente sbagliato“.
Ma veramente lei crede che possano avere sbagliato i tecnici che hanno redatto l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) dopo ampio confronto tecnico con l’Ilva stessa?
Se lei prova a scaricare dal sito dell’Ilva di Taranto l’elenco delle opere realizzate nel 2009-2010 scoprirà che l’azienda vanta di aver investito 5,5 milioni di euro per effettuare la “copertura di tutte le linee nastro”.
Come mai allora i nastri non sono ancora coperti? Chi doveva controllare dal 2009 in poi? Conservo nella mia libreria un elegante volume rilegato dell’Ilva di colore azzurro in cui a pagina 6 si legge: “Gli interventi più indicativi realizzati al fine di contenere le emissioni di polveri diffuse sono stati la recente copertura di tutte le linee nastro e l’attivazione di opportuni sistemi per la chiusura delle torri di giunzione situate lungo le stesse linee nastro”. Tale dichiarazione aziendale è tratta dal “Rapporto ambiente e sicurezza 2009? dell’Ilva di Taranto, che lei può comodamente scaricare dal sito dell’Ilva di Taranto.
Ma lei si rende conto che ci troviamo di fronte ad una commedia all’italiana in cui si dichiarano -su carta patinata – cose non fatte? Sulla questione della mancata copertura completa dei nastri trasportatori ero già intervenuto sul Fatto Quotidiano, in cui segnalavo che l’impegno della copertura dei nastri trasportatori risaliva addirittura ad un atto di intesa del 2006 siglato con il Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola. Come mai tanto ritardo? Ma evidentemente occorre ripetere le stesse cose, ed è avvilente.
Gentile senatore Mucchetti, qui non si tratta di vedere “chi ha sbagliato i calcoli” nel cronoprogramma Ilva, ma di capire come mai un’intera classe politica di governo, ampiamente coadiuvata da “tecnici” e consulenti ben pagati, non si sia mai accorta di queste cose e come mai ancora oggi lei non sia informato di tali gravissimi ritardi. E’ possibile che – con tutta la disponibilità di esperti di cui il Parlamento dispone – vi sfuggano ancora dati così eclatanti in una commissione parlamentare così importante? Mi consenta infine di notare che la storia dell’Ilva di Taranto è costellata di tali ritardi incredibili e di gravi “disattenzioni” (mi scusi l’eufemismo), tanto che lei stesso è caduto in un amletico dubbio. Spero che questo esempio le sia sufficiente per capire quanto i cittadini di Taranto si sentano presi in giro.
Foto: Luciano Manna/ Peacelink
Ecco in questo video realizzato da Luciano Manna dalle 19.30 alle 22.30 del 7 giugno 2013, le emissioni diffuse e fuggitive dell’area a caldo dell’Ilva di Taranto. Gli impianti dell’area a caldo erano stati posti sotto sequestro dalla magistratura. In particolare – si può notare – varie “nuvole” fuoriescono dalla cokeria. Le emissioni dovrebbero fuoriuscire dai camini e non dalla base degli impianti. L’AIA doveva garantire proprio la realizzazione di interventi in modo che i fumi fuoriuscissero dai camini (emissioni convogliate) e non dal basso (emissioni diffuse e fuggitive). Questo filmato (realizzato da Luciano Manna di PeaceLink) è una dimostrazione visiva del fallimento dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale). Le emissioni visibili contengono in particolare gli IPA (idrocarburi policiclici aromatici) che sono cancerogeni e i metalli pesanti, oltre ad un PM10 particolarmente tossico.
di Alessandro Marescotti | 8 giugno 2013
Commenti http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/08/i-nastri-trasportatori-dellilva-una-commedia-allitaliana/620511/(8)
francescomangascia 24 giugno 2013 12:45
Ilva, Bondi e la sabbia sahariana. Un video lo smentisce
http://www.peacelink.it/ecologia/a/38650.html
PeaceLink diffonde un nuovo spettacolare filmato girato da Luciano Manna.
http://www.peacelink.it/ecologia/a/38650.html
Il commissario straordinario dell’Ilva Enrico Bondi alle commissioni riunite Ambiente e Attività produttive ha dichiarato che per quanto riguarda i recenti picchi di polveri nel quartiere Tamburi, sopra i limiti, essi in gran parte sarebbero riconducibili alla sabbia sahariana.
Siamo andati a fare un sopralluogo per verificare la presenza di sabbia sahariana a casa della famiglia Corisi nel quartiere Tamburi, ed ecco quello che abbiamo filmato.
Appare non attendibile il commissario Bondi quando parla di un impegno economico di soli 1.800 milioni di euro sul triennio 2013-2015 per allineare l’Ilva alle prescrizioni dell’Aia (Autorizzazione Integrata Ambientale).
La copertura del parco minerali, da cui derivano le polveri che inquinano il quartiere Tamburi e che vedete nel filmato di Luciano Manna, da sola comporta un impegno di spesa di circa un miliardo di euro. Come fa Bondi a coprire anche i parchi minerali se con 1.800 milioni di euro deve sistemare anche tutti gli impianti dell’area a caldo?
Alessandro Marescotti
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/24/ilva-bondi-e-sabbia-sahariana-video-smentisce/635400/
francescomangascia 15 luglio 2013 12:55
Emergenza Ilva. Bondi e i bambini di Taranto che non fumano
di Alessandro Marescotti | 15 luglio 2013
Per Enrico Bondi tutta colpa del fumo, dunque. Il commissario straordinario dell’Ilva lancia nello stagno estivo il suo sasso. Difficile tuttavia pensare a “bambini fumatori“, benché alcuni calcoli siano stati fatti a Taranto anche per loro, da cui risultavano esserci incalliti fumatori, loro malgrado.
Ma Bondi non fa una piega: “È erroneo e fuorviante attribuire gli eccessi di patologie croniche oggi a Taranto a esposizioni occupazionali e ambientali occorse negli ultimi due decenni”. E nega ogni responsabilità sanitaria nella delicata e compromessa situazione ambientale di Taranto. Transitato nel giro di pochi giorni dal ruolo di amministratole delegato dell’Ilva di Taranto a commissario governativo per l’Ilva, Enrico Bondi è frutto di quei miracoli all’italiana altrove inimmaginabili. Le dichiarazioni con cui si tenta di demolire la perizia epidemiologica commissionata dalla magistratura sono un evidente tentativo di recuperare mediaticamente (e malamente) tutto ciò che Emilio Riva – attualmente agli arresti assieme ad altri suoi fidi – ha perso di fronte alla magistratura.
Il professor Benedetto Terracini – uno dei padri dell’epidemiologia italiana – ha dichiarato: “lo studio epidemiologico effettuato per rispondere ai quesiti del GIP è stato condotto con rigore metodologico e le inferenze si basano su dati verificabili. Federacciai ha comprato pagine intere dei principali giornali italiani a difesa dell’Ilva affermando – tra l’altro – che i risultati della perizia epidemiologica sono “opinabili”. Tuttavia, durante l’incidente probatorio in tribunale, il 30 marzo, i suoi periti si sono ben guardati dal sottostare ad un confronto diretto con i consulenti del GIP sulla attendibilità della stima di morti e malati attribuibili alle emissioni dell’Ilva”. E conclude: “I consulenti del GIP sono stati prudenti nella loro stima del numero di morti e malati attribuibili all’Ilva“. I medici dell’Isde hanno dichiarato alla Camera dei Deputati in Commissione Ambiente che “gli inquinanti emessi dall’Ilva causano, tra gli altri effetti, danno epigenetico, un’alterazione che induce difetti dell’espressione del Dna anche in assenza di modifiche della sequenza dei geni. È stato dimostrato che questo danno è alla base di una vera e propria “riprogrammazione” fetale patologica, in grado di determinare l’insorgenza di malattie di varia natura in età adulta”.
Ma vorrei uscire dal terreno degli specialisti per raccontare una storia reale. Dopo aver letto le dichiarazioni del dottor Bondi, ho infatti pensato alla mamma che mi ha scritto una email mentre ero a Bruxelles. E alla sua bambina. Quella bambina oggi vive con un mezzo rene. Dentro di me ho sentito che io ero a Bruxelles per quella bambina. A Bruxelles c’è la Commissione Europea e lì, con i miei amici Fabio Matacchiera e Antonia Battaglia, ho portato il ragionato grido di dolore di chi vuole semplicemente vivere. In tutti i momenti di fatica e di difficoltà mi sono sentito sorretto da una forza innaturale e potente. Quella che ti fa superare ogni fatica, che ti fa sentire vincitore anche quando sul momento sei sconfitto, una sorta di droga spirituale benefica: la forza dell’indignazione. Sono convinto che chiunque abbia una coscienza avrebbe sentito il dovere di andare a Bruxelles – anche a piedi – leggendo ciò che ho letto io su un tablet di notte, con il cuore in gola e piangendo in silenzio. Cominciava così l’email di quella mamma:
L’interesse che avete e l’amore per Taranto non vi fa che onore e mi fa credere che qualcuno nutre speranze per questa città martoriata da decenni.
Pur essendo cittadina di Taranto, credo di conoscere solo la realtà più crudele che questa città può offrire alla vita. Mia figlia vi ringrazierà per la battaglia che state facendo. Nata apparentemente sana, ha sviluppato un tumore renale bilaterale a soli sei mesi. Gli oncologi hanno subito parlato di trasmissione da parte di uno dei due genitori. La bambina è nata con questo problema. E allora dal mio piccolo, come mamma, come educatrice, combatto anch’io questa battaglia, senza armi, con la mia voce, a volte urlando contro la sordità di chi mi sta vicino e non si rende conto che quelli che pagano sono i bambini, le anime innocenti. Spero che anche la vostra voce percorra il giusto verso e giunga a chi sa ascoltare.
Maria
________________________________________________________________
La storia che racconti è la ragione per cui adesso siamo a Bruxelles. Ho letto a Fabio e ad Antonia il tuo messaggio. Insieme ti salutiamo con affetto. Un bacio a tua figlia.
_____________
Alessandro Grazie per i saluti a mia figlia. Avevo dimenticato di dirle che la mia piccola è ormai da un anno che ha subito l’asportazione del tumore. Adesso siamo fuori dai cicli di chemio. Purtroppo un rene le è stato completamente tolto e adesso lei vive con metà dell’altro, e questo le ha creato una lieve insufficienza renale. Le terapie compensatorie le permettono di avere una vita tranquilla posticipando la dialisi. Ho conosciuto dei dottori eccellenti che si sono fatti in quattro per salvare quella porzione di rene, è stato un miracolo chirurgico. La bambina è piena di vita, e vuole vivere e io mi batterò affinché possa vivere nel migliore modo possibile. Perché, come tutti i bambini, se lo merita e ne ha diritto. Maria
Per delicatezza ho cambiato il nome della giovane mamma. Ora è Maria, e mi piace pensarla come mamma di tanti bambini e bambine che chiedono una città e una vita migliore. Quando leggo le parole di Bondi non posso che avere pietà per chi è al potere e non vede più la vita reale. E penso ai bambini di Taranto che, pur non comprando alcun pacchetto di sigarette, tuttavia subiscono – epidemiologicamente parlando – eccessi significativi per tutte le cause nel primo anno di vita e per alcune condizioni morbose di origine perinatale, ossia tra il concepimento e la nascita del feto, secondo quanto si legge nello studio Sentieri dell’Istituto Superiore della Sanità che così conclude: “Eccessi in entrambi i periodi si osservano nell’analisi di uomini e donne per le condizioni morbose di origine perinatale e per la mortalità per tutte le cause nella classe di età fino a 1 anno”. Nessun caso da solo può incolpare nessuno. Ma troppi casi generano una domanda, e a quella domanda hanno risposto i consulenti della magistratura. A quella bambina di Taranto che vive aggrappata a mezzo rene dedico la speranza della nostra vittoria contro l’arroganza del profitto e l’indifferenza di chi ci governa.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/15/emergenza-ilva-bondi-e-bambini-di-taranto-che-non-fumano-alcuna-sigaretta/656289/
francescomangascia 26 agosto 2013 16:11
Discarica Ilva Mater Gratiae: la magistratura arresta, il governo autorizza
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/08/26/discarica-ilva-mater-gratiae-la-magistratura-arresta-il-governo-autorizza/692443/
di Alessandro Marescotti | 26 agosto 2013
“L’inferno è vuoto e tutti i diavoli sono qui”, scriverebbe nuovamente Shakespeare. A Taranto accade l’inverosimile e l’informazione nazionale mette tutto in sordina. La magistratura ha arrestato il presidente della Provincia Gianni Florido (uomo di punta del Pd locale) per fatti relativi ad una discarica per rifiuti speciali pericolosi dell’Ilva, la Mater Gratiae. Con lui è già finito agli arresti un altro esponente del Pd, Michele Conserva.
Allora cosa fa il governo? Decide di metterci una pietra sopra e di autorizzare per decreto quella discarica. Oggi si riunisce per sanare tutto. Incredibile ma vero. In questo modo potrebbero essere dichiarati a norma anche i palazzi senza collaudo, gli appartamenti senza agibilità o i camion senza revisione. Tutto viene semplificato quando viene tagliato il nodo gordiano.
Ormai siamo abituati a vedere governi che a colpi di decreto rendono legale ciò che non lo era. Ora l’Ilva è nuovamente nella legalità “ope legis”, ossia “per il dettato della legge”. Viene così disinnescata quella mina sulla quale sono saltati gli amministratori del Pd. Sembrano storie diaboliche inventate ad hoc per gettare discredito sulla politica ma sono invece vere e accadono qui, in Italia.
Scendendo nello specifico, vi è un aspetto su cui è interessante riflettere, visto che parliamo di una discarica per “rifiuti speciali pericolosi“, ossia una di quelle più a rischio di ogni altra. Ci sono infatti rifiuti così pericolosi che non si possono conferire in discarica. Questi rifiuti devono infatti subire dei trattamenti preventivi (ad es. solidificazione o vetrificazione). Se ad esempio vi sono rifiuti pericolosi che percolano, essi non possono essere portati in discarica. Vanno prima sottoposti a trattamenti in genere piuttosto costosi che – se fossero applicati ad un’industria inquinante, così come richiede la legge – farebbero impennare i suoi costi di gestione.
Dovrebbe riflettere su questo aspetto il governo che pensa di sanare tutto per decreto, come se per decreto si potesse bloccare il percolato di rifiuti pericolosi non trattati. La cosa curiosa è che questo ennesimo provvedimento “per l’Ilva” si annida in un “pacchetto tagli” che riguarda la pubblica amministrazione: auto blu, precariato, dirigenti scolastici e varie voci della spesa pubblica.
Ma che attinenza ha una discarica privata con la spesa pubblica? Torniamo però alla questione dei rifiuti pericolosi che sono “troppo pericolosi” da essere portati in discarica tal quali. Il passaggio cruciale in questo caso è l’ARPA che potrebbe ficcare il naso in quei rifiuti e farli analizzare. Se infatti l’ARPA facesse controlli a tappeto e puntasse a fare la radiografica completa di quanto finisce nella discarica Mater Gratiae, ecco che si spalancherebbe un mondo. Sarebbe la prova della verità. E’ un atto di coraggio che dobbiamo chiedere non solo all’ARPA ma anche alla magistratura.
Occorre una perizia su quei rifiuti (le due perizie del GIP non hanno toccato le discariche Ilva). Chiederemo ispezioni a metri di profondità su quello che ci è finito dentro in questi anni. Per non parlare della falda acquifera – superficiale e profonda – che scorre sotto la discarica. Più si scava e più ci sarebbe da scavare. Analizzare sistematicamente i rifiuti e caratterizzarli adeguatamente è quello che va fatto.
Se si operasse così, anche questo nuovo “pacchetto” non avrebbe vita facile. I suoi intendimenti potrebbero saltare sulle “sorprese” che si nascondono in questa discarica. E’ veramente odioso che la politica di chi ci governa lavori dalla parte opposta alla nostra. E’ veramente grave il silenzio di tanta politica così loquace in campagna elettorale. Le gravi responsabilità trasversali di questa politica vanno contestate in nome della legalità e della trasparenza.
Perché decretare procedure eccezionali per una discarica che invece deve passare dalle procedure autorizzative ordinarie? E’ bene infatti dire che la questione della procedura “ope legis” di autorizzazione contrasta con ogni più elementare regola europea. I cittadini hanno il diritto di sapere e di avanzare osservazioni alle quali va data risposta. Ad esempio: la discarica ha un adeguato sistema di recupero delle acque meteoriche? O la pioggia porta in profondità tutto ciò che percola? Ed esiste un efficace fondo di impermeabilizzazione? E la falda quanto è inquinata? Sono tutte cose che i cittadini hanno diritto di sapere. La procedura che consente di sapere e di partecipare si chiama AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale). L’AIA infatti non vale solo per l’inquinamento dell’aria ma anche per l’acqua e per le discariche. Proprio per questo la questione della Mater Gratiae era spinosissima ed è stata stralciata dall’AIA.
Autorizzare la Mater Gratiae per decreto scavalcando l’iter di legge significa compiere un ennesimo azzardo. I partiti di questo governo devono sapere che, lavorando contro i cittadini, incontreranno solo il loro disprezzo. Tanta sfrontatezza e tanta malapolitica alla lunga si ritorcerà contro il partito trasversale.
⚠ segnala contenuto inappropriato