Enrico Falcinelli
10 gennaio 2006 00:00
Cavoli! Che argomento. Statisticamente confesso che mi interessano i "solipsisti". Sembra siano sempre di più, e la maggior parte degli anziani. oggi ne sembrano soggetti. Sono sicuro che interferisca la mancanza di rapporti sociali adeguati a soddisfare l'interscambio di esperienze in un'età in cui si hanno veramente delle esperienze di vita da scambiare! Discreti esempi ve ne sono anche in questo forum; parlane Lucio, a discrezione tua, e tanti faranno i conti con la possibilità di essere "affetti" da polipsismo!
Ciao.
Lucio Musto
11 gennaio 2006 00:00
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1 - Gli “integrati”
Oggi sono ahinoi! quasi scomparsi. Sono quelli che hanno portato il maggior peso della carretta della società civile negli ultimi due secoli.
Scrupolosamente dedicano la vita al lavoro per il benessere della famiglia, per la prosperità dell’ “Azienda” munifica, per la gloria della Patria ed il trionfo della propria religione. E, avanzando un qualche piccolo spazio vuoto… anche per il proprio tornaconto.
Spendono quindi ogni attimo del proprio tempo attivo al conseguimento di questi nobili scopi. Non hanno tempo di pensare a null’altro, ma vivono soddisfatti lo stesso.
Andando in pensione, realizzati per aver compiuto sempre il proprio dovere, ma non per questo esaltati o riveriti dal mondo, scoprono di non avere hobby, interessi alternativi o competenze utili fuori delle quattro mura che hanno lasciato ieri.
Immediatamente impattano col vuoto della noia e diventano abulici. Sentono di essere inutili a sé stessi e di peso alla società.
Paradossalmente, ma in perfetta armonia cromatica e coerenza sul come hanno vissuto, muoiono subito. E sono di poco peso anche per l’INPS.
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Lucio Musto
12 gennaio 2006 00:00
2 – Gli “irrequieti”
Sono questi i tarantolati del vivere civile. Sempre con la mente in ebollizione: nuovi progetti, nuovi obiettivi, nuove speranze. Quotidianamente con una idea originale da proporre.
Tante idee: quelle che potranno essere realizzate e quelle altre, la maggior parte, le più intriganti, le più promettenti che dovranno essere abbandonate: immolate sull’altare gelido del “profitto aziendale”.
Sono questi che portano lustro e benessere all’ “Azienda”, progresso e cultura all’umana società.
Ma al tempo stesso gli “irrequieti”, appunto per essere tali sono anche instabili e volubili, sono i lunatici incostanti che procurano danni e fallimenti, ed esauriscono spesso vanamente risorse preziose e concrete possibilità.
A parte il non dover più firmare il cartellino queste persone non si accorgono affatto di essere andate in pensione. La “coda d’attesa” di opere da attuare e fantasie da sperimentare è lunga e pressante, maggiormente ora… «che non hai più impegni e il tuo tempo si fa breve…».
Mai avuto così poco tempo libero per riprender fiato da quando è scoccata l’ora della pensione!
Da giovani gli “irrequieti” soffrono delle sconfitte e freneticamente vivendo non riescono ad assaporare le vittorie, da vecchi continuano a soffrire per la consapevolezza che «non ci sarà tempo per fare nemmeno le cose “urgenti” che sono da fare», e per la constatazione amara e vera delle forze fisiche e mentali che si affievoliscono ogni giorno un po’.
Camperanno abbastanza e mungeranno ben bene la pensione, ma senza pensarci o accorgersene, e taceranno imbarazzati come sempre per le promesse non mantenute e rinfacciate e per i compleanni scordati.
Moriranno stizziti per quell’ultima opera lasciata incompiute. Il loro ultimo pensiero sociale potrebbe essere: «Ma che figuraccia, il non aver saputo rispondere, nemmeno approssimativamente a quello che mi chiedeva: “ma quanto pigli, di pensione?”».
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Lucio Musto
12 gennaio 2006 00:00
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- I “solipsisti”
Discorso affatto diverso va fatto per i “solipsisti”, ma solo dopo aver premesso che di veri, di “solipsisti veraci” ed integri ce ne sono pochi!... I più sono taroccati o sghimbesci, o bacati.
Faremo finta di non accorgercene e parleremo anche per loro.
Il “solipsista” ha un disegno di vita chiaro e nettamente definito. Ed una adeguata, mirata e conseguenziale concezione dell’universo. E la si dice in due parole.
La ragion d’essere del “solipsista” è la conservazione, la cura ed il benessere di ciò che ha, che gli è stato affidato: il suo IO, nella parte materiale rappresentata dal corpo ed in quella immateriale. Anima, Spirito, Intelletto, Natura, Istinto o come vi piaccia chiamarlo. Al “solipsista” non importano le etichette. Lui ha sé stesso, e gli basta.
Conseguenzialmente tutto il resto, dalla pulce del cane all’ultima galassia dell’universo, dal verso di Dante all’urlo dell’ultimo cinocefalo della Tasmania, dall’ascesi del Buddha ad ogni nichelino americano, esistono solo per aiutare lui a compiere la sua missione.
Si badi bene che non si parla di egoismo! L’egoismo infatti presuppone un “altro da sé” che per il solispsista è inconcepibile!... lui non vede che sé stesso come essenza e tutto il resto come contorno e corollario. Ed il suo agire è in buona fede.
Nella fase “attiva” della sua vita apparirà altalenante, bordeggiando secondo i suoi interessi, o quelli che gli appariranno tali. Quindi niente slanci generosi e gratuiti; ma probabilmente nemmeno defaillance e tradimenti, scioperi e rivoluzioni… semplicemente perché scarsamente paganti.
Naturalmente del tutto fuori luogo parlare di equità, giustizia o morale oggettiva. Le “cose” tutte esistenti non si dividono che in due sole categorie: quelle che possono portare un utile e quelle potenzialmente dannose. Le altre… al massimo sono ombre o miraggi.
La pensione del solipsista non muta nulla della sua vita e delle sue concezioni: tutto gli era dovuto prima, tutto gli è dovuto adesso. Al massimo la vecchiaia lo rende più insofferente, ma non tanto da intaccare il suo ottimismo. Prima o poi tutto si realizzerà, e tutto andrà a posto…
Il solipsista vive sereno, non soffre di vere depressioni, non si suicida…
«Già, e la morte?»… Domanda stupida. Naturalmente il solipsista è immortale.
Per lui più che per tutti, per lui che è la giustificazione stessa dell’Universo la morte, quella sua, non è che una contraddizione in termini, coincidendo con l’annichilimento totale. La morte degli altri può essere un episodio, forse doloroso, ma utile non fosse altro che per liberare spazio vitale, ma la sua è improponibile, come la fine stessa dell’universo.
Lucio Musto 10 gennaio 2005 parole 940
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APPENDICE
Naturalmente esistono sottospecie e varietà per ognuna di queste categorie:
Particolarmente interessante per me ne è una fra quelle degli irrequieti, che mia moglie chiama “dei rompini” e di cui mi considera fiero rappresentante.
Inutile dire che “rompino” è un sottile signorile femmineo eufemismo per dire “scassacazzo cronico”.