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Ateo 23 maggio 2006 00:00
Il discorso su dio "è stato già risolto: nessuno oramai ne dubita", tranne gente irriducibile, indemoniati, seguaci del Male, e atei, beninteso: questo è quel che dicono oramai da secoli i difensori dell'Onnipotente, e le masse ridono a sentire chi ne dubita, proprio perché "è un discorso chiuso". A me pare, invece, che senza il supporto di chi, per mestiere, difende dio e campa sopra questo "essere superiore", le masse non sarebbero così tanto convinte; né continuerebbero a cercare dio. La gente si fida di questi "esperti", senza chiedere altro: del resto, costoro possono mai spiegare alla gente, con parole semplici, le loro elucubrazioni, le dotte trattazioni tramite le quali, secondo loro, quello sull'esistenza di dio è un discorso chiuso?

Nel caso in cui chiedessimo come si faccia a dire che un essere sia perfettissimo, dacché non lo conosciamo né possiamo coglierne l'esistenza direttamente, ci assalgono dicendoci che dobbiamo sentirlo "col cuore" ed "aprire il nostro cuore" a dio, chiudendo le porte dell'incredulità; quindi, se non ci riusciamo, siamo dei "materialisti". La colpa è nostra, non dell'essere perfettissimo e onnipotentissimo, che crea universi (dal nulla...), resuscita i morti, spacca montagne e minaccia apocalissi, ma ci lascia il "libero arbitrio" di farlo entrare di nostra volontà "nei nostri cuori"...
Lucio Musto 23 maggio 2006 00:00
Il "discorso su Dio" (anche Dio, come Male, va con la lettera maiuscola), non è chiuso per niente!

E lei lo sa benissimo, infatti ne parla, e con quanta passione!... confermando appunto la mia tesi.

Grazie!
Ateo 23 maggio 2006 00:00
Utilizzando le solite tecniche eristiche di inversione e paradosso si pretende che "l'odio" degli atei nei confronti della religione in fondo sia dovuto a un profondo bisogno di credere: gli atei, quindi, sarebbero in potenza dei credenti più accaniti di chi crede già in qualcosa, e non vogliono ammettere di doversi sottomettere a dio, ossia a qualcosa che essi negano. Quindi, gli atei negano dio perché in realtà sarebbero dei "super-santi", la cui superiore santità è però minata da qualche Agente ancor più potente (probabilmente Satana); per questo motivo si desidera che essi riguadagnino la "retta via"...

L'ateismo diventa, così, una "religione" (!), perlomeno sin quando si deve utilizzare questa definizione per fini strumentali; altrimenti, esso torna ad essere omertosamente una "non-credenza", come nel caso del giudice Luigi Tosti, indagato per aver esposto il simbolo dell'Unione Atea accanto al crocefisso, perché non è un simbolo religioso.

A parte l'essere infantili e controproducenti, tutti questi luoghi comuni artificiali fanno ben capire che la questione del credere sia essenzialmente impostata su una fondamentale (ed usuale) "sanità d'ipocrisia": se dovessimo procedere con simili escamotages d'inversione primitivi, ciò equivarrebbe a dire che un tutore dell'ordine sia intimamente più delinquente di un criminale, e viceversa; che un ambientalista sia un inquinatore; che un credente sia un ateo; che un sacerdote sia un untore. E così via, mutando l'interiorità con la maschera sociale alla stregua di un calzino. Piuttosto pseudo-derridiano, direi. In fondo tutto ciò non farebbe una grinza: come dice il teologo Bruno Forte (esperto di ben altro stampo), "il credente è un ateo, che ogni giorno si sforza di cominciare a credere".
Lucio Musto 23 maggio 2006 00:00
X Ateo

Molto profondo signor Ateo, e probabilmente ha ragione lei.

Ma nel quotidiano io, che non amo il gossip, e quindi potrei definirmi a-pettegolo (me lo passi!), mi limito a non comprare le riviste specializzate e non seguire certe trasmissioni in T; così come chi non ama la musica classica si limita a non andare ai concerti: e basta.

Molti che si definiscono a-tei invece, sono perennemente ossessionati dall'idea e continuano a discutere di Dio, di religione e di religioni, di credenze, di chiese e culti e quant'altro! Molto più e con molto più impegno di quanto non faccia la più parte dei credenti.
Io certo non sentirei l’esigenza (anzi non ci penserei nemmeno) di andare a mettere il simbolo della mia religione a fianco a quello del signor Tosti, ma per l’ovvio motivo che quel suo simbolo, per me, non significa nulla e non mi da alcun turbamento!
Per lui invece è questione inquietante, come (l’ho letto qui a “Di la Tua”) per un certo sociologo Martella che rinunciò ai suoi diritti di voto pur di non esprimerlo in un’aula scolastica in cui era appeso un Crocefisso!

Ad ulteriore riprova, basta guardare in questo forum per consumatori, e notare quanto siano "gettonate" le discussioni di questo tipo, o vedere il polverone che sta sollevando il "Codice da Vinci"... e la prego non mi dica che lo sta sollevando fra i credenti!

In quanto a me, la penso proprio come dice lei: l'ateismo è una religione o meglio, un succedaneo di religione in tutti quelli che, a-tei, si sforzano di rinnegare ogni spiritualità, senza rendersi conto (ma in perfetta innocenza) che spiritualità e tendenza al divino sono parte essenziali della loro stessa natura umana.
Sono invece lontano dal vedere gli atei come super santi e d il resto che dice lei. Io li vedo solamente come persone irrequiete perché a disagio nel sentirsi mancanti di qualcosa, ma voglio sottolineare anche che non sono di particolare nocumento alla fede, cui anzi, per contrasto, danno maggior risalto ed evidenza.
Molto, molto peggio sogno i tiepidi, gli ignavi, ed i materialisti veri, quelli che una divinità ce l’hanno, e si chiama lucro, ed una chiesa, nella zecca dello stato!

Infine, le assicuro che non c’è nulla di eristico nel mio pensare, e non utilizzo alcuna tecnica subdola o ipocrita. Come forse già sa per aver letto qualche mio altro intervento, oppure mi crederà sulla parola, io non faccio proselitismo, e “non pretendo” in nessun modo di convincere chicchessia.
Esprimo liberamente il mio parere e le mie convinzioni, assumendomene comunque ogni responsabilità, perché lo ritengo un mio diritto, e continuerò a farlo. Null’altro.

Non mi piace essere accusato ingiustamente, ma sono certo, e lei me lo confermerà, che le sue insinuazioni non fossero specificatamente dirette a me, ma esprimessero solo convinzioni personali.

Grazie per avermi letto.

Lucio Musto 23 maggio 2006 parole 473
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Enrico Falcinelli 24 maggio 2006 00:00
Che piacere corrispondere nel forum in un tuo tema, caro Lucio!
Temevo non si fosse più presentata l’occasione, qui, pubblicamente, ed invece eccoti di nuovo.
Nelle poche righe del tuo prologo riassumi i connotati di un tema su cui c’è veramente molto da parlare, partendo proprio dal fatto che la tua intuizione è sacrosantamente vera.

Oggi, assistiamo ad un evento sociale forse unico nella storia; l’individualismo è un trend di massa: in un popolo enormemente accresciuto dopo gli incrementi demografici dall’epoca del dopoguerra ed in seguito all’allungamento della vita come risultato dell’efficacia della ricerca scientifica ed un miglior tenore economico, ci ritroviamo a vivere una quotidianità talmente condizionata , come tutti possono capire, al punto da ritrovarci di fatto “soli”.

Ma la causa di questa solitudine non è tanto la mancanza della possibilità di convivialità: basterebbe poco, per non sentirsi soli. Inoltre, l’ulteriore progresso tecnologico ha ridotto veramente le distanze sociali, al punto in cui oggi non è più impresa pioneristica (ne sanno qualcosa i radioamatori) poter corrispondere in tempo reale con qualcuno all’altro capo del mondo, senza particolari costose ed esclusive apparecchiature.

Ci sarebbe di che dire della comunicazione di tipo impersonale, come d’altronde lo è anche la modalità di questo forum, ma la motivazione della solitudine, quella invisibilmente immanente su tutti noi, non è nemmeno dovuta alla impersonalità delle comunicazioni.

Il movente principale della nostra solitudine è invisibile perché il più censurato innanzitutto da noi stessi. La causa è il secolarismo, il pensiero liberale in senso sbagliato, quello che acclama l’uomo come protagonista di sé, fautore esclusivo del proprio destino.

C’è una motivazione se l’uomo, dagli albori della storia, si costruì i suoi miti; e bada bene che i miti antichi non c’entravano con la religione. Nelle mie riflessioni (non son l’unico a pensarla così) ho considerato quanto potesse antrare la non conoscenza degli antichi riguardo gli eventi circostanti, con la costruzione dei miti.

Analizzando le modalità comportamentali sociali odierne di questa civiltà acculturata ed evoluta, ho potuto constatare che il meccanismo antropologico è identico a quello primitivo: quello che cambia è il tipo di mito, ma la modalità di approccio col reale contingente è il medesimo.

Quello attuale è un mito distruttivo, come ce ne sono stati nella storia dell’uomo; solo che questa volta pesa il fatto di essere numericamente tanti e il fattore della “migrazione” culturale è estremamente velocizzato ed amplificato proprio grazie anche alle attuali “facilities” comunicative.

Quindi è comprensibile come il pensiero odierno soggettivista ed individualista sia talmente radicato da esser diventato veramente difficile da rimuovere.

Ora, ricollegandosi al tema in questione, pare proprio che l’uomo, “ridotto” a fautore di sé, “mero” protagonista della sua storia, in questa veste non ci si ritrovi affatto!
Sì, perché l’uomo non basta a sé stesso. Ovvero, la sua “verità”, la sua essenza, egli l’avverte non dentro, ma fuori di sé.

Razionalmente, è esemplificativo il fatto che la nostra certezza sul reale è data dall’acquisizione di un fatto che comprovi, che sia corrispondente, cioè, a ciò che noi intendiamo certificare e questo fatto lo cerchiamo all’esterno di noi. Se fossimo fatti per bastare a noi stessi, la realtà realtà circostante non ci interesserebbe affatto e invece, così non è!

Anche nell’aspetto del senso religioso, ontologico dell’uomo, viviamo lo stesso meccanismo, così che è proprio quando pensiamo di poter far a meno di rivolgere il pensiero al “cielo” (è un archetipo umano), l’esigenza si fa più prepotente come anche si accentua il senso di solitudine e di asprezza che porta gli individui a scontrarsi con tutto e con tutti.

Non so se son riuscito, in troppo poche righe, a sintetizzare qualcosa, ma vorrei concludere con il concetto seguente, che auspico diventi un paradigma salutare, perché esso è pricipalmente per il nostro stesso bene, prima di essere bene per gli altri.
Da quanto ho espresso sopra, ne consegue che la vera distensione dell’animo umano e la conseguente apertura al reale l’uomo ce l’ha quando sperimenta l’aspetto della convivialità con il prossimo e soprattutto quando quello che fa è per l’altro. Inoltre, la soddisfazione dell’aspetto religioso non è cosa per il Papa, ma per l’uomo e quindi per sé, perché questo corrisponde alla nostra esigenza elementare di esigenza di rapporto con il tutto, ovvero, l’io che si rivolge ad un “tu”. Difatti, non esiste l’io se non c’è un contrapposto, il “tu”, e questa è la legge naturale dell’esistenza delle istanze per contrapposizione. Altro che l’uomo al centro dell’universo!!!

Purtroppo negare sé stessi oggi pesa, ecco perché tutto ciò si rifiuta a priori; ma l’uomo accorto riesce a sperimentare su sé stesso questo ed il proprio spirito di libertà sapra fargli scegliere ciò da cui dipendere!
Enrico 24 maggio 2006 00:00
Bravo Falcinelli, quando vuoi la testa la sai usare bene.
Enrico Falcinelli 25 maggio 2006 00:00
E vero, caro mio omonimo? E pensa che non è che mi ci sia concentrato molto!
Ciao!
Lucio Musto 25 maggio 2006 00:00
L’esigenza del confronto.

Caro Enrico, è sempre un piacere leggere i tuoi interventi. Ogni volta che scrivi c’è qualcosa da imparare, e sempre da riflettere.
Direi anzi troppo. In poche righe, come tu stesso dici, riesci a sintetizzare molti argomenti, e quasi ogni paragrafo avrebbe bisogno di una tavola rotonda tutta per se. Non è forza mia.

Piglierò un qualche spunto, dal tuo testo, scelto ad hoc per continuare il discorso che mi preme, lasciando il resto ad altra occasione.

Ed il punto è l’esigenza del confronto; il bisogno di colloquiare con l’altro, di affermare il proprio sentire, di verificare per poi confutare, rigettare o assimilare il sentire dell’altro.
Questa esigenza mi sembra fortissima quasi in ogni persona, meno quelle che sembra vogliano esaurire i propri interessi e la propria spiritualità allo sportello Bancomat dell’angolo della strada. Fortissima e mai disgiunta dall’altra, estremizzazione di questa, del confronto con il tutto, l’assoluto, la misura limite di ogni cosa.

Quest’esigenza è ora, ed in crescendo nel tempo, sempre più insoddisfatta, sempre più fonte di irrequietezza se non di angoscia, ed incredibilmente in aumento parallelamente al semplificarsi delle comunicazioni, al moltiplicarsi delle occasioni di incontro. Lo rilevi benissimo tu, nella tua analisi, ma voglio chiedermene anch’io il perché.
E’ forse possibile che le comunicazioni più facili e numerose, sempre più freneticamente frettolose, siano di “qualità scadente”?... è possibile che si vada perdendo un “qualcosa” che rendeva le conversazioni e gli incontri dei nostri padri più appaganti e nutrienti per soddisfare l’esigenza di cui andiamo parlando?

Certo che la comunicazione non è fatta di solo parole, ancor meno di simboli e pittografie. Quanta gente afferma di non sentirsi a proprio agio parlando per telefono, che: «…di persona è un’altra cosa!...». Il colloquio non è solo scambio di frasi, ma di sguardi, di espressioni, di gesti, di rossori, di fremiti impercettibili. Queste cose servono al rapporto e il messaggio corporale di una sincera simpatia non può essere sostituito dal “ :) “ di un SMS.

Identico ragionamento è da farsi per il problema escatologico. Fatta eccezione sempre per quelli del Bancomat… che io credo che in realtà fingano, per paura…

Mi sembra non difficile convincersi che il “rapportarsi” è connaturato nell’uomo. Il rapportarsi col prossimo, il rapportarsi con l’assoluto.

A questo punto del mio ragionamento, la conclusione sembrerebbe scontata: Dio quindi lo ha creato l’uomo per soddisfare la sua esigenza di confronto con la perfezione, il valore infinito, il punto fermo!.

Si, potrebbe essere così. Ma la mia natura sostanzialmente concreta, e la mia preparazione culturale squisitamente scientifica non me lo fanno credere (Ricordi?... se ne discuteva anche in “Come la materia diventa pensiero”, ma non so bene se fosse su questo forum).

L’essere umano non è “altro” dalle creature organiche, dal regno animale, dall’ordine armonico ed affascinante della Natura. Ne segue le leggi e partecipa alle regole come qualunque altra cosa sotto i cieli e nei cieli stessi!
Noi vediamo che la Natura non fa mai nulla inutilmente, anche se i suoi tentativi sembrano (o sono) fatti a caso. I tentativi, ma non i risultati. Se un organo c’è, se una caratteristica viene mantenuta, in una specie, è immancabilmente segno che serve!... e che continua a servire!
Infatti anche le evoluzioni più ganze se non hanno un rapporto costo/prestazioni buono vengono impietosamente eliminate!
Così gli smilodon persero i bellissimi denti a sciabola quando le prede divennero più piccole, perché la Natura sa che non serve andare a caccia di passeri col cannone, e le talpe la vista che pure avevano conquistato, mentre negli animali notturni si acuisce l’udito in supporto alla vista difficoltosa. E così è sempre.
Dall’aggressività della iena alla sospettosità del coniglio, il carattere utile viene sviluppato, quello superfluo diventa recessivo ed in breve scompare.

Per analogia, ma a volerci riflettere bene per molto più che una semplice analogia, l’intelligenza dell’uomo, la sua voglia di sapere, la sua tensione all’astrazione, il suo desiderio di spiritualità non può essere considerato un carattere recessivo, ma dominante.
L’uomo ce l’ha perché fa parte della sua natura, del suo essere, del suo destino.
In una parola, per poter essere il “tu” di Dio.

Lucio Musto 25 maggio 2006 parole 686
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Andrea 37 anni 26 maggio 2006 00:00
I dogmi sono falsità che la chiesa cattolica adopera per soggiogare i pseudo fedeli.

La Parola di Dio non ha dogmi ma solo verità svelate e alla Luce, e non nascoste in tenebre di comodo per tirare su soldi dai credenti nelle favole.

Nè Maria nè i santi possono intercedere in favore degli uomini: l'unico intercessore e mediatore tra Dio e L'uomo è Gesù Cristo.

Tutto il resto è favola cattolica come il "LUMEN GENTIUM" (LG) non ha nessun valore in quanto opera dell'uomo e non opera di Dio e soprattutto non è Parola di Dio.

Questo per dire a tutti quei cattolici di rendersi conto di che grande menzogna bevono tutti i giorni.

SVEGLIATEVI. SOLO LA BIBBIA è PAROLA DI DIO E NULL'ALTRA SCRITTURA.

Andrea 37 anni.
Andrea 37 anni 26 maggio 2006 00:00
Grazie per le tue solite gentilezze, anche se tra te e un cristiano c'è un abisso: infatti sei un cattolico che di cristianesimo non ne ha idea minimamente.

Scusa se mi permetto qualche volta di nominarti ma quando si leggono quelle brutture come stai scrivendo ultimamente, non posso fare altro che, almeno farle notare a chi potresti essere di scandalo.

Comunque sono sempre dell'idea che menti straordinarie come in questo forum, che potrebbero essere usate per la gloria di Dio, sprecate in questa maniera, è proprio un gran peccato.

Spero sempre in Dio che possa un giorno darvi l'opportunità di trovare la sua Via, ma quella vera che non dimora nel cattolicesimo.

Ciao fritto Musto.

Ciao Enrico ci sentiamo privatamente: sempre che non mi brucino gli occhi.

Ahahahahahahahahahahahahahahah.

Andrea 37 anni.
Enrico Falcinelli 26 maggio 2006 00:00
Caro Lucio, nella tua ultima, hai toccato un punto che non solo varrebbe la pena di ampliare ma che è alle fondamenta del nostro impulso alla ricerca per la nostra vita e per il nostro destino.

Parlo del senso geneticamente "embedded" in noi, che si libera proprio in quel punto del "cuore" dove l'intuizione nasce in una purezza incontaminata, prima ancora che essa diventi pensiero.

E' vero, in sintesi, quello che dici: abbiamo i piedi per camminare, sentiamo il dolore per difendercene, avvertiamo d'esser fatti per altro, perchè di conseguenza lo siamo!

Saluti carissimi, Enrico.
Lucio Musto 26 maggio 2006 00:00
X Ateo

Stamattina, sui 20 titoli del forum più recentemente aggiornati 8 sono di natura religiosa.

Percentualmente, siamo allo stesso livello del giornalino interno della mia parrocchia.

Credo sempre meno, come afferma lei, che quello su Dio sia un "discorso chiuso".

Anche se naturalmente, se ne parla malissimo!

Cordialità
Enrico 26 maggio 2006 00:00
Vedo caro Falcinelli che quando vuoi la testa la sai usare bene. Mi complimento di cuore e condivido il pensiero:

"si libera proprio in quel punto del "cuore" dove l'intuizione nasce in una purezza incontaminata, prima ancora che essa diventi pensiero."
Lucio Musto 26 maggio 2006 00:00
X Ateo (int. del 23 maggio)

Visto che dottamente ci ha citato Bruno Forte (teologo e pensatore cui va fatto tanto di cappello), perché non completa la citazione riportando anche quello che dice a proposito dell'ateo, e come lo definisce?

come dire... per equità!

Grazie e cordialità
Andrea 37 anni 28 maggio 2006 00:00
Fritto Musto o Frutto Misto?

Sei bravo a dare i nomi da escremento circolare di forma cilindrica (definizione dello Zingarelli) del nome che mi hai attribuito, ma poi a dare risposte sei carente.

forse quei 67 anni cominciano a farsi sentire.

Enrico Falcinelli ti ringrazio della citazione e dei complimenti intrinsechi nella risposta a moon lisa che a me sembra Simona, comunque non sono protestante, sono semplicemente non cattolico.

Andrea 37 anni
Ateo 29 maggio 2006 00:00
Fra i credenti, gli elementi più irriducibili e stolidi sono quelli dotati di una cultura vieppiù rimaneggiata e copiata da fonti più "autorevoli"; onde evitare pensieri scomodi, essi si contentano di girare attorno a quei pochi concetti, e lo si vede facilmente allorquando, messi alle corde, anziché rispondere alle domande, dirottano il fulcro della discussione su argomenti "a effetto", basati sull'espediente del richiamo alla morale, alla "civiltà", al "rispetto", alla "educazione". Chiaramente, non possono dubitare di quel poco che sanno, poiché credono d'avere le spalle coperte da "esperti di dio", "ben più accreditati": i quali, malauguratamente, sono accreditati semplicemente... dal credito che i primi tributano loro. E il cerchio si chiude.

E parlano, parlano di "convinzioni personali", quando chi le avanza è un non credente; chiaramente così sarebbe, poiché intuiscono che l'idea di dio serve ad amalgamare il "gruppo" tramite uno stereotipo condiviso. Chi non crede, chiaramente possiede convinzioni che, seppur condivise da altri simili, diventano così "personali". Anche per questo motivo, riescono a dire pure che l'opposizione si è "fossilizzata" su teorie "oramai demistificate"; difatti, credere in un dio lascia molto spazio nella scatola cranica, al fine di poter escogitare argomenti sempre nuovi e freschi in suo supporto.

Sin quando non li avrai messi alle corde, questi stessi si arrogheranno il "diritto" di criticare la tua libertà di pensiero, nella pretesa che il non credere sia un errore e un pericolo per la "comunità". Messi alle strette, non rimane loro che sventolare innanzi la bandiera della "libertà d'opinione" (quella stessa negata pubblicamente per millenni dalle loro chiese; e anche oggi, con mezzi ed espressioni più "discreti"); così, il loro credo ineffabile e vero, ricco di "tesi" e posizioni "incrollabili", come per magia diventa anch'esso... un'opinione. Ma solo per il momento. Difatti, quando il miscredente (leggasi, "l'indemoniato") si sarà calmato, potranno comunque riprendere la loro crociata per riguadagnarlo alla "verità"; per loro nulla sarà cambiato, sinché esisterà ancora una fonte da cui promana la vertigine della superstizione cui aderiscono.
Lucio Musto 29 maggio 2006 00:00
X Ateo

Cle lei abbia un ben basso concetto di "credente", di qualunque credente si parli, è evidente.

Naturalmente "credente" è semplicemente "colui che crede", e mi sembra che nelle sue molte affermazioni non ci sia uno straccio di ragionamento, di dimostrazione o di prova, ma solo le sue personali convinzioni (o credenze).

Perciò lei può benissimo essere definito un "super credente"!

Benvenuto fra gli stolidi, signor Ateo!
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