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23 gennaio 2007 00:00
CRITERI DI AUTENTICITÀ STORICA DEI VANGELI
Per stabilire infatti l'autenticità storica del contenuto dei vangeli, non basta dimostrare che, fin dalle origini, è esistita la possibilità di trasmissione attiva e fedele delle parole e delle azioni di Gesù: ancora di più, che c'è stata durante la formazione della tradizione fino alla trasposizione per iscritto di questa tradizione, preoccupazione e volontà mantenuta di fedeltà a Gesù; va anche stabilito che questa fedeltà appartiene all'ordine dei fatti e che è verificabile; in altre parole, che gli scritti e la realtà corrispondono. Quest'ultima verifica si effettua facendo appello ai criteri di autenticità storica,. poiché la critica letteraria a questo punto cede il passo alla critica storica. La critica letteraria, infatti, anche se raggiunge le forme più antiche della tradizione, grazie alle tecniche messe a punto dalla FG e dalla RG, non è autorizzata, in quanto tale, a pronunciarsi sulla storicità di un racconto o di un lóghion.
Lo studio dei criteri di storicità, applicato ai vangeli, è un'impresa recente che risale a Käsemann, nel 1954. Da allora, l'interesse per i problemi di criteriologia non ha smesso, di aumentare. A partire dal 1964, cominciano i primi saggi di sistematizzazione: ci si sforza di definire, di raggruppare, addirittura di gerarchizzare i criteri. A questa fase della ricerca appartengono i lavori di H.K. McArthur, N. Perrin, I. de la Potterie, L.Cerfaux, M. Lehmann, J. Jeremias, R.S. Barbour, D.G.A. Calvert, J. Caba, N. J. McEleney, D. Lührmann, E. Schillebeeckx, R. Latourelle, F. Lambiasi, F. Lentzen-Deis.
a. Indizi, criteri e prova - Prima di passare allo studio dei criteri propriamente detti, è necessario fare un certo numero di distinzioni:
1. Distinguiamo innanzitutto indizi e criteri. Un indizio può portare ad una verosimiglianza, ad una probabilità, ma non ad un giudizio certo di autenticità storica. Cosi, il fatto che gli evangelisti abbiano conservato un certo numero di dettagli assolutamente «neutri», cioè non tradendo alcuna intenzione teologica visibile (per esempio: Gesù che dorme su un cuscino durante la tempesta; Mc 4,38), costituisce un indizio favorevole, ma non un criterio in senso proprio. Allo stesso modo, il colorito e la vivacità di certi racconti in Marco, non potrebbero meritare il nome di criterio. Simili fatti possono certo manifestare la fedeltà della tradizione all'evento reale, ma possono anche dipendere dall'attività redazionale. La stessa cosa va detta per «l'impressione di verità» che i vangeli producono. E ben conosciuta la riserva, e anche la diffidenza degli storici nei confronti di questo tipo di argomenti.
2. E' necessario anche non confondere l'arcaicità delle forme con l'autenticità storica del loro contenuto. La FG può arrivare a scoprire le forme più primitive della tradizione, ma si situa ancora nei limiti della critica letteraria. Più esatto e più valido è l'approccio della RG che si applica a scoprire gli elementi attribuibili all'evangelista. Quando l'esegesi, infatti, è arrivata a scoprire, in un lóghion o in un racconto, gli elementi propri dell'evangelista o della chiesa primitiva, e quando sì trova dì fronte alla forma più antica, noi possiamo presumere di avere un serio indizio di storicità, perché abbiamo ridotto al massimo le mediazioni che ci separano da Gesù. Procedere in questo modo, significa praticamente risalire fino al Sitz im Leben Jesu. Tuttavia, a rigor di termini, non si tratta ancora di critica storica, ma di critica letteraria. Rimane da dimostrare la realtà storica che sottende il lóghion o il racconto. E' allora che intervengono i criteri propriamente detti di autenticità storica. Tuttavia, i risultati della critica letteraria, in certi casi, sono così potenti, così impegnativi che si avvicinano al criterio di storicità. È la prova che la frontiera tra indizio e criterio, tra critica letteraria e critica storica, è a volte difficile da stabilire e il passaggio dall'uno all'altro è impercettibile.
3. Infine, si deve evitare di confondere criterio e prova. I criteri sono norme che, applicate al materiale evangelico, permettono di provare la consistenza storica dei racconti e di dare un giudizio sull'autenticità o l'inautenticità del loro contenuto. La loro applicazione convergente permette di stabilire la prova o la dimostrazione di autenticità storica.
b. Criteri primari o fondamentali - Per criteri fondamentali, intendiamo criteri che hanno un valore proprio, intrinseco, e di conseguenza autorizzano un giudizio certo di autenticità storica. Non diciamo che questi criteri devono essere impiegati in maniera esclusiva, ma che possiedono un valore intrinseco sufficiente per condurre a risultati certi e fruttuosi. Questi criteri, conosciuti dalla storia universale, e riconosciuti dalla maggior parte degli esegeti, sono i seguenti: criterio di attestazione molteplice, criterio di discontinuità, criterio di continuità, criterio di spiegazione necessaria o di ragione sufficiente.
1. Criterio di attestazione molteplice. Viene enunciato così: «Si può considerare autentico un dato evangelico solidamente attestato in tutte le fonti (o nella maggior parte) dei vangeli»: Marco, fonte di Matteo e di Luca; la Quelle, fonte di Luca e di Matteo; le fonti speciali di Matteo e di Luca ed, eventualmente, di Marco; gli altri scritti del NT, in particolare gli Atti, il vangelo di Giovanni, le lettere di Paolo, di Pietro, di Giovanni, la lettera agli Ebrei. Il criterio ha maggior peso se il fatto è reperibile in forme letterarie diverse, attestate anch'esse in fonti molteplici. Così, il tema della simpatia e della misericordia di Gesù nei confronti dei peccatori, appare in tutte le fonti dei vangeli e nelle forme letterarie più diverse: parabole (Lc 15,11-32), controversie (Mt 21,28-32), racconti di miracoli (Mc 2,1-2), racconto di vocazioni (Mc 2,13-17). Questo criterio è di uso corrente nella storia universale. Una testimonianza concordante, proveniente da fonti diverse e non sospette di essere intenzionalmente collegate tra loro, merita di essere riconosciuta da tutti. Al limite, la critica storica dirà: testis unus, testis nullus. La certezza poggia sulla convergenza e sull'indipendenza delle fonti.
La difficoltà maggiore che lo storico incontra nell'applicazione di questo criterio ai vangeli, riguarda naturalmente 1'indipendenza delle fonti. In quale misura questa indipendenza può essere garantita, dal momento che dietro le fonti scritte c'è la tradizione orale nel corso della quale il materiale studiato ha potuto essere introdotto nelle diverse fonti, in ragione del ruolo che aveva nella chiesa primitiva? Questa difficoltà non andrebbe né sottovalutata né minimizzata. Per questo le condizioni di validità di questo criterio hanno bisogno di essere definite.
E' vero che la tradizione orale e la chiesa primitiva sono la fonte comune da cui ha preso vita la tradizione evangelica nelle sue diverse formulazioni scritte. Quest'affermazione, tuttavia, deve essere sfumata e spiegata. Osserviamo innanzitutto che fonte unica non deve essere confusa con attestazione unica. Una fonte può rappresentare un numero virtualmente elevato di testimoni: è il caso di 1Cor 15,3-9 che attesta la risurrezione e le apparizioni di Gesù. Ma quello che interessa maggiormente, nel caso dei vangeli, è la qualità dell'ambiente ecclesiale. Per questo la seconda verifica critica della nostra dimostrazione aveva per oggetto proprio lo studio di questo ambiente. Da questa verifica risulta che l'atteggiamento fondamentale della chiesa primitiva nei confronti di Gesù è quello della fedeltà. Sappiamo anche che le chiese del II secolo sono convinte di ricevere veramente dai vangeli l'accesso a Gesù, al punto che i vangeli costituiscono una norma di fede e di vita fino all'impegno del martirio. Conosciamo anche le leggi della trasmissione orale nel giudaismo dell'epoca. Sappiamo inoltre che la diversità ed il regionalismo delle comunità ecclesiali (diversità di lingua di mentalità, di cultura) rappresentano un fattore di indipendenza che fa da contrappeso al pericolo di uniformità. Attraverso la storia della redazione possiamo infine verificare il grado di fedeltà della tradizione scritta in rapporto alla tradizione orale. La fedeltà della prima ci permette di pronunciarci ragionevolmente sulla fedeltà della seconda.
Su questo sfondo di fedeltà nella libertà, e di unità nella diversità, possiamo dare fiducia al criterio di attestazione molteplice e ritenerlo un criterio fondamentale, soprattutto quando si tratta di riconoscere i tratti essenziali della figura, della predicazione e dell'attività di Gesù: per esempio la sua presa di posizione nei confronti della legge, dei poveri, dei peccatori; la sua resistenza al messianismo regale e politico; la sua attività di taumaturgo e la sua predicazione con parabole. Quando si tratta di lóghia o di fatti particolari, il criterio dovrà generalmente essere chiarito da altri criteri. Può accadere, infatti, che del materiale evangelico sia stato introdotto prima della formazione delle fonti. Così, Mc 8,34, sulla necessità. per il discepolo di Gesù, di portare la sua croce, si spiega meglio nel contesto della predicazione postpasquale che in quello della predicazione di Gesù. Tuttavia, la conformità di questo lóghion con l'insieme del messaggio di Gesù sulla necessità di morire a se stessi per entrare nel regno, come anche con l'esempio della sua vita e della sua morte, permette di stabilire che esso rappresenta un' interpretazione fedele di Gesù. In altri casi il criterio basta da solo a fondare un giudizio di autenticità. Così, il fatto della morte di Gesù per la salvezza degli uomini è attestato in tutte le fonti e si diffonde su tutte le pericopi. In breve, possiamo concludere che il criterio di attestazione molteplice è valido, e riconosciuto come tale, quando si tratta di stabilire tratti essenziali della figura, della predicazione e dell'attività di Gesù. Quando si tratta di pericopi particolari, il criterio è valido quando è sostenuto da altri criteri o quando non esiste alcun motivo serio di mettere in dubbio l'autenticità del materiale attestato.
2. Il criterio di discontinuità . Il consenso su questo criterio è praticamente unanime. Viene formulato cosi: «Si può considerare autentico un dato evangelico (soprattutto quando si tratta delle parole e degli atteggiamenti di Gesù) irriducibile sia ai concetti del giudaismo sia ai concetti della chiesa primitiva».
Prima di prendere in considerazione il caso dei racconti particolari, si può dire che i vangeli, nel loro insieme, si presentano come un caso di discontinuità, nel senso che costituiscono qualcosa di unico e dì originale in rapporto ad ogni altra letteratura. Il genere letterario «vangelo» è in discontinuità con la letteratura giudaica antica come anche con la letteratura cristiana successiva. I vangeli non sono né biografie, né apologie, né speculazioni dottrinali, ma testimonianze sull'evento unico della venuta di Dio nella storia. Il loro contenuto è la persona di Cristo, che non è classificata né secondo le categorie della storia profana, né secondo quelle della storia delle religioni. Gesù si scopre allo storico come un essere assolutamente unico. Gli esempi di questa discontinuità, al livello delle pericopi, sono innumerevoli e riguardano sia la forma sia il contenuto. Jeremias ha studiato con particolare attenzione i casi di discontinuità che riguardano la forma. Così, nell'uso molto frequente che egli fa del parallelismo antitetico, Gesù, a differenza dell'AT, mette l'accento sulla seconda parte del parallelismo, più che sul primo (Mt 7,3-5). Allo stesso modo, a differenza dell'AT che si serve dell'espressione Amen per esprimere un assenso ad una parola già detta, Gesù ricorre all'espressione Amen (in verità, nei sinottici) o Amen, Amen (in S.Giovanni, seguita da: «Io vi dico», «Io ve lo dico») per introdurre le sue stesse parole. Analogo a quello dei profeti, questo modo di parlare manifesta l'autorità unica di colui che dice anche: «io sono». La discontinuità è ancora più significativa a livello degli atteggiamenti e del contenuto. Così, l'espressione Abba, usata da Gesù per rivolgersi a Dio, dimostra un'intimità di rapporto che è qualcosa di inaudito rispetto al giudaismo antico. Solo Gesù ha il potere di rivolgersi a Dio come ad un padre, e soltanto lui può autorizzare i suoi a ripetere con lui: «Padre nostro». Di fronte alla legge, Gesù non ha l'atteggiamento dei farisei ostinati sui dettagli dell'osservanza esteriore; la sua attenzione verte immediatamente sullo spirito della legge. Il suo atteggiamento, per esempio, nei confronti del sabato e delle purificazioni legali, rappresenta un caso di rottura con il mondo rabbinico. Allo stesso modo, la sua visione del Regno differisce radicalmente da quella dell'ebreo medio. Quest'immagine unisce la grandezza del regno davidico all'umiltà della predicazione ai poveri, e la glorificazione finale del figlio dell'uomo alla sofferenza redentrice del Servo di Jhwh.
Vediamo adesso alcuni casi di discontinuità con i concetti della chiesa primitiva:
- Il battesimo di Gesù lo annovera tra i peccatori: la chiesa primitiva, che proclama Gesù «Signore», come ha potuto inventare una scena in contrasto così violento con la sua fede? Lo stesso va detto della triplice tentazione, dell'agonia, della morte in croce.
- L'ordine dato agli apostoli di non predicare ai Samaritani ed ai Gentili non corrisponde più alla situazione di una chiesa che si apre a tutte le nazioni.
- Tutti i passi del vangelo in cui, malgrado la venerazione della chiesa primitiva per gli apostoli, si sottolinea la loro incomprensione, i loro difetti e perfino la loro defezione (tradimento di Giuda, rinnegamento di Pietro), contrastano con la situazione postpasquale.
- I vangeli hanno conservato gli enigmi del linguaggio di Gesù, mentre la chiesa, ormai in grado di comprenderli, poteva essere tentata di eliminarli (Mt 11,11-12; Mc 9,31; 14,58; Lc 13,32; Mc 4,11).
- Il mantenimento, da parte dei vangeli, di espressioni come «regno», «figlio dell'uomo», rappresenta una situazione già anacronistica rispetto alla teologia più elaborata di Paolo. Per la maggior parte degli autori, questo criterio fondamentale è valido, ma deve essere usato in collegamento con altri, in particolare con il criterio di conformità. Un uso troppo esclusivo di questo criterio tenderebbe a scartare come inautentico tutto ciò che si situasse nella linea del giudaismo o della chiesa primitiva. Ragionare così significherebbe fare di Cristo un essere atemporale, tagliato fuori dal suo ambiente e dalla sua epoca. Significherebbe porlo in un vacuum, senza influenza ricevuta dal giudaismo, e senza influenza esercitata sulla chiesa; oppure, significherebbe accettare il presupposto che la chiesa non fa che deformare o inventare tutto quanto riguarda Gesù. La verità è che Cristo è del suo tempo e che ha dovuto assumere l'ambiente e la storia del suo popolo, con le sue tradizioni linguistiche, sociali e religiose. D'altra parte, gli Atti ci mostrano come la chiesa sia rimasta legata al giudaismo e con quale fatica essa sia riuscita a liberarsene per non sprofondare con esso. Il criterio di discontinuità è particolarmente valido per conoscere ed identificare certe parole di Gesù, certi avvenimenti della sua esistenza, certi temi essenziali della sua predicazione. Ma sarebbe illegittimo, sulla base di questo unico criterio, eliminare tutto quello che è conforme alla tradizione giudaica o alla tradizione ecclesiale.
3. Il criterio di conformità. Questo criterio non è inteso da tutti allo stesso modo. Così, B. Rigaux (RB 68, 1958, 518-520) sottolinea spesso la conformità dei racconti evangelici con l'ambiente palestinese ed ebraico del tempo di Gesù, come noi lo conosciamo attraverso la storia, l'archeologia, la letteratura. Di fatto, la descrizione evangelica dell'ambiente umano (lavoro, abitazione, mestieri), dell'ambiente linguistico e culturale (schemi di pensiero, substrato aramaico), dell'ambiente sociale, economico, politico e giuridico, dell'ambiente religioso soprattutto (con le sue rivalità tra farisei e sadducei, le sue preoccupazioni religiose riguardanti il puro e l'impuro, la legge ed il sabato, i demoni e gli angeli, i poveri e i ricchi, il regno di Dio e la fine dei tempi) è notevolmente fedele all'immagine complessa della Palestina ai tempi di Gesù. Questa conformità con il momento unico rappresentato dall'apparizione di Gesù in Israele, costituisce, agli occhi di Rigaux, un segno indubitabile di autenticità. Non si potrebbe infatti inventare di sana pianta un insieme di dati così importanti e così complessi, che i vangeli presentano fin nelle loro minime particolarità, come un tessuto dalla trama stretta: la ragione sufficiente di questa fedeltà è nella realtà stessa. Bultmann e Perrin considerano autentico soltanto il materiale riconosciuto conforme al materiale ottenuto con il criterio della discontinuità. In altri termini, una volta ottenuto, tramite il criterio di discontinuità il nucleo autentico delle parole e dei gesti dì Gesù (in particolare la sua morte in croce e la sua predicazione sul regno), tutto ciò che è conforme a questi elementi e all'immagine che ne deriva, appartiene al Gesù della storia. Così, l'applicazione di questo criterio consente di riconoscere come autentiche le parabole del regno.
Ampliando e approfondendo questo criterio, de la Potterie riconosce come autentico tutto ciò che è conforme all'insegnamento centrale di Gesù sulla venuta imminente del regno. Il tema del regno di Dio appartiene infatti agli strati più antichi della tradizione evangelica. E inoltre attestato dal criterio di discontinuità: onnipresente nei sinottici, esso ha una risonanza di urgenza escatologica che lo distingue sia dal giudaismo antico sia dalla predicazione primitiva della chiesa.
La conformità con l'ambiente. come l'intende Rigaux, ci sembra un argomento valido per stabilire la storicità globale dei vangeli. Infatti, quando racconti così notevoli riflettono un ambiente in maniera così fedele, si può dire che c'è una solida presunzione di autenticità. Tanto più che la descrizione evangelica deriva da fonti e non tradisce il minimo sforzo di ricostituzione post factum. Notiamo tuttavia che una simile conformità non porta direttamente al Gesù storico, ma all'ambiente in cui egli ha vissuto. Da sola, essa non potrebbe bastare.
Per questo proponiamo, del criterio di conformità, la definizione seguente, che ingloba le posizioni di Rigaux, Perrin e de la Potterie: «Si può considerare come autentico un detto o un gesto di Gesù che è non solo in stretta conformità con l'epoca e l'ambiente di Gesù (ambiente linguistico, geografico, sociale, politico, religioso), ma anche e soprattutto intimamente coerente con l'insegnamento essenziale, il centro del messaggio di Gesù, cioè la venuta e l'instaurazione del regno messianico». A questo riguardo, sono esempi tipici: le parabole, tutte centrate sul regno e sulle condizioni del suo sviluppo; le beatitudini, originariamente proclamazione della buona notizia della venuta del regno messianico; il Padre Nostro, primitivamente ed essenzialmente preghiera per l'instaurazione del regno; i miracoli, intimamente legati al tema del regno di Dio e al tema della conversione; la triplice tentazione, conforme al contesto della vita di Gesù e al suo concetto del regno: richiesta insistente di un prodigio, da parte degli ebrei, e rifiuto costante di Gesù; attesa di un messia politico e temporale, da parte degli ebrei, e predicazione di un regno interiore, da parte di Gesù; contrapposizione del regno di Dio e del regno di Satana.
I due criteri di discontinuità e di conformità si distinguono e si completano al tempo stesso. E la conformità con l'ambiente che consente di situare Gesù nella storia e di concludere che egli è veramente del suo tempo, mentre il criterio di discontinuità rivela Gesù come un fenomeno unico ed originale. Egli si distacca dal suo tempo e al tempo stesso vi si ricollega. E ancora il criterio di discontinuità che consente di stabilire i tratti essenziali della sua personalità e del suo insegnamento. Su questa base ancora limitata, ma salda, il criterio di conformità allarga, amplifica, come cerchi concentrici, le zone di autenticità. Il tema del regno, per esempio, si riflette sulle parabole, sulle beatitudini, sui miracoli, sulla triplice tentazione, sul Padre Nostro. Infine, è con l'uso dei due criteri che noi riusciamo a stabilire ciò che più avanti chiameremo lo stile di Gesù. Bisogna guardarsi, nella pratica, dall'isolare i due criteri come degli assoluti. Validi in sé, essi sono destinati a chiarirsi reciprocamente, a prestarsi un mutuo appoggio.
4. Il criterio di spiegazione necessaria. Ne proponiamo la formula seguente: «Se, di fronte ad un insieme notevole di fatti o di dati, che esigono una spiegazione coerente e sufficiente, si offre una spiegazione che chiarisce e raggruppa armoniosamente tutti questi elementi (che, altrimenti, resterebbero degli enigmi), possiamo concludere di essere in presenza di un dato autentico (fatto, gesto, atteggiamento, parola di Gesù)». Questo criterio mette in moto un insieme di osservazioni che agiscono per via di convergenza e la cui totalità esige una soluzione intelligibile, cioè la realtà di un fatto iniziale . Questo criterio viene usato abitualmente in storia, in materia di diritto e nella maggior parte delle scienze umane.
Nel caso dei vangeli, ha ragione la critica di ritenere come autentica una spiegazione che risolve un grande numero di problemi senza farne nascere di più grandi, o senza farne nascere nessuno.
Così, molti fatti della vita di Gesù (per esempio, il suo atteggiamento nei confronti delle prescrizioni legali, delle autorità ebraiche, delle Scritture; le prerogative che egli si attribuisce; il linguaggio che usa; il prestigio che possiede e il fascino che esercita sui discepoli e sul popolo) hanno un senso solo se noi ammettiamo all'origine l'esistenza di una personalità unica e trascendente. Una tale spiegazione è più consistente di quella del ricorso ad una chiesa creatrice del mito Gesù.
Nel caso dei miracoli, ci troviamo di fronte a una decina di fatti importanti che la critica più severa non può ricusare, e che richiedono una spiegazione sufficiente: l'esaltazione di fronte all'apparizione di Gesù, la fede degli apostoli nella sua messianicità, il posto dei miracoli nella tradizione sinottica e giovannea, l'odio dei sommi sacerdoti e dei farisei a causa dei prodigi operati da Gesù, il legame costante tra i miracoli e il messaggio di Gesù sulla venuta decisiva del regno, il posto dei miracoli nel kêrygma primitivo, il rapporto intimo tra le pretese di Gesù come figlio del Padre e i miracoli come segno della sua potenza. Tutti questi fatti esigono una spiegazione, una ragione sufficiente.
Anche se il campo d'azione privilegiato del criterio di spiegazione necessaria è quello dei temi maggiori del vangelo, sottolineiamo che esso si applica altrettanto bene alle pericopi particolari. Così, a proposito della moltiplicazione dei pani, si deve spiegare perché, in seguito all'avvenimento, Gesù è stato considerato un grande profeta, addirittura il profeta atteso dalla nazione, e si è voluto farlo re; si deve spiegare la pericolosa esplosione di messianismo politico che l'atto di Gesù provocò; si deve spiegare perché Gesù costrinse i discepoli a rimbarcarsi subito, come se essi rifiutassero di abbandonare una cosa alla quale tenevano esageratamente; bisogna spiegare che l'episodio, dapprima non compreso fu tuttavia per i discepoli un fatto decisivo nel loro cammino verso la fede nella messianicità di Gesù; si deve spiegare perché Marco ha messo così fortemente in luce la portata cristologica dell'avvenimento e il suo valore di rivelazione messianica; si deve spiegare il fatto, unico nel suo genere, dell'importanza che il racconto assunse nelle tappe successive della tradizione, prima nella catechesi liturgica, poi nella composizione dei sinottici e del vangelo di Giovanni, e infine nella tradizione patristica e nell'iconografia dei primi secoli. Tutti questi fatti messi insieme esigono una spiegazione che sia vera e valida. Se si ammette che Gesù ha veramente compiuto quel gesto messianico della moltiplicazione dei pani, si trova in questo fatto iniziale il fondamento e la ragione sufficiente di tutti i fatti che abbiamo menzionato.
c. Un criterio secondo o derivato: lo stile di Gesù – Per stile non intendiamo qui tanto lo stile letterario ma lo stile vitale, personale di Gesù. Lo stile è il modo di pensare che modella il linguaggio; è lo slancio, il movimento dell'essere che si inscrive non solo nel linguaggio, ma negli atteggiamenti e nel comportamento globale. E' quell'impronta inimitabile della persona su tutto ciò che essa fa e dice. Le componenti di questo stile, tuttavia, potrebbero essere stabilite solo a partire dai criteri fondamentali di attestazione molteplice, di discontinuità, di conformità e di spiegazione necessaria. Per questo parliamo di stile secondo o derivato. Una volta riconosciuto e definito, lo stile diventa a sua volta criterio di autenticità.
A proposito del linguaggio di Gesù, Schürmann fa notare che esso è caratterizzato da una coscienza di sé di una maestà singolare, senza confronto; da una nota di solennità, di elevazione, di sacralità; da un accento al tempo stesso di autorità, di semplicità, di bontà, di urgenza escatologica. Gesù inaugura nella sua persona un'era nuova.
Nel suo comportamento, osserva Trilling, si può notare «un amore sempre uguale per i peccatori, pietà per tutti quelli che soffrono o sono oppressi, una durezza impietosa verso ogni forma di sufficienza, una santa collera contro la menzogna e l'ipocrisia. E soprattutto. un riferimento radicale a Dio, Signore e Padre» (Jésus devant l'histoire. Paris 1968, 59).
Questi tratti si ritrovano sia nell'agire sia nell'insegnamento di Gesù. C'è, nelle sue parole, un accento di semplicità, di dolcezza e al tempo stesso di autorità sovrana. Così, lo stesso Gesù che si proclama il servitore di tutti, il buon pastore, l'amico dei poveri e dei piccoli, è anche quello che dichiara: «Io sono venuto... Io, io vi dico... In verità, vi dico... Chi costruisce sulla mia parola... Va'... vieni... seguimi... alzati, cammina». La sua parola ha un accento di urgenza escatologica: «Finora vi è stato detto... Ormai... Il cielo e la terra passeranno, le mie parole non passeranno».
La sua azione manifesta gli stessi tratti di semplicità e di autorità, e soprattutto di bontà, di compassione, verso i peccatori e tutti quelli che soffrono. Così, la parabola di Luca sul figliol prodigo descrive l'incomparabile bontà di Dio verso i peccatori, ma giustifica al tempo stesso l'atteggiamento personale di Gesù che frequenta pubblicani e peccatori, e mangia alla loro mensa. Lo stesso atteggiamento si ritrova nella parabola della pecorella smarrita. Essa appartiene allo stile di Gesù. Lo stile dei miracoli è identico a quello dell'insegnamento: è fatto di semplicità. di sobrietà e di autorità.
d. Criteri misti - A volte un indizio letterario entra in composizione con uno o parecchi criteri storici. Si tratta allora di un criterio misto. Proponiamo due forme particolarmente importanti di questo criterio.
1. Intelligibilità interna del racconto. Quando un dato evangelico è perfettamente inserito nel suo contesto immediato o mediato, e, per di più, perfettamente coerente nella sua struttura interna, si può ritenere che si tratti di un dato autentico. Da sola, tuttavia, questa constatazione dell'intelligibilità interna di un racconto o di un insieme di pericopi, non potrebbe costituire un criterio di autenticità storica: siamo ancora nei limiti dell'indizio letterario. Per essere valido sul piano storico, il fatto dell'intelligibilità interna deve essere sostenuto da uno o da parecchi criteri: attestazione molteplice, discontinuità, conformità. L'insieme costituisce un criterio misto.
Così, il fatto della sepoltura di Gesù è attestato nei sinottici, in Giovanni, nella prima lettera ai Corinzi (1 Cor 15,3), negli Atti. Inoltre, nel racconto di Marco troviamo un insieme di precisazioni tutte coerenti tra loro. Pilato si meraviglia che Gesù sia già morto; per questo fa andare il centurione responsabile e lo interroga. La richiesta di seppellire Gesù è fatta da un membro del sinedrio il cui nome è Giuseppe di Arimatea: un fatto verificabile da tutti. Ci si affretta a seppellire Gesù, perché è la vigilia del sabato. Le donne, spaventate, si limitano a guardare. Si depone il corpo di Gesù in una tomba situata vicino al Calvario. E una tomba è una cosa che rimane e la cui esistenza può essere controllata. Tutti questi tratti, molteplici e coerenti, costituiscono un indizio letterario che, con il criterio di attestazione molteplice, ha valore di criterio misto.
2. Interpretazione diversa, accordo di fondo. Dì per sé, l'interpretazione diversa di un insegnamento o di un miracolo è un fenomeno di competenza dell'attività redazionale. Testimonia al tempo stesso la libertà dello scrittore e il rispetto delle sue fonti. Ci riporta ad una tradizione più antica e, di conseguenza, riduce le mediazioni che ci separano da Gesù, come anche le possibilità di deformazione, ma non costituisce tuttavia un criterio di storicità. Così, il fatto che Luca abbia sottolineato la portata sociale delle beatitudini, mentre Matteo ne ha mostrato la portata morale, permette a J.Dupont di ricostituire la probabile forma letteraria primitiva delle beatitudini nella tradizione orale. Ma è con l'applicazione dei criteri di discontinuità e di conformità che si passa dalla critica letteraria alla critica storica: eccoci di nuovo in presenza di un criterio misto. L'accordo di fondo, malgrado la diversità delle interpretazioni, costituisce tuttavia una forte presunzione di autenticità storica. A proposito della moltiplicazione dei pani, Giovanni sottolinea più di Marco il simbolismo sacramentale del miracolo. Marco, a sua volta, sottolinea più di Luca la portata cristologica del miracolo e presenta Cristo come il buon pastore che ha pietà delle pecorelle (Mc 6,34) senza pastore. Il vangelo di Giovanni contiene molti dettagli che gli sono propri: il luogo e l'epoca del miracolo, il dialogo con i discepoli, l'identificazione di Gesù come profeta messianico da parte del popolo, il tentativo di rapirlo e farlo re, il discorso sul pane di vita, la divisione tra i discepoli di fronte alle esigenze di Gesù (Gv 6 ). Si tratta sempre dello stesso fatto, ma interpretato e approfondito. Questo indizio letterario è sostenuto dal criterio dell'attestazione molteplice, perché il fatto è attestato dalla tradizione sinottica e dalla tradizione giovannea; dal criterio di conformità, perché si presenta come un segno del regno messianico ed escatologico; infine, dal criterio di spiegazione necessaria, perché senza la realtà dell'avvenimento, molti fatti rimangono senza ragione sufficiente.
La guarigione del bambino epilettico è attestata dai tre sinottici, ma interpretata in tre maniere diverse. Luca vede nel miracolo un gesto di bontà verso il padre desolato (Lc 9,42); Marco, conformemente alla prospettiva generale del suo vangelo, ci vede innanzitutto una vittoria clamorosa di Gesù su Satana (Mc 9,14-17); Matteo infine sottolinea la necessità della fede nella missione di Gesù (Mt 17,19); proprio perché questa necessità è mancata, i discepoli non hanno potuto liberare l'indemoniato. C'è accordo sul fatto, ma diversità d'interpretazione. Queste interpretazioni derivano dalla ricchezza dell'avvenimento, di un'intelligibilità indefinita.
S'impone una conclusione: la prova o dimostrazione di autenticità storica dei vangeli si basa sull'uso convergente dei criteri. Anche se, in un caso particolare, un criterio non trova applicazione (per esempio, l'attestazione molteplice), nella maggior parte degli episodi esiste convergenza di parecchi criteri; al minimo, un criterio, manifestamente valido, si trova confermato da uno o da parecchi altri. Ancora di più, quando si tratta dei temi principali del vangelo, c'è applicazione di tutti i criteri.