Passantotto
20 agosto 2007 00:00
che hanno ridotto in mutande migliaia di famiglie ignare e disinformate
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E quali sarebbero le famiglie ignare ridotte in mutande?
la legislazione italiana sul mutuo fondiario, con tutte le garanzie che la assistono, TUTELANO IL CONSUMATORE DAGLI ABUSI di Banche, finanziarie ed intermediari creditizi d'accatto
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E quale sarebbe la tutela? E' di fatto possibile finanziare più del valore dell'iummobile (e sul valore di questi nessuno può metterci la mano sul fuoco) così come non è vietato concedere mutui "subprime".
Non è questione di legislatura ma di "cultura finanziaria".
Anche perchè negli Usa chi sbaglia paga, da noi diventa non paga e diventa pure divo da copertina.
bersanotto
20 agosto 2007 00:00
Passantotto
la tua disinformazione mi sorprende:
hai letto i giornali degli ultimi giorni ? Mi chiedi quali sono le famiglie in mutande a causa dei prestiti contratti frettolosamente da spregiudicati brokers finanziari ? Leggi la Repubblica di ieri
La legislazione italiana sul credito fondiario consente la concessione di finanziamenti fino all'80% del valore dell'immobile da acquistare.
La "cultura finanziaria" di cui parli a me pare solo una presa in giro messa in circolo dai grtandi potentati (Banche, assicurazioni, intermediari creditizi ed immobiliari) che prendono per i fondelli i consumatori.
Nei settori nevralgici dell'economia (prima fra tutte la casa) MENO MERCATO, PIU' GARANZIE !
Passantotto
20 agosto 2007 00:00
Bersanotto.. disinformazione? A me piuttosto sembri ingenuo!!
Non lo ordina il medico di indebitarsi, e se uno lo fa sapendo di non avere reddito permetti che sia anche colpa sua oltre che della banca? Altro che ingenuo!! La banca in fin dei conti fa il proprio mestiere.. quello che non va bene è che poi certi rischi vengano girati ai risparmiatori in maniera poco trasparente.
La legislazione italiana sul credito fondiario consente la concessione di finanziamenti fino all'80% del valore dell'immobile da acquistare.
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Devo ridere o cosa? Vengono regolarmente fatti mutui oltre quel limite, sia assistiti da garanzie fideiussorie (come previsto da banca d'italia) che senza (basta modificare la perizia....).
E nulla è previsto per quanto riguarda il "merito creditizio", per cui si possono benissimo erogare mutui con poche garanzie reddituali. Solo che per fortuna non siamo ancora arrivati a tanto, anche se vedere rapporti rata/reddito del 50% e più, con durate fino a 40/50 anni, deve cominciare a fare paura.
La "cultura finanziaria" di cui parli a me pare solo una presa in giro messa in circolo dai grtandi potentati (Banche, assicurazioni, intermediari creditizi ed immobiliari) che prendono per i fondelli i consumatori.
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Attenzione: non ho detto che ciò sia un bene!!! Ma un dato di fatto, visto che in Usa sono 3 volte più indebitati ed è normalissimo ricorrere al prestito ipotecario.
Ma ci vuole anche testa da parte del cittadino, io non mi prendo il mercedes nuovo perchè tanto costa solo 300 euro al mese (più caparra, più maxirata), cerco di vivere secondo le mie possibilità. Non mi indebiterei mai per prendere l'ultimo modello di cellulare o il pc alla moda.
silvio secondo
20 agosto 2007 00:00
anche il nano ci invitava a fare debiti per fare riprendere la nostra economia,come negli USA diceva,la finanza creativa della casa delle liberta',e del suo ministro economico,oggi non una parola.
Passantotto
21 agosto 2007 00:00
anche il nano ci invitava a fare debiti per fare riprendere la nostra economia,come negli USA diceva,la finanza creativa della casa delle liberta',e del suo ministro economico,oggi non una parola.
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Prego? Riusciresti anche a sostenere queste affermazioni (con tanto di fonti) che sanno tanto di slogan elettorale?
La finanza creativa l'ha fatta Prodi prendendosi il Tfr dei lavoratori e tagliando i trasferimenti all'Inps per fare figurare meno deficit: mai visto diminuire un debito acquisendo altri debiti!!! Pazzesco!
silvio secondo
22 agosto 2007 00:00
passantotto,la fonte e' silvio,se non l'hai sentito non posso farci niente,ma informati e vedrai che sono parole di san silvio. indebitarsi per fare riprendere l'economia,parole sue.
Passante
22 agosto 2007 00:00
Ah beh se lo dici tu che lui ha detto questo.. ma dai, quando mai???
Non sei il primo a giurare di aver sentito cose mai pronunciate, oppure a fidersi del "virgolettato" dei giornali che invece riportano quello che fa comodo a loro per storpiare la notizia.
E sulla finanza creativa di Prodi niente da dire?
Dai che tra poco arriva il nuovo cuneo con l'aumento della tassazione sui risparmi.
bersanotto
22 agosto 2007 00:00
Io non volevo buttarla in politica: ci tenevo solo ad evidenziare che il modello americano, improntato al liberismo più sfrenato ed alle tutele "fai da te" (che quindi solo i più ricchi hanno modo di procurarsi), non è la chimera da inseguire a tutti i costi: piuttosto che perseguire finte liberalizzazioni, si aumentino le tutele per il consumatore, rendendo i controlli sulle operazioni di credito fondiario più rigorosi. Le critiche di passantotto si riferiscono infatti a perizie truccate e imbroglietti che non sarebbero consentiti qualora i controlli fossero affidati a professionisti seri e preparati.
Manlio
23 agosto 2007 00:00
Da giorni e giorni le Banche Centrali «iniettano liquidità» e comprano azioni con mano occulta (i vari plunge protection teams) onde tenere a galla i corsi e rimandare il crack.
L'intervento pubblico in economia, eretico e vietato se consistesse in porre dazi e costruire ferrovie, diventa lodevole se si tratta di salvare dalla bancarotta gli speculatori e i truffatori finanziari.
Così i giornali possono scrivere, dopo ogni «iniezione», che «le borse sono di nuovo in rialzo» o «hanno recuperato le perdite».
Se mancasse l'iniezione quotidiana, ovviamente, sarebbe il crollo.
Le Banche Centrali stanno schizzando benzina nel carburatore, ma l'accensione sperata non avviene, il motore non gira più spontaneamente.
Le iniezioni curano alla meno peggio la momentanea crisi di liquidità, ma non il cancro sottostante a questa febbre, la crisi d'insolvenza.
La differenza dovrebbe essere chiara: un individuo o un'azienda possono trovarsi a corto di liquidi però avere un patrimonio solido.
Ma qui, abbiamo a che fare con entità - banche d'affari, fondi, provate equities - che sono indebitati sei o sette volte il loro patrimonio - un patrimonio che ora ha perso ampie fette del suo preteso «valore» di quotazione.
I fondi privati per ricchi detti «private equities» hanno comprato a credito, a man bassa, aziende sane.
Ora devono venderle a pezzi e bocconi per pagare gli interessi e «fare liquidità»: ma le devono vendere in un momento in cui nessuno vuole comprare, a valori tragicamente calanti.
Così la finanza rovina le aziende sane e solide, e scuote i «valori» su cui s'è indebitata, espandendo il suo veleno nell'economia reale.
Non c'è fretta.
Questa crisi è tra noi e ci resterà per dieci, quindici anni: una intera generazione passerà dalla giovinezza alla maturità pagando in disoccupazione, restrizione, perdita di possibilità vitali, il suo debito alla finanza spoliatrice.
Come nel '29.
Le banche così audaci nel prestare ai debitori «subprime» ossia insolventi - come hanno fatto comprando i «subprime loans» - ora saranno ancora più occhiute e prudenti nel prestare alle imprese sane e ai mutuatari onesti.
Da leoni a conigli, per la rovina dell'economia reale.
La Federal Reserve ha abbassato un poco i tassi.
Sorgono da qui speranze che la Banca Europea faccia non si dice lo stesso, ma blocchi i programmati rialzi.
I giornali servi scrivono che, dunque, forse, i mutui a tasso variabile potranno costare meno… funesto ottimismo nella tragedia.
Le banche, al contrario, presteranno a costi più alti, per compensarsi delle loro speculazioni delinquenziali, a dispetto di qualunque alleviamento del tasso primario.
E anche se per un miracolo il costo del denaro calasse, siamo qui nella situazione in cui «il cavallo non beve»: chi volete che s'indebiti per investire in una incombente recessione globale, con crollo dei consumi e disoccupazione di massa?
In ogni caso, chi ha debiti soffrirà.
E soffrirà di più il più indebitato: il dissennato Stato italiota, che ha il terzo debito del pianeta per dimensioni, e su cui dovrà pagare interessi più alti perché qualcuno compri i suoi BOT.
Ciò significa che soffriremo noi, i cittadini e contribuenti.
Lo Stato spoliatore non trarrà infatti le sue maggiori spese da risparmi sul «costo della politica»
(le autoblù e i consigli d'amministrazione miliardari), ma dalle tasche dei contribuenti che già pagano.
«Bisogna pagare le tasse! E' un dovere!» strillano i media servi.
La legge è legge.
La legalità è dalla parte dei saccheggiatori: loro la elaborano, la promulgano e la impongono.
Già aumentano le tasse sui BOT.
Il risparmio sarà ulteriormente scremato.
La torchia tributaria sarà ancora più crudele (Mastella, intanto, ha passato le vacanze ospite dello yacht di Della Valle).
Si prepara una persecuzione esemplare degli «evasori», onde colpire i contribuenti già onesti o che non possono sottrarsi: si veda il caso di Valentino Rossi, nuovo nemico del popolo.
Sperare nella cosiddetta opposizione è ovviamente impossibile.
Bossi proclama uno sciopero fiscale demente («Diamo le tasse alle Regioni non allo Stato»: frase priva di ogni significato e senso del reale).
Berlusconi, in giacca bianca, camicia nera e ciondolo da impresario di avanspettacolo, inventa il partito-Brambilla: ciò che mancava di più, un altro partito.
Gli si attribuisce lo scopo di attrarre i votanti delusi da Forza Italia: forse ignaro che non siamo delusi da Forza Italia, ma da Berlusconi.
Lorsignori fanno l'avanspettacolo, ballano sulla scena, si divertono, vanno alle nozze di Briatore.
I soldi loro ce li hanno, ed al sicuro.
Gli emolumenti da furto di denaro pubblico sono certi e grassi.
Noi impoveriamo di più, loro ballano e fanno lo spettacolo.
Maurizio Blondet
Passantotto
23 agosto 2007 00:00
Si è sfogato anche oggi giocando a fare il nostradamus con previsioni piene di distruzione e morte?
Manlio
25 agosto 2007 00:00
Maurizio Blondet
24/08/2007
Il candidato repubblicano Ron Paul«Il bilancio militare di Israele è stato tagliato, in un solo colpo e improvvisamente, di un impressionante 10 per cento. La ragione: Washington ha comunicato a Gerusalemme che non avrebbe proceduto alla solita e attesa infusione di aiuti militari, perché lo zio Sam non ha soldi».
Così rende noto la rivista giudaica Forward, in una analisi dal titolo significativo: «I mutui e la questione ebraica» (15 agosto 2007).
E’ dunque lo stesso Forward a collegare una improvvisa crisi dell’onnipotenza bellica israeliana al crach tipo 1929 innescato dalla crisi dei mutui «subprime».
«C’è un piccolo angolo del mondo che è terrificato dalla debolezza dell’America», scrive testualmente.
La questione ha un lato ironico.
La «crisi dei mutui» e la conseguente «mancanza di liquidità» non indica solo il crepuscolo del sistema finanziario USA: prelude al naufragio dell’ultimo esperimento sociale imposto al mondo da uno speciale gruppo umano.
Come non si stanca di rilevare il candidato repubblicano Ron Paul, i neoconservatori ebraico-americani sono di formazione trozkisti: ossia tra gli artefici del grande e sanguinoso esperimento sociale che consistette nell’imporre l’ideologia «scientifica» del marxismo nel modo più dogmaticamente puro, senza scendere a compromessi con la realtà, e senza alcuna pietà per il suo costo umano.
La dottrina prima di tutto.
Fallito l’esperimento in ragione della sua stessa purezza di applicazione (l’essenza del marxismo «nemica dell’esistenza»: più rigorosamente viene applicata, più strangola la realtà sottostante), i trotzkisti hanno cambiato cavallo ideologico, ma con lo stesso furore dogmatico.
La nota lobby ha approfittato del temporaneo status di «unica superpotenza rimasta» degli Stati Uniti per imporre l’ideologia del liberismo «americano» con la stessa purezza ideologica: l’ideologia del «mercato» e del profitto allo stato chimicamente puro, ossia senza alcuna infusione di socialità pubblica né di solidarietà collettiva.
Lo riconosce a malincuore la stessa rivista Forward.
L’economia di purissimo mercato finanziario, ammette, non è un fatto naturale.
E’ stato reso possibile «in parte dalla deregulation del sistema bancario e finanziario, in parte dalle riforme fiscali» (gli enormi tagli alle tasse sulla ricchezza finanziaria) ad aver instaurato, con il declino «dell’economia basata sull’industria» in USA e in tutto l’Occidente, il nuovo sistema: consistente «nella impressionante crescita di servizi finanziari, ossia di prestare e indebitarsi per profitto, ormai la parte maggiore della nostra economia».
Ciò è visibile «nella incessante pubblicità che ci invita a indebitarci: con l’offerta di nuove carte di credito, di sempre più facili mutui, di rifinanziare i nostri debiti personali per riprendere a consumare. Le istituzioni finanziarie, sotto pressione continua a crescere, hanno continuamente abbassato le condizioni per il credito al consumo».
Fra le offerte, Forward cita la più rovinosa, non certo ignota ai debitori italiani: i mutui a tasso variabile.
«Presentati inizialmente come convenienti, basati sul denaro prestato a basso costo, essi promettevano futuri aumenti, un giorno o l’altro, in futuro. Quel giorno è arrivato».
Come il marxismo «scientifico», anche la teoria del monetarismo «scientifico» e senza compromessi ha una falla logica.
Come i trozkisti hanno sempre ignorato che l’esproprio della proprietà privata, la statalizzazione totale dei mezzi di produzione, tagliava alla radice la capacità e volontà di produrre così i monetaristi (a cominciare dal Nobel ed ebreo Milton Friedman, della Chicago School) hanno sempre ignorato il peso che il debito accumulava sull’economia reale.
Per i dottrinari, la quantità di debito è irrilevante, fintanto che il costo dell’indebitamento (tassi d’interesse) è basso.
Così, hanno creduto che non solo gli individui, ma la «sola superpotenza rimasta» potesse continuare a dominare il mondo producendo sempre meno e indebitandosi sempre più. Demandando alla Cina la fabbricazione di merci, e prendendo in prestito dalla Cina o soldi per comprare le merci cinesi.
Naturalmente il dogma sottovalutava l’effetto cumulativo degli interessi, basti dire questo: in USA, nel 1950, un dollaro di debito innescava 4 dollari di attività economica.
Nel 2000, un dollaro preso a prestito rendeva solo 20 centesimi.
Nel 2005, solo 10 centesimi.
Oggi, praticamente, più nulla, secondo i dati forniti da Paul Kasriel, direttore delle ricerche economiche della Northern Trust.
Gli interessi cumulati si mangiano il profitto, e anche lo slancio produttivo occidentale.
Come nel caso del comunismo, l’esperimento sociale del monetarismo globale sta fallendo, con seguito di miserie e sofferenze.
«In tutto il paese la famiglie scoprono che i loro mutui si gonfiano come palloni mentre i loro redditi declinano, dato che le fabbriche sono fuggite, e non possono più pagare. Le istituzioni di prestito si trovano così a corto di liquido, e non possono pagare i loro investitori. I fondi d’investimento basati sull’acquisto di debito (che prometteva grandi profitti, se i debitori pagavano) stanno cadendo nel vuoto. L’industria immobiliare, massimo motore della crescita USA, sta perdendo quota. L’economia rallenta. Il dollaro perciò si deprezza sui mercati mondiali. E così gli americani, i consumatori e lo Zio Sam stesso, possono comprare meno di prima».
«Ma il peggio, la bomba, è che i fondi esteri che hanno investito nel credito americano, specialmente nei mutui, stanno crollando. Due grandi banche tedesche hanno chiuso gli scambi a luglio per prevenire vendite da panico. Una delle maggiori banche francesi ha chiuso tre dei suoi fondi per lo stesso motivo. La banca centrale europea perciò ha iniettato 130 miliardi di dollari per sostenere le banche rimaste senza liquido, perché i loro investimenti americani n on rendono più nulla».
«Di conseguenza, gli investitori stranieri si liberano dei dollari. Ciò deprezza ulteriormente il dollaro. E soprattutto, aumenta il prezzo che il nostro governo - che ha preferito indebitarsi anziché tassare - deve pagare per fornirsi di denaro per le sue spese».
A cominciare dalle spese belliche: gli USA sono trasformati, per volontà degli ideologici trotzkisti neocon, da «welfare state» in «warfare state», lo stato della guerra permanente, della rivoluzione permanente per diffondere la «democrazia».
Tra queste spese belliche primeggiano gli «aiuti», almeno 3 miliardi di dollari l’anno, per il bellicismo insaziabile israeliano.
Ora, mancano i soldi persino per Giuda e il suo «regno» del terrore e della minaccia.
Finalmente un effetto collaterale benefico della grande crisi incombente.
E alquanto ironico.
Manlio
27 agosto 2007 00:00
La cicala ha rovinato la formica
Maurizio Blondet
26/08/2007
«Le borse risalgono dopo gli interventi delle Banche Centrali»: titoli ovvi, e menzogneri, sui media.
L’inganno contiene una misura di auto-inganno: gli speculatori (che non s’intendono di economia, ma solo di azzardo) credono davvero che anche questa crisi sia state una delle tante, passeggere.
Comprano azioni perché la loro ortodossia dogmatica gli sugggerisce che «le azioni sono ribassate» ed è dunque il momento di comprare.
Sono persino tornati a fare il «carry trade», indebitandosi in yen a basso costo a Tokio, o in franchi in Svizzera, per comprare coi nuovi debiti ditte e azioni globali.
Ma Ambrose Evans-Pritchard, uno dei rari giornalisti economici veritieri (sul Telegraph), segnala che le cose non sono tornate a posto. (1)
L’errore degli illusi, dice, è di scambiare la crisi d’insolvenza per una crisi di liquidità.
E non vedono la recessione già in corso.
L’economia giapponese è già declinata dello 0,1% nel quadrimestre, quella europea dello 0,3%.
La domanda globale frena rapidamente, anche perché la Cina continua a rifiutarsi di importare, tenendo bassa la sua valuta con manipolazioni artificiali.
Ma soprattutto, il credito facile è finito.
«Oggi i tassi d’interesse sono molto più alti in Europa ed Asia, con effetti ritardati che cominciano a mordere», scrive Evans-Pritchard.
Oggi il costo dell’indebitamento per la maggior parte delle imprese europee e americane è salito in media dal 6,5 all’8,3%.
Quando poi trovano chi è disposto a prestare loro.
«Molti non ci riescono. La Camera di Commercio tedesca è inondata di richieste d’aiuto da parte di medie imprese familiari (Mittelstand) incapaci di onorare le loro linee di credito».
Dal Canada all’Australia arrivano simili grida di dolore.
Da ormai due mesi l’emissione di titoli-spazzatura, fonte di tanto credito facile, è ridotta a zero. L’anno scorso erano stati emessi un trilione di dollari di CDO («Collateralized debt obligations», le cambiali confezionate largamente con i mutui degli insolventi, il presunto «collaterale» del debito), ora più nulla.
Anzi, le banche hanno ancora 300 miliardi di quelle cartacce - risultato di «leveraged buy out» - da vendere.
Prima non avevano difficoltà a trovare i gonzi a cui rifilarli.
Ora si debbono tenere i debiti sui loro libri contabili.
Era questo il trucco, ed anche la grande patologia del credito facile.
In tempi ormai superati, quando concedevano un mutuo, le banche lo tenevano nei loro libri, dunque il rischio era loro, e ciò le obbligava a qualche misura di prudenza.
Oggi, hanno trovato il modo di rifilare a coriandoli quei debiti («securitization») e dunque passare il rischio ad altri; non hanno avuto più bisogno di prestare prudentemente.
La finanza globale è tutta qui, in fondo: un trionfo della irresponsabilità.
Ora, è il panico.
Il rendimento dei Buoni del Tesoro americani a tre mesi «sono crollati ad un ritmo mai visto prima»: da 4,2 a 3,12 in tre giorni.
Ciò perché tutti vogliono ora i Buoni-rifugio, e fanno perciò rincarare i Buoni riducendone il rendimento: si tratta di una vera «fuga da panico» dai mercati dei capitali di rischio.
Come mai?
Risponde Evans-Pritchard: «Perché la fiducia è crollata. E’ crollata a tal punto che i giocatori con molta liquidità non credono più sicuro lasciare i loro soldi nei fondi monetari delle ditte di brokeraggio e nemmeno nei depositi bancari, in quanto esposti nelle ‘commercial papers’ a breve termine e nei CDO subprime».
Nessuno sa bene chi è esposto e quanta massa detenga di quelle cambiali ormai senza valore: nel dubbio, tutti sono sospetti.
«E’ qualcosa che non è avvenuto nemmeno dopo l’11 settembre; anzi, un simile panico bancario non si vide nemmeno nell’ottobre del 1929 (colpì nell’agosto 1931)».
Dice Albert Edwards, analista della Dresdner Kleinwort: «Quando si assiste ad una simile fuga dai mercati monetari, è inevitabile che la crisi si estenda all’economia reale. Non si dimentichi che i tassi variabili sui mutui americani saliranno ancora almeno fino a marzo (provocando sempre maggiori insolvenze): sicchè il colpo più duro avrà luogo tra il secondo e il terzo quadrimestre del 2008».
Conseguenze?
«Ci saranno grandi bancarotte bancarie. La liquidità iniettata dalle BancheC non sarà di aiuto, perché quelle istituzioni si sono indebitate per comprare al vertice del ciclo (a prezzi altissimi), ed ora sono di conseguenza insolventi (perché i prezzi azionari sono caduti)».
La credenza menzognera che l’Europa non sia coinvolta nella crisi americana è durata pochissimo, due banche tedesche hanno chiesto l’amministrazione controllata rivelando di essere strapiene di CDO, di cambiali di insolventi americani: la Sachsen LB per 17,3 miliardi di euro, la IKO per 8,1.
Secondo Jochen Sanio, capo dell’ente di regolamentazione tedesco (BaFin), si tratta della peggior crisi del sistema bancario che la Germania abbia sperimentato «dal 1931».
Ciò spiega perché la Banca Centrale Europea (BCE) abbia iniettato ancora più liquidità di quanto abbia fatto la Federal Reserve USA (2): 80 miliardi di euro nel primo giorno della crisi all’inizio di agosto, ma soprattutto altri 85 miliardi nell’ultima settimana.
Il prestito della BCE, d’emergenza e a breve, è caro: le banche che vogliono accedervi devono pagare un punto in più del «benchmark».
Ebbene: ben 146 banche europee hanno fatto la fila per quel denaro in prestito a qualunque cifra. Segno che sono alla canna del gas, non possono trovare credito presso le altre banche, e non hanno altra salvezza che il prestatore d’ultima istanza.
Eppure la Germania stava bene, fino a pochi mesi fa.
Stava meglio di tutti gli altri europei.
Era tornata ad esportare forte.
Era piena di dollari guadagnati dalle sue imprese importatrici, e dai suoi risparmiatori.
E’ proprio qui la bellezza del trucco americano, commenta Evans-Pritchard.
Gli americani, governo e consumatori - che non risparmiano nulla - hanno potuto prendere a prestito senza limiti dalle economie sane e risparmiatrici, Germania e Cina; e come «garanzia», gli hanno rifilato quelle cambiali senza valore.
Ora sono le economie attive ad avere in tasca le carte senza valore degli insolventi statunitensi; l’America finanziaria se ne è liberata.
E’ un caso «tango bonds» all’ennesima potenza, un caso Parmalat moltiplicato per mille.
Anche allora le banche accorte hanno rifilato ai risparmiatori i crediti inesigibili che aveva fatto ad insolventi.
Anche stavolta le cicale finanziarie hanno fregato le formiche operose.
Lo ha scritto a chiare lettere un gestore di «hedge funds», citato da Barrons, con una lettera ai suoi clienti:
«Già dal 2003», scrive questo insider anonimo, «i veri giocatori (compagnie assicurative USA, fondi pensione, eccetera) avevano smesso di comprare le tranches di debito sub-prime. Wall Street ha dovuto perciò inventare il meccanismo per ‘rivalutare’ questi prestiti, confezionarli in pacchetti opachi, ed esportare queste nuove confezioni ad ignari compratori in Asia e in Europa Centrale».
Naturalmente le agenzie di rating hanno fatto la loro parte, valutando AAA cambiali che valevano D (default): tutto per il bene della finanza USA.
«Era il solo modo di liberarsi delle tranches più rischiose del debito sub-prime», ha scritto l’insider ai suoi clienti.
La conseguenza?
Oggi, questi crediti inesigibili sono in mano a «banche cinesi, allo Stato cinese, a banche coreane e taiwanesi, a banche tedesche, a banche francesi e britanniche».
Con l’eccezione delle ultime (britanniche), è l’elenco completo delle formiche globali, che hanno creduto di fare fortuna nel mercato globale a forza di lavoro (sottopagato), di produzione di merci e di onesta produttività di beni reali.
Hanno venduto ed esportato: perciò erano piene di dollari, il risultato del loro «attivo» nel commercio con gli indebitatissimi Stati Uniti.
Altri fregati sono i paesi Petroliferi, strapieni di dollari anch’essi.
Anch’essi, come i cinesi e i tedeschi, hanno pensato bene comprare, coi dollari, gli «attivi» in dollari offerti dalla finanza USA, e valutati come ottimi dalle agenzie di rating.
Insaziabili compratori, fino ad oggi.
Il dollaro, credevano, è sicuro.
La giostra non finirà.
Gli americani sono potenti e grandi consumatori.
Gli americani conoscono le regole del gioco.
Il sistema può girare all’infinito: prestiamo loro i soldi per comperare le nostre merci, il nostro petrolio e i nostri macchinari.
La giostra eterna e felice.
Non è più così.
Ora la Cina smetterà di comprare «attivi» USA che sono - come si è visto - truffe deliberate?
Non contateci.
La Cina non può farlo.
Sì, basterebbe che lasciasse piena convertibilità al suo yuan, e in un attimo il dollaro si ridurrebbe moneta irrilevante, e la Cina (con la sua immensa popolazione ora piena di yuan forti, colmi di potere d’acquisto) potrebbe diventare la grande consumatrice, la produttrice di servizi interni, la locomotiva del mondo.
Ma la rivalutazione dello yuan provocherebbe un rincaro delle materie prime (finchè fossero denominate in dollari) e dunque un effetto inflazionistico, e un rincaro delle merci cinesi all’export.
Peggio ancora, le «riserve valutarie» di cui il regime cinese si gloria (in dollari) sarebbero liquefatte istantaneamente: e il regime comunista di Pechino non vuole perdere questa «riserva» priva di valore, perché sul controllo della «riserva» ha basato il suo residuo potere, eroso dal «mercato».
E questo vale in varia misura anche per tutti i regimi asiatici, semi-autoritari e seduti su economie in vibrante espansione.
Sicchè finirà così: la Cina comunista farà da balia all’America finanziaria, la formica aiuterà la cicala, accollando il prezzo alla sua popolazione, mantenendone basso il suo potere d’acquisto, sperando che la crisi sia passeggera, che si risolva da sé.
La Cina comunista crede fino in fondo al «pensiero unico» globalista made in USA: è la non piccola ironia della situazione attuale.
Il risultato è che l’Asia si ammalerà della malattia che viene dagli Stati Uniti, subendo la recessione americana in riduzione dell’export, in sovracapacità produttiva e in disoccupazione. (3)
I due sistemi - comunismo e capitalismo terminali - cadranno insieme.
E così la Germania, e così le banche europee, tutte credenti dogmatiche della teoria liberista terminale.
Ciò perché una teoria economica sbagliata continua ad essere applicata, anche se tutti gli attori la sanno sbagliata, finchè non viene fuori un’altra teoria accettata.
E non ci sono idee.
O meglio: una teoria economica diversa ci fu.
Fu applicata in Europa dopo il 1929, l’altra grande crisi provocata dalla finanza americana.
Fu applicata proprio in Germania e con successo: non più dollari negli scambi internazionali, economia interna alimentata da «effetti MEFO» garantiti dallo Stato e mai portati all’incasso.
La Germania prosperò in anni tremendi, in cui le altre nazioni si ridussero in miseria.
Ma naturalmente, quella dottrina economica è tabù.
Per la Germania come per Pechino.
Non c’è il coraggio politico di riesumare memorie deliberatamente demonizzate.
C’è solo un pensiero economico, il rovinoso pensiero unico americano.
Maurizio Blondet
Roby
28 agosto 2007 00:00
USA, SALGONO INSOLVENZE CREDIT CARD
ROMA - La crisi de mutui 'subprime', quelli concessi negli Usa a clienti a rischio da cui si registrano crescenti insolvenze, si sta estendendo anche al settore della carte di credito. Lo scrive il Financial Times, secondo cui le banche stanno registrando crediti incagliati nel settore delle carte di credito ad un tasso molto più alto dell'anno scorso.
Le società che emettono carte di credito - scrive il Ft - nel primo semestre del 2007 sono state costrette a cancellare il 4,58% dei crediti in quanto irrecuperabili, con un rialzo di quasi il 30% rispetto allo stesso periodo del 2006. Allo stesso temo sono in aumento pagamenti in ritardo e il tasso trimestrale di pagamento, che misura la solvibilità dei titolari di carte di credito, è sceso per la prima volta in oltre quattro anni.