Gianni
06 ottobre 2007 00:00
Quanto scritto da Sergio è esattamente quello che ho pensato alla notizia del matrimonio celebrato in articulo mortis.
Questa era una giusta occasione per riconoscere a chi è regolarmente convivente gli stessi diritti di chi è sposato, perché poi la differenza consiste solamente nell'aver adempiuto ad un norma burocratica.
Invece, in questo paese da burletta, è stato necessario utilizzare il diritto canonico per dare alla compagna ed ai figli del defunto, il riconoscimento dallo stato dei legittimi diritti.
E' una sconfitta per lo stato italiano e motivo di vergogna da parte dei nostri politici, che poi si meravigliano se la gente sta iniziando a contestarne l'efficienza legislativa.
Gianni
Passante
06 ottobre 2007 00:00
Sottoscrivo quanto detto.
Chissà quanti "Lorenzo" esistono in Italia ma poichè non sono del Sismi avranno lasciato la propria famiglia in difficoltà.....
Lorenzo... Welby... le persone non sono mai tutte uguali, nemmeno per la Chiesa!
Sergio
08 ottobre 2007 00:00
Gianni, Passante... forse è il caso di andare a votare alle primarie del PD mettendo nell'urna un invito al PD a occuparsi dei problemi degli italiani e della società...
verità
08 ottobre 2007 00:00
ma perchè non si era sposato? aveva forse qualche impedimento? con il tipo di lavoro che faceva e, soprattutto con tre figli perchè?
Passante
08 ottobre 2007 00:00
Ma io 1 euro al PD non glielo voglio dare!!!!!
Sergio
08 ottobre 2007 00:00
Hai ragione, Passante.
Diamogliene 5 di euro ma... in fotocopia.
Così la partecipazione sarà alta e forse capiranno che le loro prese in giro mobilitano solo i burloni e i vip da circo equestre...
Gianni
08 ottobre 2007 00:00
Se non si era sposato sarà stato per motivi suoi, che non devono interessare ne me ne altri. Si tratta invece di un cittadino italiano deceduto, che conviveva con una cittadina italiana, con tre figli italiani, che, per vedersi riconoscere dallo stato, che ha mandato il padre a morire in un paese straniero, hanno dovuto ricorrere ad uno stratagemma assurdo.
Unire in matrimonio chi è incapace di intendere e volere non sarebbe stato necessario se ci fosse una legge che garantisca gli stessi diritti di chi è sposato regolarmente, basta regolamentare le unioni di fatto come in altri paesi già fatto. Purtroppo qui comanda il vaticano.
Gianni
verità
08 ottobre 2007 00:00
caro gianni, non mi sembra opportuno parlare di queste cose di fronte ad una simile tragedia.
Ti rammento comunque che in uno stato di diritto esistono delle regole da rispettare. Esiste un istituto (il matrimonio) che garantisce diritti e sancisce obblighi. Chi, per scelta, vuole rimanerne fuori lo faccia pure nel bene e nel male!
Diversa è la situazione di chi, per impedimenti non dipendenti da lui, non può sposarsi. E' lì e solo lì che lo stato dovrebbe intervenire.
per gianni
08 ottobre 2007 00:00
eh si...vorrei proprio una cosa uguale al matrimonio che però non sia il matrimonio...è proprio colpa del vaticano....
Gianni
08 ottobre 2007 00:00
Invece è proprio il caso di parlarne, perché questa legge che prevede l'estensione dei diritti ai conviventi esiste già, ma vale solo per i parlamentari, gli altri sono cittadini che certi diritti non devono avere, sono essere inferiori, non fanno parte della casta.
Qui si parla di diritti di cittadini italiani e non di sposati o non sposati.
Gianni
Sergio
09 ottobre 2007 00:00
Gianni ha perfettamente ragione.
Compito dello Stato, vedi Costituzione, è promuovere la libera espressione del cittadino contribuendo a rimuovere ogni ostacolo.
Lo Stato dovrebbe favorire ogni forma di solidarietà, cooperazione, unione tra cittadini, purché ciò avvenga liberamente e nel rispetto dei diritti altrui, prescindendo dalla forma "contrattuale" che le persone hanno scelto per regolare i legami affettivi. Per quale ragione chi sceglie la forma matrimoniale dovrebbe essere più tutelato rispetto a chi fa altre scelte?
Con l'istituto matrimoniale il fatto privato tra due persone diviene pubblico e riceve dallo Stato, cioè dalla collettività, una serie di premi e privilegi che invece sono negati a chi non ricorre a tale forma contrattuale.
Che le istituzioni si sentano in "difetto" è dimostrato dal fatto che hanno fatto ricorso a un espediente previsto dal diritto canonico e non riconosciuto dal nostro ordinamento giuridico (almeno io non ho trovato alcuna norma specifica sul punto in questione). Non raccontiamoci poi la storiella dell'impedimento... suvvia è più facile credere a Babbo Natale.
Sergio
09 ottobre 2007 00:00
Verità, prova a girare la tua domanda e a chiederti dunque:
perché sposarsi?
Se due persone credono nella forza dell'amore che le unisce e vogliono affermare la propria promessa non di amore eterno (ipocrita sogno romantico) ma di rispetto del partner... l'unica scelta che ha è quella di non sposarsi.
Non voglio neanche immaginare che un giorno possa essere un tribunale a decidere sulle sorti della mia coppia; qualunque cosa tra noi succederà c'impegneremo a risolverla tra noi con il pieno rispetto per l'altro. Nessun contratto pubblico oltre il patto tra due persone, una scrittura privata, se proprio vuoi trovare una corrispondenza civilistica.
Che c'è di strano in tutto ciò?
Perché la collettività dovrebbe sostenere dei costi solo nel caso una coppia sia unita da matrimonio e non da "scrittura privata"?
Non ti sembra che nella scelta matrimonialista ci sia una buona dose di opportunismo?
Trapela anche dalle tue parole quando ti chiedi "e soprattutto con tre figli, perché"... Già, forse perché non aveva ponderato il rischio di una scomparsa prematura con le tristi conseguenze economiche a causa del mancato riconoscimento delle unioni di fatto.
Come vedi la scelta del matrimonio sarebbe stata di pura convenienza.
verità
09 ottobre 2007 00:00
per la cronaca anche per i giornalisti vale la stessa cosa. Ma loro sono la casta!
Tranego
09 ottobre 2007 00:00
Per il caso dell'agente del Sismi tragicamente morto e sposato "in articulo mortis" tutti affermano che il codice di diritto canonico consente di sposarsi, in pericolo di morte, quando la volontà di farlo sia stata in precedenza espressa da entrambi i coniugandi in presenza di testimoni. Ma il diritto canonico dice tutt'altro.
Se, poniamo, il 1° luglio di quest'anno il D'Auria e la convivente (o uno di loro) fossero stati in pericolo di morte e avessero dichiarato davanti a testimoni il loro reciproco consenso al matrimonio, il matrimonio sarebbe stato pienamente valido: sarebbe bastato darne immediata comunicazione al vescovo del luogo (canoni 1116 e 1121,2). Pericolo di morte e reciproco consenso devono essere contemporanei: diversamente si potrebbe regolarizzare quello che si vuole, ma sarebbe tragicommedia, non diritto canonico. Per il D'Auria il cosiddetto matrimonio è stato celebrato il 27 settembre, quando lo sposo non era in grado di esprimere il consenso, che è il fatto costitutivo del matrimonio, anche per il diritto canonico (can. 1057). Quindi non esiste nessun matrimonio.
La riprova che è essenziale la capacità di intende e di voler al momento del matrimonio è costituita dal canone 1105: nel caso di nozze per procura, se il procuratore contrae in nome del suo mandante, ma questi è diventato demente prima della cerimonia, il matrimonio è invalido, anche se il procuratore o l'altra parte contraente erano all'oscuro della sopravvenuta incapacità.
Per sposarsi, anche solo civilmente, bastano dieci minuti: la superficialità di tanti giovani li porta a rifiutare le formalità e lo farebbero anche per quelle richieste da un’ipotetica legge sulle coppie di fatto. Poi, però, tutti pretendono che siano lo stato o la chiesa a rimediare alla loro incoscienza. E' urgente tornare ad insegnare ai giovani ad agire responsabilmente, senza lasciare nel dubbio e nei guai la persona amata.
Sergio
09 ottobre 2007 00:00
Ottimo intervento, Tranego.
Perché però solo dal matrimonio deve poter derivare sicurezza e tranquillità per la persona amata?
Perché lo Stato deve far discendere determinati diritti solo in presenza del "giuramento di fedeltà"?
Ricordiamoci che con il matrimonio si giura fedeltà: giuramento dal quale, in caso di violazione, non discende alcuna automatica conseguenza.
Mi sembra che i "privilegi" concessi a chi contrae matrimonio siano un modo subdolo e coercitivo per indurre a "sposare" la tradizione (alla faccia dei valori sempre sbandierati).
Ritengo che le persone devono poter sviluppare la propria affettività e regolare i rapporti di coppia in piena libertà senza subire ricatti, negazioni o premi in ragione della scelta che fanno.
Personalmente non ho scelto il matrimonio (convivo da 22 anni) perché trovo assurdo giurare fedeltà.
Chiunque conosca l'amore sa che l'amore eterno è una speranza da innamorati ma l'amore è così imprevedibile e irrazionale da rendere assurda e grottesca una così forte ipoteca sul proprio futuro emotivo. Promessa anche ridicola e a buon mercato poiché il non mantenerla non comporta alcunchè.
Per inciso, gli studiosi di costume sanno che il cosiddetto "scambismo" è diffuso anche tra coppie sposate: la violazione del giuramento di fedeltà non è titolo per perdere i diritti riconosciuti in forza di quel giuramento. Non vi sembra un po' assurdo tutto ciò?
Giorgio
09 ottobre 2007 00:00
Sia detto con tutto il rispetto per chi non c'è più, siamo di fronte al tentativo di mungere le casse dello Stato.
Tranego
10 ottobre 2007 00:00
A Sergio.
Tutela per la persona amata può derivare dal matrimonio come da qualunque altra forma di riconoscimento legale che si voglia inserire nell'ordinamento giuridico. Oggi c'è il matrimonio, domani potrà essere diverso.
Non è vero che il codice civile imponga il "giuramento" di fedeltà. La cerimonia (v. art. 107) prevede solo la lettura degli artt. 143, 144 e 147 e lo scambio del consenso. E' l'art. 143 che parla di "obbligo di fedeltà".
Non è vero che dalla violazione dell'obbligo di fedeltà non deriva alcuna conseguenza: la cosa è rilevante in caso di separazione per stabilire a chi va ricondotto il fallimento dell'unione: v. art. 151.
Limpido e accattivante il quadro di piena libertà che dipingi sulle manifestazione dell'affettività umana e sui rapporti di coppia. Un po' inquietante, anche se verissimo, quello che tu dici sull'amore che è imprevedibile e irrazionale. Mi pare di capire che secondo te lo lo stato dovrebbe riconoscere certi diritti a certe persone senza imporre il matrimonio o altro. Allora, dovrebbe spiarci per vedere con chi va ognuno di noi, facendo i salti mortali tra imprevedibilità e irrazionalità dei comportamenti umani. Certo, tutto si può fare: ma il quadro che tu vorresti è complicato, oppressivo e catastroficamente costoso. E' molto più semplice il sistema attuale (e lo sarebbe anche con i DICO), in cui sono i cittadini a dichiarare con chi fanno coppia, fino a prova contraria da parte di uno dei due che si accorge che l'altro bara.
Nel caso del povero D'Auria, in piena libertà per sei anni la coppia si è astenuta dal farsi riconoscere per tale e non c'è alcun indizio che lo avrebbe fatto con una legge sui DICO. Per risolvere il grave problema finale si è ricorsi ad un imbroglio legale sporchetto, con la Chiesa in prima linea. Tutto questo è semplicemente squallido. Un po' più di senso di responsabilità nella gente eviterebbe queste tragedie.
Gianni
10 ottobre 2007 00:00
Si, è vero quello che dice Il Sig. Giorgio, che lo scopo finale sia quello di mettere in condizioni la moglie ed i figli del defunto di avere un risarcimento dallo stato, ma questo dovrebbe avvenire non con una procedura di diritto canonico ma per mezzo di una legge dello stato.
Gianni
Sergio
10 ottobre 2007 00:00
Tranego, ho semplificato. Con il giuramento di fedeltà mi riferivo esattamente all’obbligo assunto anche con il rito civile.
L’argomento della responsabilità in caso di separazione è poco rilevante.
Con il tema delle conseguenze mettevo in relazione i comportamenti di due soggetti con le ricadute per la collettività. Mi spiego. Due persone contraggono matrimonio e acquisiscono diritti che costano alla collettività (se una non lavora diviene fiscalmente a carico dell’altro, se uno muore l’altro ha la pensione di reversibilità…). Se il contratto matrimoniale è violato la colpa dell’uno può essere fatta valere dall’altro ma rimangono i costi a carico della collettività. La mancanza di conseguenze è nella mancanza di automatismo: la violazione dell’obbligo di fedeltà non invalida automaticamente il matrimonio e non fa decadere dai vantaggi acquisiti. Come dire, non c’è nel diritto civile il corrispettivo dell’obbligatorietà dell’azione penale. Eppure un obbligo legale è stato violato, da quell’obbligo discendono dei privilegi e dei costi per la collettività ma se alla coppia sta bene… nessuno ha da ridire. Intendiamoci, non peroro la causa di un ritorno al reato di adulterio ma semplicemente rilevo la singolarità di una situazione per cui da una semplice dichiarazione di assunzione di obblighi discendono diritti che rimangono anche quando gli obblighi sono palesemente violati. Abbiamo persino pornostar spasati\e… avrei qualche dubbio sul rispetto dell’obbligo di fedeltà.
Riguardo all’altro aspetto, a chi lo Stato dovrebbe riconoscere determinati diritti, rispondo chiarendo che non intendo assolutamente immaginare uno Stato che insegue Cupido. No, due persone non acquisiscono diritti per il semplice fatto di vivere insieme ma se danno valore pubblico al loro rapporto, per esempio con una semplice registrazione all’anagrafe. La legge anagrafica riconosce lo status di famiglia a coloro (anche dello stesso sesso) che risiedono nella stessa abitazione. Da questa situazione puramente anagrafica discendono dei doveri ma nessun diritto (attenzione, anche adesso due persone possono registrarsi all’anagrafe ma mantenere stati di famiglia indipendenti, quindi la volontà del singolo soggetto è tutelata). Esempio. Un lui e un lei vivono nella stessa abitazione e si registrano nello stesso stato di famiglia (ciò è in Italia possibile da quasi vent’anni). Lui lavora, lei no. Lei va dal medico, compra delle medicine… paga con i soldi di lui. Lui non può detrarre i costi sostenuti da lei perché per il fisco non è a carico. Lei non ha reddito e quindi non “è capiente”, cioè non può detrarre alcunché. Lei pur non avendo reddito non ha diritto all’esonero dal ticket o ad esenzioni sanitarie perché per il Servizio Sanitario Nazionale quel che conta è il reddito familiare, cioè degli individui presenti nello stato di famiglia.
Conclusione. L’Italia dei moralisti premia sempre e comunque solo i furbetti e coloro che si piegano alla morale dominante o a convenzioni e convenienze (il lavoro nero femminile è per esempio strettamente connesso allo status di “coniuge fiscalmente a carico”).
Come vedi con la semplice regola dello stato di famiglia, già esistente, potrebbe essere dato valore legale alle coppie di fatto. Senza costi e senza complicazioni. Nessuno Stato opprimente.
DICO, PACS, qualcosa va fatto e soprattutto potrebbe essere un buon punto di partenza valorizzare l'esistente dichiarazione anagrafica di convivenza; ci risparmieremmo anche un diluvio di sterili dibattiti politici. Qualcuno pensa che questa maggioranza sia in grado di produrre qualcosa in tema di diritti civili? Io temo che andremo avanti a forza di vergognosi sotterfugi come nel caso D'Auria.
Tranego
10 ottobre 2007 00:00
A Sergio. Bene per i chiarimenti, ma trovo curioso il fatto che certi diritti potrebbero derivare, con apposita nuova legge, dalla semplice registrazione in anagrafe come conviventi. A me pare che la maggiore libertà dei conviventi, rispetto agli sposati resterebbe illusoria. Mentre per gli sposati, infatti, per giusta causa (motivi professionali, patrimoniali o altro) è consentito di assumere residenze separate e i diritti resterebbero, per i conviventi i diritti sarebbero assicurati solo in costanza di coabitazione, a meno di non barare con la dichiarazione di residenza. Insomma: a me pare che il matrimonio civile sia la cosa più semplice e veloce per regolare i rapporti di coppia. Tutte le altre possibili novità farebbero consumare più carta e darebbero più lavoro ad avvocati e giudici di quanto ne dia già il matrimonio.
Sergio
15 ottobre 2007 00:00
Per Tranego.
Del matrimonio civile non accetto l’obbligo di fedeltà: credo che sia una formula ipocrita o, nella migliore delle ipotesi, una romantica illusione retaggio di un’epoca andata. Se fosse abolita questa clausola non avrei obiezioni sull’istituto matrimoniale.
L’infedeltà maschile e femminile è molto più diffusa di quanto appaia dalle statistiche sui divorzi. Perché il matrimonio deve essere rigidamente impostato su uno stile di vita che non appartiene più a moltissimi adulti?
La fedeltà, come la castità, deve essere una libera scelta non un’imposizione “formale” per accedere al matrimonio e con esso a tutti i privilegi che ne derivano.
Partendo dall’esistente legge che riconosce la convivenza anagrafica dovrebbe essere costruita una legge che stabilisca diritti e doveri dei conviventi, parametrati su quelli dei coniugati.
Riguardo alla presunta maggiore libertà dei conviventi rispetto ai coniugati, rilevo che la libertà all’interno di una coppia è sempre il risultato degli accordi e delle scelte di vita decise dai due individui. Non va confuso il piano formale con quello reale e sostanziale: vi sono coppie sposate che decidono di essere assolutamente “libere” sessualmente senza che ciò costituisca di per sé la fine del matrimonio. In altre parole, vi sono persone che pubblicamente si promettono fedeltà e privatamente decidono che ciascuno può fare quel che vuole; vi sono persone che non si promettono fedeltà e decidono di essere reciprocamente fedeli. Ovviamente, esistono anche le coppie sposate e fedeli (direi che non sono la maggioranza). Non è il tasso di libertà che rappresenta la differenza tra convivenza e matrimonio.
Tranego
15 ottobre 2007 00:00
A Sergio. L'obbligo di fedeltà non è affatto inderogabile. I coniugi possono benissimo pattuire in privato che nessuno dei due chiederà danni o imputerà colpe in caso di infedeltà: fermo rimanendo, ovviamente che entrambi restano liberi di chiedere la separazione e perfino di sciogliere il vincolo matrimoniale col divorzio. Sulla scelta dello stile di vita dei coniugi, pertanto, la legge civile, che è molto ragionevole e liberale, concede ampia libertà. Ribadisco quindi la mia obiezione sull'illogicità di basare diritti e doveri sulla sola convivenza anagrafica, che costituisce un forte limite rispetto al matrimonio, aperto, invece, alla possibilità di residenze diverse.
Ma tornerei al tema da cui sei partito.
Ho giò spiegato che il codice di diritto canonico non permette in alcun modo di sposare senza consenso espresso e meno che mai consente il matrimonio a chi è incapace di intendere e di volere.
Se ti interessa, sono anche in grado di dimostrarti che la Chiesa è pienamente consapevole di avere sposato un morto, violando ogni norma di diritto divino, ecclesiastico e civile.
Penso che la farsa del matrimonio in articulo mortis sia stato un espediente, tutto sommato, abbastanza inutile: la pensione sarebbe spettata ai tre figli del D'Auria, se non alla compagna, fino alla loro maggiore età e anche oltre in caso di studi universitari e sarebbe stata abbastanza cospicua da mantenere tutti e quattro molto bene.
In conclusione: riconoscere la pensione alla "vedova", anziché solo ai figli, presuppone un madornale falso in atto pubblico e comporta la collaborazione di un'ampia schiera di persone, che il nostro ordinamento giuridico qualifica come associazione a delinquere.
Ghost
15 ottobre 2007 00:00
BRAVI !!!
Finalmente una discussione seria e piacevole da leggere e seguire.
Grazie
Sergio
16 ottobre 2007 00:00
Tranego, forse non riusciamo a intenderci.
Non ho sostenuto che l’obbligo di fedeltà è inderogabile. Sostengo che la formula matrimoniale non consente di celebrare il matrimonio derogando al rispetto di tale obbligo: due persone che vogliono sposarsi s’impegnano formalmente alla fedeltà anche se hanno deciso di fare diversamente.
La differenza mi sembra evidente e non è un dettaglio.
Non ho sostenuto che le disposizioni anagrafiche sono sufficienti ma ho affermato che partendo dal riconoscimento anagrafico si possa con facilità approvare una legge che riconosca ai conviventi diritti e doveri dei coniugati (quindi, la nuova legge può anche prevedere la deroga alla residenza comune, come già previsto per i coniugati). Mi sembra abbastanza chiaro e semplice: basterebbe un po’ di volontà politica, un po’ di senso laico dello Stato e liberarsi dalle pastoie clericali. L'aspetto grottesco, uno dei più criticati, della proposta DiCo era la famigerata raccomandata… Che motivo c’è di una raccomandata se due persone non coniugate costituiscono già un nucleo familiare per aver affermato tale volontà all’ufficio anagrafe?
Diritto canonico o presunto tale. La nostra posizione mi sembra identica. Ho definito il millantato matrimonio in articulo mortis un ignobile mezzuccio. Non conosco il diritto canonico ma mi sono basato sulle nostre norme civili tra le quali non ne riscontro alcuna per dare valore legale al sotterfugio cui è stato fatto ricorso. Ho definito la soluzione adottata una forma di perfida violenza. Con le tue puntuali osservazioni sul diritto canonico hai dato maggior forza e argomenti al mio ragionamento. Se vorrai approfondire questo aspetto, te ne sarò grato perché sul punto mi sembra che l’ipocrisia delle istituzioni e dell’informazione sia opprimente.
verità
16 ottobre 2007 00:00
nel rito civile l'ufficiale celebrante si limita a leggere tre articoli del codice civile ove sono previsti vari "doveri". Ma se i coniugi sono d'accordo sul non rispettare il dovere di fedeltà che problema c'é? A meno che tu non intenda non essere fedele omettendo tale informazione alla tua compagna!
La domanda è: volete solo diritti e non i doveri?????
Tranego
16 ottobre 2007 00:00
A Sergio. Cerco di capire, ma ho l'impressione che si tratti di questione che riguardi più la sensibilità personale che una tematica giuridica. In fondo al momento della cerimonia i nubendi non sono messi di fronte all'obbligo di fedeltà in modo perentorio.
Prendiamo in considerazione la formula: il funzionario legge gli articoli 143,144 e 147 del c.c. e raccoglie il reciproco consenso. Punto e basta.
E' ben vero che l'art. 143 parla di obbligo di fedeltà, ma lo fa quasi in sordina; non dice: "avete l'obbligo ecc."; dice solo: "dal matrimonio deriva l'obbligo ecc. ecc.". Il desiderio di esclusività è del resto nel cuore di ogni persona innamorata. Se altri hanno una sensibilità diversa, l'attuale legge, con qualche accorgimento legale, permette di instaurare forme di rapporto che possono soddisfare esigenze diverse. Comunque il tuo parere merita senz'altro rispetto.
Quanto alla raccomandata che era nel progetto dei DiCo, anche io mi sono fatto matte risate: per la legge postale, infatti, la raccomandata può essere consegnata a persona convivente che figuri di età maggiore di 14 anni. Te lo figuri? Tizio manda la raccomandata a Caia; arriva il postino, che trova a casa Tizio (perché Caia è dalla parrucchiera), e la raccomandata è legittimamente consegnata a Tizio! Bindi e Pollastrini non sapevano proprio in che mondo viviamo.
Ma veniamo al codice di diritto canonico. Preciso che dieci giorni fa non ne sapevo nulla, ma con Internet si arriva dappertutto!
Canoni 1057, 1095 e 1104: il matrimonio nasce dallo scambio attuale, contestuale, libero e cosciente del consenso da parte dei due contraenti. Alla prestazione del consenso neppure il Papa potrebbe derogare (1057, 1b). Il consenso va espresso con parole, ma se uno non può parlare può esprimersi "con segni equivalenti".
Can. 1105 (matrimonio per procura): è la migliore conferma che la capacità di intendere e di volere deve sussistere anche al momento del matrimonio e che sono irrilevanti le dichiarazioni fatte in precedenza.
Can. 1055: il matrimonio canonico si celebra fra battezzati, meglio ancora se anche cresimati (can. 1065).
Can. 1066, 1068: prima della celebrazione bisogna essere certi che non ci siano impedimenti, ma se c'è urgenza per pericolo di morte si prescinde dagli accertamenti e si sta alle dichiarazioni dei contraenti di essere battezzati e liberi da impedimenti.
Can. 1079: se c'è pericolo di morte, il vescovo può autorizzare di passare sopra ad ogni impedimento di diritto ecclesiastico (= stabilito da norme della Chiesa), ma, comunque, un prete non può mai essere autorizzato a sposarsi. N.B.: la norma circa il consenso (can. 1057) è detta "di diritto divino", perché "nessun potere umano" può supplirvi. Quindi nessuno può dispensare dalla prestazione di un consenso valido: il concetto è espressamente sancito dal can. 1057 e si ricava, a contrario, anche dal 1079.
Can. 1108 e seguenti: riguardano la forma della celebrazione.
Can. 1116 consente ampie deroghe sulla forma se c'è pericolo di morte: la forma minima per un valido matrimonio è pertanto lo scambio del consenso davanti a due testimoni, senza neppure il prete, fatte salve talune formalità da adempiere dopo il matrimonio (ca. 1121). Neppure il can. 1116, ovviamente, contiene deroghe alla valida espressione del consenso.
Sostanzialmente è tutto qui. Come vedi, le regole canoniche non sono stilate da marziani ma da persone sensate, che hanno i piedi per terra: nessun contrasto, quindi con le regole civili.
Del resto, il Concordato (art. 8 dell'Accordo, ratificato con L. 121/1985) rispetta le regole civili quando dice che non si può trascrivere l'atto di matrimonio nei registri civili "quando sussiste fra gli sposi un impedimento che la legge civile considera inderogabile".
La conclusione, già ampiamente condivisa, è nota: il matrimonio del D'Auria è nullo, perché lui era legalmente morto o, quantomeno, perché non ha espresso il consenso. La trascrizione sarà già avvenuto sulla base di un atto che attesta il falso, ma nessuno obietterà il falso e la nullità e tutto finirà in gloria, col favore della Chiesa.
La Chiesa è ampiamente consapevole di tutto ciò e te ne do le prove, reperibili in Internet. Avvenire (il giornale dei vescovi) il 5 ottobre, pag. 11, ha scritto del povero D’Auria: “Fin dal primo momento le sue condizioni erano apparse disperate. Era stata constatata la morte cerebrale”. Il giorno dopo, parlando di altro, lo stesso Avvenire spiega, a pag. 6, che “la morte cerebrale è un criterio di accertamento della morte dell’individuo”. Ad una persona, che legalmente può essere sottoposta ad espianto di organi, La Chiesa ha consentito addirittura il matrimonio, contro ogni norma di diritto divino, ecclesiastico, civile e di buon senso.
Amen.
Sergio
16 ottobre 2007 00:00
Certo, Verità, ma li legge perché i coniugi s'impegnano a rispettarli. L'ufficiale che celebra il matrimonio rende edotti i futuri coniugi degli obblighi che reciprocamente assumono.
Possono due persone sposarsi dichiarando che non intendono assumersi tale obbligo?
verità
16 ottobre 2007 00:00
ti ha risposto tranego. I futuri coniugi non dichiarano nulla! Ti confondi con il rito religioso-concordatario.
Non è lo stato che ti persegue se cornifichi tua moglie!!!! Ne deriva solo un eventuale addebito in sede di separazione. Ma se tua moglie concorda con la tua line di pensiero che problema c'è?
ZIO
16 ottobre 2007 00:00
Il matrimonio è un contratto...se ci pensate, non è molto diverso da quello che avete sottoscritto per l'abbonamento telefonico o l'assicurazione di un mezzo. Si firma per ottenere un qualcosa, dando in cambio dell'altro. Le clausole sono chiare, note e scritte. Se non vi stanno bene, NON FIRMATE (come fate, appunto, per un altro contratto che non vi soddifa)
Sergio
17 ottobre 2007 00:00
Concordo che si tratta di una questione di sensibilità ma si tratta anche di sensibilità al valore del diritto. Voi riducete il diritto civile quasi a una sorta di pura formalità. Anche con il rito civile i futuri coniugi accettano gli obblighi che, in forza del diritto civile, derivano dal contrarre matrimonio. Infatti recita testualmente l’Art. 143 c.c. Diritti e doveri reciproci dei coniugi: “Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri (Cost. artt. 29, 30). Dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione. Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia”.
Mi sembra incontestabile che contraendo matrimonio i coniugi si assumono l’obbligo della fedeltà. Non c’è bisogno di chiedere l’esplicito consenso in quanto contraendo matrimonio i due sposi accettano gli obblighi previsti dalle norme del codice civile. D’altra parte, ciò è perfattamente in linea con una lunga tradizione giuridica che considerava l’adulterio un reato penale.
Giusto per capire da dove veniamo.
L’art 560 c.p. così recitava:
«Il marito, che tiene una concubina nella casa coniugale, o notoriamente altrove, è punito con la reclusione fino a due anni.
La concubina è punita con la stessa pena.
Il delitto è punibile a querela della moglie».
Con sent. 3-12-1969, n. 147, la Corte Cost. ha dichiarato costituzionalmente illegittimo tale articolo.
L’art 559 c.p. così recitava:
«La moglie adultera è punita con la reclusione fino a un anno.
Con la stessa pena è punito il correo dell’adultera.
La pena è della reclusione fino a due anni nel caso di relazione adulterina.
Il delitto è punibile a querela del marito».
La Corte Cost., con sent. 19-12-1968, n. 126, ha dichiarato costituzionalmente illegittimi i primi due commi; successivamente la stessa Corte, con sent. 3-12-1969, n. 147, ha dichiarato costituzionalmente illegittimi i cc. 3 e 4.
Condivido pienamente, Tranego, il tuo giudizio sulla grottesca soluzione prospettata con la raccomandata escogitata dalla formidabile coppia Bindi-Pollastrini e sul millantato “matrimonio D’Auria”.