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Topesio 08 ottobre 2007 00:00
Orlando sei furioso ed anche fascista!
TPS ha ragione!! Pagare le tasse è bellissimo!!!
verità 08 ottobre 2007 00:00
per lui le tasse sono bellissime perchè le pagano gli altri.
blaster 08 ottobre 2007 00:00
il buffone Padoa-Schiappa non potrebbe fare affermazioni più idiote. Ma in effetti per lui le tasse sono bellissime, perchè le pagano gli italiani per mantenere lui, con il suo misero stipendio da poveraccio
Mi auguro che almeno sedendosi sulla poltrona in parlamento gli si impianti un ombrello nel culo
guido 08 ottobre 2007 00:00
Si, è bellissimo pagare le tasse sapendo che si stanno pagando per dare lo stipendio a chi spare delle cagate del genere...davvero bellissimo...aumentatemele, così godo di più, sempre di più...
Sceriffo di Nottingham 08 ottobre 2007 00:00
Ha ragione TPS, pagare le tasse è bellissimo e fa bene alla salute. Non ascoltate Robin Hood, mente.
ZoZZone 08 ottobre 2007 00:00
a TOPEEEEE A RIAFFANCULOOOOOOOO
Giacomo 09 ottobre 2007 00:00

TIPICO ESEMPIO DI FRASE SENZA SENSO DI CHI E' CONSAPEVOLE CHE LA FINE E' VICINA.

Manic 09 ottobre 2007 00:00
Sono bellissime per lui ma non per gli italiani.
Poi mettono al perlamento un ultrasessantenne ?
Ma perchè invece di sparare stronzate in tv non lavora sul serio oppure se va a casa e ci stà per sempre è meglio.
Fuga di milioni di EURO.... 10 ottobre 2007 00:00
....GRAZIE a Costui e Mortadella...ma avete osservato che faccia ha TPS ?...da culo !
Topesio (quello vero) 10 ottobre 2007 00:00
E sarà invece bello Calderoli!!!
Tomaso 10 ottobre 2007 00:00

Tommaso Padoa-Schioppa«La tassa è bella», ha detto Padoa Schioppa.
D’accordo, ha pur ragione Tito Boeri: Prodi, mediocre economista, s’è scelto come ministro il solo economista verso cui non debba soffrire di complesso d’inferiorità.
Ciò identifica una parte del problema: il quoziente intellettivo di Tommaso Padoa Schioppa, che è insufficiente (inferiore a 100).
Vero è anche che Padoa Schioppa non s’è mai misurato con la realtà, mai ha dovuto mettersi «sul mercato», nel «privato», dove esiste la concorrenza: da sempre è stato «grand commis», nei salotti dorati della burocrazia bankitaliota e europoide.
Luoghi ricchissimi, dove si è cooptati in base a virtù (o vizii) che nulla hanno a che vedere con la competizione: aderenze massoniche, protezioni ebraiche, riti iniziatico-pedofili alla Delors, qualunque cosa tranne la competenza acquistata competitivamente.
Insomma, Padoa Schioppa è uno dei parassiti che il denaro pubblico lo prendono, e tantissimo; e dunque gli pare bellissimo tassare coloro che i soldi pubblici li danno.
Pro domo sua.
E tuttavia, la frase «l’imposta è bellissima» è rivelatrice di ben altro.
Essa sta sul piano di simili espressioni ebbramente dionisiache: «La fiamma è bella» (D’Annunzio), «Quant’è bella giovinezza» (Lorenzo il Magnifico), «La guerra sola igiene del mondo» (Marinetti) ed altre scemenze peggiori.
Bisogna qui sospettare una mistica dell’esazione?
Un dionisismo della spoliazione fiscale?
Padoa Schioppa non saprebbe articolarla, essendo la sua ideazione mal-cotta e d’accatto.
Ma egli si riferisce di fatto ad una mistica politica ben nota.
In una visione laica e secolare, la tassazione è se mai una necessità pratica ancorchè spiacevole, come dice il buon senso.

Ma chi dice: «La tassa è bella», evidentemente non sta su quel piano di realismo, coi piedi per terra.
Attribuisce al Tributo una delle qualità divine, lo situa nell’iper-uranio delle Idee platoniche, belle e pure in sè.
«Bello» e «Vero» coincidono, dice San Tommaso (quello vero, d’Aquino).
Per il Tommasino, l’imposizione erariale è la Rosa Mistica, indefinibile se non con elogi («Bella sei tu, tutta bella») a cui l’adepto spera ardentemente di congiungersi per confondere il suo piccolo, povero io preatico nel Tutto Burocratico inteso come essenza paradisiaca.
L’ideologia a cui Padoa Schioppa rivela di aderire magari senza saperlo (come succede ai solenni «stolti» filosofici) è quella della Volontà Generale giacobina.
Si capisca bene il termine: per i giacobini, la Volontà Generale non si identificava con la volontà della maggioranza espressa nel voto, e nemmeno con la volontà unanime (se fosse possibile) di tutta la società.
La Volontà Generale giacobina è «originaria», trascendente rispetto ai prosaici procedimenti elettorali.
Essa è anche indefinibile nei contenuti.
Essa può essere solo «rivelata» dall’uomo che ha annullato la propria individualità privata per ascoltare solo la Volontà Generale.
Non a caso Robespierre fu chiamato l’Incorruttibile, con la maiuscola: aggettivo rivelatore anche questo.
Per l’ideologia giacobina, infatti, le volontà private e individuali sono colpevoli per principio, e in modo irrimediabile: lasciato alla sua volontà (ossia libero), l’individuo privato, immancabilmente, pecca.
Apre una panetteria, vota chi vuole, si licenzia da un lavoro per farne un altro, cambia casa e città: in ogni caso, segue il suo proprio tornaconto, il suo proprio criterio.
E’ questo il peccato originale dell’uomo.
La dottrina della Volontà Generale lo vuole redimere: ciò significa che la Volontà Generale - nel suo contenuto generalissimo - è nemica mortale delle volontà private.
O, il che è lo stesso, della libertà personale.
Non a caso l’imperio della Volontà Generale si esprime come dittatura.

Già in passato ho avuto occasione di ricordare l’acuta osservazione di Hegel, che indicava la ghigliottina come strumento indispensabile, primario e simbolico del giacobinismo: tutte le teste individuali vanno tagliate, perchè resti solo la Volontà Generale.
Ma ancora una volta, attenzione: non la dittatura di un uomo «che fa di testa sua», anzi al contrario.
E’ la dittatura impersonale della Virtù.
Solo in quanto Incorruttibile, ossia la Virtù incarnata, Robespierre esercitava la dittatura. Robespierre negò sempre, e sinceramente, di «comandare».
Da ultimo, si assentò dalla Convenzione per oltre un mese, onde nessuno potesse dire che esercitava in proprio un qualunque potere, magari mettendosi «alla testa» - l’Essere Supremo non voglia - di una fazione.
Vi sembrerà che ci siamo allontanati parecchio da Padoa Schioppa, ma non è così.
Padoa Schioppa si sente evidentemente portatore della Volontà Generale.
Per lui, la tassazione è «bella» per un motivo chiaro, anche se non riesce a formularlo: perchè sottrae mezzi alle volontà private, e con ciò riduce la loro peccaminosa tendenza ad agire in proprio.
Pensate all’operaio della FIOM, a 1.200 euro al mese.
Il suo salario è in realtà di 2.500 o giù di lì.
Pensate se gli fosse consegnato quel salario lordo, e fosse lasciato libero di pagare, da esso, le tasse e i contributi.
Credete forse che questo individuo si priverebbe spontaneamente del 40% del suo guadagno per darli allo Stato, più 12-18% di contributi all’INPS, o non se li spenderebbe tutti in vacanze, scarpe per i bambini, salumi, o magari in fondi pensionistici diversi, che gli danno più affidamento?
Come vedete, Robespierre aveva ragione: l’individuo, solo che faccia «di testa sua», pecca. Persino se è un proletario.
La sua volontà privata, per il fatto stesso di essere privata, è un insulto alla Virtù.
Per questo la Volontà Generale gli toglie i mezzi per far di testa sua, per essere libero.
Gli lascia il necessario per sopravvivere, ma non di più.
Lo Stato, come incarnazione della Volontà Generale, sceglierà per lui.
La tassazione è «bella» per questo, perchè impone la Virtù alle volontà peccatrici in quanto private.
Ma non è solo Padoa Schioppa a pensarla così.

Qualunque funzionario pubblico o uomo politico oggi è giacobino senza saperlo, nel senso che interpreta la sua carica come strumento della Volontà Generale, non come servizio ai privati cittadini.
Mastella si ritiene nel giusto a prendere l’aereo di Stato: l’Airbus non sta portando il carnoso individuo chiamato Mastella, ma la Volontà Generale ai suoi doveri di Stato, per i quali non si può badare a spese.
Il senatore Colombo può ordinare ai suoi finanzieri di scorta di compragli la coca, e sentirlo legittimo, perchè non è un comune mortale a drogarsi, ma un senatore-a-vita, messo a quel posto dalla Volontà Generale.
Ogni cosa faccia, è la Volontà Generale a farla attraverso di lui.
Da ciò nasce la proliferazione di leggi (oggi in numero di 66 mila, contro le 6 mila della Germania): perchè gli individui debbono fare solo ciò che è prescritto per legge.
Le leggi infinite e continuamente prodotte servono appunto a questo, a ridurre lo spazio alle volontà personali, lo spazio a-legale in cui la gente «fa di testa sua».
Posso abortire?
No, è vietato, si diceva molti anni fa.
Ma aspetta, ora facciamo una legge, è ti sarà permesso.
Quel che conta è che tutto sia «regolamentato».
Che non ci sia «il Far West», uno spazio dove gli individui possano fare quel che gli salta in testa senza risponderne alla Volontà Generale.
E’ ovvio che, per i governanti in nome della Volontà Generale, l’evasione fiscale sia il pericolo mortale, il nemico gigantesco e fantastico, mai trovato ma contro cui si è in guerra continua. Perchè la realtà italiana, la realtà laica e pragmatica, è questa: l’81% dei tassati sono dipendenti o pensionati, tassati alla fonte.
L’evasione fiscale riguarda semmai un 20%: o non può essere altissima, o è comunque non difficile da identificare, concentrandosi su quel 20% di contribuenti.

Ma nè Visco nè Padoa Schioppa hanno alcuna intenzione di perseguitare quel 20%, ambito in cui abitano tanti amici loro, i fortunati che si sono sottratti al «mercato» e alla «competizione globale».
No, essi perseguono i taxisti - colpevoli di andare di qua e di là, sulla base di richieste di clienti privati, su auto private (ancorchè «pubbliche», se le sono comprate loro): i taxisti incarnano metafisicamente il peccato originale, il «fare di testa propria».
Come loro, sono perseguiti gli artigiani, i piccoli imprenditori.
Nel Paese dove abito per il momento, è famosa la multa che i finanzieri hanno inflitto ad un pasticciere che, dopo una notte di lavoro, fu colto a mangiarsi una pasta.
Lui non capiva: «Ma è una mia pasta! L’ho fatta io, adesso!», si giustificava pietosamente questo criminale.
Ciò aggravava la sua posizione: confermava che la sua azione dipendeva dalla sua privata volontà.
«Doveva battersi lo scontrino, ha evaso l’IVA!», hanno ritorto i gloriosi militi.
E a proposito di IVA.
Ho appena saputo che, tra le leggine e le regoline fiscali che questo governo infarcisce più o meno di nascosto nelle sue «normative», in modo da tassare di più senza suscitare troppa attenzione, c’è questa: l’IVA sugli spumanti.
Se il tappo della bottiglia è legato con lo spago, l’IVA è il 20%.
Ma se il tappo è trattenuto da quella reticella metallica che orna i grandi spumanti a cominciare dallo Champagne, l’IVA è stata aggravata, al 35%.
Qui si vede chiaramente come Visco non solo intenda succhiare e arraffare dalle tasche quanto più può (bisogna pur pagare autoblù e Alitalia, strumenti essenziali della Volontà Generale), ma addirittura punire la gola: chi beve ottimi spumanti sia castigato.
Egli usa lo strumento fiscale per imporre, fra l’altro, la Virtù.
Ha deciso che dobbiamo essere più sobrii.
E se questo sta già costando il calo delle esportazioni vinicole italiane di lusso (in Germania non vogliono pagare di più le stesse bottiglie), pazienza.
Anzi meglio.

L’esportazione è parte integrante della economia privata, ossia di quell’odioso formicolare di piccole volontà imprenditoriali che se ne inventano una ogni giorno, ossia che fanno «di propria testa», perchè stanno disperatamente competendo sui mercati.
Sono un continuo insulto alla Volontà Generale.
L’economia va ridotta allo Stato ideale del giacobinismo.
Qual è tale Stato ideale?
Una società in cui tutti sono dipendenti dello Stato, ricevano dallo Stato stipendi (tassabili alla fonte), e che lo Stato «redistribuisce» secondo criteri virtuosi per definizione, in quanto sono dettati dalla Volontà Generale.
E’ il sogno a cui tende Padoa Schioppa quando evoca sognante una delle due o tre parole che ripete di continuo: «Equità sociale, risanamento...».
Nella mistica giacobina, «equità» è la condizione che si raggiunge solo quando tutto ciò che i privati producono viene loro tolto dallo Stato, e tutto ciò che ricevono lo ricevono, redistribuito, dallo Stato stesso (s’intende dopo aver prelevato gli emolumenti dei Virtuosi).
Questo è il «risanamento» per Padoa Schioppa e per Visco: da risanare sono le volontà private, ossia la libertà, attraverso la loro totale eliminazione.
Uno spirito laico vede che la iper-tassazione produce invece iniquità: mai ci sono stati ricchi tanto ricchi, e mai i poveri si sono impoveriti di più.
Ma questo vale nella realtà pratica, non nella mistica.
La mistica è superiore.
Perciò la tassa è bella.
Si capisce che sarebbe ancora più bella, anzi perfetta, se l’aliquota di prelievo toccasse ’ideale, il 100 per 100 del reddito.

Se non siamo ancora a questo, è per un motivo filosofico: l’essenza dello Stato giacobino è nemica dell’esistenza.
Per questo l’impero della Volontà Generale può esistere nel mondo reale solo come «tendenza» verso la condizione perfetta.
Perchè se fosse realizzato pienamente, col prelievo totale, saremmo tutti morti, e Visco e Padoa Schioppa non avrebbero più nessuno da tassare.
Ma lì puntano.
La tassa è bella.

Maurizio Blondet
Pierino 12 ottobre 2007 00:00
DITE A DRAGHI CHE PADOA NON SCHIOPPA

E bello pagare le tasse con uno stipendio di 35000 euro al mese e una aliquota parlamentare del 9,5%!
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