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APS 25 gennaio 2008 00:00
Sergio, onestamente mi sembra un'idea non percorribile. Nella II ipotesi andremmo avanti altri 6 mesi ad incartarci. Nella Costituzione ci sono scritte tante cose, e molte non vengono prese nemmeno in considerazione. Ad esempio guardi cosa prevede la Costituzione per i sindacati (cose mai realizzate ma che sarebbero secondo me auspicabili...). Conta anche la prassi e non a caso...
Sergio 25 gennaio 2008 00:00
APS, il percorso che ho prospettato è percorribile anche se non nutro molte speranze sul fatto che lo sarà.

Rifletti però su questi elementi.

Se torniamo alla urne, sarà con la legge attuale, con tutti i limiti che questa ha.
Uno mi sta particolarmente a cuore: il gioco delle candidature multiple espropria l’elettore del potere di scelta (e già l’elettore non ha modo di incidere nella scelta delle candidature).

Con ogni probabilità vincerà il centro-destra, con o senza Mastella e l’UDEUR. Se Casini non rientrerà nella coalizione, probabilmente ci sarà un allargamento dopo il voto a Casini e Mastella; con quale merce data in cambio… non è difficile immaginarlo.

La vittoria del centro-destra non sarebbe in sé una disgrazia enorme; abbiamo visto che con Berlusconi al governo aumenta la capacità di controllo da parte della società civile e quindi potrebbe rinascere una mobilitazione civile attenta e vigile, premessa per un ricambio della scena politica.
Il problema è che torneremmo alle diatribe irrisolte che ormai ci trasciniamo da 15 anni: conflitto con la magistratura, conflitto d’interessi, questione informazione e soprattutto RAI…

Nessuna delle questioni agitate dal centro-sinistra nella passata legislatura e in campagna elettorale è stata infatti risolta.

Risultato, una nuova legislatura che si muoverà tra le contraddizioni interne e la continua mobilitazione di mezzo paese, che conta comunque sul sostegno di non trascurabili poteri forti.

Lo scioglimento del senato, con la probabile vittoria del centro-destra in questa camera, costringerebbe a una pausa “civile” per dedicarsi a pochi concreti obiettivi, se la parte sana delle forze politiche saranno capaci di prendere in mano il timone e imprimere una svolta: ne va della loro stessa sopravvivenza.

Non c’è da farsi molte illusioni, lo so; sono però anche convinto che incartati ormai lo siamo e non sarà il risultato elettorale a modificare lo stato delle cose perché serve una capacità politica che vada oltre gli steccati fittizzi che dividono i due schieramenti. Due camere con diverse maggioranze possono ottenere questo risultato. Un Parlamento caratterizzato da uno schieramento armato contro l’altro non cambierà nulla perché avrebbero altri cinque anni per continuare i giochi partitocratici e le spartizioni di sempre.

La passata legislatura sono la dimostrazione che non basta avere i numeri per rilanciare il paese: è necessario chiudere una stagione durante la quale il mandato politico è stato utilizzato per interessi di parte, una stagione che ha coltivato pratiche oligarchiche e di lottizazione.

Un’amara considerazione voglio ancora fare prima di chiudere.

Può anche essere che negli avvenimenti recenti (Mastella & C.) non ci sia molto di rilevante penalmente, ma la politica non si giudica con il metro penale.
Rimane comunque l’evidenza di un sistema politico, fondato sulla lottizzazione, che occupa ogni pertugio della vita pubblica per tutelare i propri interessi di parte, in aperto disprezzo del bene collettivo.
Il controllo del territorio, mediante nepotismo, familismo, corporativismo e lottizzazione, serve ad alterare i meccanismi di creazione del consenso. Queste pratiche indecenti di spartizione territoriale del potere sono il pilastro della cultura mafiosa e camorrista.
Controllare una Asl significa mettere il becco in chi fornirà servizi di manutenzione, forniture ospedaliere, smaltimento dei rifiuti pericolosi… Appalti, appalti, appalti. Fiumi di denaro. E’ strano immaginare che la criminalità organizzata cerchi d’infiltrarsi in queste logiche dando in cambio voti e sostegno alle organizzazioni politiche?
Moltiplica ciò per ogni ambito controllato dalla politica: stampa, televisione, finanza, scuole, lavori pubblici… Chi rinuncerà a tutto ciò se ha la prospettiva di poterlo fare per altri cinque anni?

Un’ipotesi di maggioranze differenti tra le camere può consentire un cambiamento. La vittoria schiacciante di una parte non sarà in grado d’incidere sui problemi reali del paese: cattiva amministrazione, sperpero del denaro pubblico, corruzione, prebende e sovvenzioni…
IVAN 28 gennaio 2008 00:00
Caro Sergio, premesso che apprezzo e condivido il tuo scritto (per forma e contenuti), non mi è chiaro se era di intento ironico...o se sei davvero convinto di ciò che affermi.
Perché in quel caso, sottintenderebbe che credi sul serio ad un Presidente imparziale, super-partes, garante della Costituzione, e tutto il resto della cantilena.
Nel dubbio, preferisco invece credere che tu sappia già che anche il nostro benemerito Presidente fa parte dell'allegro teatrino.

Mai infatti l'ho sentito richiamare alla serietà la combriccola di politicanti impazziti (in aula e fuori), o pronunciarsi in favore del recupero della credibilità quando i (presunti) schieramenti si attribuivano a vicenda le colpe dello sfacelo che grava sull'esistenza quotidiana di noi cittadini.
Credibilità che lui stesso non dimostra, quando fa il finto sorpreso nel vedere la situazione rifiuti nella “sua” Napoli (Signor Presidente, si trovava in vacanza in Svezia, negli ultimi tre anni?).

Tirando le somme, tutti gli indizi portano a credere che invece il Sig. Napolitano conosca già benissimo ognuno dei consigli che potremmo dargli, ma si accontenti lo stesso di recitare la paciosa e rassicurante parte della figura di rappresentanza.

Non vorrei aver esagerato, proprio io che ammonisco di fare attenzione ai contenuti “pericolosi” nei commenti. Nel dubbio, preciso che non c'è alcun intento denigratorio nelle mie espressioni. Anzi, vorrei davvero che ciò fosse possibile: significherebbe almeno un segno della presenza di quella Figura Istituzionale che, purtroppo, al momento non vedo assolutamente.
IVAN
Passante 28 gennaio 2008 00:00
L'idea di Sergio è sicuramente interessante e insolita, ma credo di fatto inapplicabile.
Meglio andare subito al voto per chiedere agli italiani di esprimere una preferenza chiara, in modo da poter governare.
Non credo ai governi "di garanzia" che derivino da accordi tra partiti che fino a ieri si sono insultati.
Tra l'altro su quelle riforme non c'è accordo nemmeno all'interno delle due coalizioni, quindi è impossibile giungere ad una sintesi a breve, ed il paese ha bisogno di essere governato, non di veder perdere tempo.
Ne abbiamo già avuto prova con la bicamerale e con i tentativi di dialogo di questi mesi, dove le bozze si sono susseguite, modificate.. ma senza mai trovare una maggioranza che le condividesse davvero.

Quindi, voto per esprimere un governo che deve sistemare una situazione economica che al di là di qualche dato macroeconomico positivo da solo segni di debolezza: crescita del 2008 dimezzata rispetto all'anno scorso, famiglie che non riescono più a risparmiare, pressione fiscale alle stelle, spesa pubblica ancora fuori controllo.
Non è tempo di tarallucci e vino.
Sergio 28 gennaio 2008 00:00
Caro Ivan, la speranza è l'ultima a morire...

Quando la situazione precipita e diviene insostenibile, rimane solo la speranza che alle parole seguano i fatti.

Come ho precisato, dubito che si percorrerà la strada da me indicata, sebbene prevista dalla Costituzione.
Poiché sembra che tutti i commentatori della "nobile" informazione, tutti i costituzionalisti sembrano essersi dimenticati di questa strada possibile, allora ricordo che se veramente si vuole favorire il dialogo tra le parti, unica al momento possibilità per uscire dallo stallo, la strada obbligata è lo scioglimento del Senato.
Ciò consentirebbe, senza alcun vulnus democrarico, di dare alle forze politiche un anno abbondante per approntare le riforme necessarie (quelle minime che indico).
In caso contrario, un governo istituzionale che ottenga la fiducia senza lo scioglimento del Senato dovrebbe fare i conti con gli incalzanti referendum.
Due, in questo caso, le strade possibili per questo governo istituzionale:
1) approvare una legge che recepisca le indicazioni dei referendum;
2) puntare sull'astensione ai referendum per renderli nulli e procedere a una nuova legge partendo dalla proposte presentate alla Camera.

Nel primo caso, mi sembra che il confronto politico sia a zero: i partiti hanno elaborato bozze di riforma che non soddisfano le richieste referendarie. Arduo immaginare che in due mesi, scarsi, possano dar vita a un accordo dal momento che finora hanno ignorato l'esistenza di queste richieste referendarie. Il rischio quindi è perdere mesi preziosi.

Se si percorre la seconda strada possibile, si verificherebbe ancora una volta uno scippo ai danni del "popolo sovrano". Infatti, puntare sull'astensione, sebbene lecito giuridicamente, significherebbe rendere più profondo il solco che divide la cosiddetta società civile da quella politica. La politica utilizzerebbe un vantaggio "elettorale" per far naufragare i referendum: poiché circa il 25% degli elettori comunque non votano, basterebbe convincere un ulteriore 25% a non recarsi alle urne per far fallire i referendum.
Che fine fa la democrazia se una parte ha a tavolino un vantaggio cospicuo sull'altra parte?
Comunque, per decenza politica, si dovrebbe attendere l'esito dei referendum per procedere a un confronto politico che possa impunemente ignorarli.

Ecco perché solo lo scioglimento del Senato consentirebbe di "istituzionalizzare" l'esigenza del tanto evocato civile confronto tra le coalizioni, concedendo però alle parti politiche un anno abbondante per trovare una soluzione sensata che soddisfi le richieste referendarie e risolva le inconfruenze che i referendum inevitabilmente non possono risolvere.

A breve sapremo quale sarà la strada che il Presidente seguirà.

Mi limito a constatare che è curiosa la circostanza che nessun commentatore abbia preso in considerazione l'ipotesi da me indicata.

Quando parlano della necessità di riformare le istituzioni e la politica, credono in quel che affermano?

La mia sensazione è che si tratti solo di una messinscena per proseguire nell'inutile muro contro muro tra le coalizioni, utile solo a proseguire indisturbati, fino al prossimo intervento di qualche magistrato, alla spartizione delle risorse nazionali.
Sergio 28 gennaio 2008 00:00
Passante, non posso darti torto.

Con la mia proposta non intendevo abbandonarci a "tarallucci e vino", ma creare le condizioni per un confronto sulle regole necessario per riformare le istituzioni e la politica.

Da quindici anni viviamo una feroce contrapposizione tra i due poli che non è servita a risolvere i nodi istituzionali, rimasti tutti uguali a prima.

Nella passata legislatura, il centro-destra aveva dato vita, con non poche energie, a una riforma costituzionale bocciata poi dal referendum confermativo.

A mio avviso, in quella riforma c'erano molte cose valide e altre inadeguate. Il centro-sinistra, appena uscito dalle elezioni che ne avevano decretato la vittoria (?) preferì andare all'incasso di una vera vittoria politica promuovendo la bocciatura della riforma.
Avrebbe invece potuto impegnarsi a rimediare alle storture previste da quella riforma (che sarebbe entrata in vigore solo dopo qualche anno).

Se andiamo al voto, pensi che una nuova maggioranza possa risolvere i problemi?
Sì, ma solo nell'ipotesi che la "casta" politica abbia imparato la lezione. Ma se ha imparato la lezione allora meglio cavalcare il dialogo e non lo scontro.

Se non ha imparato la lezione, la vedo dura imamginare che una nuova, anche se robusta, maggioranza possa imprimere una svolta di sistema (che è la premessa necessaria per un rilancio anche economico del paese).

Nella precedente legislatura la maggioranza c'era eccome ma ciò non è bastato per uscire dalle secche.

Riesci a immaginarla una nuova forte maggioranza che rinunci spontaneamente alla ricca possibilità di proseguire nella logica spartitoria di saccheggio del Paese?

Paradossalmente, i numeri risicati della maggioranza Prodi avrebbero dovuto consigliare una politica di dialogo.
Così non è stato e così non sarà se andiamo all'uno contro l'altro armati.

Ti ricordo che l'Italia non ha mai avuto un problema di governabilità: i governi cadevano per logiche di spartizione del potere e non per motivi di numeri risicati. Dove lo trovi un Paese che per circa mezzo secolo è stato incentrato su un solo partito? La DC e gli alleati contavano sul 55% - 60% dei voti, talvolta anche di più, eppure quel che è successo è sotto gli occhi di tutti ed è stato spacciato per ingovernabilità.
Il nostro Paese è ingovernabile perché dilaniato dalle lotte intestine ai gruppi di potere non per ragioni numeriche o oggettive.
Sergio 29 gennaio 2008 00:00
Piccolo aggiornamento.

Sembra che Gerardo Bianco (attualmente PD) abbia prospettato l’ipotesi di scioglimento del solo Senato.
Sembra che questa soluzione non trovi favorevole il presidente Napolitano per il rischio di maggioranze diverse tra le due camere.

Cosa c’è di così rischioso in un’ipotesi di questo genere, se la posta in gioco sono le riforme istituzionali?

Quale soluzione sarebbe più propizia a favorire il dialogo tra le parti, se l’obiettivo è varare delle riforme che non siano vissute come decisioni di una parte contro l’altra?

Ciascuna coalizione ha dimostrato di non essere autonomamente in grado di riformare la politica. Se una speranza c’è questa esiste proprio nella prospettiva di due camere con maggioranze differenti che costringano al dialogo accantonando le contrapposizioni spesso improduttive e strumentali che bloccano il Paese.
Sergio 15 giugno 2009 00:00
Lo scioglimento anticipato delle Camere ha rinviato di un anno i referendum sul famigerato “porcellum”.

Nella passata legislatura il ceto politico s’impegnò in bozze di riforma che ignoravano i quesiti referendari, dando per scontato che poi avrebbe convinto parte dell’elettorato a non votare, facendo così mancare il quorum necessario.

A distanza di un altro anno, la situazione non è cambiata.

C’è chi sarebbe danneggiato (la Lega) da un eventuale prevalere dei SI e cavalca l’astensione.
C’è chi sarebbe avvantaggiato dal prevalere dei SI (il PdL) e cavalca… l’indifferenza per non nuocere all’equilibrio interno alla maggioranza.
C’è chi ha partecipato alla promozione dei referendum (l’IdV) e adesso inverte il senso di marcia.
C’è chi (il PD) è incerto sulla linea da seguire.
C’è chi (UDC) non vede bene questa soluzione referendaria perché sarebbe depotenziata la strategia politica dell’essere fuori dalle due coalizioni.

Cosa hanno questi referendum che non va?

Credo siano due quesiti su tre che sollevano le maggiori perplessità: quelli relativi a Camera e Senato; sull’abolizione delle candidature multiple mi sembra ci sia più consenso e in ogni caso meno contrarietà.

L’attuale sistema elettorale concede un “premio di maggioranza” (55% dei seggi) alla coalizione che raccoglie più voti.
Il premio è a livello nazionale per la Camera, a livello regionale per il Senato.
I seggi conquistati sono poi ripartiti tra le liste appartenenti alla coalizione in base ai voti ottenuti da ciascuna lista all’interno di ciascuna circoscrizione.
Questo sistema premia la Lega essendo questo partito particolarmente forte in alcune circoscrizioni.
Se il premio, come previsto dal referendum, fosse dato alla lista piazzatasi prima (e non più alla coalizione) la Lega risulterebbe depotenziata nella sua influenza sulla coalizione di governo.
Il PdL potrebbe nel prossimo futuro candidarsi al governo dell’Italia senza il sostegno della Lega o il sostegno della Lega diventerebbe meno vincolante e caratterizzante.
Al Senato le cose non risulterebbero così semplici data la ripartizione su base regionale. Alcune regioni vedono il prevalere del PD, altre potrebbero vedere il prevalere della Lega.
L’alleanza tra PdL e Lega sembra al momento non superabile e forse anche all’interno del PdL non è avvertito il bisogno di superare questa alleanza, ma probabilmente un contenimento del peso della Lega viene visto come utile.

Nella galassia esterna alla coalizione di governo la situazione è più complessa.
Prevale il timore che Berlusconi da solo possa divenire il padrone dell’Italia, con o senza la Lega.

Personalmente non vedo grandi differenze con la situazione attuale.

Certamente, il PD sarebbe in affanno a contendere il primato al PdL.
Potrebbe essere l’occasione buona per il PD per definire la propria identità.
Perché D’Alema ha un bel dire che il PD è un grande partito che ha bisogno di alleanze.
Non è un grande partito ma solo un raccoglitore di molti voti.
Non è un grande partito ma una fusione di due tronconi di due vecchie famiglie politiche del XX secolo con all’interno insuperate contraddizioni paralizzanti. Difficile promuovere alleanze propositive quando il primo azionista della coalizione non ha una base comune, un’identità, un progetto di società e di governo. Rimane solo l’essere insieme in funzione diga anti-berlusconiana; cosa che è riuscita, più o meno bene, per ben due volte con Prodi; e poi? E poi se manca un progetto, se manca un’identità chiara e precisa è inevitabile il naufragio, è difficile, se non impossibile, mettere in piedi alleanze che assicurino governabilità.

Il problema quindi è un altro.

Il ceto politico non è interessato a riforme strutturali del nostro sistema istituzionale, ma solo a giochetti opportunistici in funzione dei propri interessi di potere.

Non può essere un referendum a risolvere il problema, per gli intrinseci limiti dello strumento abrogativo.
Il referendum può essere uno stimolo al ceto politico per adoperarsi a superare l’assurdo “bicameralismo perfetto” e il diverso sistema di riparto dei seggi tra Camera e Senato (voluto così dalla Costituzione e non dal porcellum), a introdurre l’elezione diretta (vera e non semplice indicazione) del primo ministro, a riformare i poteri del primo ministro, a introdurre una distinzione vera e netta tra potere esecutivo e potere legislativo.

Per queste ragioni voterò 3 SI ai tre prossimi referendum.

Ancora una volta sarà questa un’occasione per tentare di produrre nell’opposizione una presa di coscienza, una maggiore consapevolezza della propria funzione e dei propri limiti, prima ancora di concentrarsi sui limiti altrui.

Il problema italiano non è mai stato la governabilità, ma l’assenza di un progetto alternativo al sistema di potere incentrato sul partito di maggioranza relativa: la DC. Ciò ha permesso alla DC e ai suoi alleati di tenere il potere per mezzo secolo dilaniandosi di continuo in guerre intestine per la spartizione del potere.
Non mancavano i numeri per governare, mancava un contendente al governo dell’Italia.
La mancanza di opposizione vera e spendibile è alla lunga causa di cattivo governo; alla lunga diviene complice nella trasformazione di un sistema democratico in una oligarchia partitocratica.
Sergio 16 giugno 2009 00:00
Piccolo approfondimento.

Questi referendum sulla legge elettorale non mi entusiasmano, ma il comportamento dei partiti sulla legge elettorale da decenni a questa parte è decisamente deprimente.

Prima ci fu la fregatura del “mattarellum”: avrebbero dovuto scrivere la legge elettorale “sotto dettatura” (parole del presidente Scalfaro) e invece turlupinarono gli elettori con una legge che introduceva parzialmente il maggioritario con le coalizioni, garantendo con la quota proporzionale il mantenimento delle logiche partitocratiche del passato.
La quota proporzionale, apparentemente finalizzata alla tutela delle identità politiche, assicurava la distribuzione di poltrone e potere a ciascun partito interno alla coalizione in funzione dei voti raccattati.
La moltiplicazione della litigiosità in un oceano di fumosità parolaia.
Il frazionamento partitico esplose e con esso la moda del turismo parlamentare e il continuo cambio di casacca.
Quella legge fu voluta dagli ex-dc e ex-pci per poter tranquillamente insieme governare.
Non fecero i conti con il nuovo disceso in campo che s’inventò la doppia alleanza: al nord con la lega e al sud con il MSI. Unica vera trovata geniale nella scena politica italiana degli ultimi due decenni, della quale bisogna dar merito a Berlusconi.
E sorvoliamo sulle altre porcate delle liste civette, degli scorpori…

Poi arrivò il “porcellum” che riportò tutto al proporzionale con sbarramenti e premio di maggioranza alla “lista o coalizione” che prendeva più voti.
Questa porcata di legge, con liste bloccate, che esautora completamente l’elettore sovrano dalla possibilità di scegliere i propri rappresentanti, doveva essere modificata, ma non lo fu nella scorsa legislatura e non lo sarà in questa, tranne il caso in cui la maggioranza degli italiani dovesse andare alle urne e votasse SI.

Se il quorum non sarà raggiunto, i partiti diranno “vedete agli italiani questa legge piace” e ci terremo il porcellum calderolianis sine die.

Se il quorum sarà raggiunto, nonostante l’impegno dei partiti e della stampa verso l’astensione, i partiti – soprattutto la lega – dovranno incassare una sconfitta e decidere se mettere mano a una riforma organica o tenersi la legge come uscirà dall’esito referendario.

In fondo questi referendum aboliscono una delle due opzioni possibili per il premio di maggioranza: anziché alla lista o alla coalizione, il premio andrà alla lista che prenderà più voti.

Se la legge consente la doppia possibilità, nessuno sarà così avventato da “correre da solo”.
Non lo fece Veltroni pur sapendo che non aveva speranza di vincere… ma la speranza è l’ultima a morire, e decise di correre apparentato con Di Pietro.
Non lo fece Berlusconi perché senza la Lega qualche rischio c’era, soprattutto al senato e poi la storia italiana non aveva mai premiato le fusioni. L’anno scorso la fusione FI+AN è stata la prima operazione politica di fusione riuscita.

Con il referendum se prevalesse il SI (e si raggiungesse il quorum) l’unica cosa che cambierebbe è che in ciascuno dei due maggiori partiti si eliminerebbero gli alibi (e si elimirebbero le candidature multiple).

Il PdL potrà muoversi con più autonomia, mentre sinora è la Lega che scrive l’agenda politica (e gli interessi personali del Cav., ma ciò era scontato e c’era il preciso mandato, affidato dal centro-sinistra al loro amico Slvio, ad agire in questa direzione).

Il PD potrà tirare fuori l’anima riformista, sinora tenuta gelosamente nascosta sotto un impenetrabile burka, senza più la necessità di mettere in piedi a ogni tornata elettorale una squinternata armata brancaleone, senza bisogno di includere nel partito personaggi alla Binetti, che con la cultura laica e riformista non hanno nulla in comune.

UDC, LEGA e IdV avranno la loro bella pattuglia e potranno decidere se partecipare al governo in modo organico, cosa sostenere e come condurre le loro battaglie di opposizione.

La sinistra radicale (uso un termine divenuto di moda, ma non fa onore all’etimo) dovrà mettersi l’animo in pace, comprendere che i tempi per una rivoluzione non ci sono, e decidere se divenire adulti scegliendo anche un solo obiettivo su cui far convergere le forze (dopo aver perso questa occasione anche alle ultime europee).

Infine i Radicali (quelli veri): se il PD diventerà un partito riformista, in grado di raccogliere l’eredità liberal-socialista, laica ed ambientalista (quella vera, non la sceneggiata pecorara), allora potranno confluire in questo partito; se la sinistra radicale abbandonerà l’infatilismo salottiero potrà nascere una bella e stimolante area avanzata di proposta e di confronto; se nessuna di queste due ipotesi si realizzerà allora faranno bene, i Radicali, a uscire dalle istituzioni e tornare a essere quel partito\movimento che caratterizzò la stagione degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso.

Questi referendum non ci daranno una legge elettorale splendida e nemmeno un nuovo assetto istituzionale, ma non vedo nulla di catastrofico nel passare dal porcellum alla maialata.

E poi, volete mettere il piacere di fermare la Lega, rafforzare Berlusconi e smuovere le acque nello stagno del PD?

Tutto ciò al modico prezzo di recarsi alle urne e votare 3 SI.
Non male, direi.
mah 17 giugno 2009 00:00
no no, proprio no mi piace l'idea del "votare sì affinchè poi comunque si cambi".
se voto sì è per, di fatto (cioè con cancellazioni parziali), creare una nuova legge già applicabile.
chi dice che poi le modifiche verrebbero fatte nel senso di questa legge? e chi sa quali genere di modifiche vorrebbero gli elettori, che si sono espressi solo in merito a tre precisi quesiti?
questi quesiti peraltro non riguardano le candidature, che restano sempre bloccate a cura dei partiti.

il bipartitismo non lo si impone per legge. abbiamo una storia politica diversa rispetto ad altri paesi, e non vedo perchè una legge elettorale debba tagliare completamente fuori partiti che oggi invece hanno ragione di esistere.
e non dimentichiamoci che così com'è, ed anche in caso di modifica, al senato non è comunque garantita una governabilità perchè il premio non è su base nazionale. anzi, potrebbe crearsi il solito caos. ad esempio in lombardia vincerebbe il premio di maggioranza il pdl, nel veneto potrebbe vincerlo la lega, nell'emilia il pd ed in alcune regioni del sud magari l'udc o la lista di lombardo. ma che logica è mai questa? almeno adesso con le liste collegate è più facile che si verifichi una certa omogeneità territoriale dei risultati e quindi il premio alla fine, seppure solo in alcune regioni, vada a premiare chi ha preso più voti in assoluto.

non basta ristrutturare la legge elettorale per cambiare qualcosa, servono riforme istituzionali perchè non ha più senso avere oltre 900 parlamentari divisi in due camere che fanno praticamente la stessa cosa.

io quindi diserterò le urne, al massimo voterò SI per il terzo quesito (candidature multiple).
Sergio 17 giugno 2009 00:00
Mah, la legge elettorale che uscirebbe dai referendum è immediatamente applicabile senza necessità di interventi legislativi. In caso contrario la Corte Costituzionale non avrebbe ammesso i quesiti.

I partiti minori (per voti, non per dignità o valenza politica) sono tagliati fuori dall’attuale legge elettorale (vedi cosa è successo alle scorse politiche) che fa convivere premio di maggioranza e sbarramento.
Se c’è un premio di maggioranza che assicura la governabilità che motivo c’è di prevedere anche lo sbarramento?
Questo aspetto potrà essere modificato dal legislatore se dopo l’esito referendario avrà uno stimolo in più per rivedere in modo organico tutta la normativa elettorale.
Se falliscono i referendum stai tranquillo che ci terremo il porcellum attuale per molti anni.

Il rischio di diverse maggioranze tra Senato e Camera è il risultato della Costituzione e non della legge elettorale.
E’ la Costituzione che prevede il riparto dei seggi su base regionale per il Senato (art. 57 della Costituzione).
E’ sempre la Costituzione che prevede due corpi elettorali diversi tra Camera e Senato.
Ed è sempre la Costituzione che prevede il numero minimo di 7 senatori per ciascuna regione (esclusa Valle d’Aosta alla quale spetta 1 senatore e il Molise che ha diritto a 2 Senatori).
Questo meccanismo comporta una ripartizione dei seggi non direttamente proporzionale con gli elettori e con i voti raccolti.
Per esempio, Abruzzo, Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige e Umbria hanno diritto ciascuna a 7 senatori.
Ma l’Abbruzzo ha una popolazione doppia rispetto alla Basilicata.
Le 5 regioni complessivamente portano a 35 senatori con un numero di abitanti (e di elettori) inferiori al Lazio che conta solo per 27 senatori.
Il riparto dei seggi su base popolazione (e non elettori) determina una ulteriore stortura, amplificando le differenze demografiche tra le regioni.
Altro esempio.
La Campania elegge 30 senatori e il Lazio solo 27; questo avviene perché la Campania ha una popolazione superiore al Lazio, ma contemporaneamente un numero inferiore di elettori: in Campania infatti solo il 70% circa della popolazione ha 25 o più anni, nel Lazio questa percentuale sfiora il 79%; ciò determina un maggior numero di elettori nel Lazio rispetto alla Campania, ma un numero inferiore di eletti.
Emilia Romagna e Liguria, insieme, con ben 4.400.000 elettori si aggiudicano 29 senatori: appena 3 senatori in più rispetto alla Sicilia che conta appena 3.600.000 elettori, e ben 2 senatori in meno rispetto a Puglia e Calabria che insieme contano 4.300.000 elettori.
La Toscana con appena 200.000 elettori in meno rispetto alla Puglia elegge 3 senatori in meno.
Come vedi le questioni sono più complesse di come vengono rappresentate e certi esiti, che poco piacciono, non dipendono dalla legge elettorale ma dalla Costituzione.
Mentre dalla legge elettorale discende la tendenza a far fuori i partiti minori (senza alcuna necessità, essendoci un premio di maggioranza), la soluzione obbligata alle alleanze, svalorizzando il potere di influenza che un partito maggiore deve poter avere all’interno di una coalizione.
Oggi come ieri un partito anche appena del 3% può determianre le sorti di una maggioranza, ribaltoni e stravolgimenti del voto.
Ciò avviene perché la legge elettorale concede il premio “alla lista o alla coalizione” che prende più voti.
In questa condizione nessuno prende l’azzardo di “correre da solo”.
Se il PdL fosse andato alle elezioni da solo e il PD in coalizione con l’IdV, il risultato elettorale non sarebbe stato scontato.
Questo meccanismo concede a ciascun partito minore in coalizione con un partito maggiore un potere superiore al proprio peso elettorale per due ragioni:
1) è determinante nella maggioranza di governo
2) può contare su un numero maggiore di deputati e senatori perché partecipa alla ripartizione del premio di maggioranza in ragione dei voti presi in ciascuna circoscrizione.

Riguardo al problema candidati, sfondi una porta aperta.
Ho più volte sostenuto che non c’è democrazia laddove il popolo sovrano non può scegliere i propri rappresentanti. Non solo non influisce nella selezione dei candidati ma non può nemmeno scegliere tra i candidati.
L’unico potere concesso all’elettore è decidere quanti (non chi) soldatini debba avere a disposizione ogni capo-partito.
Il referendum non può, essendo abrogativo, risolvere questo problema. Può solo impedire che lo stesso candidato possa essere presente ovunque, cioè le candidature multiple.

Quindi, per concludere, questi referendum consentono di raggiungere obiettivi modesti ma in ogni caso migliorativi della legge elettorale che sarà immediatamente applicabile senza necessità di intervento legislativo.

Un possibile effetto politico dell’esito positivo dei referendum (ovvero, raggiungimento del quorum e prevalenza dei SI) è che il ceto politico, incassando una nuova sconfitta, decida di comportarsi in modo responsabile avviando un confronto serio sulle riforme istituzionali. Sinora, da entrambi gli schieramenti, su questo tema hanno prevalso solo gli interessi di parte.
mah 17 giugno 2009 00:00
Mah, la legge elettorale che uscirebbe dai referendum è immediatamente applicabile senza necessità di interventi legislativi.
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appunto, è quello che ho detto. ciò che contesto è il discorso "andare a votare sì per poi fare una nuova legge". no! i cittadini devono votare per decidere se avere già da subito una nuova legge elettorale, modifica di quella precedente.
le modifiche successive fatte dal parlamento non c'entrerebbero nulla con la volontà dei cittadini. o sarebbero pure interpretazioni di parte. perchè poi alla fine ciascuno difende i propri interessi.

anche il discorso della ripartizione dei seggi al senato è risaputo, infatti prospettavo la necessità di una riforma profonda, costituzionale. con la costituzione attuale è impossibile trovare una legge elettorale che garantisca la governabilità al senato.

oggi il pdl potrebbe correre da solo ed avrebbe la maggioranza alla camera. ma non al senato. finchè non si cambia tutto inutile ritoccare la legge elettorale se non per introdurre le preferenze e valutare eventuali modifiche delle soglie di sbarramento.
e sinceramente non mi piace imporre il bipartitismo per legge.
Sergio 17 giugno 2009 00:00
Le riforme non le hanno fatte e non le faranno, a maggior ragione se queste consultazioni referendarie saranno annullate per mancato raggiungimento del quorum.

Sono d’accordo che servono riforme istituzionali ampie e organiche, ma nessuno sarà interessato a farle finché questo sistema assicurerà l’ampia disponibilità di ogni potere e la soddisfazione degli interessi di parte.

Abbiamo un piccolo potere per indurre i nostri rappresentanti (?) a fare: utilizziamolo e non lasciamocelo scippare.

Il bipartismo non s‘impone per legge. D’accordo anche su questo, ma vedo la cosa sotto altra ottica.
Per quanto mi riguarda possono esistere mille partiti politici, intesi come forme organizzative in mano ai cittadini per concorrere a determinare le scelte politiche.
Ma quando bisogna eleggere il Parlamento, titolare del potere legislativo e di rilevanti funzioni di controllo, al quale poi spetta il compito di dare la fiducia al potere esecutivo, allora i mille partiti devono trovare punti di contatto su questioni che ritengono prioritarie, su queste basi dare vita ad alleanze organiche rappresentate da un’unica bandiera e un comune programma e quindi chiedere il consenso degli elettori: quindi partiti elettorali i cui candidati sono uniti da un programma e liberi su tutto ciò che non fa parte del programma. Ogni candidato assume l’impegno di rispettare il programma ma sarà libero su ogni questione che è fuori dal programma. I candidati dovrebbero essere selezionabili dagli elettori. Se il candidato cambia idea, si dimette e in quella circoscrizione che lo ha eletto si va ad elezioni suppletive.
Dal voto deve uscire la geografia parlamentare, mentre oggi ci ritroviamo con i gruppi parlamentari (ricordi la diatriba PD-IdV?), alleanze strumentali per la vittoria fine a se stessa, intrecci tra potere d’interdizione e ricatti politici, ribaltoni, campagne acquisti…

Il sistema attuale consente di scegliere una coalizione, dal programma sempre vago e non vincolante, e di fatto un esecutivo, ma ciò fa a pugni con la Costituzione che assegna al Presidente della Repubblica il compito di dare l’incarico di governo e in caso di sfiducia al governo bisognerà verificare se esistono altre maggioranze possibili.

Perché governo e parlamento escano dal voto, in modo efficiente e coerente, occorre modificare la Costituzione, diversamente saremo, come siamo, sempre in mezo a un guado.

Ieri si votavano i singoli partiti i quali, in base al successo elettorale ottenuto, contrattavano fette di torta per dare il sostegno al governo: un partito del 3% poteva mettere in croce l’esecutivo e la maggiroanza parlamentare. Si conosceva quale sarebbe stata in linea di massima l’alleanza di governo e in base alle frazioni di voti conquistati o persi partiva il toto-ministri. Quale fosse la merce di scambio, non era dato saperlo.

Oggi esce dal voto una coalizione nella quale sono presenti diverse bandiere e ciascuna si avvantaggia del premio collettivamente raggiunto: il bipolarismo, che è solo una dichiarazione anticipata del sistema di alleanze. Ciascuna formazione politica interna alla coalizione ha il potere che in passato aveva ogni singolo partito (PLI, PRI, PSDI…).

Guarda quanto avvenuto a sinistra del PD. Le varie formazioni invece di cercare un minimo comun denominatore che consentisse di avere una presenza qualificata in Parlamento (nazionale ed europeo) sono andate ciascuna per la propria strada; risultato: tutti fuori dal parlamento, nazionale ed europeo. Non c’era nulla su cui potevano fare fronte comune? L’esasperata difesa della propria identità diviene così annullamento dell’identità.

Non è la legge che crea il bipartismo, ma l’incapacità di essere concreti e lavorare specificatamente su determinati obiettivi.

Il partito democratico americano e quello repubblicano hanno al loro interno molte anime, ma esiste un terreno comune che si determina, nello specifico, lungo un complesso sistema di primarie.
Da noi il terreno comune è molto vago e spesso coincide con un “anti”; cosa avevano in comune Mastella e Bertinotti? E quanta distanza c’è tra la Lega e la componente AN confluita nel PdL? E tra la componente meridionale di FI e la Lega? Il caso Lombardo (Sicilia) non suggerisce nulla?

Non possiamo attenderci da un referendum un nuovo assetto istituzionale, ma può essere un passo avanti per creare le premesse per un’ampia e autonoma responsabilità di governo o per ristabilire un giusto equilibrio tra i partiti che intendono governare insieme.

L’alternativa al momento è lasciare tutto com’è oppure attuare l’unico piccolo cambiamento possibile che potrebbe mettere in moto una macchina inceppata (ma questo è un effetto politico incerto).
mah 17 giugno 2009 00:00
sergio, chiaro che ognuno resterà della propria idea, anche perchè qui di sicuro non c'è nulla, sia votando "sì" che votando "no" o non votando.
ma il fatto che questa discussione la stiamo facendo solo noi due già dovrebbe dirci qualcosa, anche perchè non ci sono altri post aperti sui referendum.
le persone sono sempre più lontane e disinteressate (sì perchè un conto è non votare per protesta, un altro non discutere nemmeno dei referendum che ci saranno tra 4 giorni); potremmo benissimo discuterne e decidere di non votare, oppure votare sì o no.. ma almeno discuterne. invece nulla. chi se ne frega... referendum? di nuovo? ah, io non vado, non mi interessa.

che segnale vuoi ricevere da una popolazione che si è completamente disinteressata ai referendum e nemmeno sa per cosa si vota?

io, proprio per il discorso di "dare una spinta" voterò SI al terzo referendum, sperando che almeno quello raggiunga il quorum. non è importantissimo per quanto riguarda le conseguenze, ma è appunto un segnale.
sui quesiti 1 e 2 invece sono proprio in disaccordo nel merito perciò preferisco non votare.

buon referendum a noi.
Sergio 18 giugno 2009 00:00
"(sì perchè un conto è non votare per protesta, un altro non discutere nemmeno dei referendum che ci saranno tra 4 giorni); potremmo benissimo discuterne e decidere di non votare, oppure votare sì o no.. ma almeno discuterne. invece nulla"
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Bravo Mah, è proprio questo il punto, come spiego nell'altra discussione
http://www.aduc.it/dyn/dilatua/dila_mostra.php?id=226719
(vedi mio intervento del 17 giugno).

Con i referendum si chiede al popolo sovrano di valutare alcuni provvedimenti approvati dai nostri rappresentanti.
Che siano proprio i nostri rappresentanti a sottrarsi al giudizio, anche impedendo di fatto un'informazione completa e adeguata, non mi va giù.
Non sarà questo referendum a creare o rafforzare rischi oligarchici ma caso mai l'oligarchia c'è già e non votando ai referendum la rafforziamo.
Visto che hai compreso che è grave il fatto che non si discuta dei referendum e che l'astensione non è in gran parte il frutto di una scelta meditata, che dovrebbe maturare dopo analisi e valutazione nel merito dei quesiti, ti chiedo di riconsiderare la scelta di non votare.
Visto che andrai alle urne, se non ti convincono i primi due quesiti vota NO o scheda nulla, ma vota.
Ovviamente, rispetto la tua scelta qualunque essa sia.
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