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Sergio 22 aprile 2008 00:00
Cara Giulia,
le questioni che poni sono molto complesse.
Non si risolvono con i pro o i contro la globalizzazione, nuova frontiera della dabbenaggine ideologica.
Serve analisi profonda dei meccanismi che sino a oggi hanno regolato lo sviluppo.

Cominciamo a chiarire una affermazione approssimativa: “Una diminuzione demografica è necessaria per lo sviluppo del PIL”.
No, la diminuzione della crescita demografica e una seria (e civile) politica per il contenimento delle nascite sono necessarie per la crescita del reddito pro-capite.
Chi se ne frega del PIL; Egitto, Tunisia e persino l’Arabia Saudita hanno avuto una crescita del PIL notevole negli ultimi due decenni, ma il pro-capite stenta a migliorare. Una crescita annua del 5% serve a poco se la popolazione raddoppia ogni 15-20 o 30 anni.

La globalizzazione. E’ un tema caro a tanti millantati contestatori.
Rendiamoci conto che l’economia è sempre stata “globale” in ogni epoca storica, per quel che ogni epoca consentiva.
Così è stato per le economie del centro e sud America, prima dello sbarco degli europei; così è stato in Africa prima della colonizzazione; così è stato nell’antica Roma…

Lo sviluppo delle esplorazioni, dei trasporti e poi delle comunicazioni (in senso lato, quindi anche telecomunicazioni) hanno determinato la forte accelerazione di un processo storico da sempre tipico della civiltà umana. Non a caso tutte le civiltà si sono sviluppate lungo le “vie di comunicazione” naturali (i fiumi, in primis).
La caduta dei blocchi ideologici (est-ovest) e la fine della guerra fredda sono stati nuovi recenti acceleratori del processo di mondializzazione dell’economia.

Il progredire di tante nuove economie emergenti determina una situazione di difficoltà nelle economie nazionali meno dinamiche e troppo inclini a vivere di posizioni di rendita (fenomeno antico: pensa al Cile dell’inizio del secolo scorso: una delle prime economie mondiali; poi l’emergere di nuovi produttori di rame e lo sviluppo dei fertilizzanti chimici ha messo in ginocchio l’economia nazionale).

Fatte queste precisazioni, tento un approfondimento del tema da te proposto.

Si tratta di eventi previsti e prevedibili: per il semplice fatto che non c’è nulla di nuovo.

Lo sviluppo delle economie emergenti determina un accrescimento del ceto medio e una maggiore capacità di spesa (per quanto contenuta) in tutta la popolazione: un indiano di oggi sta molto meglio di un indiano degli anni ’60. Ciò determina una maggiore richiesta di cereali: il primo consumo alimentare che aumenta con il miglioramento delle disponibilità economiche.
Stesso discorso vale per la Cina, il Brasile, la Russia il sud est asiatico. Le realtà citate rappresentano il 50% della popolazione mondiale.
Il fenomeno è noto: la stessa cosa avvenne in Italia a cavallo tra gli anni 50 e 60; poi i consumi di cereali si stabilizzano e continuano a crescere i consumi di carne.

Il consumo di carne mondiale è quadruplicato in meno di mezzo secolo; nello stesso periodo la Cina da sola ha moltiplicato per sei i consumi di carne: da 9 chili procapite è passata a 55 chili procapite (l’Italia è a 90 circa e gli USA e la Spagna – in cima alle classifiche mondiali – sono sopra i 120).
Anche questo fenomeno è noto ed antico.
L’Europa per rispondere alla maggiore richiesta di carne, iniziata nel dopoguerra, ha intensificato la produzione in allevamento: gli animali non crescono più al suolo ma in gabbie e anguste stalle con alimentazione forzata e conseguente somministrazione di medicinali e prodotti chimici di ogni genere per accelerare la crescita.
Nel 1960 un pollo viveva 3 mesi prima di finire in tavola; oggi solo 45 giorni (mucca pazza, vitello agli estrogeni, pollo all’antibiotico… sono solo prodotti di questa industrializzazione della zootecnia).
Per aumentare la produzione di carne servono territori e risorse idriche e alimentari.
Per produrre un chilo di manzo servono 8 chili di cereali.
Un terzo della produzione mondiale di cereali serve a nutrire gli animali.

Un certo ecologismo ideologico e cretino ha incentivato l’idea dei biocarburanti: trascurando il non trascurabile particolare che per produrre biocarburanti occorre sottrarre territorio alle coltivazioni per l’alimentazione (o bisogna procedere con la deforestazione, soluzione certo non da incentivare).
Perché stupirsi allora se adesso che il petrolio è alle stelle le aziende che producono biocarburanti fanno profitti?
Il presidente brasiliano ha nei giorni scorsi dichiarato che il suo paese non farà passi indietro nello sviluppo della produzione di biocarburanti; e dove li produciamo sulla luna? O sottraendo terreno alle coltivazioni per alimenti?

In sintesi. Per sfamare una popolazione mondiale in crescita (nel numero e nella capacità economica) serve maggiore disponibilità di territorio, di risorse idriche e crescita nella capacità produttiva di carni.
Con quale politica?
Quella intensiva in stalle e pollai o quelle al suolo e al pascolo?
La politica protezionistica, attuata anche dall’Europa, favorisce lo sviluppo nei paesi emergenti delle capacità alimentari?
La Cina non è più autosufficiente, per esempio.
Ricordo che ogni vitello europeo può contare su un reddito quotidiano di circa due dollari: a tanto ammontano le sovvenzioni che la nostra cara Europa riserva ai nostri allevatori.
A ciò vanno aggiunte tutte le altre sovvenzioni all’agricoltura che mettono fuori gioco i produttori extra-europei.
Prima, con le nostre sovvenzioni a contadini e allevatori europei, contribuiamo ad affossare lo sviluppo dei mercati mondiali, poi interveniamo economicamente (in misura modesta, per carità) per aiutare i paesi in via di sviluppo.
Niente male quanto a schizofrenia.

Infine, vale la pena ricordare il tema degli OGM. Credo che dovremmo cominciare a studiare il problema liberandoci da pregiudizi e posizioni ideologiche preconfezionate: i ricercatori fanno oggi quel che i contadini e gli allevatori hanno da sempre fatto in modo empirico. Dispongono solo di maggiori risorse tecnologiche.
Le nostre tavole si riempiono da tempo di prodotti che in natura non esistono, ma sono frutto delle selezioni ottenute dall’uomo.
Le nostre varietà cereali sono frutto delle selezioni umane: non esistono in natura.
La selezione clonale è una realtà, finanziata da fondi pubblici, per garantire piante "figlie" identiche alla capostipite (e la biodiveristà? l'evoluzione naturale, che fine fanno?).
L'affermazione della civiltà stanziale, basata su agricoltura e allevamento, ha prodotto uno sconvolgimento dell'ambiente; l'industria ha fatto il resto.
Tornare al nomadismo non mi sembra proponibile, ma sarà bene avere una visione realistica della realtà senza vagheggiamenti ideologici.
La prudenza è necessaria, ma senza chiusure ideologiche e aprioristiche.

Favorire la denatalità; ripensare il modello di agricoltura (combattendo gli sprechi e riconvertendo le coltivazioni in eccesso) e di zootecnia per migliorare la competitività, la qualità e la produttività; educare all’alimenatzione sana e corretta (favorendo la diversificazione alimentare e riducendo l’apporto di proteine animali); sfruttare al meglio le risorse della tecnologia mi sembrano linee politiche da seguire con urgenza.

Non dimentichiamoci che mentre c’è ancora chi muore di fame, il mondo industrializzato rischia di morire per eccesso di cibo: diabete e obesità saranno a breve due emergenze sanitarie che rischieranno di mettere in ginocchio il nostro sistema sociale per l’insostenibile livello del costo della sanità.

Le sfide dell’oggi sono di dimensioni mai viste (i problemi sono invece antichi) perché
a) non si possono più dare (e non sono auspicabili) le risposte di un tempo (guerre di conquista e colonizzazione);
b) il livello di antropizzazione del territorio ha raggiunto livelli di guardia che richiedono risposte pragmatiche e lungimiranti (il pianeta rischia di scoppiare se non ripensiamo il modello di sviluppo basato sul ciclo consumistico-produttivo);
c) il numero di persone che sono uscite e stanno per uscire dall’indigenza pone l’inderogabilità dell’uso responsabile delle risorse (mai una percentuale così alta della popolazione mondiale ha raggiunto livelli di vita così elevati nonostante le sacche di miseria ancora tragicamente presenti; paradossalmente il benessere e la sconfitta della povertà rischiano di ucciderci).

Tutto ciò non si affronta creando nuovi steccati ideologici.
giulia 22 aprile 2008 00:00
concordo con te , tutto cio' non si risolve con nuovi steccati ideologici, ma certamente con serieta' a cominciare da una informazione vera e plurale, con l'analisi delle tematiche affrontare non per interessi di parte ma tenendo conto del benessere da distribuire equamente, mentre interesse delle multinazionali e' solo e soprattutto il profitto, certo non per distribuirlo ma per accentrarlo nelle mani di pochi, e sfruttare la forza lavoro altrui costretta a tutto per non morire affamata, il liberismo vero prevede la libera iniziativa di tutti con le stesse possibilita' non il monopolio di pochi sui molti, vaglielo a dire al berlusca, a bush o a putin , amici suoi, che ciancia di liberalizzazioni , ma in realta' e' il massimo esempio di accentratore monopolista .
Sergio 23 aprile 2008 00:00
Multinazionali, stesse possibilità: queste le parole chiavi del tuo intervento, cara Giulia.

Attenzione a non alimentare antiche demonizzazioni.

L'analisi del capitalismo, già alla base del pensiero marxista, non teneva conto di un fenomeno intrinseco al capitalismo stesso: lo sviluppo del mercato per dare sbocco ai prodotti industriali.
Sviluppo del mercato significa allargare la base dei potenziali consumatori: risultato che si ottiene solo grazie a una maggiore capacità di spesa degli individui.
Questa una delle forti motivazioni storiche che hanno determinato la nascita delle multinazionali.
A ciò si aggiunga che soprattutto gli USA dovettero sin da subito confrontarsi con altre potenze economiche che erano basate sul colonialismo.
La colonizzazione economica era storicamente preferibile alla colonizzazione militare e oppressiva.
Le multinazionali moderne sono, se vuoi, una evoluzione delle vecchie "Società delle Indie", ma, a differenza di quest'ultima, soggette al diritto internazionale e al diritto della nazione ospitante.
Le multinazionali hanno consentito di trasferire in altri paesi importanti patrimoni di conoscenze e competenze.
Pensa oggi come l'India sia una potenza nello sviluppo di software.
C'è anche l'esigenza di reperire forza lavoro a costi competitivi: necessità diffusa laddove l'evoluzione del tenore di vita rende poco appetibili certi lavori.
Le aziende che aprono stabilimenti in altri paesi creano così una promozione dell'occupazione locale e la diffusione di una cultura industriale.
Non lo fanno per filantropia, sia chiaro, ma tutti hanno un tornaconto.
Gli stipendi dei lavoratori delle multinazionali hanno un reddito superiore dal 10 al 20% rispetto a colleghi alle dipendenze di aziende analoghe locali: non a caso c'è la corsa per essere assunti da una multinazionale.
C'è il rovescio della medaglia: spesso la scelta di aprire in un determinato paese è dettata da una minore rigidità locale per le norme di sicurezza, la tutela dei lavoratori e la tutela dell'ambiente.
Questo apre un problema enorme: la positiva globalizzazione dell'economia (tutti i paesei che la cavalcano hanno raccolto ottimi risultati) non si accompagna con la crescita dei diritti.
La bramosia di conquistare il mercato cinese ha portato all'ammissione del paese nel WTO, ma senza alcuna definizione di regole minime da rispettare per l'ambiente e per i diritti dei lavoratori.
Quando in Cina un operaio muore in uno stabilimento, si sposta il cadavere e si continua a lavorare; non esistono diritti sindacali, sciopero, ferie... Non bisogna certo fare i conti con la 626 o altra legge minimamente paragonabile.
E' illusorio pensare che l'apertura economica di un paese produca benefici in termini di diritti e di sviluppo della democrazia (purtroppo anche a sinistra questa pia illusione è stata ed è coltivata).
L'Italia fascista e la Germania nazista conoscevano libertà d'impresa, ma quanto a diritti mi sembra che lasciassero a desiderare.
La Cina e il Vietnam sono economie rampanti che danno spazio all'iniziativa economica ma i diritti sono una merce rara (anche la triste Birmania, Myanmar, non disdegna di aprire a investimenti stranieri, basta accettare le regole di un potere diffusamente corrotto).
Allora, servirebbe stabilire una serie di valori e regole condivisi che ogni paese deve rispettare per far parte della comunità internazionale.
I governi "democratici" dovrebbero disincentivare gli investimenti in paesi che non rispettano queste regole minime.
E' l'altro aspetto della necessità di riforma dell'ONU: a cosa serve una organizzazione che pone alla propria base la dichiarazione dei diritti dell'uomo se poi chiunque vi fa parte anche se viola quei principi senza averne alcuna conseguenza?

Stesse possibilità. E' un'utopia. Si può però lavorare per averla come traguardo.
Per quanto uno Stato sia validamente impegnato (non è il caso dell'Italia) nel superare le differenze di censo e di nascita, che determinano oggettive condizioni di vantaggio per pochi privilegiati, non ci sarà mai una condizione di "stesse possibilità".
Siamo diversi e dobbiamo accettare l'uguaglianza nella diversità: sarebbe già un successo.
E' scritto nella storia dell'uomo. Pioveva a dirotto e non si poteva uscire dalla caverna per andare a caccia.
Alcuni oziavano mentre uno cominciò a decorare i suoi utensili. Ebbero un successone: tutti vollero avere utensili decorati e in cambio offrivano qualche preda.
Nacque il baratto; nacque l'economia; nacque il denaro (baratto composto); nacque la specializzazione dei ruoli.
Il tema è enorme.
Ti propongo una semplice riflessione legata alla nascita.
Chi nasce in Italia è più favorito rispetto a chi nasce in Sudan.
Perchè nascere in un posto dovrebbe rappresentare un vantaggio o uno svantaggio?
Porsi la domanda "stesse possibilità" significa interrogarsi sul "diritto di nazionalità": una invenzione per creare differenze e alimentare squilibri.
La nascita è un evento non voluto dall'individuo: la prima imposizione della vita è nascere; perchè non devo poter superare lo svantaggio che deriva dall'essere non volontariamente nato in un posto?
La libera circolazione delle persone senza frontiere è un sogno al quale nessuno vuole seriamente pensare.
Non esistono clandestini, ma solo persone che abitano il pianeta e dovrebbero essere libere di muoversi in totale libertà, rispettando s'intende le regole di ciascun posto in cui si recano.
Pensa a quanta strada dobbiamo ancora percorrere nella nostra cara Europa.
giulia 23 aprile 2008 00:00
il danno del capitalismo monopolista e' sotto gli occhi di tutti, pochi ricchi che affamano milioni di individui, qualcosina che non funziona del famoso liberismo-capital-monopolista c'e' o no?
Sergio 23 aprile 2008 00:00
Qualcosa che non funziona?
Un sacco di cose.

A partire dalle critiche astratte e in chiave meramente ideologica che, prive di incisività e concretezza, lasciano terreno libero al capitalismo più sfrenato e inefficiente: quello italiano, per esempio.
Il capitalismo italiano è stato "statalista": sino al 1990 il 50% del PIl e oltre era rappresentato da aziende di stato.
Dai panettoni alle auto, passando per quotidiani, tv, telefonia... tutto era in mano allo Stato.
Del restante 50% scarso una bella fetta era rappresentato da capitalismo dai debiti pubblici e dai profitti privati.

In questo sviluppo degenerato del capitalismo, che si intrecciava con l'inefficienza della macchina amministrativa pubblica dai costi ancora oggi faraonici, una responsabilità notevole va anche al PCI, nemico del liberalismo e statalista tanto quanto la DC.

Solo da noi, per non vendere Alfa Romeo agli stranieri, si è consentito che un solo gruppo automobilistico potesse rappresentare il 100% dell'industria automobilistica nazionale.
Joker 23 aprile 2008 00:00
come si chiama una FIAT col turbo?
Alfa Romeo
giulia 23 aprile 2008 00:00
in ogni caso io credo che la gente subisca una informazione su questi temi cosi' importanti del tutto inesistente, il problema italiano e' una informazione seria , libera e professionale, solo noi abbiamo un padrone di 6 televisioni e di tutti i giornali, per cui si parla dei fatti di gravina, cogne perugia ecc ecc e non di problemi globali
Sergio 24 aprile 2008 00:00
Hai pienamente ragione, Giulia.
La democrazia non può crescere se informazione e formazione (scuola) non forniscono le chiavi di lettura del presente.
Guarda come tutta l’informazione è dominata dalle “emergenze”: ogni giorno ne viene proposta una, senza mai analizzare cause e ipotesi di soluzioni.

Informazione. Solo da noi succede che una persona, in più a giorni presidente del consiglio, possa nei fatti controllare il 90% del sistema televisivo.
Giustissimo, Giulia. Ed è un problema reale.

Il mio invito è però a non fermarsi a guardare il problema, ma comprenderne le cause, le origini e quindi le responsabilità e le possibili soluzioni, superando possibilmente le antipatie politiche, emotive, ideologiche , di pelle…: perché i pregiudizi non aiutano il pensiero critico.

In Italia la TV era sotto il controllo del governo. All’epoca esisteva solo il monopolio di Stato.
Quell’epoca finì nel 1975, ma solo per passare il controllo dal governo al parlamento.
Quella riforma, voluta fortemente dal PCI, fu sbandierata come una vittoria del pluralismo.
Nei fatti fu solo un perfezionamento della lottizzazione con l’allargamento del potere di controllo a un nuovo soggetto: il PCI, appunto, che utilizzò quel potere non per scardinare la lottizzazione ma per entrare nel sistema dalla sala dei bottoni.
Il sistema rimase imgessato e tutti gli imprenditori che tentarono di scalfire quel monopolio televisivo fallirono (Agnelli, Rizzoli, Rusconi): non per incapacità, ma per compromesso politico. I loro interessi erano fortemente legati alla partitocrazia: preferirono non entrare in rotta di collisione con il sistema politico incentrato sulla DC, che tentava di mantenere se stessa al potere, e sul PCI, che tentava con la strategia del “compromesso storico” di essere ammesso alla gestione del potere centrale in alleanza con la DC.
In questo scenario, che Giorgio Galli definì “bipartitismo imperfetto”, s’inserirono Craxi e Berlusconi, che nel politico socialista trovò un referente autorevole.
Inizia l’epoca delle televisioni private e una lunghissima e complessa vicenda giudiziaria che chiamò più volte la Corte Costituzionale a dirimere la matassa.
La Corte Costituzionale sancì il diritto di esistere della TV privata e, poiché mancavano norme di riferimento e di regolamento della pluralità di mercato, la TV privata crebbe con l’obiettivo di rappresentare un peso di dimensioni pari a quelle della TV pubblica: solo così poteva competere sul mercato pubblicitario regolato dall’offerta a "pacchetto" imposta dalla SIPRA, che oltre ad essere la concessionaria pubblicitaria della TV di Stato lo era anche per la stampa "indipendente" (?) e di partito, cui assicurava ricchi minimi garantiti (in sostanza forme di finanziamento ai partiti).
Nel 1978 la Sipra ha garantito 1350 milioni a l'Avvenire, mentre ha raccolto pubblicità solo per 712 milioni; 500 milioni al Lavoro di Genova, che ne ha incassati per pubblicità meno di 200; 650 milioni a L'ora di Palermo che ne ha incassati 300; 4 miliardi a Paese Sera contro un miliardo e 764 milioni; 3500 milioni ai supplementi illustrati e ad altri quotidiani Rizzoli contro 1995. Tale enorme differenza fra il denaro erogato, e quello effettivamente incassato, esiste a proposito di tutti i contratti Sipra, che sono stati stipulati con le testate più diverse, da quotidiani come L'occhio (3500 milioni nel '79) al Giornale di Indro Montanelli (6800 milioni), da testate ideologicamente impegnate a sinistra come Il manifesto (120 milioni garantiti, mentre non se ne raccolgono in pubblicità più di 60), al Borghese di Democrazia nazionale (300 milioni), dal mensile per la donna Cosmopolitan (100 milioni) ai periodici della Cgil-Cisl-Uil, senza dimenticarsi, ovviamente, Il popolo della Dc (550 milioni l'anno), L'Unità e Rinascita (200 milioni) del Pci, l'Avanti! e Mondoperaio (40 milioni) del Psi, l'Umanità (230 milioni per duemila copie quotidiane) e Ragionamenti (40 milioni) del Pli.
La Sipra, presieduta dal comunista Vito Damico, con vicepresidente il socialista Gennaro Acquaviva, e amministratore delegato e direttore generale il democristiano Gianni Pasquarelli, imponeva alle aziende pacchetti pubblicitari che comprendevano spazi sulla Tv di Stato e sui giornali di partito, assicurando ai partiti, attraverso i minimi garantiti, introiti superiori rispetto a quanto veniva incassato dalla raccolta pubblicitaria.
La Sipra era società dell’IRI, quindi pubblica.
E’ in questo mercato distorto, fondato su finanziamenti illeciti e certamente non libero, che nel 1980 nasce Publitalia, società per la raccolta pubblicitaria del gruppo Fininvest.
Al termine del primo tempo della vicenda giudiziaria intorno al sistema televisivo, giunge nel 1990 la legge Mammì, che si limita a fotografare il passaggio dal monopolio al duopolio, poi la legge Maccanico del 1997 che pone alle concessionarie un tetto del 20% sulle reti pianificate e prevede un periodo transitorio per chi supera questo limite. Una nuova sentenza della Corte Costituzionale del 2002 condanna la mancata fissazione di durata del periodo transitorio che, una volta fissato, continuerà a essere prorogato (Maccanico, 1997, in carica era il governo Prodi: legge idiota in perfetto stile italiota: fissare transizioni senza termini temporali equivale a stabilizzare la transizione: non c'è bisogno di essere un giurista per comprenderlo).
Poi arriverà la Gasparri e il ddl Gentiloni che si arena nelle paludi parlamentari.
In sintesi possiamo dire che le sentenze della Corte Costituzionale non sono state onorate dal potere legislativo.
La stessa Corte afferma in una sua memorabile sentenza che la necessità di mantenere pubblica la Rai risiede nel fatto che il duopolio non è garanzia di pluralità nel sistema informativo.
Le vicende degli anni novanta s’intrecciano con tangentopoli e con l’inizio dell’era berlusconiana.
Perché Berlusconi entra in politica?
Il suo referente politico era stato disarcionato; su di lui incombevano processi e rischi imprenditoriali enormi.
Il sistema politico, che in spregio della Costituzione e delle sentenze della Suprema Corte aveva voluto mantenere saldamente il controllo sulla TV pubblica, riteneva di poter scendere a patti con l’imprenditore Berlusconi e così assicurarsi il controllo anche della TV privata.
Berlusconi non si fida e, novità in Italia, preferisce tutelare in proprio i suoi interessi invece di affidarsi ai nuovi referenti politici.
Inizia il berlusconismo e l’antiberlusconismo, ma la vera posta in gioco è il controllo del potere politico, finanziario e informativo per dare nuova vita al vecchio sistema partitocratico.
Questa breve ricostruzione rende chiaro, se si vuole vedere, che Berlusconi è il prodotto del distorto sistema politico e informativo italiano: non la causa dei mali italiani ma l’effetto.
I responsabili di questa distorsione sono i partiti politici dell’arco costituzionale: dal PLI al PCI.
Combattere il sistema berlusconiano è impossibile se si ritiene che i suoi creatori, oggi camuffati nel PD, siano antiberlusconiani: lo sono solo nella misura in cui Berlusconi rappresenta un elemento di disturbo per la partitocrazia, uscita indenne da tangentopoli, che riteneva di avere il paese in saccoccia.
Quella partitocrazia da 14 anni è costretta a confrontarsi con un altro pretendente senza aver rimosso le cause che consentono al Berlusconi di sempre, con gli stessi identici problemi di allora, di inaugurare la nuova legislatura.
Viva l’Italia.
Passante 24 aprile 2008 00:00
solo noi abbiamo un padrone di 6 televisioni e di tutti i giornali
***
Anche qui spari cagate???
Almeno il porto d'armi ce l'hai?
Paolo 1 24 aprile 2008 00:00
Interessante dibattito.
Ribadisco che se ogni coppia facesse al massimo un figlio (e gli omosessuali nessuno ...) nel giro di pochi decenni torneremmo da sei a 1 miliardo di esseri umani, e il pianeta sarebbe molto piu' abitabile, e i problemi di risorse e inquinamento meno pressanti. Ma lo sapete quanto inquina un figlio, peggio anora una figlio, che vive di piu'? Sapete quanta CO2 produce respirando giorno e notte? E i suoi 600 Kg di rifiuti all'anno, piu' il sovraccarico per fogne e depuratori? Meglio avere un solo figlio e un solo nipote, ma che vibano bene, o una nidiata di pargoli affamati e sottoposti a limitazioni di ogni genere?
Altro argomento che vorrei suggerire e' la speculazione che incide e determina gli aumenti di prezzo di petrolio e alimentari. In un altro thread di DLT ADUC Blondet raccontava di come un cretino spendendo 1000 dollari abbia portato il prezzo del petrolio a 100 dollari, e sia passato alla storia. E per ogni vero acquisto di petrolio ci sono centinaia di operazioni sulla sulla carta che servono solo a far aumentare i prezzi, altro che infallibilita' del mercato. L'altro giorno a Radiocity lo ha confermato il Ministro nigeriano del petrolio. E lo si vede persino al cinema, come in "Un'ottima annata", e' un fatto di costume ormai noto. Insomma mi sembra un dato di fatto acquisito e incontrovertibile.
Buon dibattito.
Paolo
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