Il moralista che ama le “Mercedes
31 luglio 2008 00:00
Pur non facendo niente di concreto, Antonio Di Pietro riesce ogni giorno a fare parlare di sé. Di tutto si impiccia, salvo che delle Infrastrutture di cui è ministro. Il Ponte di Messina è saltato, l’Alta Velocità ferroviaria è ferma, il bisogno di case intatto. A Tonino non importa un piffero. Lui si occupa dei massimi sistemi: gli eccessivi costi della politica, la moralità dello Stato, la difesa d’ufficio delle toghe da cui proviene.
Ha preso di mira Mastella per fatto personale. Clemente gli ha infatti soffiato il posto di Guardasigilli cui aspirava. Non gliene passa una. Dall’aereo di Stato, preso col figlio per assistere alla corsa automobilistica, all’indulto. Si è impancato giurando che voli di Stato lui non ne aveva mai presi. Poi, si è scoperto che li utilizza pure lui. Sbugiardato, ha fatto il broncetto. Mentire per darsi un’aria da padreterno, è una costante di Tonino che, a 58 anni, stenta a raggiungere lo stadio adulto.
Anche la storia dell’indulto 2006 è diversa da come la racconta. Ogni volta che un manigoldo appena liberato sgozza la vittima di turno, Tonino esclama: «L’avevo detto io». Non è affatto così. Sulla clemenza ai delinquenti che usano coltelli e pistole, Di Pietro era d’accordo. Identico a Mastella, la considerava un ottimo espediente per svuotare le carceri troppo piene. La differenza tra i due è che l’ex pm di Mani pulite non voleva l’indulto per i reati finanziari, societari e di corruzione. Scleroticamente ancorato al suo passato, odia più i colletti bianchi degli assassini. È per tenere in galera costoro che l’ineffabile, nell’estate dell’anno scorso, manifestò davanti Montecitorio. Pareva una macchietta, ma inaugurò la moda del gabinetto Prodi: quella di ministri e sottosegretari che urlano in piazza contro il governo di cui fanno parte.
Di Pietro si è dato al teatro, incapace di fare di più. L’ex pm ha scoperto a sue spese che è più facile sbattere un tizio in galera con uno schiocco di dita che ottenere risultati in politica. Capì l’antifona diventato ministro dei Lavori Pubblici del primo governo Prodi nel 1996. Fanatico del decisionismo, rodomonte come pochi, decise di risolvere in un giorno il cinquantennale problema degli affitti. Convocò i sindacati a Porta Pia — sede del ministero — e li catechizzò: «Entro stasera troviamo l’accordo, domani faccio un decreto legge». Fecero invece una matassa di lana caprina e non approdarono a nulla. Si arrivò a una micro sistemazione degli affitti solo due anni dopo, quando Di Pietro era già fuori dal governo e vagolava come un’anima in pena.
Da allora, appresa la lezione, Totò fa solo ammuìna. Va in TV, si eccita, fa il viso da matto, spara a zero. In questo anno e mezzo al governo, ha minacciato di farlo cadere più volte di quante non abbia sfogliato un libro. Ma è tutta fuffa. Esemplare il suo atteggiamento nella faccenda Visco-Speciale. Assodato in tribunale che l’attacco del viceministro ds al generale era stato illegittimo, Totò ha tuonato: «Visco faccia un passo indietro». Duro come roccia, l’inflessibile ex pm pareva deciso a esigere le dimissioni del fiscale di Foggia. Tutto il centrosinistra a disperarsi per la crisi imminente. Bene. Quattro giorni fa, i senatori di Italia dei Valori — il partito dell’ineffabile — hanno votato compatti fiducia e stima a Visco. Tonino ha dichiarato euforico: «L’assalto di Berlusconi è stato respinto». Aveva fatto tana due volte: era al centro dell’attenzione e si era tenuta stretta la poltrona.
Nessuno crede più alle sue grida. Chi lo conosce meglio, lo snobba più degli altri. Sono legioni quelli che, fatto un tratto di strada insieme, lo sfuggono come cosa non grata. Dopo l’uscita di Tonino dal pool di Milano, il suo capo, Borrelli, precisò: «Mai andati oltre il lei». Il suo responsabile legislativo ai Lavori Pubblici nel ’96, Mario Cicala, magistrato anche lui, abbandonò l’incarico dopo appena due mesi. Scomparsi in massa gli illusi della prima ora che credevano di combattere con l’ineffabile la battaglia della moralità: i Federico Orlando, i Willer Bordon, i Mirko Tremaglia. Nessuno ha mai detto con chiarezza cosa li abbia delusi. Ma da un accenno di un ex fedelissimo, Elio Veltri, si può arguire che a respingerli sia l’inveterata disinvoltura dell’autoproclamato moralizzatore. La stessa che da magistrato lo spinse ad accettare l’indimenticata “Mercedes” e il prestito senza interessi di 120 milioni. Di lui, Veltri ha detto: «Dall’Italia dei Valori all’Italia dei valori immobiliari». Felice gioco di parole che ha spalancato un ghiotto scenario di mattoni.
Tonino è titolare di una società immobiliare, la An.to.cri. Srl, dalle iniziali dei figli di primo e secondo letto: Anna, Totò, Cristiano. Con l’aziendina di famiglia, il ministro delle Infrastrutture ha acquistato due appartamenti. Uno a Milano di nove vani da Marco Tronchetti Provera e uno a Roma di 10,5 stanze. Entrambi sono stati comprati con un mutuo, rispettivamente di 300mila e 400mila euro. Le due case sono state poi oculatamente affittate dall’ex pm al suo partito — IdV — a un prezzo superiore alle rate dei mutui. Altrimenti detto, con i soldi del finanziamento pubblico, l’IdV dei valori versava al suo leader l’ammontare mensile del prestito bancario, più una mancetta per le piccole spese, dalle cravatte per andare a Ballarò alla tintoria quando deciderà di farci un salto invece di tenere i vestiti stazzonati. I giornali si sono accorti della faccenda quest’estate. È parsa poco bella e l’hanno denunciata. A frittata fatta, Di Pietro ha venduto di corsa gli appartamenti. Ora, è molto liquido e vedremo quale sarà la sua prossima mossa nel campo del mattone.
Intanto ha trasferito il quartiere generale romano dell’IdV, affittando l’ex sede Psdi di via Santa Maria in Via, due passi da Palazzo Chigi. Per un curioso caso, nello stesso edificio c’è la redazione di Italia Oggi, il quotidiano che ha svelato la gabola dei due appartamenti. E poiché Tonino urla durante le riunioni di partito, le più interessanti finiscono in pagina a puntate. Certo, questo insieme, è una maledizione per l’ex pm. Però, se l’è cercata. Nel mondo complesso in cui viviamo, un conflitto di interessi anche piccolo, come l’intreccio mutui-affitto-IdV, è sempre in agguato. Ma se a fare il passo falso sono i moralisti 24 ore su 24, è fatale che i primi a essere travolti dal meccanismo innescato siano proprio loro. Vale per tutti i moralizzatori della domenica, da Di Pietro a Beppe Grillo.
Nato nel contado molisano di Montenero di Bisaccia, Tonino fu dirozzato nel seminario di Termoli dove imparò a bere il latte nella tazza anziché, secondo la sua leggenda, abbeverarsi alle mammelle della mucca. Prese un diploma di perito industriale ed emigrò in Germania. Fu assunto da una fabbrica di posate e messo a lucidare cucchiai. Nonostante lucidasse da dio, decise di tornare in Italia e profittare delle leggi post ’68 che aprivano indiscriminatamente gli accessi universitari per iscriversi a 23 anni, lui perito tecnico, alla Facoltà di Legge della Statale di Milano. Si laureò nei tempi canonici, senza però mai colmare le lacune nel latino di cui la giurisprudenza è ricca. I suoi sfondoni sono così esilaranti da aizzare quel bello spirito di Alfredo Biondi, suo collega parlamentare ed ex Guardasigilli. Biondi, se c’è Di Pietro in Aula o in commissione, sforna continui brocardi latini unicamente per godersi gli occhi a palla di Tonino che li scambia per cinese.
L’estraneità alla lingua delle Pandette stava per giocargli un brutto scherzo anche nel secondo tentativo di superare il concorso in magistratura. Presidente della commissione era Corrado Carnevale, giudice severo e garantista che subì poi un calvario perché sgradito alla parte forcaiola della magistratura. All’interrogazione di Diritto romano, Tonino maltrattò il latino suscitando lo sdegno del commissario che si pronunciò per la bocciatura. Carnevale, che si era commosso leggendo il curriculum del molisano — contadino, emigrante, operaio, ecc. —, intervenne e gli fece un po’ di domande per metterlo a suo agio. Su alcune fece scena muta, ad altre rispose in pittoresco dipietrese. La commissione, imbarazzata, era orientata a fargli ripetere il concorso una terza volta. Ma Carnevale, dominato dal buon cuore, mise in luce le umili origini e la buona volontà del candidato. Alla fine la spuntò e Tonino indossò la toga. Cosa ci abbia fatto, è noto a tutti. Tanto che, anni dopo, Carnevale ripensando al suo ruolo in quella risicata promozione, disse: «Non lo rifarei mai più».
Da ormai dodici anni, l’ex pm è parte dell’esaltante panorama della Seconda Repubblica in cui si è intrufolato a forza, scardinando a suon di manette la Prima. La sua utilità è zero. Resta la consolazione che non sia più magistrato.
Antonio Di Pietro
01 agosto 2008 00:00
C’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria, anzi d’antico", diceva Tito Livio, poi ripreso da Pascoli. Valeva allora e vale ora, con riferimento a quel che può accadere e che temo possa accadere anche ai magistrati della Procura di Pescara che si stanno occupando dello scandalo Sanità nella Regione Abruzzo.
La storia giudiziaria, anzi, le "storie giudiziarie" - perché sono almeno due - che i magistrati pescaresi stanno cercando di ricostruire sono oramai note.
La prima ipotesi accusatoria, ancora nella fase embrionale, riguarderebbe una storia di possibili "tangenti" che sarebbero girate sotto l’ombrello protettore della maggioranza di centrodestra della passata legislatura in occasione della "cartolarizzazione del debito pubblico regionale". Si parla in parole povere di un prestito bancario a lungo termine con tassi di interesse tali da permettere poi il "ritorno" di parte degli interessi alla politica locale o, meglio, ai "maneggioni" che gravitavano intorno ad essa.
La seconda ipotesi accusatoria, più attuale, riguarda una girandola di "mazzette" che sarebbero state pagate a seguito della distribuzione delle risorse sanitarie ad alcuni imprenditori della sanità abruzzese, primo fra tutti tale Angelini che ora è diventato la "gola profonda" della Procura e sta raccontando fatti e misfatti che si sono verificati sotto la direzione della Giunta regionale abruzzese, ora a maggioranza di centrosinistra, e che ha portato in carcere anche l’attuale Presidente Ottaviano Del Turco.
Fin qui la "storia", di cui i "mezzi di informazione" dovrebbero appunto "informare" l’opinione pubblica man mano che i magistrati ricostruiscono il mosaico ed il segreto istruttorio cessa di essere tale.
Senonché ho il sentore che - anche questa volta - fra un po’ si comincerà più a parlare delle "pulci" da fare a questo o quel magistrato che sta svolgendo le indagini che delle "porcherie penali" commesse da chi ha abusato del suo ruolo per arricchirsi personalmente alle spalle del contribuente.
Appunto, come dicevamo all’inizio: nulla di nuovo sotto il sole. Una storia già vista e rivista mille volte. Una tecnica collaudata. Accadde anche a me ai tempi di Mani Pulite e, più recentemente, ne sono rimaste vittime De Magistris e Forleo. Anche loro "colpiti" proprio nel mentre stavano sviluppando importanti inchieste relative a collusioni fra affari e politica.
Come avviene - e come potrà avvenire anche per i P.M. di Pescara - la delegittimazione è semplice ma terribilmente efficace: si cominciano a riferire fatti privati di qualcuno dei magistrati inquirenti, si amplificano grazie ad una stampa amica, si comincia a mischiare il "vero" con il "verosimile", si ipotizzano "collegamenti" inesistenti ma "possibili", si sposta l’attenzione dal filone principale a quello secondario, si va a "ravanare" nei ruoli e nelle attività di parenti ed amici degli inquirenti, qualche "anonimo" qua e là e, soprattutto, qualche interrogazione parlamentare ben pilotata e ben pubblicizzata chiuderanno il cerchio, tanto, in Parlamento si può anche diffamare ma non si risponde mai del reato.
Alla fine i ritagli di giornali – magari contenenti anche qualche intervista ben confezionata a qualche personaggio locale in cerca d’autore - saranno mandati da qualche manina ad altra Procura e agli organi disciplina del CSM che giustamente devono aprire un fascicolo, anche per non far vedere che si vuole proteggere i propri simili.
Parte insomma la "fabbrica dei dossier" e per il malcapitato di turno non c’è niente più da fare: da cacciatore diventa preda. Dovrà fermarsi con le indagini che stava svolgendo per trovare il tempo e il modo di difendersi dagli attacchi.
Certo, alla fine, se gli va bene potrà pure riuscire a dimostrare l’infondatezza dei dossier ma intanto la "causa principale", quella che il PM "testardo" stava svolgendo, si è fermata. D’altronde ciò è proprio il risultato che i "mandanti" del dossieraggio volevano e vogliono.
Già, ma chi erano e chi sono costoro? Sempre quelli. Ancora tutti da decifrare e mettere a fuoco, muovendosi essi nell’ombra e come "ombre", ma certamente uniti da un unico comun denominatore: il dossieraggio e la delegittimazione scatta ed ha la forza di raggiungere il risultato ogni qualvolta il lavoro dei magistrati è "trasversale", a 360 gradi, e tocca entrambi gli schieramenti politici di destra e di sinistra. Appunto come il "caso Abruzzo" o come lo sono state le varie inchieste portate avanti da Clementina Forleo, da De Magistris e tanti anni addietro pure da me con l’inchiesta Mani Pulite.
Allora, e solo allora, si registra uno strano connubio di "convergenze politiche di autotutela", del riconoscimento reciproco sbandierato ai quattro venti, di "pizzini" di solidarietà ai carcerati di turno, descritti sempre più come vittime e non come indiziati di gravi reati da mezzi di informazione accondiscendenti. A queste prime manifestazioni seguono poi le maldicenze su questo o quel magistrato, gli allarmismi esagerati ed esasperati, i dubbi che vengono "cacofonati" nell’opinione pubblica. Infine, l’attacco frontale, scontato anch’esso nel suo monotono cliché: è tutta una montatura politica voluta dal "partito dei giudici", è un attentato alla democrazia, bisogna fermare la magistratura militante, si devono allontanare i responsabili. Tutto all’insegna di un motto antico ma sempre valido, ribadito in questa legislatura da un noto esponente di Governo: bisogna colpirne uno per educarne cento.
Nanni Moretti
01 agosto 2008 00:00
La Repubblica
(1 agosto 2008)
Moretti: "Il Caimano ci ha cambiati
solo qui non si processa il premier"
http://www.repubblica.it/2008/08/sezioni/politica/moretti-berlusconi/moretti-berlusconi/moretti-berlusconi.html
MONTEFIASCONE - "Ieri Olmert, il premier israeliano, ha detto: "Sono fiero di vivere in un paese dove il presidente del consiglio può essere processato" - scandisce Nanni Moretti - e Olmert era soltanto indagato. In Italia per Cesare Previti non si è trattato di indagini, ma di tre condanne, fino alla Cassazione per corruzione di magistrati? Ma per chi ha corrotto Previti? Per Silvio Berlusconi... questo non è neppure un problema. E dire che in Inghilterra un ministro si è dimesso perché si è scoperto che non pagava i contributi alla domestica. Come etica pubblica questo paese è lontano anni luce. Si può discutere se siamo sempre stati così. Certo, oggi in Italia l'etica pubblica è sotto zero".
Il Caimano due anni dopo. Cinquecento persone accaldate, addossate una sull'altra in una sala della Rocca di Montefiscone che ne conterrebbe la metà. E' un festival del cinema, Est film festival. La pellicola ha due anni, ma al pubblico sembra più attuale di allora.
La gente bombarda Moretti di domande, lui evita soltanto gli interrogativi che riguardano la sinistra. "Mi avvalgo della facoltà di non rispondere". Ma quello che succede in Italia continua a indignare l'uomo del nostro cinema più amato in Europa. "Nel Caimano ho cercato di raccontare quello che noi italiani non riusciamo più a vedere. L'assuefazione è generale. Consideriamo normali cose che non lo sono. È veramente terribile. E se un ragazzo o un giornalista chiedono perché un politico qui può avere tre televisioni e tutta la raccolta pubblicitaria, gli rispondono che è grossolano. Grossolana, invece, è la realtà italiana".
Un giovanissimo appassionato di cinema gli chiede un confronto tra "Il Caimano" e "La Cosa", il documentario che Moretti girò nell'89, nelle sezioni del Pci che discutevano il cambiamento del nome e del partito. Lo rifarebbe un documentario sulla sinistra? Allarga le braccia: "Sai che avvilimento". "Un tempo nella politica c'erano valori fondamentali condivisi. Poi destra, sinistra, centro di scontravano sull'economia, sulle grandi scelte, ma c'era un patrimonio comune. Questo patrimonio c'era fino a 15 anni fa. Ora non c'è più".
Non c'era Berlusconi, allora, e il cittadino Nanni Moretti dice cose ancora più nette di quante non dica il suo film, che "non era solo un film su Berlusconi, ma raccontava una storia". Ricorda oggi che il Cavaliere entrò in politica "quando i suoi punti di riferimento erano caduti". Era già l'uomo delle televisioni e del calcio, "le due cose che più interessano in Italia". "Aveva 5000 miliardi di debiti e diversi problemi giudiziari".
Gli chiedono se Berlusconi sia il pupo di Previti e Dell'Ultri. "Questo no, assolutamente no. E non penso che avesse programmato la sua scesa in campo". Lo ha fatto per necessità, insiste: "5000 miliardi di lire non erano poche". Ma subito puntualizza: "Contrariamente a quanto Berlusconi afferma, non è vero che non è stato mai condannato: ha subito una condanna per falsa testimonianza e molti processi sono caduti in prescrizione incluso quello che ha visto la condanna di Previti".
Duro come ai tempi dei girotondi, Nanni Moretti, anche se forse più disilluso di allora. "Il Caimano non è un film a tesi, né un film politico, come è stato descritto da persone che neppure lo avevano visto. Nella storia faccio persino il verso a quei politici e giornalisti, quando parlo della sceneggiatura senza neppure averla letta".
Di Pietro, quindici anni di segreti e bu
01 agosto 2008 00:00
È riaffiorata la tentazione di costruire un dossier aggiornato sul passato di Di Pietro», spiegava ieri Repubblica, certa che «qualcuno sarebbe già al lavoro collezionando vecchie inchieste da cui peraltro Di Pietro è sempre uscito scagionato». Grazie per il suggerimento, anzitutto: ma abbiamo già dato.
Se Antonio Di Pietro nel 1993 deteneva la fiducia del 94% degli italiani, e ora decisamente di meno, è perché nel mezzo evidentemente qualcosa è successo, qualcosa è stato raccontato, qualcosa è bastato: perlomeno al centrodestra. Se è vero infatti che Walter Veltroni riscopre ogni giorno nuove convergenze col Di Pietro più veemente (persino quello che chiama «magnaccia» il presidente del Consiglio) d’altra parte invece c’è una sola cosa che l’ex magistrato e Silvio Berlusconi hanno in comune: entrambi sono stati indagati, più volte, ed entrambi alla fine ne sono usciti illesi. Giudichi il lettore, o l’elettore, chi la magistratura abbia voluto proteggere.
Sta di fatto che le sentenze che hanno riguardato Di Pietro, diversamente da quelle berlusconiane, rimangono pressoché sconosciute: non sono state infinitamente sezionate e sottotitolate e stampate e ristampate dai soliti fotocopisti di cancelleria, ma sono sentenze lo stesso, anche se Repubblica decide di chiamarle «fango» come ha fatto ieri.
Per fare un esempio: oggi ci sono giornalisti che ancora si chiedono, o chiedono a Di Pietro, perché a suo tempo lasciò la magistratura. Eppure è tutto nero su bianco: e lo è sia nelle sentenze di non luogo a procedere vergate dai gup Roberto Spanò e Anna Di Martino a beneficio di Di Pietro (peraltro in contraddizione tra loro su alcuni episodi) sia nel successivo giudizio di tribunale vergato del presidente Francesco Maddalo il 29 gennaio 1997: una sentenza che superò le precedenti perché fece seguito a un pubblico dibattimento con esibizione di prove e audizione di parti.
Qualcuno lo ricorderà: è il processo in cui Di Pietro dapprima balbettò e poi rifiutò di rispondere alle domande del pubblico ministero. L’ex magistrato oltretutto non presentò appello, sicché la sentenza «fa stato quanto ai fatti accertati», come si dice in gergo.
Per farla breve: il Gup Anna di Martino, che pure fu molto attenta alle ragioni del magistrato, spiegò che se Di Pietro fosse rimasto in magistratura sarebbe andato incontro a pesanti sanzioni disciplinari. Il giudice Francesco Maddalo, nondimeno, parlò di «fatti specifici che oggettivamente potevano presentare connotati di indubbia rilevanza disciplinare». Sono le vecchie storie di Gorrini, D’Adamo, i prestiti da 100 milioni frettolosamente restituiti in scatole da scarpe o avvolti in carta di giornale, faccende di Mercedes rivendute a prezzo maggiorato, roba celata nel torbido dimenticatoio di chi ha fondato il suo movimento sulla trasparenza e sulla legalità, anzi sui «valori».
Eppure il Di Pietro che da magistrato si offrì di interrogare Berlusconi dicendo «Io quello lo sfascio» (come raccontato dal suo ex Procuratore Capo) è immortalato in una sentenza che nessun libro, di nessun servo di Procura, ha mai riportato: «Decisiva appare l’intenzione di Di Pietro di intraprendere l’attività politica ovvero di ottenere incarichi pubblici di maggior rilievo» (pagina 167 della succitata sentenza Maddalo). «Altri eventi evidenziano chiaramente questo sempre più marcato orientamento di Di Pietro ad assumere iniziative e posizioni più confacenti ad un esponente politico che a un magistrato \ Particolarmente arduo è separare una condotta antecedente alle preannunciate dimissioni da una condotta a queste successiva» (pagina 170). «Il desiderio di lasciare l’incarico giudiziario nel momento di massima popolarità non poteva non essere funzionale e strumentale ad un successivo sfruttamento di questa popolarità, proprio in vista di quella progettata attività politica (pagina 177)».
Domanda: ma Di Pietro, quando decise di indagare Berlusconi, aveva già deciso di dimettersi per buttarsi in politica? Risponde ancora Maddalo a pagina 179: «Le dimissioni, allora, dovevano già essere ampiamente maturate e in fase di imminente attuazione». E perché Di Pietro non disse niente ai colleghi del Pool? Pagina 180: «I contatti e colloqui politici \ avrebbero potuto inquinare quella sua indiscussa leadership all’interno e all’esterno del Pool».
Questa peraltro è la parte nobile. Perché poi, benché ritenuti privi di valenza penale, a dimostrare la moralità di Di Pietro ci sono pure i seguenti piccoli favori, appurati anch’essi da svariate sentenze: 1) 100 milioni senza interessi dall’imprenditore inquisito Gorrini, poi restituiti con assegni circolari poi incassati e avvolti in carta di giornale poco prima di dimettersi, nel 1994; 2) 100 milioni senza interessi dall’imprenditore inquisito D’Adamo, denaro restituito nel 1995 in una scatola da scarpe messa agli atti; 3) periodiche buste di contanti sempre da D’Adamo; 4) centinaia di milioni, ottenuti dagli imprenditori Gorrini, D’Adamo e Franco Maggiorelli, per i debiti contratti dall’amico Eleuterio Rea al gioco d’azzardo; 5) una Mercedes CE da 65 milioni ottenuta da Gorrini e rivenduta all’amico avvocato Giuseppe Lucibello per una cifra poi utilizzata da Di Pietro per comprarsi una Fiat Tipo bianca; i soldi sono stati restituiti con assegni circolari emessi nel maggio 1994 ma incassati nel novembre successivo, prima delle dimissioni; 6) una Lancia Dedra per la moglie di Di Pietro da parte di D’Adamo; 7) l’utilizzo di una garçonnière dietro piazza Duomo, di proprietà di D’Adamo, fino all’inizio del 1994; 8) l’utilizzo di una suite da 5-6 milioni al mese pagata da D’Adamo, a partire dal 1989, per almeno un anno e mezzo, al Residence Mayfair di Roma, dietro via Veneto; 9) l’acquisto di un appartamento a Curno con soldi forniti da Gorrini; 10) la disponibilità di un appartamento a canone gratuito, fornito da D’Adamo, per il collaboratore Rocco Stragapede; 11) i pacchetti di pratiche legali dalla Maa di Gorrini per la moglie; 12) le consulenze legali da D’Adamo per la moglie; 13) l’impiego per il figlio, due volte, alla Maa di Gorrini; 12) i benefit vari da D’Adamo: vestiario di lusso nelle boutique Tincati, Fimar e Hitman di Milano, un telefono cellulare per sé, un telefono cellulare per l’amico Rocco Stragapede, almeno quindici biglietti aerei Milano-Roma, un mobile-libreria per la casa di Curno; 13) i benefit vari ottenuti da Gorrini: ombrelli, agende, penne, cartolame vario, viaggi in jet privato per partite di caccia in Spagna, Polonia e nella riserva astigiana di Giovanni Conti, alcuni stock di calzettoni al ginocchio.
Eccolo qua Antonio Di Pietro, l’uomo che giusto ieri si richiamava «allo spegnersi della coscienza civica, della morale, dell’etica», l’uomo che di Berlusconi cita «gli innumerevoli processi» senza mai menzionare i propri, l’uomo che di fronte al consenso di cui Berlusconi gode nel Paese, in una lettera scritta al suo mentore Beppe Grillo proprio ieri, ha parlato di «una situazione simile a quella dei ragazzi nei Paesi del Sud che ammirano il camorrista o il mafioso locale». Eccolo lo spauracchio che secondo Veltroni doveva tenere sottotraccia quei grillisti e forcaiolisti che coi loro strepiti, ora e invece, soffocano le velleità di ogni sinistra che voglia essere civile e sintonizzata con il Paese reale.
I giornalisti tutto sommato lo amano: le sue sgangheratezze fanno colore e titolo in giornate calde e vuote come queste. Lui straparla sempre di monopolio, ma è tra i più presenti in televisione e in assoluto l’ospite più invitato a Matrix, per esempio. Nessuno ricorda più le sue 500 querele, o quando nel 1996 disse che avrebbe preso «a schiaffi e pedate chi mi ha indotto a dimettermi dal ministero dei Lavori pubblici», o le sue folli proposte circa il «decreto cautelare di rettifica» o altre norme punitive contro i giornalisti.
Nessuno ricorda mai quando Di Pietro, nel dicembre 1994, a Curno, prese a testate un giornalista dell’Ansa dopo averlo riempito di calci e di pugni. Nessuno gli chiede più conto, per quanto la vicenda sia recente, dell’acquisto di due appartamenti pagati con un mutuo che risultava inferiore all’affitto frattanto versato dalla sua Italia dei Valori: in pratica Di Pietro comprava case grazie al finanziamento pubblico. Nessuno, del resto, bada al fatto che il partito dell'Italia dei Valori appartiene a Di Pietro per statuto notarile, e così pure tutti i finanziamenti pubblici. Nessuno dedica servizi a un personaggio che straparla di democrazia e però neppure ora (con l’8 per cento dei suffragi) si dimostra capace di inventarsi una struttura, un numero 2, un gregario, un volto spendibile e alternativo al suo. Gli unici nomi noti sono quelli di chi l’ha regolarmente mollato: da Pietro Mennea all’ex fidatissimo Elio Veltri (che lo sosteneva dal 1988 e ora gli spara contro a ogni occasione) sino a Valerio Carrara, l’unico parlamentare dipietrista eletto nel 2001 e che pensò bene di passare al Gruppo Misto prima ancora che si insediassero le Camere; e poi ancora Rino Piscitello, Federico Orlando, Milly Moratti, Sergio De Gregorio, persino Paolo Flores D’Arcais: «Gente che ha capito il personaggio e ha preso le distanze» ebbe a commentare Veltri. In compenso, chiuso all’angolo, resiste Veltroni.
DI PIETRO IL MORALISTA): 15 ANNI DI SEGR
01 agosto 2008 00:00
>DI PIETRO IL MORALISTA): 15 ANNI DI SEGRETI E BUGIE.
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(Intercettazioni telefoniche “Di Pietro / De Benedetti).
Leggiamo la prima intercettazione attraverso la ricostruzione de Corriere della Sera (13 gennaio 1996):
Di Pietro descrive a Veltri un incontro all'inizio di dicembre con Corrado Passera, amministratore delegato dell'Olivetti, e suggerisce di non dire nulla: "Occorre tenerlo molto coperto dal punto di vista strategico, perché corriamo il rischio di farci etichettare o ricattare"...
Di Pietro raccomanda a Veltri: In questo momento lo teniamo coperto a Corrado, lui Corrado non deve mai partecipare a niente..
Siccome gliel'ho detto papale papale gli dici: "Antonio mi ha detto che è opportuno che tu non partecipi e sei soltanto un consigliere occulto e basta".
Ed ecco il colloquio, antecedente a quello con Passera, che Di Pietro ebbe direttamente con il vertice Olivetti, cioè con Carlo De Benedetti(ore 10:31 del 19 novembre 1995):
Di Pietro: "Pronto?".
De Benedetti: "Dottor Di Pietro
DP: sì….
D.B:Non…. l’ho svegliata?
D.P.: NO... assolutamente, come va innanzitutto?
D.B.: Sono Carlo De Benedetti, bene".
D.P.: sì... l'avevo riconosciuta benissimo, come va.. che piacere sentirla….
D.B.: "Bene, bene... anch'io",
D.P,: "Noi, a questo punto, ) ho capito che abbiamo tanti amici in comune(risata)".
D.B.: "Eh, ne abbiamo tanti, sicuro".
D.P.: Tanti amici comuni, con cui lavoriamo bene insieme….
D.B.: "Bene... e Prodi è uno di questi, no??…..
D.P,: "Prodi è uno di questi, sì, in questo momento, pensi, sono d’avanti al computer".[anche voi?]
D.B.: "Sì".
D.P.: "Eh, sto scrivendo un'affettuosa lettera di... e... attenzione verso……Prodi, che credo farò con Scalfari pubblicamente, perché lui più volte mi sta tirando in ballo in questi giorni e voglio raccomandargli discrezione e serenità, ma lo faccio in modo molto cordiale.[ ma và??]
D.B.: "Si, ma quando... ehm... il suo progetto va avanti?".
D.P.: "il nostro progetto... il nostro, eh sì, il mio progetto va avanti,sta, stiamo lavorando... ma quando avremo modo di parlarne, poi gliene...preferisco parlargliene, a voce".
D.B.: "Con grande piacere".
D.P.: "Sì".
D.B.: "Quando lei vuole, io, ho piacere anch'io...".
D.P.: "Sì".
D.B.: "Di... qualche, anche perché secondo me ci vuole un'accelerazione dei tempi
D.P.: "Credo che ci sia un'accelerazione in tanti sensi, devo dire che anche noi stiamo facendo parecchio, anche poi... grazie ad amici comuni, insomma ecco....
D.B.: "Uhm... uhm... senta una cosa, poi ne parliamo perché mi interessa anche sapere la sua idea... su questa pseudo o finta entrata di Romiti".
D.P.: "Eh... non lo so se poi è pseudo o se è finta (risata)... credo che sia una variabile... anch'io ci sto riflettendo... Eh... per certi versi interessante, per certi versi uhm.. come si può dire... uhm".
D.B.: "Conturbante".
D.P.: "Conturbante... conturbante (risata), perché credo di capire dove vuole andare a virare".
D.B.: "Mah... le dirò... io penso che tutto qu... io mi son sempre stato... molto convinto di quello che una volta anche lei mi ha detto, e cioè che bisogna evitare il partito-azienda, ora questo...
D.P.: "Eh... sì".
D.B.: "Quello di Berlusconi è una cosa del tutto anomala, però... in fondo, io trovo che tutte le invasioni di campo..
D.P.: "Mah... quello... che partito-azienda, è azienda potere, quindi... (risata)
D.B.: "Quindi è una cosa diversa infatti".
D.P.: "Ancora un po' più... più".
D.B.: "Al peggio, in quanto...".
D.P.: "Que... qui siamo...".
D.B.: "Senta, quando lei ha un momento mi telefoni che ci vediamo settima... settimana prossima senz’altro, me ne farò carico".
Di Pietro: "Grazie dottore".
DeBenedetti: "Grazie a lei, arrivederci..
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”ricostruzione de Corriere della Sera 13 gennaio 1996 “(…mai smentita).
Dunque: De Benedetti, Di Pietro, Scalfari, Prodi, …tutti carissimi amici”...
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(Il progetto del quale parla Di Pietro alla prossima puntata).
Di Pietro moralista: l'IDV è zeppo di in
01 agosto 2008 00:00
Non sono pochi i seguaci di Antonio Di Pietro su cui pendono inchieste, richieste di condanne, sentenze avverse e tante, troppe, ombre. Lo stesso «Tonino nazionale» è indagato dalla Procura di Roma - con la tesoriera del partito, l'onorevole Silvana Mura - per truffa aggravata, appropriazione indebita e falso in un procedimento che cerca di fare luce sulla gestione delle risorse finanziare dell'Italia dei Valori. L'ex Pm è «sotto processo» anche all'ordine degli avvocati di Bergamo perché quando lasciò la magistratura per fare il legale, prima difese il suo miglior amico accusato della morte della moglie a Montenero di Bisaccia, eppoi si costituì parte civile nello stesso procedimento. Tradendo due volte: l'amico e il cliente.
BROGLI ELETTORALI
Tra gli uomini più vicini a Di Pietro nei guai c'è Paride Martella, esponente dell'Idv e consulente personale al ministero: arrestato nell'inchiesta sulla società «Acqualatina» che gestisce il servizio idrico nella provincia pontina. Al secondo nome si arriva tramite un vecchio compagno di strada dell'ex Pm, fuoriuscito polemicamente, Elio Veltri. A Radio Radicale Veltri ha raccontato un episodio definito «sconcertante»: «Quando Di Pietro venne ad Amantea fece uno o due comizi con il sindaco che allora era inquisito per concussione e che, mi pare, fu pure arrestato. E ora che è consigliere regionale è indagato per associazione mafiosa». Il sindaco è Franco La Rupa. Va detto che non è mai finito dentro, ma nel 2005 è stato indagato dalla Procura di Paola per presunti brogli elettorali e illeciti nell'utilizzo di fondi della legge 488, mentre l'estate scorsa lo ritroviamo coinvolto nell'operazione «Omnia», indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Il Pm s'è battuto per l'arresto, il gip si è opposto. Tre mesi fa hanno nuovamente contestato l'associazione mafiosa a La Rupa nell'inchiesta «Nepetia» per collusioni con la 'ndrangheta perché ai tempi in cui da sindaco di Amantea saliva sul palco con Di Pietro, La Rupa avrebbe favorito la cosca Gentile. In Liguria due consiglieri su tre hanno avuto problemi giudiziari e quando s'è trattato di svolgere il congresso provinciale, le fazioni in lotta se le sono date di santa ragione. Gustavo Garifo, capogruppo provinciale dell'Idv di Genova, lo hanno ammanettato a ottobre per aver lucrato sugli incassi delle multe. Andrea Proto, consigliere comunale, reo confesso, ha incassato una condanna a un anno e nove mesi per aver raccolto la firma di un morto. Quanto a Giuliana Carlino, consigliere comunale Idv, indagata per averne falsificato migliaia di firme, Di Pietro si è scagliato contro l'ipocrisia della legge e nonostante fosse «iscritta» l'ha candidata alle comunali. Dopo il voto venne prosciolta.
CORRUZIONE AGGRAVATA
Per corruzione aggravata è entrato in carcere il segretario Idv di Santa Maria Capua Vetere, Gaetano Vatiero, che secondo i magistrati favoriva alcune Spa in cambio di quote societarie. E che dire di Mario Buscaino, già sindaco di Trapani, nel luglio del 1998 accusato di concorso in associazione mafiosa per voto di scambio. Il filone è quello dello smaltimento dei rifiuti che secondo gli inquirenti era totalmente controllato dai boss Virga e Santapaola. Tre anni dopo beccò 10 mesi di reclusione per infrazioni di carattere amministrativo sul funzionamento di due discariche. Sette anni dopo, fuori dall'Idv, Buscaino corse con la Margherita ma inciampò in un'altra storia di mafia a appalti.
PERCENTUALI SULLE PAGHE
Così Fabio Giambrone, coordinatore siciliano del partito dell'Idv, pretese il ritiro della candidatura dell'ex collega di partito: ma di fronte alla conferma della fiducia a Buscaino da parte dell'Ulivo, l'Idv non protestò più di tanto. Tra i dipietristi c'è anche chi è accusato di aver preteso dai propri collaboratori una percentuale delle loro retribuzioni. È il caso di Maurizio Feraudo, consigliere regionale calabrese, indagato per concussione (per anni avrebbe preteso la corresponsione di un tot sullo stipendio da un suo autista) e truffa, causa domande di rimborso su missioni mai compiute. Feraudo è stato contestato perché, come componente della commissione regionale antimafia, ha espresso solidarietà a Pietro Giamborino, inquisito nell'operazione antimafia «Rima». A Foggia, invece, l'ex assessore ai Lavori pubblici e coordinatore provinciale del partito, Orazio Schiavone, è stato condannato a un mese e dieci giorni per esercizio abusivo della professione. Un altro ex assessore dell'Idv, questa volta a Pescara, e rimasto coinvolto nell'inchiesta «Green Connection» sulla gestione del verde pubblico: è Rudy D'Amico, accusato di associazione a delinquere, abuso d'ufficio, tentata turbativa d'asta e tentata corruzione. E ancora. Vincenzo Iannuzzi, ex sindaco di Lungro (Cosenza), condannato nel 1992 per «falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale» e riabilitato dal tribunale di sorveglianza di Catanzaro qualche anno dopo: Di Pietro l'ha premiato candidandolo al Senato
MAFIA E 'NDRANGHETA
Stando ai boatos, prossimo transfuga dall'Udeur all'Idv è Ennio Giuseppe Morrone, che sul sito dell'Italia dei Valori veniva trattato così: «Dal 3-9-03 è indagato dalla Dda di Catanzaro nell'inchiesta sulla penetrazione della 'ndrangheta nei lavori della Salerno-Reggio Calabria (...)». Tra i candidati a palazzo Madama, Di Pietro ha puntato su Giuseppe Soriero a cui il foglio calabrese «Il Dibattito» ha dedicato spazio per l'imbarazzata testimonianza al processo di Palmi sulle infiltrazioni mafiose al porto di Gioia Tauro. L'importante esponente Idv si sarebbe rifiutato di fare il nome del mafioso suggeritogli da un imprenditore per evitare ritorsioni.
DOUBLE FACE SULLA P2
L'avvocato europarlamentare Udeur, dato in transito per l'Idv, Armando Veneto, ha smentito seccamente il passaggio in curiosa coincidenza con le reminiscenze dell'ex coordinatore Idv di Catanzaro, Franco Romano, che a Radio Radicale ha ricordato la sua orazione funebre alle esequie del boss Piromalli, orazione ripresa da Marco Pannella per attaccare Di Pietro. E se l'Idv, ufficialmente afferma di «ripudiare la P2 e similari associazioni che tendono a sostituire il potere legale con un potere senza consenso democratico», proprio nell'Idv si materializza un ex piduista. È Pino Aleffi, tessera 762 della loggia di Licio Gelli, candidato in Sardegna. C'è poi Giuseppe Astore, deputato e coordinatore regionale in Molise, coinvolto nel 1989 nell'inchiesta sull'Erim (Ente risorse idriche molisane) poi uscito dal processo.
COME LADY MASTELLA
Per l'ex tesoriere dell'Udeur passato con l'Idv, Tancredi Cimmino, nel 1998 fu chiesto prima il suo arresto e poi il rinvio a giudizio per associazione camorristica, falso e peculato per appoggi elettorali del boss Carmine Alfieri. L'arresto fu negato, poi prosciolto. Aldo Michele Radice, portavoce Idv in Basilicata, consigliere del ministro Di Pietro, è invece alla sbarra dal 2006. Il Pm ha chiesto 9 mesi per una storia simile a quella di lady Mastella: la raccomandazione di un manager sanitario. Poco prima della presentazione delle liste 2006, Di Pietro fu costretto a rinunciare alla candidatura di Alberto Soldini, contestato presidente della Sambenedettese calcio: gli ultrà gli tirarono addosso pietre e sputi. La black list continua con Sergio Scicchitano, avvocato personale dell'ex Pm, e dal 20 luglio 2006 membro del Cda dell'Anas con Di Pietro ministro delle Infrastrutture. Candidato nel 2001 al Senato e capolista, nel 2005, alle regionali del Lazio, Scicchitano è il liquidatore giudiziale della Federconsorzi, il cui crac coinvolse 15mila risparmiatori. Sul sito di Tonino i fan accusano Scicchitano di non aver eseguito, in almeno due casi, sentenze passate in giudicato che risarcivano in parte i piccoli risparmiatori. A dirla tutta, nel 2002, Scicchitano viene anche nominato dal comune di Roma delegato per la tutela dei consumatori. Carlo Rienzi, presidente del Codacons, non la prende bene: «La nomina di Scicchitano è illegale, rappresenta il pagamento di un debito politico da parte di Veltroni all'Idv per il suo appoggio politico». Voto di scambio, per dirla coi Pm di Napoli.
gian marco chiocci ilgiornale.it
Carla Castellucci
01 agosto 2008 00:00
Non vorrei farmi promotrice di proposte indecenti, ma mi è capitato solo ora di leggere una notizia dalla stampa estera:
i cittadini di San Francisco saranno chiamati a votare, il prossimo novembre, non solo sulla scelta del futuro Presidente degli Stati Uniti ma anche sul modo in cui quello uscente sarà ricordato dalla posterità.
La decisione che sarà messa ai voti è infatti quella di intitolare a George W. Bush il più grande impianto di depurazione di liquami fognari della città.
Comprensibile l'indignazione dei Repubblicani, che si dichiarano disposti a usare qualsiasi mezzo per fermare l'iniziativa. Ma più interessanti sono le opinioni di quanti si oppongono: alcuni vogliono semplicemente che il nome di Bush sia dimenticato per sempre, altri pensano che l'impianto fognario faccia una cosa utile, raccogliendo schifezze e trasformandole in cose pulite. Proprio il contrario del Presidente.
Visto che Bush è pur sempre il Presidente in carica, mi pare degno di nota che nessuno abbia invocato il reato di lesa maestà. In una democrazia, evidentemente, i cittadini hanno diritto di esprimersi anche in modo offensivo verso le alte cariche dello Stato. Poi decidete voi se i cittadini americani ce l'hanno con il rappresentante della nazione o con il capo del governo, che in America sono la stessa persona.
Certo una qualche forma di riconoscimento, a perenne ricordo di chi è riuscito in un batter di ciglia a risolvere l'emergenza rifiuti in Campania, mi sembrerebbe doverosa anche qui da noi.