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De pravato - troll 22 agosto 2008 00:00
io nego tutto. a prescindere da cosa che si parli...

come la maggioranza di voi. del resto!
zipave 23 agosto 2008 00:00
non capisco il tuo intervento; cosa c'è da negare? esistono filmati, documenti, testimoni, e per di più i campi di sterminio si possono anche visitare. è come chiedere se qualcuno nega l'esistenza del colosseo:è lì, vai e lo vedi
mah 23 agosto 2008 00:00
i campi di concentramento sono una cosa e sono lì da vedere, gli stermini di massa tipo 6 milioni.. sono poco credibili.
ermetico 23 agosto 2008 00:00
end of zionism = pace
Bertoldo 23 agosto 2008 00:00
Useg, ma sei rimbambito ad aprire un topic del genere? Adesso Il Pidocchio non potrà fare a meno di intervenire con i suoi strampalati commenti razzisti sulla negazione dell'olocausto!
Va bè, ci farà ridere un po'.
Ciribiribì 24 agosto 2008 00:00
Autore: Useg
Data: 22 Agosto 2008

Chi nega l'olocausto e l'orrore dei campi di concentramento?
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GLI IMBECILLI !!!!!!!!!!!!!!!!!!!



Adolfo 24 agosto 2008 00:00
Useg: olocausto e campi di concentramento sono 2 cose ben diverse! I campi (lager o gulag) fanno parte della storia del XX secolo... sai tu che nei gulag sovietici sono periti 20 milioni di persone e altrettanti, si pensa, in quelli cinesi?
Cosa vuoi che siano in confronto quelli nazisti? Inoltre c'è da considerare che i lager nazisti hanno operato in tempo di guerra, quelli comunisti anche in tempo di pace e hanno portato avanti il massacro tranquillamente.... Sai tu che in Polonia e Cecoslovacchia dal 1945 al 1949 hanno operato lager gestiti da ebrei (affidati loro dalle autorità sovietiche) in cui sono stati sterminati 10 milioni di tedeschi che poco o nulla avevano avuto a che fare col nazismo? La storia (documentatissima) di questo massacro misconosciuto la puoi trovare nel libro AN EYE FOR AN EYE (Occhio per occhio) dell'EBREO americano JOHN SACK. Molti di quei carnefici ebrei si sono poi trasferiti in Israele e si sono distinti in ulteriori massacri di civili palestinesi!
Il cosiddetto OLOCAUSTO, così come viene propagandato dai sionisti, è invece una balla megagalattica e se davvero stai leggendo SE QUESTO UN UOMO, se sai leggere, vedrai che Primo Levi parla solo del lager, del lavoro duro, delle privazioni, delle difficoltà di tutti i giorni, ma non di camere a gas, torture, massacri, ecc... che egli MAI VIDE nè conobbe e per fortuna è stato abbastanza onesto da ammetterlo.
Balance 24 agosto 2008 00:00
Accidenti, Adolfo, stavi andando così bene con un commento equilibrato e civile...e poi te ne esci con quella sparata dei “10 milioni di tedeschi sterminati in lager ebrei”?
No, dico...DIECI MILIONI?!
Cioè: tutti i tedeschi non-nazisti rimasti dopo la guerra, più qualche milioncino prelevato con una macchina del tempo?
Cerchiamo di fare attenzione a queste cose; basta poco per mandare a puttane la credibilità di un intero intervento.
miss Marlple 24 agosto 2008 00:00
Alla cortese attenzione dei frequentatori di questo forum


Malumori d'agosto
Il gusto dei massacri gonfiati
Dalle antiche persecuzioni dei cristiani ai genocidi del '900: quelli che ingigantiscono le cifre per sostenere le proprie idee


di Claudio Magris


Ricordo che, da ragazzino, mi era capitato fra le mani un libretto che parlava delle persecuzioni subite dai cristiani da parte degli imperatori romani, dicendo che le vittime ammontavano a milioni, senza accorgersi che, procedendo di questo passo, avrebbero finito per essere più numerose di tutti gli abitanti dell'Impero.

Non è certo la Chiesa cattolica la più incline a tale pathos di gonfiare, esagerare, moltiplicare i numeri in generale — il numero di per sé è un demone di straordinaria potenza, che si dilata a dismisura — e in particolare quelli delle vittime di massacri e genocidi. mondo che secondo il Vangelo sono già giudicati, è fra quelli che dicono meno bugie e affermano verità pure scomode. Quello che colpiva già allora, in quell'opuscolo, era la palese soddisfazione con la quale l'autore faceva queste cifre abnormi; si capiva che era, più o meno inconsciamente, contento che quei martiri fossero tanti e che sarebbe stato quasi dispiaciuto se fossero stati pochi, perché un numero più modesto avrebbe indebolito la forza della denuncia e reso più modesto il conto da presentare ai colpevoli ovvero ai loro lontani discendenti.

Quanto più grande è l'efferato torto subito, tanto più gratificante è il piacere di sentirsi dalla parte della ragione e dei giusti. Da alcuni anni un atteggiamento simile dilaga, seppure non più riferito ai Cesari romani, sempre più ed è sempre più intollerabile, nella sua velenosa e blasfema utilizzazione, a fini politici, dei morti e delle vittime di tragici e bestiali massacri. A seconda della posizione ideologica di chi parla, si aggiunge con disinvoltura uno zero alle cifre dei caduti per mano fascista o comunista, alle cifre già di per sé realmente enormi delle vittime di Stalin, o si attribuiscono magari a Hitler ulteriori delitti oltre ai tanti e orrendi commessi; si danno cifre spropositate relative alle foibe e agli eccidi compiuti dalle camicie nere in Jugoslavia; si sparano numeri sulle vittime dei massacri nelle recenti guerre nella ex Jugoslavia. In conformità alle idee politiche di chi di volta in volta parla o scrive, si ampliano o si minimizzano i conti dei morti e degli assassinati.

Tutto ciò, ovviamente, non cambia di una virgola l'orrore di quelle stragi e il giudizio su di esse; se si scoprisse con certezza che Hitler o Stalin hanno sterminato un milione di zingari o di kulaki in meno o in più di quanto si credeva, essi non diverrebbero per questo un po' meno o un po' più criminali né il sistema di potere che ha attuato quegli abominî sarebbe meno o più infame. Ciò vale per tutti, per gli armeni come per i morti di Srebrenica, per i trucidati da Pol Pot, per l'ecatombe oggi di neri in Africa o ieri di indios, per quell'olocausto degli olocausti, come è stato chiamato, che è stata la tratta dei neri, per i morti e per le generazioni sfigurate a Nagasaki. Ciò che è intollerabile è il gusto, la soddisfatta fregatina di mani con cui tanti sembrano felici di aver subìto dai loro nemici più violenze di quante essi ne abbiano inflitto loro, come se questo cambiasse la sostanza — morale, politica — delle cose. Troppi sembrano giulivi di poter dire: «È vero, io ho ammazzato tuo padre, ma tu, grazie a Dio, hai ammazzato non solo mio padre, ma anche mia madre». È un atteggiamento stupido e malvagio, un fazioso risentimento, bramoso di rimettere in moto quel meccanismo di odio e di morte. È comprensibile che chi — individuo, nazione, classe sociale — ha subìto una violenza abbia lo sguardo offuscato dal dolore e dal rancore e sia indotto a vedere — e a ingigantire — solo il suo dolore.

Un male patito, diceva Manzoni, induce spesso a compierlo a propria volta, e spesso contro chi non ne ha colpa, se non magari quella di appartenere alla stessa nazione di qualcuno che si è reso colpevole. Ma se non si spezza tale spirale, si perpetua la catena di barbarie e dolore. Non si tratta di dimenticare e forse nemmeno di perdonare. Auschwitz non è oltre il rogo, non è consegnata a un pacato e distaccato giudizio, bensì è un rogo, che sempre brucia. Ma i numeri — quelli di Auschwitz come quelli, si dice cinquanta milioni, di vittime della tratta di schiavi — sono e devono essere contati oltre il rogo, oggetto di quella verità storica che non può essere usata come un'arma. La storia — né giustiziera né giustificatrice né maestra di vita — o meglio la conoscenza della storia, aliena da ogni moralismo, ha una fondamentale funzione morale, in quanto fornisce la base di ogni discorso morale e politico. Nei giorni scorsi da oltreoceano è rimbalzata una civettuola polemica di letterati contro storici, subito raccolta dal cicaleccio retorico caro a tanta letteratura — a quella letteratura che secondo Saba sta alla poesia come la menzogna alla verità.

Alcuni letterati hanno rinfacciato agli storici di essere distaccati «accademici», termine che oggi viene usato come un insulto, così come un tempo molti professori dicevano, spregiativamente e altrettanto scioccamente, «giornalista». L'antitesi fra storia e letteratura è insensata, perché si tratta di due rappresentazioni della realtà che obbediscono a logiche diverse e ugualmente valide. Basterebbe leggere la lettera di Manzoni a Monsieur Chauvet, in cui egli spiega come agli storici spetti accertare i fatti e agli scrittori immaginare e raccontare come gli uomini li hanno vissuti. In questo senso la letteratura, in particolare la narrativa, reca un fondamentale contributo alla comprensione della realtà, perché trasforma una nozione, una conoscenza teorica in esperienza concreta, in vicinanza e conoscenza sensibile, tuffandosi nella vita vissuta da altri e facendola diventare nostra.

Di qui il diritto, talora il dovere della letteratura di squarciare, di deformare la realtà, perché talvolta questo è il solo modo di cogliere la sua stravolta verità. Ma la verità poetica è tale solo se sa e rivela di essere metafora, immagine, invenzione; se non pretende di essere presa alla lettera, di corrispondere materialmente alla realtà; se non vuol fare concorrenza alla storia, concorrenza in questo caso non sleale, bensì inefficace e fasulla. A pasticciare le cose sono stati spesso non i romanzieri né gli storici né i giornalisti, ma quei giornalisti che si sono improvvisati storici, perdendo così frequentemente la verità del giornalismo e quella della storia. Nella sterile polemica è intervenuto per fortuna Dino Cofrancesco, con una semplice e lapidaria dichiarazione sul Corriere che ha rimesso le cose a posto, il che in un clima culturale normale non dovrebbe essere necessario, ma lo diviene quando regna la confusione. L'Italia ha una grande tradizione di storici che oltretutto hanno avuto e hanno ottime penne, capaci di afferrare la realtà corposa e sanguigna non meno dei grandi giornalisti e meglio dei giornalisti- pseudostorici. È dalla storia che potrà e dovrà venire la fine di quell'orrendo gioco al rialzo del numero dei propri cadaveri. O italiani, esortava un poeta ovvero Foscolo, vi esorto alle storie.

24 agosto 200
Useg 25 agosto 2008 00:00
Qualcuno di questo forum lo manderei qualche ora in un bel campo nazista a purgarsi. Chissà che non metta giudizio...
Adolfo 25 agosto 2008 00:00
x balance
Quando arrivarono i russi nel 1945 i tedeschi residenti in Polonia erano 1.300.000 e 8.200.000 circa risiedevano nelle regioni tedesche sotto occupazione polacca. I tedeschi furono scacciati anche dalla Cecoslovacchia, Ungheria, Romania e Jugoslavia arrivando così a un totale complessivo di circa 17 milioni. Erano civili, contadini, artigiani, commercianti, che risiedevano in quelle regioni anche da molti decenni e che furono spogliati di tutto, ridotti alla mendicità ed espulsi brutalmente o internati nei lager da cui pochi uscirono vivi.
La percentuale di mortalità di questa popolazione dal 1945 al 1949 è stata stimata nel 1961 dal cancelliere tedesco Konrad Adenauer nel 48%, il che ci porta appunto ad una cifra vicina ai 10 milioni di morti, direttamente assassinati nei lager o in conseguenza dei trattamenti subiti, deportazione, privazioni e malattie.
I lager erano gestiti dall'UFFICIO per la SICUREZZA dello STATO, creato direttamente da Stalin e pieno zeppo di ebrei, pochi i polacchi.
Ma non è che Stalin amasse tanto gli ebrei, a suo tempo ne avrebbe impiccati molti anche lui, semplicemente voleva controllare i polacchi e si serviva degli ebrei come spie e carnefici perchè sapeva che un ebreo pensa a se stesso solo come ebreo, non come patriota della terra che lo nutre. Tanti di questi assassini dopo il 1950 lasciarono l'UFFICIO e la Polonia e volarono in Palestina a continuare il massacro di civili inermi...
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http://tabularasa.altervista.org/1996/5_sack.htm
http://de.wikipedia.org/wiki/John_Sack-An Eye for an Eye. The Untold Story of Jewish Revenge Against Germans in 1945
http://www.johnsack.com
er monnezza 26 agosto 2008 00:00
ho letto il link..... ammazza, mica ce lo sapevo che i giudei erano sti farabutti!
Useg 26 agosto 2008 00:00
"Nel dopoguerra alcuni scampati all' Olocausto diressero in Polonia campi di prigionia per tedeschi...

Come puo' un ebreo scrivere un libro come questo, che rivela e denuncia indicibili atrocita' commesse da degli ebrei contro dei tedeschi? La risposta che John Sack, un giornalista molto stimato, da' a questa domanda . che ovviamente si aspettava . mi sembra giusta: "Come avrebbe potuto un ebreo non scrivere questo libro?". Non denunciare un crimine, per la legge ebraica (dice il rabbino consultato da Sack), significa rendersene complice. Il libro (Occhio per occhio, edito da Baldini e Castoldi) documenta, in modo convincente, la ferocia del trattamento subito, dopo la fine della guerra, dai tedeschi detenuti nei campi dell' Ufficio di sicurezza dello Stato polacco (pari all' NKVD sovietico). Sack ha parlato con centinaia di persone e fatto ricerche negli archivi polacchi e tedeschi. Del resto, gia' nell' agosto del 1945 Winston Churchill aveva denunciato ai Comuni l' "enorme tragedia" in atto dietro la Cortina di Ferro a danno dei tedeschi, riferendosi soprattutto alla cacciata dall' Est europeo di oltre 10 milioni di tedeschi: ne morirono 1.400.000. Sack sostiene, con una documentazione credibile, che molti responsabili dei campi erano ebrei polacchi sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti, scelti dai russi e dal governo comunista polacco proprio perche' si contava sulla loro sete di vendetta per rendere piu' spietato il trattamento dei tedeschi sospettati di nazismo (anche se molti erano innocenti); il terrore serviva alla "pulizia etnica". Sack ricostruisce la storia di tre o quattro di questi campi e di alcuni di coloro, quasi tutti ebrei, che li comandavano; anzitutto una donna, Lola Potok, una sopravvissuta di Auschwitz che aveva perso nell' Olocausto tutti i familiari, compreso un figlioletto di un anno, e che era stata dapprincipio crudele direttrice del campo di Gleiwitz, nella Slesia. Poi pentitasi e fuggita dalla Polonia, Lola vive ancora in America, dove ha raccontato tutto a Sack. Poi c' e' Pinek Maka, altro scampato ai lager nazisti, gia' capo della Sicurezza dello Stato per la Slesia, ma che nega di aver saputo delle atrocita' (Sack sembra credergli); e Solomon Morel, un altro ebreo, recentemente sotto inchiesta in Polonia per le barbarie del campo di Swietochlowice, di cui era comandante. Un insegnamento attuale Le atrocita' peggiori . Sack le racconta nei dettagli, e la lettura e' quasi intollerabile . avvennero in un altro campo, Lamsdorf, e li' il maggiore colpevole, autore di atti di sadismo efferato, era un cattolico polacco, Czeslaw Geborski, che aveva ai suoi ordini molti polacchi ebrei. Il tema del libro e' quello della vendetta sui tedeschi degli ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio, ma resisi colpevoli di comportamenti da SS. Lo dice il titolo ("Occhio per occhio"), che purtroppo riecheggia uno dei motivi piu' antichi di antisemitismo (trovandosi solo in nota l' avvertimento che l' arcaica legge del taglione non fu in realta' mai parte dei codici ebraici). Sack descrive ampiamente l' antefatto (ossia Auschwitz, dove "Dio e' morto nelle camere a gas") che motiva le crudelta' commesse da persone che avevano solo sognato, nelle disumane condizioni dei campi di sterminio, di potersi vendicare un giorno dei loro aguzzini. Come tale, questa vicenda offre un insegnamento sempre attuale (vedi i Balcani), ed e' che la barbarie provoca barbarie, e che bisogna spezzare il circolo vizioso della vendetta. Il libro e' spietato, ma nasce da un senso di giustizia: non condivido l' indignazione di molti recensori americani che giudicarono il libro antisemita, e "un modello di falsificazione storica"; anche se condivido il timore che questo libro sia strumentalizzato da neonazisti e antisemiti (in Germania Sack non ha trovato un editore). E tuttavia, pur d' accordo con l' autore sul fatto che "un ebreo non poteva non scrivere" questa storia tremenda, la mia conclusione e' che il libro, cosi' come e' stato scritto, offra una visione distorta dei fatti. Sack ha scritto pagine angosciose, ma sincere e commoventi, sia sul feroce tormento che spinse Lola ed altri a sfogare il loro odio sui tedeschi, sia sulla "redenzione" di Lola e di coloro che si resero conto dell' inaccettabilita' di quelle vendette per la religione e la civilta' ebraica. Il volume si presta tuttavia alla critica: e non per la crudezza di molte pagine, o per la veste "di romanzo" che Sack ha dato al racconto, ma per la carenza di logica nella tesi centrale del libro, che attribuisce alla "vendetta ebraica" la tragedia dei prigionieri tedeschi; e per lo squilibrio fra il campo ristretto dei fatti documentati da Sack e il quadro d' insieme. Una macchina colossale Il giornalista americano narra in realta' la storia di tre campi dell' Alta Slesia, in uno dei quali, quello di Lola, sarebbero morti ("se sono morti nella stessa percentuale delle guardie", ossia di tifo), da 25 a 50 prigionieri, e forse assai di piu' . Molti di piu' morirono o furono uccisi negli altri due. Ma i campi di prigionia polacchi erano ben 1.255, e vi morirono, in un triennio, da 60 a 80 mila tedeschi, su un totale di 200 mila prigionieri. Non si puo' generalizzare partendo da un angolo di visione cosi' ristretto. E non si puo' lasciare in secondo piano, come fa Sack, il fatto che si trattava di campi voluti dal governo polacco, lo stesso che espulse milioni di tedeschi in condizioni di estrema brutalita' . Che Sack attribuisca tutti quei morti alla "vendetta ebraica"; o faccia confronti tra il numero dei tedeschi vittime dei campi polacchi con quello degli ebrei assassinati in alcuni dei piu' piccoli campi di sterminio nazisti; o metta queste atrocita' sullo stesso piano della colossale macchina di morte nazista, diventa una singolare distorsione della verita' storica: anche se i singoli fatti sono veri. Non accuso certo Sack di antisemitismo; ma si' di essere stato a tal punto ossessionato dall' idea inaccettabile che degli ebrei abbiano potuto commettere crimini cosi' orribili, da concentrare "sugli ebrei" ogni colpa, e da non riuscire a dare un quadro equilibrato di questa tragedia, e delle responsabilita' del regime comunista polacco dietro quelle dei singoli, che non erano affatto tutti ebrei (la maggior parte di questi aveva gia' lasciato nell' autunno ' 45 l' Ufficio di sicurezza). L' effetto di questa ossessione e' che il libro, che pure voleva spiegare la psicologia della vendetta, e condannarla come "non ebraica", finisce per assumere cosi' accenti "antisemiti". Il che ovviamente non significa che non dovesse essere scritto e pubblicato.

Levi Arrigo"
per adolfo 26 agosto 2008 00:00
non ti lamentare, vecchio mio. Sei stato tu a fare piazza pulita dei tuoi amati tedeschi. Se non rompevi le palle a destra e a manca, la Germania non avrebbe rischiato di sparire dalla carta geografica. Dall'amore delle persone come te è bene guardarsi.
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