Giovanni Falcone
25 agosto 2008 00:00
qualcuno ha le idee poco chiare su quello che è stato il mio pensiero saltato per aria il 23 maggio 1992 ... forse è il caso che quel qualcuno si legga i siti che mi sono sopravissuti
http://www.antimafiaduemila.com/
anche da Morto ho molte cose ancora da farvi comprendere ....
... per farvene una idea, leggettevi gli atti del processo su altre stragi che sono seguite tipo:
http://www.societacivile.it/memoria/articoli_memoria/archiviazione.pdf
Antonio Di Pietro
25 agosto 2008 00:00
22 Agosto 2008
Facce di bronzo
http://www.antoniodipietro.it/
Il Presidente del Consiglio Berlusconi è ritornato a parlare di giustizia. Non vuole che gli altri parlino di giustizia. Ogni volta che ne parlo dice, sia lui che i suoi accoliti, che “Di Pietro e l'Italia dei Valori sono monotematici, hanno la fissa della giustizia e solo di quello sanno parlare”. In realtà è solo lui che si occupa di giustizia, quella che serve a lui. L'ultima perla di agosto è proprio quella dove dice che bisogna riformare la giustizia perché cosi voleva il giudice Falcone.
Falcone è una persona che ci ha rimesso la vita per fare in modo che la legge fosse uguale per tutti e per combattere la grande criminalità organizzata e soprattutto il connubio, la connivenza, tra criminalità organizzata e mondo delle istituzioni. Berlusconi, richiamandosi a Falcone per parlare di giustizia, si è comportato come il diavolo che si dichiara all'acqua santa per farsi gli interessi propri.
Falcone combatteva la mafia. Berlusconi, con lo stalliere mafioso ci ha convissuto, lo ha portato a casa propria. Berlusconi, colui che conosce bene quel mondo e che ha rapporti di frequentazione con gente mafiosa come Dell'Utri portandola in parlamento, chi vuole prendere in giro?
Falcone non era affatto contro l'indipendenza della magistratura. Berlusconi, invece, vuole che la magistratura dipenda dall'esecutivo. Vuole addirittura che il Consiglio Superiore della Magistratura sia composto da maggiori esponenti laici, ossia da persone nominate dalla politica. Vuole una magistratura sottomessa dalla politica e che quando si tratta di giudicare i politici faccia un passo indietro. L'esatto contrario di quello che voleva Falcone. Ogni volta che glielo faccio notare, lui e i suoi portaborse dicono che “L'onorevole Di Pietro non si deve permettere di utilizzare il nome del giudice Falcone”, ma in verità è lui che lo usa.
Vorrei dire e ricordare a quelle persone come Martelli, quel ministro della giustizia condannato con sentenza passato in giudicato nell'inchiesta Enimont che ha detto in queste ore che “Di Pietro lasci stare Falcone, perché Falcone disprezzava l'inchiesta di Mani Pulite e i giudici di Milano” (detto da un condannato nell'inchiesta Mani Pulite ha il valore che ha), che Falcone all'epoca in cui iniziammo Mani Pulite, e prima di essere ammazzato, si è occupato come direttore generale degli affari penali di gestire la delicata fase delle rogatorie internazionali, che per conto della procura di Milano venivano trasferite e trasmesse alle varie autorità giudiziarie del mondo, in particolare quelle della Svizzera. Le prime rogatorie furono fatte proprio grazie al contributo, ai consigli e all'interessamento di Falcone, carta canta, posso produrre documenti.
La persona che ci mise in contatto con il giudice Dal Ponte, la persona che realizzò e trasmise le prime rogatorie contro 42 persone, che io stesso scrissi, fu proprio Giovanni Falcone. Non credo proprio che un giudice che disprezzasse i giudici milanesi e odiasse l'inchiesta Mani Pulite facesse parte attiva nel portare avanti le rogatorie degli stessi giudici di Milano.
Questa è la verità. Le altre sono quelle di comodo di indagati e condannati che vogliono stravolgere la storia per utilizzare il nome di un eroe per interessi personali.
Continuo a ripetere, non sono io che ho tirato fuori il nome di Giovanni Falcone. Lasciamolo riposare in pace dopo che in vita lo hanno combattuto in molti ed infine ammazzato. Ma non si può permettere al Presidente del Consiglio, che ha fatto spesso comunella con persone che hanno avuto a che fare con la mafia, di utilizzare il nome di chi è morto per mafia per farsi bello e per dare una giustificazione di riforme che sono in verità controriforme per non far funzionare la giustizia, altrimenti rischia di andarci di mezzo pure lui. Non dimentichiamo che il provvedimento sulla giustizia che ha fatto è stato creato apposta per per non farsi processare, altrimenti non avremmo un Presidente del Consiglio, ma quanto meno un Presidente del Consiglio giudicato e forse anche condannato.
Beppe Grillo
25 agosto 2008 00:00
Vedi video
http://it.youtube.com/watch?v=Akwxs1pXiVE&feature=related
Gli italiani non si meritavano Giovanni Falcone. Lui sapeva che lo avrebbero ammazzato. Così come lo sapeva Paolo Borsellino. Sono andati a morire come i primi cristiani nel Colosseo. Lasciati soli dalle istituzioni, dai partiti, da molti colleghi. Borsellino morì di fronte alla casa della madre. Non fu prevista nessuna misura di sicurezza. Ci andava ogni domenica. L’autobomba fu parcheggiata a pochi metri dal campanello del cancello. Il 13 luglio 1992, sei giorni prima dell’attentato, disse a un poliziotto: “Sono turbato. Sono preoccupato per voi, perché so che è arrivato il tritolo per me (dal continente, ndr) e non voglio coinvolgervi” (*).
Sedici anni dopo Capaci, il presidente del Consiglio si chiama Silvio Berlusconi. In Parlamento ci sono Cuffaro e Dell’Utri. La mafia non ha più bisogno delle bombe. Gli bastano le leggi. “Un rapido elenco di ‘riforme’ : 1) sostanziale abolizione dell’art.41 bis che impediva la comunicazione tra i detenuti e l’esterno; 2) revisione di alcuni articoli del codice di procedura penale che hanno posto limiti all’utilizzabilità delle dichiarazioni accusatorie; 3) dopo la revisione di tali norme, vero cedimento alle richieste della destra, nessuna disposizione è stata varata a tutela dei cittadini non mafiosi che testimoniano nei processi di mafia; 4) la nuova legge sui collaboratori di giustizia ha provocato un’unica conseguenza: non si pente più nessuno; 5) la possibilità di allargare l’istituto del rito abbreviato anche ai reati più gravi, con uno sconto immediato di un terzo e la contemporanea conclusione delle indagini su quei fatti. A ciò va aggiunto che nessuna iniziativa è stata adottata per rendere operativa l’anagrafe dei conti e depositi bancari prevista sin dal 1991 su suggerimento di Giovanni Falcone”. (**)
Intervistato da Francesco Licata nel febbraio del 1991, Falcone si lasciò andare a uno sfogo: “Ma cosa credono questi signori? Davvero sono convinti che siamo tutti uguali? Credono che mi stia salvando la vita? Io non ho paura di morire. Sono siciliano, io. Sì, io sono siciliano e per me la vita vale meno di questo bottone”. (**)
Lo psiconano vuole riformare quello che è rimasto della Giustizia e dice di volerlo fare “ispirandosi al pensiero di Falcone”. Può permettersi di dirlo senza che nessun giornalista presente gli sputi in faccia o, più sobriamente, gli ricordi la permanenza dell’eroe Mangano nella sua villa di Arcore. La riforma della Giustizia è già avvenuta da tempo. L’hanno attuata D’Alema e Fassino, Castelli e Berlusconi, Prodi e Mastella. Un passo alla volta. Un allungamento dei tempi di prescrizione alla volta. Un indulto alla volta. Una limitazione delle intercettazioni alla volta. Un'abolizione del falso in bilancio alla volta. Oggi siamo ai chiodi bipartisan nella bara.
Don Arena, nel romanzo: ‘Il giorno della civetta’ di Sciascia, divideva l’umanità in uomini e mezz'uomini, ominicchi, piglianculo e quaquaraquà. Falcone era un uomo, noi, che siamo rimasti, cosa siamo?
(*) L’agenda rossa di Paolo Borsellino. Lo Bianco, Rizza. Ed. Chiarelettere
(**) Storia di Giovanni Falcone. La Licata. Ed. Feltrinelli
antitravaglio
25 agosto 2008 00:00
ma va a cagà canelaaaaaaaaaaaaaa
@ antitravaglio
25 agosto 2008 00:00
mi spiace ma stando a quel che leggo su il Corriere sembrerebbe che il direttore di Chiarelettere, Lorenzo Fazio, starebbe lavorando al progetto di un «settimanale di denuncia» che dovrebbe «riunire Di Pietro e i transfughi dell'Unità, gli ex direttori Colombo e Padellaro».... dunque dopo essere andato a cagare come mi consigli tu ... continuerò a ricopiare le parti che mi sembreranno più interessanti qui ...
http://video.corriere.it/?vxSiteId=404a0ad6-6216-4e10-abfe-f4f6959487fd&vxChannel=Dall%20Italia&vxClipId=2524_d837465c-72a6-11dd-b748-00144f02aabc&vxBitrate=300
nessuno
25 agosto 2008 00:00
accidenti,ma ci sono proprio tutti...vedo.
P.E.I.
(pochi esseri inutili )
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25 agosto 2008 00:00
(AGI) - Roma, 8 lug. - “Antonio Di Pietro ha perso la testa. Ancora stamattina, in un suo intervento radiofonico a Radio 24, ha scelto la strada dell’insulto, anche approfittando della mancanza di contraddittorio”. Lo afferma Daniele Capezzone, portavoce di Forza Italia.
“E’ l’ora - dice l’esponente del Pdl - di ricordare a questo moralista senza titoli, e ai cittadini che continua ad ingannare, alcune delle sue imprese: i 100 milioni di prestito senza interessi dall’imprenditore inquisito Gorrini; gli altri 100 milioni senza interessi dall’imprenditore inquisito D’Adamo; la Mercedes ottenuta sempre da Gorrini; la garconniere milanese avuta in uso da D’Adamo; la suite romana a Via Veneto sempre pagata da D’Adamo; e i mille altri casi per lo meno discutibili e opachi che lo hanno riguardato e lo riguardano, fino alle vicende piu’ recenti relative ai ‘valori immobiliari’ dell’Italia dei Valori e alla societa’/associazione parallela con cui gestisce il partito”.
“Che un uomo - conclude Capezzone - con una simile serie di scheletri politici nell’armadio si permetta di dare lezioni di moralita’ ad altri non e’ solo assurdo. E’ ridicolo”. (AGI)
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25 agosto 2008 00:00
Inchiesta sui rimborsi: ecco gli affari d’oro dell’immobiliare Di Pietro
Gian Marco Chiocci e Luca Rocca
da Roma
Si chiama «Antocri» la società che negli ultimi tempi sta togliendo il sonno ad Antonio Di Pietro e al gip di Roma chiamato a decidere sul rinvio a giudizio del ministro delle Infrastrutture indagato per truffa, falso, appropriazione indebita. È intorno a questa Srl immobiliare, infatti, che si muove l’inchiesta della magistratura romana scaturita dalle rivelazioni di uno dei soci fondatori dell’«Italia dei Valori», l’ex braccio destro di Tonino, Mario Di Domenico. L’immobiliare «Antocri» (acronimo ideato con le iniziali dei tre figli dell’ex pm, Anna, Toto e Cristiano) ha una particolarità non da poco: come socio unico ha Antonio Di Pietro. È stata costituita a Bergamo nel 2003 - 1 aprile - all’indomani del giallo sulle presunte firme false apposte sull’atto che ha certificato l’approvazione del bilancio prodromico all’ottenimento dei finanziamenti pubblici.
TUTTO IN CASA
Del suo cda, almeno fino al luglio 2006, faceva parte Silvana Mura, deputata-tesoriera dell’Idv mentre amministratore unico è Claudio Belotti, compagno della Mura. La particolarissima storia dell’«Antocri» corre lungo i medesimi binari dell’«associazione» «Italia dei Valori» creata nel settembre del 2000 e inizialmente composta da tre soci: appunto Di Pietro, che ne diventa presidente, Di Domenico, segretario, e la Mura, tesoriera. Per la sua associazione politica, che ha incassato oltre 22 milioni di euro dallo Stato come rimborso elettorale, Di Pietro ha voluto uno statuto di ferro, più volte modificato, che gli ha consentito un’ampia libertà di manovra. Dopo soli tre anni, infatti, nel novembre 2003 l’ex pm si ritrova socio unico dell’«associazione Idv», proprio come in «Antocri». Un solo nome, lo stesso, per la Srl immobiliare e per il partito senza prestare particolare attenzione ad un conflitto di interessi che via via si faceva palese. C’è chi prova ad opporsi a questo modo di fare. Uno è Mario Di Domenico, che a suo dire sarebbe stato messo da parte dopo aver denunciato la gestione anomala del fondo dell’Idv.
SOCIO UNICO
Stando agli atti depositati in procura da Di Domenico, l’ex pm sarebbe rimasto socio unico dell’Idv per più di 7 mesi, e ciò in barba alla legge che prevede l’estinzione dell’associazione qualora questa resti con un solo socio per più di due mesi. Ed inoltre Di Pietro avrebbe sostanzialmente modificato lo statuto di modo che l’originario progetto associativo «plurale aperto» non fosse più possibile in questa situazione di conflitto d’interessi determinata dal suo socio unico. Se la premessa fosse vera, le conseguenze per l’Idv sarebbero pesanti. Tant’è. Nel luglio del 2004 Di Pietro si farà affiancare da Susanna Mazzoleni, moglie e madre di due dei suoi tre figli, e dall’immancabile Mura. Sostanzialmente non cambia nulla. Tranne il fatto che ora nessuno potrà più mettere bocca negli affari di Tonino. Da qui cominciano le stranezze. «Antocri» ha un capitale sociale molto modesto: appena 50mila euro. Nonostante ciò gli acquisti messi a bilancio sono sorprendentemente alti. La sede dell’«Idv» - ad esempio - all’inizio risulta a Busto Arsizio ma dopo qualche anno viene trasferita a Milano, e precisamente in un appartamento di nove vani nella centrale via Casati. L’immobile appartiene al gruppo Pirelli Re, ma poco tempo dopo viene acquistato proprio dall’«Antocri». Dunque l’«Idv», che ha come socio unico Di Pietro, paga l’affitto all’«Antocri» dello stesso Di Pietro. L’ipotesi investigativa è che paghi l’affitto a se stesso con i soldi dello Stato (provenienti dai finanziamenti elettorali). Non solo
segue:http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=246033
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25 agosto 2008 00:00
fonte:http://www.geocities.com/CapitolHill/5356/1993.htm
GENNAIO. Avvocati, giornalisti e imputati eccellenti ricevono anonimamente un cruciverba già compilato, con nomi, allusioni e sigle legate alle amicizie pericolose di Di Pietro ("San Siro", "Rea", "Gorrini", "Atm"...). Chiaro invito del mittente invita tutti ad intrupparsi nell'esercito anti-Mani Pulite.
FEBBRAIO. Craxi, sepolto dagli avvisi di garanzia, si dimette da segretario del Psi. Berlusconi, sgomento, raduna i giornalisti Fininvest ad Arcore e li lancia all'assalto di quel "giudice in cerca di prime pagine": cioè Di Pietro. Fa il suo esordio la Falange armata (oggi sospettata di legami con i servizi), con le prime minacce contro Mani Pulite.
MARZO. Claudio Martelli, nei guai per il conto Protezione, si dimette da guardiasigilli. Il governo Amato vara il primo colpo di spugna (decreto Conso sul finanziamento illecito), subito respinto al mittente da Scalfaro. E, in contemporanea con la rogatoria di Di Pietro a Hong Kong sui conti di Craxi, riecco la Falange armata: "A Di Pietro uccideremo il figlio". Un mese dopo, la Camera nega l'autorizzazione a procedere per Craxi.
MAGGIO. Esce un libello anonimo, GLI OMISSIS DI MANI PULITE, pubblicato da un misterioso editore irlandese e scritto - lo si scoprirà più tardi - da Filippo Facci. Parla di Di Pietro, dei suoi amici Gorrini, D'Adamo, Rea, Lucibello, Prada, e persino di un conto in Austria.
GIUGNO. Finisce dentro per tangenti il primo manager Fininvest, Aldo Brancher, prete spretato e molto devoro a Fedele Confalonieri. Nel covo di Arcore si lustrano le armi.
LUGLIO. Il giorno 12, Berlusconi ordina via fax al suo GIORNALE di sparare a zero sul pool. Montanelli e Orlando rifiutano: la pagheranno. In compenso, il 17, il SABATO ciellino-sbardelliano pubblica un succulento dossier sulle innumerevoli malefatte di Di Pietro in combutta con gli amici Claudio Dini (ex presidente della metropolitana milanese), Rea, Radaelli, D'Adamo. C'è la garçonnière, c'è il telefonino cellulare, c'è il presunto favoritismo pro Radaelli: tutta roba che tornerà utile più tardi, spacciata per nuova nel '97. Manca solo una precisazione: tutti i suddetti sono stati arrestati o inquisiti da Di Pietro e dal pool. Il mese si conclude con un gaio scoppiettio di bombe a Milano e Roma.
NOVEMBRE. Mentre Craxi, Forlani e tutto il Caf prendono sberle al processo Cusani e il duo Berlusconi-Dell'Utri dà gli ultimi ritocchi all'operazione Forza Italia, il Gico di Firenze raccoglie fuori verbale le molto presunte confidenze di un pentito, Salvatore Maimone, sulle molto presunte coperture gentilmente offerte alla mafia dell'Autoparco da mezza procura di Milano: Di Pietro, Spataro, Di Maggio, Nobili. Ma l'indomani Maimone scappa a Milano e confida a Borrelli che il Gico e qualche pm fiorentino fan domande pressanti sui suoi uomini per incastrarli. Il processo Autoparco dimostrerà che il Gico non ne aveva azzeccata una.
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25 agosto 2008 00:00
GRILLO E DI PIETRO
Non so se ridere alle notizie che cominciano a trapelare sulle malefatte di questi due malandrini.
Uno è stato fotografato mentre suda sul suo trattore e udite udite, non ha la barra di sicurezza e pertanto è fuori legge. L'altro si prepara ad un altro Vaffa-day scandalosamente al sole in una spiaggia modaiola...
Guarda un po' a cosa si sono ridotti ( i giornalisti, non i nostri due eroi..)
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25 agosto 2008 00:00
fonte :http://rfucile.altervista.org/?p=186
CHI PREDICA BENE E RAZZOLA MALE
A SINISTRA TROPPI INQUISITI NELL’ITALIA DEI VALORI…PARTITO O CASA CIRCONDARIALE?
Nel sito del partito di Antonio Di Pietro fanno bella mostra in questi giorni gli “undici punti per cambiare l’Italia”, ovvero il programma che l’Italia dei Valori sottoporrà all’elettorato italiano per cercare consensi, nell’ambito della alleanza con il Partito Democratico di Walter Veltroni.
Forse sarebbe stato il caso, suggeriamo, di aggiungere un dodicesimo punto, quello di “fare pulizia” in casa propria, prima di guardare legittimamente nel giardino del vicinato. Non a caso molti cittadini intervengono nel suo blog per discutere circa le contraddizioni del”partito del rigore” che nasconde troppe zone d’ombra non tollerabili per chi dichiara di volere legalità e giustizia. Il 13 febbraio Di Pietro aveva rivendicato ” la battaglia che avevamo portato avanti in Parlamento per la lotta alla Casta, così come la non candidabilità delle persone condannate”, sono mesi che va in Tv a Ballarò accusando tutto il mondo di malefatte e proponendosi come il partito delle Mani Pulite…francamente ci ha stancato con la sua sovraesposizione mediatica a cui non corrisponde un coerente comportamento improntato alla “pulizia morale” che tanto decanta.
Intanto sarebbe opportuno ricordargli che lui stesso risulta indagato dalla Procura di Roma, insieme all’on Silvana Mura, tesoriera del partito, per truffa aggravata, appropriazione indebita e falso in un procedimento che cerca di far luce sulla fine dei fondi pubblici al Partito ( si decide giusto in queste ore il rinvio a giudizio).
Sempre Tonino è “sotto processo” anche all’ordine degli avvocati di Bergamo in quanto, quando lasciò la magistratura per fare il legale, prima difese il suo miglior amico accusato della morte della moglie, poi si costituì parte civile nello stesso procedimento.
Veniamo agli amici stretti di partito…uno molto legato a lui è Paride Martella, consulente personale al Ministero ed esponente dell’IdV, arrestato nell’inchiesta sulla società Acqualatina” che gestisce il servizio idrico nella provincia pontina.
Tra le cose raccontate dal suo ex amico e cofondatore dell’IdV, Elio Veltri, emergono i comizi in comune ad Amantea, tenuti con l’allora sindaco Franco La Rupa, inquisito per corruzione e attualmente per associazione mafiosa ( è consigliere regionale dell’IdV), accusato di aver favorito la cosca Gentile…
In Liguria a ottobre è stato ammanettato il capogruppo dell’IdV, Giorgio Grifo per aver lucrato sugli incassi delle multe.
Il consigliere comunale Andrea Proto ha una condanna a un anno e sei mesi per aver raccolto la firma di un morto.
Per corruzione aggravata è entrato in carcere il segretario IdV di Santa Maria Capua Vetere che avrebbe favorito alcune SpA in cambio di quote societarie. Che dire di Mario Buscaino che nel 1998, già sindaco di Trapani, fu accusato di concorso in associazione mafiosa, nel filone degli smaltimenti dei rifiuti, controllato dai boss Virga e Santapaola?
Il consigliere regionale calabrese Maurizio Feraudo è invece accusato di concussione per aver preteso la corresponsione di un tot sullo stipendio del suo autista, e di truffa per domande di rimborso su missioni mai compiute.
A Foggia, invece, l’ex assessore ai Lavori pubblici e coordinatore prov. del partito, Orazio Schiavone, è stato condannato a un mese e dieci giorni per esercizio abusivo della professione, a Pescara l’ex assessore Rudy D’Amico è stato accusato di associazione a delinquere, abuso d’ufficio, tentata turbativa d’asta e corruzione, a Lungro ( Cosenza) l’ex sindaco Vincenzo Iannuzzi, condannato nel ‘92 per falso ideologico commesso da pubblico ufficiale è stato candidato da Di Pietro al Senato.
Si dà per certo il passaggio dall’Udeur all’Idv di Giuseppe Morrone, indagato dalla Dda di Catanzaro nell’inchiesta sulla penetrazione della ‘ndrangheta nei lavori della Salerno-Reggio Calabria. Tra i candidati al Senato ci sarebbe anche Giuseppe Soriero, che ha testimoniato al processo di Palmi sulle infiltrazioni mafiose al porto di Gioia Tauro, rifiutandosi di fare il nome di un mafioso per evitare ritorsioni…
Iscritto alla P2 poi con tessera 762 della loggia di Lucio Gelli è Pino Aleffi, candidato in Sardegna. Aldo Michele Radice, portavoce dell’Idv in Basilicata, consigliere del ministro Di Pietro è sotto processo per aver fatto illecite pressioni per la nomina di un manager sanitario.
C’è’ poi il caso di Sergio Scicchitano, avvocato personale di Di Pietro e membro del CdA dell’ANAS con Di Pietro ministro delle Infrastrutture, liquidatore del crac Federconsorzi che travolse 15.000 risparmiatori e accusato di non aver eseguito in due occasioni sentenze passate in giudicato che risarcivano i piccoli risparmiatori.
Finiamo con l’on. Leoluca Orlando, condannato in via definitiva recentemente per diffamazione aggravata…
Un bel quadro insomma…da Italia dei Malori più che dei Valori…occasione recentemente di un duro attacco a Di Pietro da parte di Radio radicale…per non parlare poi del caso della sede del partito, immobile intestato a Di Pietro e affitto astronomico pagato dal partito ( che così paga abbondantemente le rate del mutuo).
Se sono questi i “valori” di riferimento del miglior alleato di Veltroni, la prossima volta che va a Ballarò l’on. Di Pietro, invece che fare le sue sgrammaticate sceneggiate molisane, farebbe bene a sprofondare nella poltrona a cui è tanto legato.
Rappresenta degnamente la Casta che dice di combattere e gli uomini di Centrodestra invece che trattarlo con riguardo comincino a menar fendenti e sputtanarlo…
Non ci piacciono i questurini che interrogavano i fermati in Questura a Bergamo con la bomba a mano sul tavolo per far impaurire l’interlocutore…stia pure con Veltroni…è quello il suo posto: ci resti.
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25 agosto 2008 00:00
alle prossime elezioni ci toglieremo dalle palle DI PIETRO come ci siamo tolti sempre dalle palle i vati BERTINOTTI-CENTO-IL PECORARO etc etc etc.
con lo 0,3% se non era per VELTRONI il signor DI PIETRO ...........................
bon. adesso sono stufo di pensare alle NULLITA'.
lo spazio e tutto vostro
Qualcosa sta cambiando
26 agosto 2008 00:00
Il controllo dell’informazione è il punto chiave con cui viene garantita la continuità di tutte le dittature, anche quelle dolci, come la nostra.
E’ lo strumento, che opportunamente manovrato, consente di manipolare la coscienza e l’opinione di una nazione.
La politica questo lo sa benissimo e conosce i meccanismi per garantirsene il controllo.
Non a caso il quattro volte Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è proprietario di tre reti televisive, di cui una, Rete4, trasmette grazie ad un occupazione abusiva delle frequenze.
Non a caso sempre Silvio Berlusconi esordì con “L'editore Ciarrapico ha giornali importanti a noi non ostili ed è assolutamente importante che questi giornali continuino ad esserlo” quando volle candidare al senato Giuseppe Ciarrapico condannato in via definitiva per ricettazione fallimentare e bancarotta fraudolenta.
Non a caso i partiti politici influenzano le principali testate di informazione attraverso l’assegnazione di finanziamenti pubblici all’editoria di partito e non.
Non a caso assistiamo ogni legislatura al penoso teatrino per l’assegnazione delle poltrone di comando della televisione di stato. Per ricambiare, la controparte, giornali e televisioni devono garantire che le prime pagine dei giornali e i tg nazionali diano massimo spazio per divulgare opinioni, dichiarazioni panino, mezzibusti, gossip familiari, ritiri vacanzieri e letture preferite dei VIP della politica.
Se un cittadino si soffermasse su queste considerazioni dovrebbe rassegnarsi a vivere “in un coma della coscienza”.
Per fortuna non accade. Qualcosa sta cambiando.
Ce ne rendiamo conto navigando in rete, o leggendo qualche articolo sfuggito al controllo della redazione, o guardando qualche trasmissione “ribelle” ma comoda agli indici di ascolto (su cui solitamente poi fioccano querele e richiami di redazione il giorno seguente).
26 agosto 2008 00:00
Ma non le avevi già copiate e incollate queste stronzate?
Mi pareva che Di Pietro avesse già risposto alle calunnie mosse dal Giornale di famiglia Al Tapone.
Ti aveva già spiegato che i soldi per gli immobili lui li ha fatti querelando il Giornale e vincendo le cause per diffamazione contro quel giornale che si inventa dossier su di lui.
Paolo Flores d'Arcais
26 agosto 2008 00:00
L'opposizione necessaria
(Micromega 22 agosto 2008)
Le fantasie del “Giornale” e l’impegno dei democratici coerenti
“Girotondino per una poltrona”.
Questo il titolo in prima pagina, e a tutta pagina, a caratteri di scatola, che apre “Il Giornale” – house organ del regime di Berlusconi – mercoledì 20 agosto.
A tale “notizia” venivano dedicate interamente la pagina 2 e la pagina 3.
Notizia clamorosa, evidentemente, più importante della guerra tra Russia e Georgia e perfino delle esternazioni di Calderoli.
Eppure la notizia non c’era, le tre paginate del “Giornale” erano state montate tutte a partire da una frase da me pronunciata in coda ad una intervista su “La Stampa”, vecchia oltretutto di una settimana.
Le tre pagine, in realtà, non dicono nulla.
La “notizia” è solo un pretesto per vomitare insulti sui cittadini che ancora prendono la democrazia sul serio, anziché confonderla col regime putiniano con cui l’idolo del “Giornale” (nonché padrone, per interposto fratello) sta avvelenando quel che resta dell’Italia.
Nell’intervista a “La Stampa” mi ero limitato a constatare che per il nostro paese non c’è speranza fino a che non nascerà di nuovo una opposizione democratica degna del nome (e perciò candidata credibile al governo), quella opposizione che il Pd NON è, e che oggi sono solo i movimenti (il più recente, Piazza Navona).
Perciò, o alle elezioni europee ci sarà una lista della società civile sulla linea di tali movimenti, capace di rappresentare i tanti cittadini ormai intenzionati al non voto, e gli altrettanti elettori ormai disgustati dal Pd-bacio-della-pantofola, o il regime putiniano di Berlusconi potrà fare dell’Italia macerie istituzionali e morali, sempre più impunemente e senza opposizioni.
Il che, tradotto in cifre, significa un Pd ridimensionato al 25% e una lista dei movimenti che copra ad abudantiam quella sconfitta.
Questa la necessità logico-politica da un punto di vista democratico coerente, questo quindi l’auspicio.
Che poi si trovino coraggio e forze e volontà e lungimiranza e generosità e superamento di personalismi, perché necessità e auspicio diventino realtà, è purtroppo un altro discorso. Le tre paginate dell’house organ del regime putiniano hanno perciò solo il senso di voler distruggere questa necessità-speranza (per i democratici coerenti) prima che possa muovere anche embrionali e timidissimi passi. La prospettiva, ancorché solo adombrata, di una rappresentanza organizzata dei democratici coerenti evidentemente spaventa i pasdaran del pensiero unico.
Che si sono ben guardati dal dare l’unica, modestissima, notizia effettiva: un forum sulla necessità-possibilità di una opposizione diversa, capace di rappresentare l’altra Italia (siamo infatti ormai al sovvertimento dei valori repubblicani nati dall’antifascismo, alla distruzione di ogni moralità, merito, serietà, e insomma quasi alla mutazione antropologica) si aprirà a metà settembre su questo sito, coinvolgendo oltre cinquecento organizzazioni di base, decine di blog e siti internet e un numero assai elevato di personalità della società civile.
Perché in effetti la preoccupazione del regime (e della non-opposizione) nei confronti della forza potenziale dei democratici coerenti non è campata in aria: il sondaggio di Mannheimer su Piazza Navona, mai commentato e subito archiviato, se tradotto in termini elettorali (come ho ampiamente spiegato nel numero speciale di MicroMega su Piazza Navona, “Il regime non passerà!”, attualmente in edicola) dice che la linea politica dei movimenti ha oggi un gradimento superiore al risultato del Pd di Veltroni alle ultime elezioni, e riscuote il consenso di un elettore leghista su quattro e di quasi il 15% degli elettori (evidentemente già delusi) di Berlusconi-Fini. Costituisce dunque l’unica alternativa credibile, possibile, realistica, al regime putiniano di Arcore.
Marco Travaglio
26 agosto 2008 00:00
Ora d'aria
l'Unità, 26 agosto 2008
Lo schema ormai è un classico.
Al Tappone minaccia di impalare i magistrati.
L'Anm insorge, il Pdl la accusa di essere al servizio della sinistra, il Pd invita Al Tappone a non compromettere il dialogo sulle riforme «ma anche» i magistrati a non arroccarsi su posizioni corporative.
Poi arriva il Ghedini o l'Angelino Jolie di turno e dice che no, impalarli forse è troppo: si potrebbe garrotarli, come gesto di buona volontà.
A quel punto saltano su i pontieri del Pd che elogiano le «aperture» dei «moderati» Ghedini o Angelino in vista di un sereno confronto sulla Giustizia.
È accaduto per il Lodo Alfano: Berlusconi blocca 100 mila processi, poi bontà sua si accontenta di bloccare i suoi e il Pd esulta per la grande «vittoria dell'opposizione».
È riaccaduto l'altro giorno: Al Tappone, citando Falcone (che probabilmente gli è apparso in sogno), minaccia di abolire l'obbligatorietà dell'azione penale, separare le carriere e infilare qualche altro politico nel Csm.
Poi Ghedini e la Bongiorno si accontentano di separare le carriere e politicizzare vieppiù il Csm.
E subito dal Pd si levano voci per la riapertura del dialogo, mentre Latorre se la prende con l'Anm («esagera») e Violante addirittura propone di portare da 1 a 2 terzi i membri laici, cioè politici, del Csm (un terzo nominato dal Parlamento, un altro terzo designato dal capo dello Stato, che potrebbe presto essere Al Tappone: geniale).
È l'eterna strategia rinunciataria e gregaria del «meno peggio» che - diceva Sylos Labini - prelude sempre a un peggio peggiore.
A parte la patologica ossessione del Cainano per la stessa parola Giustizia, non esiste alcuna ragione per modificare l'azione penale, il Csm e le carriere dei magistrati (fra l'altro già di fatto separate dalla demenziale controriforma Castelli-Mastella).
Ma stavolta, per creare dal nulla un'emergenza che non esiste, si cita a sproposito il pensiero di Falcone, ignorando l'appello della sorella Maria a leggere quel che davvero diceva Giovanni.
Per esempio i due discorsi, citati a sproposito in questi giorni, del 5.11.1988 e del 12.5.1990 (Fondazione Falcone, «Interventi e proposte», Sansoni, 1994).
Falcone criticava le derive corporative del Csm e dell'Anm e chiede ai colleghi più «professionalità e competenza tecnica» per rendere un miglior servizio ai cittadini, difendere meglio «l'autonomia e l'indipendenza della magistratura» e attuare «i valori di uguaglianza e di solidarietà sanciti dalla Costituzione».
Altro che manometterla.
La figura del «giudice impiegato», con la sua «carriera ispirata a criteri di anzianità senza demerito», finisce col fare il gioco di quei «settori esterni alla magistratura che valutano questa figura di giudice-impiegato come funzionale a certi progetti politici, che non tengono in sufficiente conto il valore essenziale per la democrazia di un controllo di legalità efficace e rigoroso nei confronti di chiunque».
Capito? Di chiunque. «L'affermazione ricorrente di taluni settori della politica circa la ormai completa attuazione della Costituzione - diceva Falcone - va nettamente respinta: i valori costituzionali sono quotidianamente posti in discussione» mentre «è più acuta l'insofferenza di certi settori dell'economia e della politica avverso il controllo di legalità».
Col nuovo Codice di procedura, in arrivo di lì a un anno, Falcone sosteneva che il pm avrebbe dovuto specializzarsi con «una sua specifica professionalità, che lo differenzia necessariamente dalla figura del giudice». Ma «non si tratta di esprimere preferenze o timori per un pm dipendente dall'esecutivo o per carriere separate all'interno della magistratura; anche se su questi temi ci si dovrà confrontare al più presto con mente scevra da preconcetti per elaborare e proporre le scelte ritenute più idonee».
Due anni dopo, Falcone denunciava «la forte tentazione dei partiti di occupare anche l'area riservata al potere giudiziario» che «rischia di scardinare l'assetto costituzionale della divisione dei poteri» e un «progetto di delegittimazione della magistratura» con «attacchi e sospetti sui giudici antimafia», accusati di «pretese scorrettezze nella gestione dei 'pentiti'» e di essere «professionisti dell'antimafia». Poi tornava ad auspicare una formazione specifica per pm e giudici, la cui «autonomia e indipendenza» vanno «tutelate», anche se «in modo diverso». E citava «l'obbligatorietà dell'azione penale costituzionalmente garantita», proponendo di «ridiscuterla e approfondirla», ma in senso esattamente opposto a quello oggi in voga: «Negli Usa gli agenti sotto copertura (gli infiltrati, ndr), pur di raggiungere risultati utili alle indagini, possono commettere impunemente reati», mentre in Italia l'azione penale obbligatoria lo impedisce. Non, dunque, creare zone franche per i colletti bianchi, ma, al contrario, consentire a magistrati e poliziotti di incastrarli anche con agenti infiltrati. Così, chiudeva Falcone, «garantire la legalità - cioè la punizione dei colpevoli dopo un giusto processo - sarà una conquista autenticamente rivoluzionaria».
Parole che, se Falcone non fosse morto, o se qualcun altro le ripetesse oggi, farebbero gridare allo scandalo e al giustizialismo.
Tutto il resto sono balle.