Probabilmente...
06 febbraio 2009 00:00
...uno è la premessa dell'altra...
IVAN
07 febbraio 2009 00:00
Mister "Probabilmente" è stato sintetico ma concordo...anche se forse la sintesi corretta sarebbe:
"<i>Uno POTREBBE essere la premessa dell'altra.</i>"
Credo che siamo di fronte ad un bivio multi-strade. Si userà il Buonsenso per decidere quale intraprendere?
Harakiri
08 febbraio 2009 00:00
E no.
Una cosa non è premessa dell'altra.
Senza alcun dubbio e senza alcn probabilmente.
Sono due cose profondamente diverse.
Basta non stravolgere il significato delle parole.
L'eutanasia è un comportamento attivo per provocare la morte. Nella sua forma più ampia, almeno a livello concettuale, praticabile anche da chi è in ottima salute fisica; quindi, da questa posizione estrema una forma di suicidio assistito. La legge, nel caso dell'eutanasia, limita e circoscrive i casi in cui si possono mettere in atto comportamenti in grado di provocare attivamente la morte.
Il rifiuto di una cura è conseguenza diretta della scelta di autodeterminazione.
Principio ampiamente presente nella nostra legislazione e non solo nostra.
Qualcuno ha ricordato il caso di una donna di Modena che a causa della sua malattia degenerativa avrebbe dovuto sottoporsi a una tracheotomia per continuare a vivere e ritardare la morte.
La legge del 2004 varata dalla maggioranza di Berlusconi le ha consentito di rifiutare, attraverso il suo amministratore di sostegno, nominato da un giudice, di negare il consenso all'intervento e andare verso la morte.
Nel caso dell'eutanasia la morte viene scelta e provocata attivamente.
Nel caso del rifiuto di una terapia la morte si è presentata e si decide di non porvi resistenza.
Anche Giovanni Paolo II a un certo punto decise che era il caso di lasciar fare alla natura il suo corso: "Lasciatemi andare dal Padre, nostro Signore".
mah
08 febbraio 2009 00:00
o forse una può essere complemento dell'altra?
staccare un macchinario per la respirazione provoca la morte in breve tempo.
cessare la nutrizione fa deperire il corpo fino alla morte in diversi giorni.
una volta scelta l'interruzione della terapia... l'eutanasia eviterebbe sofferenze inutili.
ma senza una legge non si va da nessuna parte.
Probabilmente...
08 febbraio 2009 00:00
In casi come quello della Englaro, si tratta ovviamente di una sospensione del trattamento medico finalizzata a provocare la morte della persona oggetto di cure; più che di eutanasia sarebbe giusto parlare di omicidio (il fine è la morte...) di (presunto) consenziente con tanto di tortura (morte per fame e sete). Non si tratta esattamente di una "morte dolce"...
Il rifiuto a priori di ogni trattamento con conseguente morte è "suicidio", se invece si rifiuta la prosecuzione di un trattamento medico già in atto, si tratta di morte richiesta e procurata e quindi (in senso lato) di eutanasia...
Altrimenti, che cosa si dovrebbe intendere per eutanasia?...
IVAN
08 febbraio 2009 00:00
Partiamo da un po' di ABC senza prendere posizioni.
<b>Definizione tecnica di EUTANASIA:</b>
(diz. Corriere.it) - Morte indolore; in particolare: quella procurata a chi è affetto da patologie particolarmente dolorose o invalidanti senza speranza di guarigione.
(diz. Garzanti) - Decesso provocato da terzi, al fine di prevenire gli spasmi di una lunga agonia.
(wikipedia) - Letteralmente dal greco: buona morte. E' la pratica che consiste nel procurare la morte nel modo più indolore, rapido e incruento possibile a un essere umano o ad un animale affetto da una malattia inguaribile, allo scopo di porre fine alla sua sofferenza.
<b>Sul Rifiuto del Trattamento:</b>
(art.32 della Costituzione) - «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».
That is. Avanti popolo.
Sergio
08 febbraio 2009 00:00
Eutanasia è un comportamento attivo per provocare la morte.
In altre parole, la morte non c'è e si provoca.
Sospendere una cura, anche se da tale sospensione può derivare la morte, non significa provocare la morte ma lasciare che la malattia faccia il suo corso.
Se una persona per sopravvivere ha bisogno di un trapianto di cuore e, per sue insindacabili ragioni, rifiuta il trapianto e muore per infarto, non si può parlare di eutanasia ma solo di rifiuto delle cure.
In altre parole ancora, nel caso di Eluana la morte sarebbe già avvenuta se non fosse stata fermata da un trattamento che la tiene in vita ma senza alcuna finalità terapeutica; l'unica finalità è ritardare la morte.
Se si dovesse parlare di eutanasia ogni volta che qualcuno rifiuta una cura, allora l'eutanasia esiste in Italia da decenni e non capisco di cosa stiano adesso a parlare tanti politicazzi e tante autorità religiose: hanno dormito in questi decenni?
La donna cha ha rifiutato l'amputazione del piede ed è morta; la donna che ha rifiutato la tracheotomia ed è morta; le decine di persone che ogni giorno decidono di dire stop alle terapie per tantissime ragioni... tutto sulla base delle leggi esistenti da tempo. Se sono tutti casi di eutanasia, allora di cosa stiamo a parlare.
Tornando a Eluana, se le venissero somministrati sedativi in dosi tali da provocare la morte, si parlerebbe si eutanasia.
Mah suggerisce che si faccia un passo avanti e in quei casi in cui la sospensione della terapia porterebbe a morte certa si dovrebbe procedere all'eutanasia, cioè alla dolce morte per evitare lunghe agonie.
Per giungere a questo ci vuole una nuova legge che supera la volontà dell'individuo interessato perché si chiederebbe ad altri di fare attivamente qualcosa e non semplicemente di cessare di fare.
Per questi motivi tanti assimilano l'eutanasia al suicidio assistito (e credo che sarebbe la formulazione più corretta per evitare l'uso improprio del termine eutanasia).
Concludendo. Il medico agisce su mandato del paziente che dà il proprio consenso informato; quando il paziente dice basta, il medico non è tenuto a fare qualcosa ma solo a cessare di fare; e in questi casi si procede a una terapia sedativa (se richiesta).
Se il paziente chiede di fare qualcosa per morire subito senza attendere il decorso naturale della malattia, allora si passerebbe a un comportamento attivo che configurerebbe l'eutanasia e, per le nostre leggi attuali, omicidio del consenziente.
Spero di aver chiarito.
pinetree
08 febbraio 2009 00:00
Sergio, magari avessimo qualche primato!!!
In America è perfettamente lecito e non si è ,minimamente perseguitato se si rifiuta la terapia per motivi religiosi.
La bambina di 11 anni morta per una curabile forma di diabete, perché i genitori credevano alla guarigione tramite preghiera, invece di rivolgersi ai medici, quando è arrivato la polizia erano ancora intenti a tentare di risuscitarla sempre con la preghiera.
I genitori hanno dichiarato che è morta perché aveva poco fede.
Casi simile sono all'ordine del giorno in America e hanno la strada spianato legalmente a fare quello che vogliono.
alfonso scala lombardo
09 febbraio 2009 00:00
Sergio mi hai chiarito i termini del problema, rispondendo esurientemente a tanti miei interrogativi. Senza che te lo chiedessi mi hai fornito il termine adeguato che covava nel mio pnsiero: suicidio assistito. In breve mi domando, domanda terribile riconosco che forse non ha risposte di nessun genere, mi domando se tenuto conto di una particolare volontà (l'essere consenziente) comunque espressa, a voce o per testamento olografo, ma solo in tali casi, perché condannare al dolore, quando si fa atroce, intollerabile e INUTILE, perché non attivare quella pietas della quale ognuno di noi è caoace? Diamo la morte immediata a un cane o a un cavallo quando essa è irreparabile, comunque, perché facciamo questo per un animale e non riusciamo a pensare che alleviare ove possibile, eliminare quando non è possibile altrimenti, la terribile agonia di un essere umano (sempre consenziente,, quando questa, l'estrem agonia, sopravvenga?
mah
09 febbraio 2009 00:00
"Mah suggerisce che si faccia un passo avanti e in quei casi in cui la sospensione della terapia porterebbe a morte certa si dovrebbe procedere all'eutanasia, cioè alla dolce morte per evitare lunghe agonie.
Per giungere a questo ci vuole una nuova legge che supera la volontà dell'individuo interessato perché si chiederebbe ad altri di fare attivamente qualcosa e non semplicemente di cessare di fare."
tutto questo lo si può fare col "testamento biologico". così come posso dire che preventivamente non accetto cure in caso di malattia terminale o accanimento terapeutico, allo stesso modo posso disporre che in quei casi si passi ad una "dolce morte".
ovvio che queste cose non si possono fare ora coi tribunali, anche perchè dobbiamo alleggerirne il lavoro. serve una legge. serve.
IVAN
09 febbraio 2009 00:00
Alfonso, provo a darti un'imbeccata dal mio punto di vista.
Certo che Beppino Englaro (o chiunque) poteva irrompere in ospedale con una pistola e farla finita in un secondo.
Non credo che sia stato solo fermato dalla certezza di una conseguente accusa per omicidio di primo grado.
Beppino Emnglaro, a cui va tutto il mio umano rispetto, ha scelto la strada della LEGGE.
Su quella strada, l'<u>UNICA</u> alternativa ATTUALMENTE contemplata era di metterla sulla (facoltativa) interruzione della Terapia - con tutto ciò che ne consegue.
Questo è il lato "giuridico" della questione - da tener <u>rigorosamente</u> separato dal suo lato "umano".
Per questo ORA le questioni di testamento biologioco ed eutanasia, finora ipocritamente scansati come patate bollenti, devono essere affrontate PER LEGGE con una discussione SERIA e non ulteriormente RIMANDABILE.
E questo al di là delle conclusioni che, infine, ne verranno tratte.
alfonso scala lombardo
09 febbraio 2009 00:00
Ivan accetto in pieno l'imbeccata, ma guarda la pietas (non la pietà) la com-passione che pure traspare dalle tue parole, non mi pare che abbia alternative. Un solo mio timore volgio esprimere, non a te, che l'hai senz'altro anche tuo , ( io padre ci sto dentro al problema anche se per fortuna non negli stessi ternìmini estremi) non è possibile, come qualcuno cinicamente sostiene, chiedere a un padre di dare la morte ( che pure c'è a mio avviso da 17 anni)a una figlia. La mia paura è quella di condurre alla disperazione estrema un padre che vede la figlia non come appare a noi nelle splendide foto che la TV ci regala. Qualcun'altro, almento tra i molti, non dico più in alto (o in basso per la precisione), ci ha mai pensato? Quel padre è così oppresso da forze preponderanti e ostili, da non dire; io almeno, che sto qui da solo a rimuginare, cerco e trovo conforto anche in questo Blog mesoci a disposizione da ADuc.
Sergio
09 febbraio 2009 00:00
Mah, per fare con una legge sul testamento biologico quel che tu sostieni ci vorrebbe una legge molto avanzata, della quale al momento non c'è traccia se consideri il ddl in discussione (vedi anche quanto ho scritto in "La discussione sul testamento biologico").
In ogni caso, sarebbe improprio chiamare testamento biologico una legge che vada oltre le dichiarazioni anticipate sulle proprie volontà riguardo alle cure e ai trattamenti.
La dolce o buona morte, che dir si voglia, comporta infatti che qualcuno faccia qualcosa mentre adesso si discute semplicemente di poter disporre che "non" si faccia qualcosa sul proprio corpo che non corrisponda alla propria insindacabile volontà.
Comprenderai che la differenza è enorme.
Siamo ancora fermi sulla questione "libertà di cura", figuriamoci se ci sono al momento le condizioni per aprire una discussione sull'eutanasia.
Dopo aver approvato una legge seria sul testamento biologico, che contempli anche la possibilità di rifiutare nutrizione e idratazione e qualsiasi altra tecnica indesiderata, allora si potrà iniziare un dibattito anche intorno all'eutanasia.
Questo almeno è il mio pensiero.
VINCENZO ALIAS IL CONTADINO
09 febbraio 2009 00:00
PER ELUANA
JAMBO! JAMBO! E IL MAL D’AFRICA.
Mentre cenavi ascoltavi la solita canzone:
Jambo, jambo bwana.
Habari gani. Mzuri sana.
Wageni, wakaribishwa.
Kenya yetu Hakuna Matata.
Così ovunque, come le canzoni di Bob Marlen in Jamaica.
Steve, il cameriere ti portava piattini di primo e tu,
quel cibo dovevi mangiarlo.
Ogni giorno e sera un manto di stelle
dal mio chalet, rivedevo il mio paese
quand’era bella quella visione di uccelli
appollaiati apparentemente sul mare
invece, coperte v’erano le mangrovie
e mi chiedevo, forse, erano gli stessi
di quegli stormi che passavano per ore sulla mia fattoria!
Certo c’era allegria, ma pure melanconia, uno stato d’animo perso:
diagnosticato come malattia d’Africa:
umore nero sì, non di rabbia o stizza, ma amore!
Ti raggiunge nel profondo, le meningi e di cogliere aspetti
d’introspezione del tuo io per capire un Popolo Swahili
con lingua dell’Unione Africana e subsahairiana:
che in quel deserto vive e si muore, come Eluana senza cibo e senza acqua,
ma a differenza, tu hai una chance, se fai pipì, puoi sopravvivere.
Vincenzo Alias Il contadino
[email protected] Matera
sardo
09 febbraio 2009 00:00
Sono tutte disquisizioni filosofiche che lasciano il tempo che trovano: infatti per gli interessati (vedi Beppino) il problema permane sia nel negare l'eutanasia sia nell'ammetterla.
Ricordo a tutti che il problema è antichissimo e che nella cultura popolare sarda esisteva una soluzione: i parenti erano autorizzati a chiamare "sa accabbadora" (COLEI CHE METTE FINE...) per dare l'ultimo conforto al malato. Il fatto era vissuto nella intimità della famiglia e veniva accettato dalla società. La saggezza popolare non si limita agli antichi sardi, vedi il comportamento degli eschimesi con l'abbandono dei vecchi sulla banchisa, eccetera. Noi popoli moderni sentiamo il bisogno del conforto della legge per scaricarci la coscienza e agire come i nostri progenitori a quello serve la legge!
Sergio
09 febbraio 2009 00:00
Alfonso, perchè, come ho scritto in altri interventi, ci vorrebbe una legge che preveda l'eutanasia.
Il nostro ordinamento non la prevede e la discussione in atto sul testamento biologico vorrebbe imporre anche nutrizione e idratazione.
Fatti un po' due conti... e penso che troverai ogni risposta.
IVAN
09 febbraio 2009 00:00
Certo, Alfonso. Se vogliamo metterla SOLO sul piano umano, hai azzeccato in pieno il termine:
COMPASSIONE.
Non pietà.
C'è molta strumentalizzazione intorno a questo caso. Ma solo chi prova "pietà" si lascia irretire.
Chi prova un'autentica Compassione, al contrario, si indigna per quest'opera di sciacallaggio sul dolore altrui, e la ritorce contro gli stessi sciacalli con effetto-boomerang.
Cavalcare una tragedia simile per i propri fini politici: si può essere più BESTIE di così?
E queste <i>bestie</i> pretenderebbero pure la nostra approvazione giocando sul nostro - sacrosanto - senso di solidarietà? Ma vaffanculo.
Anch'io, come te, credo che in 17 anni Beppino Englaro abbia ormai accettato la perdita di sua figlia.
Le sue recenti decisioni corrispondono nè più nè meno al desiderio di dare degna sepoltura al corpo di una persona cara morta da tempo.
Perciò sono convinto che tutto questo recente can-can gli appaia solo come un branco di rumorosi sciacalli riuniti a sputare sulla tomba di sua figlia. Soprattutto il loro spellacchiato capobranco (noto benefattore che finora si è sempre dimostrato <i>sensibile</i> alle grida di dolore dei più sventurati, no?...)
Fosse solo per me, di fronte ad un dolore simile me ne starei solo in rispettoso Silenzio. Ma a volte, per ottenere il Silenzio, bisogna parlare per zittire i vigliacchi.
alfonso scala lombarddos
11 febbraio 2009 00:00
Ivan, condivido, condivido e condivido; mi sembra tutto così umanamente condivisibile. E' nei termini espressi che la ragione non si confonde, nonostante il turbamento delle coscienze. Certo, l'urto provocato dalsusseguirsi degli eventi dal primo in poi,, non possono non aver lasciato il segno in ciascuno di noi. E' a un padre che dovremmo rivolgere, ora,nell'intimo più riposto, un segreto pensiero; noi nulla sappiamo, niente sapremo mai di un uomo, solo, e del suo privato strazio di ieri, di oggi, didomani, di sempre. Ora sarebbe il caso di raccomandare un "favete linguis", sebbene non sempre, e mi pare che da qualche parte tu l'abbia detto a chiare lettere, non sempre è possibile rimanere taciturni.. Un dato mi opprime, l'orrendo battimani di deficienti, che fa il paio con le candele e il suono di campane amoto.
Altre cose mi disgustano e trovo intollerabili, che mi sono imposte mio malgrado e che non sempre mi è dato di evitare: il continuo battage delle parti in lotta, che ancora incombe, inesorabile.