150° anniversario dell'Unità d'Italia. Il Sud. Seconda parte.
La prima parte è al seguente indirizzo (eliminate eventuali spazi bianchi):
http://dilatua.aduc.it/forum/150+anniversario+dell+unita+italia+prima+parte_12783.php
Garibaldi, sbarcato in Sicilia, non trovò alcuna resistenza e sconfisse facilmente il malridotto esercito borbonico. Il 14 maggio 1860 Giuseppe Garibaldi si proclama a Salemi dittatore della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II di Savoia. Formalmente le Due Sicilie furono annesse al Regno di Sardegna dopo l'esito dei plebisciti così come avvenne in molte parti d'Italia, plebisciti a cui parteciparono solo una piccola parte della popolazione: a Napoli i seggi erano presidiati dall'esercito piemontese e dalla camorra, le percentuali furono falsificate e ci furono forzature al voto e violenze (Dispacci del Ministro d'Inghilterra a Napoli, Eliot, in data 16 ottobre e 10 novembre 1860).
Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II fu proclamato Re d'Italia, mantenendo lo stesso nome e numerazione: il Regno di Sardegna cambiava semplicemente il nome in Regno d'Italia. Venne esteso lo Statuto Albertino a tutti i territori italiani e la legge di Cavour del 1853 sull'amministrazione del Regno di Sardegna venne applicata al nuovo Stato tout-court, tant'è vero che si parla di piemontesizzazione del Paese. "Fatta l'Italia, bisogna fare gli Italiani", un motto attribuito da molti a Massimo D'Azeglio e da alcuni a Ferdinando Martini. Infatti, le classi dirigenti si accorsero quasi subito di quanto il Paese, da nord a sud, appena riunito fosse in realtà diviso al suo interno, la lingua italiana era parlata correntemente solo dalla minoranza istruita della popolazione. All'indomani dell'unità, molte delle aspettative generate dalla spedizione dei mille furono deluse dallo stato unitario appena formatosi. Nelle Due Sicilie i contadini e gli strati più poveri della popolazione, dopo aver inizialmente creduto che con Garibaldi le condizioni di vita sarebbero migliorate, si ritrovarono, invece, ad affrontare maggiori tasse e la coscrizione (servizio di leva) obbligatoria, con una conseguente diminuzione delle braccia in grado di sostenere una famiglia. I democratici, i repubblicani e molti braccianti meridionali avevano sperato che il nuovo regime assicurasse una qualche riforma agraria. In molti centri del sud fu rialzata la bandiera borbonica. Il Governo rispose in maniera spietata, ordinando esecuzioni sommarie anche di civili e l'incendio di interi paesi. Ne I Malavoglia di Giovanni Verga appare chiara la disillusione, seguita da una cocente delusione, della popolazione di fronte alla nuova Italia unita. Lo stesso Garibaldi nel 1868 scrisse in una lettera ad Adelaide Cairoli: «Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio.». Delusi furono anche molti liberali che avevano riposto nell'unità d'Italia la realizzazione delle loro ambizioni, ma che si ritrovarono in una situazione politica sostanzialmente immutata, mentre lo sviluppo che si stava realizzando nel periodo duosiciliano cessò di colpo.
Garebbalde tradetore
Ca amm'a fa de Garebbalde Che facciamo di Garibaldi
ca iè mbame e tradetòre? che è infame e traditore?
Nu velìme u rè Berbòne Noi vogliamo il re Borbone
ca respètte la religgione che rispetta la religione
Sènghe na vosce abbasce Sento una voce in basso
Frangische se ne va Francesco se ne va
Règne de Nàbbule statte secure Regno di Napoli stai sicuro
ca dope n'anne av'a ternà. che dopo un anno deve tornare.
Al momento dell'annessione il Regno delle Due Sicilie non aveva un elevato debito pubblico, al contrario del Regno sabaudo che ne aveva uno elevato a causa del costo delle guerre sostenute negli anni precedenti. Con l'Unità venne unificato il debito. I fondi del Banco delle Due Sicilie, che era la Banca nazionale del regno borbonico (443 milioni di Lire-oro, all'epoca corrispondenti al 65,7 del patrimonio di tutti gli Stati italiani messi insieme) vennero incamerati dal nuovo Stato italiano, concorrendo a costituire il capitale liquido nazionale nella misura di 668 milioni di Lire-oro. L'istituto fu poi scisso in Banco di Napoli e Banco di Sicilia. La fiscalità nel nuovo Regno divenne più gravosa rispetto a quella borbonica. Abituati ad un'unica tassa sul reddito per tutte le spese sia locali che nazionali, i siciliani si vedevano vessati da nuove tasse comunali e provinciali. Inoltre, il nuovo Stato investiva pochissimo nel Sud: dal 1862 al 1896 vennero investiti per opere idrauliche al nord Italia 450.000.000 contro soli 1.300.000 in Sicilia; mentre nel resto d'Italia si moltiplicavano le linee ferroviarie, la Sicilia ebbe la sua prima, brevissima, Palermo-Bagheria, solo nel 1863. La politica liberista dei governi unitari fu quella che aggravò maggiormente la situazione economica della Sicilia e del resto del Regno. Con la politica del libero scambio venne disincentivata la produzione della seta siciliana e del tessile locale, a vantaggio dell'impresa del nord Italia e così avvenne anche per la locale industria alimentare; perfino i settori dell’industria pesante decaddero per mancanza di commesse e fondi. Se ne avvantaggiava soltanto la produzione del grano, del vino e degli agrumi. Furono anni in cui avvenne un progressivo spopolamento, per fame, delle campagne. È proprio in questa serie di fattori che si individua da più parti il sorgere della mai più risolta questione meridionale. A partire dal 1882 il governo nazionale incentivò l'emigrazione verso il Nord e Sud America, fenomeno sconosciuto al Sud in precedenza e che riguardava solo le regioni del Nord.
L'Italia preunitaria era, in genere, svantaggiata rispetto quella degli altri Stati dell'Europa occidentale. In un paese relativamente sovrappopolato e povero di materie prime, l'economia era basata principalmente sull'agricoltura. Nel 1860 al Sud la terra apparteneva per il 25% ai baroni, per il 40% ai prelati (e in Sicilia tali percentuali erano superiori) e per il 10% era divisa in piccole proprietà. Nel Regno delle due Sicilie il metodo di coltivazione era, nonostante l'abolizione del feudalesimo con le leggi del 1806 e del 1812, basato ancora sul sistema feudale: latifondi coltivati da braccianti. La confisca dei beni della Chiesa non portò grandi novità sulla redistribuzione delle terre ai contadini: l'imposta fondiaria aumentò talmente che costoro non potevano più permettersi la terra che finiva nuovamente nelle mani delle solite “persone”. L'industrializzazione era trainata dalla tessitura meccanizzata, che si era diffusa a partire dal 1816 ovunque fosse disponibile un corso d'acqua corrente, e che sarebbe esplosa con l'arrivo del telaio a vapore. I prodotti principali erano la seta lombarda e piemontese, fondamentali per l'esportazione, e la lana. La seconda maggiore industria destinata all'esportazione, era l'estrazione dello zolfo siciliano, usato per la polvere da sparo, produzione nella quale erano impegnati importanti capitali inglesi. A partire dal 1850, con Cavour come primo ministro, venne impressa in Piemonte una radicale accelerazione, con lo scopo dichiarato di portare l'Italia al livello delle maggiori potenze europee, basandosi sul modello francese. Nel clima di restaurazione successivo al 1848 il Regno delle due Sicilie mancò delle riforme liberali del Piemonte, perseguendo una politica più conservatrice. Nel campo dei trasporti, data la difficoltà della costruzione di strade e ferrovie, venne sviluppato il trasporto marittimo, e i borboni vantavano la terza flotta mercantile in Europa in quanto a tonnellaggio e numero di navi. Nel 1839 venne inaugurata la prima linea ferroviaria Napoli-Portici. La penuria di capitali era sentita ovunque. Al Sud però i risparmi venivano immobilizzati in terreni o in monete preziose. Nel saggio "Nord e Sud", Nitti rileva che quando le monete degli stati preunitari vennero unificate, al sud vennero ritirate 443 milioni (il 65,7% di tutta la moneta circolante in Italia) di monete di vari metalli, da confrontare con i 226 milioni di tutto il resto d'Italia (il Regno di Sardegna ne contava 27,1 pari al 4%).
Recenti studi tendono in ogni caso a ridimensionare le “tradizionali” differenze economiche tra Nord e Sud del paese, sia al tempo dell'Unità, sia nel ventennio successivo. Si ritiene che la nascita dell'attuale divario risalga all'epoca della seconda industrializzazione avvenuta sotto il Governo Giolitti: i divari tra le regioni in termini di prodotto pro capite non esistevano al momento dell'Unità; si sono manifestati dopo il 1880; si sono approfonditi nel ventennio fascista; si sono ridotti considerevolmente tra il 1953 e il 1973; si sono nuovamente aggravati in seguito al 1973. Anche uno studio della Banca d'Italia del 2010 conferma che l'arretratezza del Sud alla vigilia della Grande Guerra non era una eredità della storia preunitaria dell'Italia: secondo tale studio ancora nel 1871, l'indice di industrializzazione delle più importanti province del Regno fosse allo stesso livello delle province del Triangolo industriale e superiore a tutto il resto delle province italiane.
Nel Regno borbonico esisteva un'unica imposta sul reddito ma le basse entrate e il bassissimo debito pubblico secondo alcuni venivano controbilanciati da altrettanti bassi investimenti. Le produzioni più importanti erano le coltivazioni del grano, dell'orzo, dell'avena, delle patate, dei legumi, degli agrumi, dell'olivo, della vite, del fico, del ciliegio, del mandorlo, del tabacco, della canapa, del lino e del gelso. L'allevamento era principalmente ovino (lana), equino e suino. L'industria era costituita dalla pesca su tutte le coste (non si possono non ricordare le tonnare siciliane), dall'estrazione dello zolfo, dai trasporti, dagli oli, grani di qualità e vino che alimentavano fiorenti commerci con l'Europa. Furono intraprese molte opere di bonifica e addirittura venne creato nel 1858 un centro abitato in cui furono accolti i terremotati di Melfi consentendo loro di coltivare i nuovi terreni bonificati della Piana del Sele. Nelle aree meno fertili e più periferiche del regno - come ad esempio nell'interno della Sicilia e nelle zone montuose dell'entroterra meridionale- l'isolamento contribuiva alla persistenza di alcuni gravi lasciti del feudalesimo (abolito nel 1806) che influivano negativamente sulle condizioni di vita dei braccianti agricoli locali. Questi disagi tuttavia erano compensati da una relativamente bassa pressione fiscale, dal modesto costo della vita e da una libertà pressochè totale di vendere i prodotti agricoli e dell'artigianato agrario sul mercato, fattore questo che alimentava una piccola economia rurale che rendeva tutto sommato sopportabile e stabile la situazione economica dei contadini delle aree interne del Mezzogiorno. Dopo l'Unità, con l'aumentare esponenziale delle imposte (se ne contano almeno 15 nuove, quella più “famosa” è sul macinato) e la poco oculata regolamentazione delle tariffe doganali dei prodotti agricoli, questo status quo economico nell'entroterra meridionale venne a mancare. Questi provvedimenti, insieme a molti altri, resero più precaria la situazione di questi contadini alimentando un forte dissenso che sfocerà nel cosiddetto brigantaggio e nella grande emigrazione (venne anche creata la tassa sull'emigrazione che colpiva solo gli abitanti del Sud mentre non ne erano colpiti gli abitanti del Nord che emigravano verso le regioni d'Europa).
Il settore industriale, anche se meno rilevante dell'agricoltura, era molto avanzato per quei tempi e venne decisamente sostenuto dal governo borbonico con politiche protezionistiche e incoraggiamenti di capitali stranieri ad affluire nel regno. Al di fuori delle grandi città come Napoli, Palermo e Bari, importanti stabilimenti erano dislocati in diverse parti del territorio: il Cantiere navale di Castellammare di Stabia, il quale impiegava circa 1.800 operai; la fabbrica metalmeccanica di Pietrarsa, il più grande impianto industriale di tutta la penisola che produceva macchine utensili, caldaie, motori, rotaie, cannoni, materiale per navi e locomotive (il primo battello a vapore che viaggiò nel Mediterraneo venne costruito qui nel 1857); in Calabria si produceva la ghisa; nel Polo siderurgico di Mongiana, in cui lavoravano circa 1.500 operai, veniva lavorato e trasformato il ferro estratto dalle numerose miniere della zona (in modo da evitare l'importazione di acciaio e ferro dall'estero, rendendo il Regno autonomo). L'industria siderurgica del Regno forniva manufatti anche per le opere intraprese al Nord, oltre ad esportarle. E poi fabbriche d'armi, di rotaie utilizzate in tutta la penisola, di acido solforico, di lame, cartarie, della concia, del corallo, del sale – tra le più importanti d'Europa, del vetro e dei cristalli, della pasta (altro prodotto esportato tra i tanti che alimentavano le esportazioni), ecc. Nel 1881 l'indice di industrializzazione delle province campane era “ancora” agli stessi livelli delle principali province del triangolo industriale. Secondo alcuni studiosi, dopo l'unità si assiste ad una progressiva deindustrializzazione del Sud e ad una contemporanea industrializzazione più o meno equivalente del Nord, come pure al passaggio di commesse, anche concluse, dalle imprese del Sud a quelle del Nord.
Per quanto riguarda i trasporti, Ferdinando II stanziò notevoli somme per uno sviluppo della rete ferroviaria (si ricordi la prima ferrovia della penisola Napoli-Portici) ma successivamente vennero ridotti perché considerava la ferrovia un mezzo che poteva minare, a causa del propagarsi delle idee rivoluzionarie, la stabilità del Regno. Alla morte di Ferdinando II nel 1859 infatti si provvide subito a far ripartire i progetti di ampliamento delle ferrovie. Tutti questi progetti furono troncati nel 1860, in seguito alla perdita dell'indipendenza. A partire dal 1862, furono, in gran parte, ripresi e portati a termine dall'industriale mazziniano Pietro Bastogi.
Durante il regno di Ferdinando II furono costruite 3 nuove grandi strade lastricate che univano la capitale con gli Abruzzi, le Puglie e le Calabrie. Queste strade erano servite da un servizio postale quotidiano che, grazie all'assenza di fermate durante le corse e ai frequenti cambi di cavalli, permettevano di raggiungere in poco tempo la meta prestabilita.
Il Regno era dotato di una marina mercantile molto importante (la più importante in Italia) che rendeva il gap ferroviario un fattore di scarsa rilevanza nelle attività economiche già esistenti del paese. Sia il commercio che l'industria, infatti, concentrati principalmente nelle città costiere, si servivano efficacemente dei trasporti marittimi, anche per viaggi transoceanici.
Numerosi erano gli imprenditori stranieri che investivano nel Regno, soprattutto svizzeri, i quali ad esempio nella valle dell'Irno e del Sarno, nel salernitano, diedero vita nei primi decenni dell'800 ad un vero e proprio polo tessile, attorno al quale fiorirono numerose attività economiche (alcune delle quali tuttora esistenti e fiorenti come le fonderie di Salerno, e le ex Manifatture Cotoniere Meridionali).
Per quanto riguarda l'istruzione, le varie leggi emanate dopo l'unità che cercarono di istituire una, seppur minima, istruzione gratuita ed obbligatoria, trovarono un'applicazione difficile.
Bisognerà aspettare l'epoca del fascismo per assicurare un'istruzione di base, quella del secondo dopoguerra per un'istruzione di massa, e la televisione per assistere all'utilizzo dell'italiano in sostituzione dei vari dialetti.
Curiosità: il nome Italia deriverebbe dalla forma grecizzata Italói, nome locale del totem tribale, il torello, di Viteloi, nome di una tribù protoitalica della Calabria meridionale. All'inizio del V secolo a.c il nome Italia designava la Calabria meridionale. Progressivamente si estese al territorio tarentino, campano e, via via, alla maggior parte della penisola. Nel medioevo però il nome si riferiva solo all'Italia settentrionale o a singole parti del territorio. Nel 1861 con la proclamazione del Regno d'Italia il termine si riferirà nuovamente alla penisola.
http://dilatua.aduc.it/forum/150+anniversario+dell+unita+italia+prima+parte_12783.php
Garibaldi, sbarcato in Sicilia, non trovò alcuna resistenza e sconfisse facilmente il malridotto esercito borbonico. Il 14 maggio 1860 Giuseppe Garibaldi si proclama a Salemi dittatore della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II di Savoia. Formalmente le Due Sicilie furono annesse al Regno di Sardegna dopo l'esito dei plebisciti così come avvenne in molte parti d'Italia, plebisciti a cui parteciparono solo una piccola parte della popolazione: a Napoli i seggi erano presidiati dall'esercito piemontese e dalla camorra, le percentuali furono falsificate e ci furono forzature al voto e violenze (Dispacci del Ministro d'Inghilterra a Napoli, Eliot, in data 16 ottobre e 10 novembre 1860).
Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II fu proclamato Re d'Italia, mantenendo lo stesso nome e numerazione: il Regno di Sardegna cambiava semplicemente il nome in Regno d'Italia. Venne esteso lo Statuto Albertino a tutti i territori italiani e la legge di Cavour del 1853 sull'amministrazione del Regno di Sardegna venne applicata al nuovo Stato tout-court, tant'è vero che si parla di piemontesizzazione del Paese. "Fatta l'Italia, bisogna fare gli Italiani", un motto attribuito da molti a Massimo D'Azeglio e da alcuni a Ferdinando Martini. Infatti, le classi dirigenti si accorsero quasi subito di quanto il Paese, da nord a sud, appena riunito fosse in realtà diviso al suo interno, la lingua italiana era parlata correntemente solo dalla minoranza istruita della popolazione. All'indomani dell'unità, molte delle aspettative generate dalla spedizione dei mille furono deluse dallo stato unitario appena formatosi. Nelle Due Sicilie i contadini e gli strati più poveri della popolazione, dopo aver inizialmente creduto che con Garibaldi le condizioni di vita sarebbero migliorate, si ritrovarono, invece, ad affrontare maggiori tasse e la coscrizione (servizio di leva) obbligatoria, con una conseguente diminuzione delle braccia in grado di sostenere una famiglia. I democratici, i repubblicani e molti braccianti meridionali avevano sperato che il nuovo regime assicurasse una qualche riforma agraria. In molti centri del sud fu rialzata la bandiera borbonica. Il Governo rispose in maniera spietata, ordinando esecuzioni sommarie anche di civili e l'incendio di interi paesi. Ne I Malavoglia di Giovanni Verga appare chiara la disillusione, seguita da una cocente delusione, della popolazione di fronte alla nuova Italia unita. Lo stesso Garibaldi nel 1868 scrisse in una lettera ad Adelaide Cairoli: «Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio.». Delusi furono anche molti liberali che avevano riposto nell'unità d'Italia la realizzazione delle loro ambizioni, ma che si ritrovarono in una situazione politica sostanzialmente immutata, mentre lo sviluppo che si stava realizzando nel periodo duosiciliano cessò di colpo.
Garebbalde tradetore
Ca amm'a fa de Garebbalde Che facciamo di Garibaldi
ca iè mbame e tradetòre? che è infame e traditore?
Nu velìme u rè Berbòne Noi vogliamo il re Borbone
ca respètte la religgione che rispetta la religione
Sènghe na vosce abbasce Sento una voce in basso
Frangische se ne va Francesco se ne va
Règne de Nàbbule statte secure Regno di Napoli stai sicuro
ca dope n'anne av'a ternà. che dopo un anno deve tornare.
Al momento dell'annessione il Regno delle Due Sicilie non aveva un elevato debito pubblico, al contrario del Regno sabaudo che ne aveva uno elevato a causa del costo delle guerre sostenute negli anni precedenti. Con l'Unità venne unificato il debito. I fondi del Banco delle Due Sicilie, che era la Banca nazionale del regno borbonico (443 milioni di Lire-oro, all'epoca corrispondenti al 65,7 del patrimonio di tutti gli Stati italiani messi insieme) vennero incamerati dal nuovo Stato italiano, concorrendo a costituire il capitale liquido nazionale nella misura di 668 milioni di Lire-oro. L'istituto fu poi scisso in Banco di Napoli e Banco di Sicilia. La fiscalità nel nuovo Regno divenne più gravosa rispetto a quella borbonica. Abituati ad un'unica tassa sul reddito per tutte le spese sia locali che nazionali, i siciliani si vedevano vessati da nuove tasse comunali e provinciali. Inoltre, il nuovo Stato investiva pochissimo nel Sud: dal 1862 al 1896 vennero investiti per opere idrauliche al nord Italia 450.000.000 contro soli 1.300.000 in Sicilia; mentre nel resto d'Italia si moltiplicavano le linee ferroviarie, la Sicilia ebbe la sua prima, brevissima, Palermo-Bagheria, solo nel 1863. La politica liberista dei governi unitari fu quella che aggravò maggiormente la situazione economica della Sicilia e del resto del Regno. Con la politica del libero scambio venne disincentivata la produzione della seta siciliana e del tessile locale, a vantaggio dell'impresa del nord Italia e così avvenne anche per la locale industria alimentare; perfino i settori dell’industria pesante decaddero per mancanza di commesse e fondi. Se ne avvantaggiava soltanto la produzione del grano, del vino e degli agrumi. Furono anni in cui avvenne un progressivo spopolamento, per fame, delle campagne. È proprio in questa serie di fattori che si individua da più parti il sorgere della mai più risolta questione meridionale. A partire dal 1882 il governo nazionale incentivò l'emigrazione verso il Nord e Sud America, fenomeno sconosciuto al Sud in precedenza e che riguardava solo le regioni del Nord.
L'Italia preunitaria era, in genere, svantaggiata rispetto quella degli altri Stati dell'Europa occidentale. In un paese relativamente sovrappopolato e povero di materie prime, l'economia era basata principalmente sull'agricoltura. Nel 1860 al Sud la terra apparteneva per il 25% ai baroni, per il 40% ai prelati (e in Sicilia tali percentuali erano superiori) e per il 10% era divisa in piccole proprietà. Nel Regno delle due Sicilie il metodo di coltivazione era, nonostante l'abolizione del feudalesimo con le leggi del 1806 e del 1812, basato ancora sul sistema feudale: latifondi coltivati da braccianti. La confisca dei beni della Chiesa non portò grandi novità sulla redistribuzione delle terre ai contadini: l'imposta fondiaria aumentò talmente che costoro non potevano più permettersi la terra che finiva nuovamente nelle mani delle solite “persone”. L'industrializzazione era trainata dalla tessitura meccanizzata, che si era diffusa a partire dal 1816 ovunque fosse disponibile un corso d'acqua corrente, e che sarebbe esplosa con l'arrivo del telaio a vapore. I prodotti principali erano la seta lombarda e piemontese, fondamentali per l'esportazione, e la lana. La seconda maggiore industria destinata all'esportazione, era l'estrazione dello zolfo siciliano, usato per la polvere da sparo, produzione nella quale erano impegnati importanti capitali inglesi. A partire dal 1850, con Cavour come primo ministro, venne impressa in Piemonte una radicale accelerazione, con lo scopo dichiarato di portare l'Italia al livello delle maggiori potenze europee, basandosi sul modello francese. Nel clima di restaurazione successivo al 1848 il Regno delle due Sicilie mancò delle riforme liberali del Piemonte, perseguendo una politica più conservatrice. Nel campo dei trasporti, data la difficoltà della costruzione di strade e ferrovie, venne sviluppato il trasporto marittimo, e i borboni vantavano la terza flotta mercantile in Europa in quanto a tonnellaggio e numero di navi. Nel 1839 venne inaugurata la prima linea ferroviaria Napoli-Portici. La penuria di capitali era sentita ovunque. Al Sud però i risparmi venivano immobilizzati in terreni o in monete preziose. Nel saggio "Nord e Sud", Nitti rileva che quando le monete degli stati preunitari vennero unificate, al sud vennero ritirate 443 milioni (il 65,7% di tutta la moneta circolante in Italia) di monete di vari metalli, da confrontare con i 226 milioni di tutto il resto d'Italia (il Regno di Sardegna ne contava 27,1 pari al 4%).
Recenti studi tendono in ogni caso a ridimensionare le “tradizionali” differenze economiche tra Nord e Sud del paese, sia al tempo dell'Unità, sia nel ventennio successivo. Si ritiene che la nascita dell'attuale divario risalga all'epoca della seconda industrializzazione avvenuta sotto il Governo Giolitti: i divari tra le regioni in termini di prodotto pro capite non esistevano al momento dell'Unità; si sono manifestati dopo il 1880; si sono approfonditi nel ventennio fascista; si sono ridotti considerevolmente tra il 1953 e il 1973; si sono nuovamente aggravati in seguito al 1973. Anche uno studio della Banca d'Italia del 2010 conferma che l'arretratezza del Sud alla vigilia della Grande Guerra non era una eredità della storia preunitaria dell'Italia: secondo tale studio ancora nel 1871, l'indice di industrializzazione delle più importanti province del Regno fosse allo stesso livello delle province del Triangolo industriale e superiore a tutto il resto delle province italiane.
Nel Regno borbonico esisteva un'unica imposta sul reddito ma le basse entrate e il bassissimo debito pubblico secondo alcuni venivano controbilanciati da altrettanti bassi investimenti. Le produzioni più importanti erano le coltivazioni del grano, dell'orzo, dell'avena, delle patate, dei legumi, degli agrumi, dell'olivo, della vite, del fico, del ciliegio, del mandorlo, del tabacco, della canapa, del lino e del gelso. L'allevamento era principalmente ovino (lana), equino e suino. L'industria era costituita dalla pesca su tutte le coste (non si possono non ricordare le tonnare siciliane), dall'estrazione dello zolfo, dai trasporti, dagli oli, grani di qualità e vino che alimentavano fiorenti commerci con l'Europa. Furono intraprese molte opere di bonifica e addirittura venne creato nel 1858 un centro abitato in cui furono accolti i terremotati di Melfi consentendo loro di coltivare i nuovi terreni bonificati della Piana del Sele. Nelle aree meno fertili e più periferiche del regno - come ad esempio nell'interno della Sicilia e nelle zone montuose dell'entroterra meridionale- l'isolamento contribuiva alla persistenza di alcuni gravi lasciti del feudalesimo (abolito nel 1806) che influivano negativamente sulle condizioni di vita dei braccianti agricoli locali. Questi disagi tuttavia erano compensati da una relativamente bassa pressione fiscale, dal modesto costo della vita e da una libertà pressochè totale di vendere i prodotti agricoli e dell'artigianato agrario sul mercato, fattore questo che alimentava una piccola economia rurale che rendeva tutto sommato sopportabile e stabile la situazione economica dei contadini delle aree interne del Mezzogiorno. Dopo l'Unità, con l'aumentare esponenziale delle imposte (se ne contano almeno 15 nuove, quella più “famosa” è sul macinato) e la poco oculata regolamentazione delle tariffe doganali dei prodotti agricoli, questo status quo economico nell'entroterra meridionale venne a mancare. Questi provvedimenti, insieme a molti altri, resero più precaria la situazione di questi contadini alimentando un forte dissenso che sfocerà nel cosiddetto brigantaggio e nella grande emigrazione (venne anche creata la tassa sull'emigrazione che colpiva solo gli abitanti del Sud mentre non ne erano colpiti gli abitanti del Nord che emigravano verso le regioni d'Europa).
Il settore industriale, anche se meno rilevante dell'agricoltura, era molto avanzato per quei tempi e venne decisamente sostenuto dal governo borbonico con politiche protezionistiche e incoraggiamenti di capitali stranieri ad affluire nel regno. Al di fuori delle grandi città come Napoli, Palermo e Bari, importanti stabilimenti erano dislocati in diverse parti del territorio: il Cantiere navale di Castellammare di Stabia, il quale impiegava circa 1.800 operai; la fabbrica metalmeccanica di Pietrarsa, il più grande impianto industriale di tutta la penisola che produceva macchine utensili, caldaie, motori, rotaie, cannoni, materiale per navi e locomotive (il primo battello a vapore che viaggiò nel Mediterraneo venne costruito qui nel 1857); in Calabria si produceva la ghisa; nel Polo siderurgico di Mongiana, in cui lavoravano circa 1.500 operai, veniva lavorato e trasformato il ferro estratto dalle numerose miniere della zona (in modo da evitare l'importazione di acciaio e ferro dall'estero, rendendo il Regno autonomo). L'industria siderurgica del Regno forniva manufatti anche per le opere intraprese al Nord, oltre ad esportarle. E poi fabbriche d'armi, di rotaie utilizzate in tutta la penisola, di acido solforico, di lame, cartarie, della concia, del corallo, del sale – tra le più importanti d'Europa, del vetro e dei cristalli, della pasta (altro prodotto esportato tra i tanti che alimentavano le esportazioni), ecc. Nel 1881 l'indice di industrializzazione delle province campane era “ancora” agli stessi livelli delle principali province del triangolo industriale. Secondo alcuni studiosi, dopo l'unità si assiste ad una progressiva deindustrializzazione del Sud e ad una contemporanea industrializzazione più o meno equivalente del Nord, come pure al passaggio di commesse, anche concluse, dalle imprese del Sud a quelle del Nord.
Per quanto riguarda i trasporti, Ferdinando II stanziò notevoli somme per uno sviluppo della rete ferroviaria (si ricordi la prima ferrovia della penisola Napoli-Portici) ma successivamente vennero ridotti perché considerava la ferrovia un mezzo che poteva minare, a causa del propagarsi delle idee rivoluzionarie, la stabilità del Regno. Alla morte di Ferdinando II nel 1859 infatti si provvide subito a far ripartire i progetti di ampliamento delle ferrovie. Tutti questi progetti furono troncati nel 1860, in seguito alla perdita dell'indipendenza. A partire dal 1862, furono, in gran parte, ripresi e portati a termine dall'industriale mazziniano Pietro Bastogi.
Durante il regno di Ferdinando II furono costruite 3 nuove grandi strade lastricate che univano la capitale con gli Abruzzi, le Puglie e le Calabrie. Queste strade erano servite da un servizio postale quotidiano che, grazie all'assenza di fermate durante le corse e ai frequenti cambi di cavalli, permettevano di raggiungere in poco tempo la meta prestabilita.
Il Regno era dotato di una marina mercantile molto importante (la più importante in Italia) che rendeva il gap ferroviario un fattore di scarsa rilevanza nelle attività economiche già esistenti del paese. Sia il commercio che l'industria, infatti, concentrati principalmente nelle città costiere, si servivano efficacemente dei trasporti marittimi, anche per viaggi transoceanici.
Numerosi erano gli imprenditori stranieri che investivano nel Regno, soprattutto svizzeri, i quali ad esempio nella valle dell'Irno e del Sarno, nel salernitano, diedero vita nei primi decenni dell'800 ad un vero e proprio polo tessile, attorno al quale fiorirono numerose attività economiche (alcune delle quali tuttora esistenti e fiorenti come le fonderie di Salerno, e le ex Manifatture Cotoniere Meridionali).
Per quanto riguarda l'istruzione, le varie leggi emanate dopo l'unità che cercarono di istituire una, seppur minima, istruzione gratuita ed obbligatoria, trovarono un'applicazione difficile.
Bisognerà aspettare l'epoca del fascismo per assicurare un'istruzione di base, quella del secondo dopoguerra per un'istruzione di massa, e la televisione per assistere all'utilizzo dell'italiano in sostituzione dei vari dialetti.
Curiosità: il nome Italia deriverebbe dalla forma grecizzata Italói, nome locale del totem tribale, il torello, di Viteloi, nome di una tribù protoitalica della Calabria meridionale. All'inizio del V secolo a.c il nome Italia designava la Calabria meridionale. Progressivamente si estese al territorio tarentino, campano e, via via, alla maggior parte della penisola. Nel medioevo però il nome si riferiva solo all'Italia settentrionale o a singole parti del territorio. Nel 1861 con la proclamazione del Regno d'Italia il termine si riferirà nuovamente alla penisola.