Mercoledì 17 giugno 2026
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31 OTTOBRE: FESTA DELLA RIFORMA

ANNAPAOLA LALDI · · 0 interventi
ALLE AMICHE E AGLI AMICI PROTESTANTI AUGURI PER LA FESTA DELLA RIFORMA, che celebrano facendo memoria dell'affissione delle 95 tesi alle porte della chiesa del castello e dell'università di Wittenberg da parte di Martin Lutero, il 31 ottobre del 1517. Una cosa del genere, all'epoca, era un gesto consueto per chiunque volesse aprire una discussione pubblica su un argomento -in questo caso, sostanzialmente, l'argomento era la questione delle indulgenze, ma in quel momento tale gesto segnò un punto di svolta.
Per tentare di capire meglio la storia e l'attualità di esso, propongo la lettura di una riflessione del pastore valdese e docente di teologia FULVIO FERRARIO, tratto dal settimanale "Riforma" del 28 ottobre 2005 (vedi anche sito: www.chiesavaldese.org).

"Essere protestanti oggi
di Fulvio Ferrario

31 Ottobre 2005, il senso del 488° anniversario della Riforma protestante

L'avere dato una nuova forma al cristianesimo significa che il credente, ieri come oggi, deve conformarsi al Cristo lasciandosi plasmare sempre dalla Grazia di Dio

«Il Signore e maestro nostro Gesù Cristo, dicendo "Fate penitenza" ha voluto che tutta la vita dei fedeli sia una penitenza». Poiché la festa della Riforma (31 ottobre) ricorda l'affissione delle 95 tesi di Lutero sulle indulgenze, non pare fuori luogo porre la nostra riflessione nel segno della prima di esse. Per la nostra sensibilità si tratta certo di una frase a dir poco strana. La parola «penitenza» ci è estranea, evoca immagini di flagellanti, di monache inginocchiate sui ceci o, per chi ha letto Il nome della rosa, la figura grottesca (tragica, in realtà) dell'ex seguace di fra Dolcino che, nel suo latino maccheronico, continua a ripetere, appunto, penitantiagite. In realtà, penitenza significa «conversione». Non c'è esistenza cristiana senza conversione, senza mutamento di vita.
Le immagini «doloristiche», tuttavia, hanno una loro particella di verità: la conversione, quando è autentica, fa male, perché l'essere umano è attaccato alla «carne di peccato» e resiste alla prospettiva di abbandonarla. E benché la parola greca del Nuovo Testamento, nella sua radice, indichi il mutamento di mentalità, la conversione cristiana riguarda tutta l'esistenza umana, corpo e anima, pensiero e vita concreta, gesti, comportamenti. Per questo è dolorosa. Cambiare «mentalità» e basta è, alla fine, una faccenda di testa. Cambiare vita è altra cosa: ma è ciò che l'evangelo esige (esige, non «consiglia» né «suggerisce»). Si può ben dire che questa è la prima parola della Riforma. Una parola critica, certo: non però in primo luogo contro il papa o contro la chiesa medievale, ma contro la tentazione diabolica di restare di fatto nel proprio peccato, per giunta fingendo di essere pii e cercando di turlupinare Dio onnipotente con qualche stravaganza religiosa.
Nel XVI secolo uno strumento particolarmente velenoso di inganno delle anime e della fede era costituito dalle indulgenze: ultimamente, chi l'avrebbe mai detto!, esse sono tornate di attualità, ad opera di due pontefici romani. Non credo, tuttavia, che la chiesa evangelica farebbe cosa saggia accontentandosi di celebrare la Riforma, a esempio, mediante una bella filippica su questo tema, o su altri analoghi. Non come prima cosa, comunque. Molto più importante, anche se assai più difficile, è ascoltare le parole di Lutero come rivolte a noi, da parte di Dio in persona: dov'è la nostra penitenza? Siamo noi, come singoli e singole e come comunità, ad avere bisogno di riforma, di assumere una nuova forma, di diventare conformi a Cristo. Poi penseremo anche al papa.

La resistenza del «vecchio Adamo»:

Il vecchio Adamo, diceva ancora Lutero, è come la barba, che si taglia, ma poi ricresce. Vale anche per il vecchio Adamo protestante. Ci siamo liberati dalle indulgenze e dalla religione delle opere, cioè dall'idea in base alla quale sarebbe la nostra bontà a renderci giusti davanti a Dio. Morta una superstizione, tuttavia, ne nasce un'altra. La superstizione tipica del protestantesimo è l'idea, quanto mai balorda, che si possa essere cristiani, membri della chiesa di Gesù, senza «fare penitenza». Poiché la grazia salva, non è necessario cambiare vita: va bene quella di prima, purché sia vissuta «nella fede». Che cosa diavolo (è il caso di dirlo) sia questa fede che lascia tutto come prima non è affatto chiaro. Magari non lo si dice proprio così: ma questa tesi pericolosissima circola nella chiesa evangelica (non solo in essa, forse: ma ora dobbiamo parlare di noi) in forma strisciante ma assai visibile. E comoda, rassicurante. Può persino essere espressa con qualche citazione biblica (ma anche il demonio cita la Bibbia, lo sappiamo) e si presta a essere polemicamente utilizzata contro il «moralismo» e l'«ipocrisia». Però è una menzogna, è quella che qualcuno ha chiamato dottrina della «grazia a buon mercato», aggiungendo, con ragione, che essa è peggio della più volgare teologia della salvezza per opere. Lutero, invece, dice che il Signore «ha voluto che tutta la vita dei fedeli fosse una penitenza», una conversione.

Che significa, «in concreto»?

La domanda che scatta di solito a questo punto è: che cosa significa ciò, «in concreto»? Quale vita dobbiamo abbandonare e a che cosa ci dobbiamo convertire? Sembrerebbe arrivato, come in ogni predica, il momento degli «esempi». In realtà, non credo sia il caso. Il «vecchio Adamo» in noi lo conosciamo anche troppo bene. Assume forme diverse per ciascuno e sempre uguali in profondità: e questo vale tanto per le singole persone quanto per le chiese. Bene, si tratta di accettare che esso muoia. Non è necessario elencare esempi, basta sottolineare che la grazia di Dio vuole plasmare la nostra vita, vuole gesti concreti di obbedienza, nella vita individuale, nella comunità, nella professione e sappiamo benissimo quali sono. Vuole penitenza.
Essere protestanti oggi (come ieri e sempre, del resto) significa semplicemente essere cristiani. Significa rifiutare, certo, le scorciatoie religiose proposte da alcuni: il potere ecclesiastico sulle coscienze e nella società, una religiosità clericale, un'etica fatta di principi che vorrebbero essere «naturali» mentre in realtà sono ideologici. Ma questo si può fare con autorità evangelica, senza supponenza, senza un'arroganza tanto aggressiva quanto inefficace, solo se, prima, si «fa penitenza», nella propria carne di individui e di chiese, se cioè si accetta che Gesù Cristo ci cambi. La Riforma ci ha provato. Non c'è riuscita sempre, è stata un fenomeno potente, ma anch'esso ambiguo e contraddittorio, come ogni altra vicenda umana. Però non si è banalmente accodata alla mentalità del proprio tempo, non ha ripetuto quello che dicevano tutti, bensì ha avuto il coraggio di annunciare un messaggio scomodo, quello della «penitenza» Non ha inteso cambiare il mondo, ma «solo» predicare l'Evangelo: per questo ha cambiato anche il mondo. La chiesa evangelica, anche e proprio oggi, non ha bisogno di altri programmi".








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