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L'ETICA PROTESTANTE NON E' AVVENTUROSA

L'INFORMATORE · · 4 interventi

dal sito www.chiesavaldese.org questa interessante lettera sull'etica protestante e Lutero.

Lutero e il banchiere


Nell'intervista di Andrea Greco, pubblicata sul quotidiano La Repubblica del 7 ottobre 2008, il banchiere Gotti Tedeschi afferma che Lutero abbia detto "Pecca finchè vuoi ma poi pentiti fortemente."
Si tratta di un'interpretazione del tutto errata a cui risponde il pastore Gianni Genre


Egregio Gotti Tedeschi
(e p.c. gentile Andrea Greco, Repubblica)

Sono un pastore protestante (valdese) di Milano, e come altri miei colleghi e colleghe e molti membri della mia chiesa, ieri sono stato molto sorpreso - negativamente - di vedere, ancora una volta, quanto poco il pensiero e la fede protestante siano conosciuti, mal citati e peggio spiegati, in Italia, anche da persone colte come Lei. Tra l'altro, anche noi siamo italiani, pur essendo protestanti (con buona pace del titolista del pezzo con la sua intervista. che non sembra essere informato che anche in Italia, cristiano non equivale necessariamente a cattolico.)

Non voglio certamente difendere una presunta superiorità del pensiero protestante, né tantomeno convincerla ad abbracciare la fede evangelica, ma spero mi perdoni se Le chiedo di informarsi e approfondire meglio la prossima volta, temi che evidentemente non le sono così familiari.

Mi dispiace che lei dica che l'etica protestante è più avventurosa di quella cattolica, ma questo forse può rimanere nelle sfera dei pareri personali. Ma molto più grave e incauta è la sua affermazione secondo la quale "per i protestanti vale la fede senza opere", "non si è obbligati a mostrare la fede del vissuto" o ancora, quando lei cita erroneamente Martin Lutero, "Pecca finchè vuoi ma poi pentiti fortemente".

Intanto, vorrei ricordarle che la citazione corretta è "pecca fortiter, sed fortius fide et gaude in Christo" - e non c'è assolutamente un rapporto temporale tra le due parti, come lei sembra indicare con la sua traduzione. per niente fedele, né tantomeno letterale.
"Pecca fortemente/coraggiosamente, ma ancor più fortemente/coraggiosamente confida e gioisci in Cristo" vuole infatti dire che, persino mentre pecchi, devi ricordare e sapere che la salvezza non dipende da te, ma dalla Grazia che hai ricevuto in Cristo.

Nelle parole di interpretazione di questa frase di Lutero da parte del teologo tedesco (luterano) Dietrich Bonhoeffer (giustiziato in campo di concentramento, in un certo senso anche per dimostrare con le sue azioni la sua fede, in quanto strenuo oppositore del regime hitleriano):
"Per poter comprendere ciò è assolutamente necessario fare una netta distinzione tra risultato e presupposto. (..) Se la frase di Lutero diviene presupposto di una teologia della grazia, si proclama la grazia a buon prezzo. Ma la frase di Lutero non può, appunto, essere intesa come principio, ma esclusivamente come fine, come risultato, come chiave di volta, come ultima parola. Inteso come presupposto, infatti, il «pecca fortiter» (.) sarebbe giustificazione del peccato. E così la frase di Lutero viene mutata nel suo contrario. «Pecca coraggiosamente» per Lutero non poteva essere che proprio l'ultima parola, il conforto per chi, sul suo cammino al seguito di Gesù, riconosce che non può liberarsi dal peccato e, atterrito dal peccato, dispera della grazia di Dio. Confessa pure coraggiosamente di essere peccatore, ma «credi ancora più coraggiosamente». (.) Ma a chi può essere rivolto questo invito se non a colui che, ogni giorno, ricusa il peccato, che, ogni giorno, ricusa tutto ciò che gli impedisce di seguire Gesù e che pure è sconsolato per la sua quotidiana infedeltà e per il suo peccato? Chi può ascoltare questa parola senza pericolo per la sua fede se non colui che, confortato da questo incoraggiamento, sa di essere nuovamente chiamato a seguire Cristo? Così la frase di Lutero, intesa come risultato, diviene la grazia a caro prezzo, la sola vera grazia."

Insomma, sia nel messaggio evangelico sia nel pensiero dei Riformatori è la motivazione, la "spinta" etica che sta dietro al nostro agire che va definita con chiarezza. Non siamo "giustificati" (dichiarati giusti davanti a Dio) in base alle nostre buone opere, ma esclusivamente dall'Amore manifestatoci in Cristo che è morto per noi. L'etica che ne consegue non è dunque un'etica del "dovere" ma della "riconoscenza". Per chi crede in Dio e nella Sua grazia, le buone opere seguono necessariamente, ma appartengono alla dimensione della gratuità, che domina la relazione fra l'essere umano e Dio.

Spero che questa breve mia disamina (mi perdonerà, ma l'argomento mi e ci sta molto a cuore, specialmente quando se ne fa, come in questo caso, facile propaganda antiprotestante) Le abbia chiarito, se non altro, che quanto Lei afferma con sicurezza è frutto di una lettura quantomeno superficiale, non solo del pensiero di Lutero, ma anche del messaggio evangelico.
Potrei infatti ugualmente sostenere, dal mio punto di vista (ma credo nessuno in Italia mi ascolterebbe), che finchè l'etica protestante (puritana) negli States era forte di per sè, queste crisi finanziarie, frutto esclusivo della speculazione selvaggia, non erano mai accadute. e Le ricordo che la gestione del bene comune (il magistrato, nella Ginevra di Calvino) è la più alta vocazione a cui Dio può chiamare l'essere umano.

La invito comunque a leggere un'intervista sull'argomento, pubblicata dal NEV (agenzia stampa evangelica) allo storico protestante Giorgio Tourn sperando di fornirle qualche ulteriore lume sulla dottrina calvinista, tanto bistrattata (a mio parere, proprio perché mal conosciuta) nella nostra Italia.

Cordialmente,
Gianni Genre
Pastore della chiesa valdese di Milano

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