UN'ONU DELLE RELIGIONI A ROMA?
da: www.chiesavaldese.org
DIALOGHI CON PAOLO RICCA
Un'Onu delle religioni a Roma?
La lettera di C. G. De Michelis, seguita dalla risposta di paolo Ricca, pasore valdese e deocente emerito della Facoltà teologica valdese di Roma
Sono sempre stato critico dell'ecumenismo, come viene comunemente inteso (ahimé, anche nella chiesa valdese, di cui sono membro), cioè come percorso di convergenza tra diverse entità ecclesiastiche cristiane (e non tra cristiani, che si confrontano insieme con la Parola), tra cui quella cattolico-romana che - a mio avviso - è anche poco cristiana (leggi: madonna, santi, papa, e via celiando). Ma adesso viene fuori che l'ex-sindaco di Roma e leader del Partito democratico (che tra le sue fila annovera, tra l'altro, una papista con cilicio), l'ex compagno Walter Veltroni aveva l'intenzione di «realizzare a Roma [.] un palazzo delle United Religions come quello delle United Nations a New York, un luogo dove tutte le religioni del mondo possano incontrarsi e dialogare». Pare, dice la fonte (La Repubblica, del 15 febbraio 2008), che ne avesse già «parlato con papa Benedetto XVI», cui il progetto «sarebbe molto piaciuto».
La generazione dei teologi barthiani mi ha trasmesso come lascito che la religione (le religioni) è una cosa cattiva, da rifuggire e da cui liberarsi anche all'interno della proprio comunità ecclesiale (vulgo: chiesa); in particolare, Giuseppe Gangale, commentando Kierkegaard (L'ora, trad. di A. Banfi, Doxa, Milano-Roma 1931, p. 6), ha scritto a lorsignori, ove non sappiano uscire dalla commedia degli equivoci «cristiani»: «se non siete capaci di meglio: scristianizzatevi».
L'autorità teologica di Kierkegaard e Gangale vale incomparabilmente più - per me - di quella di tutti i papi e papetti, compresi i neo-religiosi alla Veltroni; ma questo - tra cristiani (non dico «papisti») - non sarebbe ancora un argomento, se non si rapportasse a quanto si dice di Paolo (apostolo) in Atti 17, 22: «Io vedo che siete in ogni cosa quasi troppo religiosi». Non sarà che della United Religions sia una sorta di Pantheon pseudo-ecumenico neo-pagano? Insomma, a me sembra che l'idea (il «progetto») di Veltroni sia un marchingegno politico per attrarsi simpatie genericamente buoniste (il dialogo, le buone relazione formali, l'accordo tra i «vertici») ai fini di sedurre - in Italia - un elettorato «papista», altrimenti propenso a bersi le parole d'ordine dell'altro guru (ateo) dei valori cristiani, Sua eminenza Giuliano Ferrara, gran Difensor di lotta all'aborto e di istanze clericali.
Cesare G. De Michelis - Roma
L'idea, ormai messa in soffitta, di Walter Veltroni (che nel frattempo ha altre gatte da pelare) di creare a Roma qualcosa come un «Palazzo delle religioni», in analogia al «Palazzo delle nazioni» di New York, non piace affatto al nostro lettore, che la boccia su tutta la linea, se vedo bene per tre ragioni: la prima è che, secondo lui, la religione e le religioni sono «una cosa cattiva, da rifuggire e da cui liberarsi»; la seconda è che un'eventuale «Onu delle religioni», a Roma (o anche altrove), non sarebbe altro che «una sorte di Pantheon pseudo-ecumenico neo pagano»; la terza è che tale «progetto» (in realtà era solo un'idea) sarebbe stato segretamente ispirato da un meschino calcolo politico: suscitare simpatie nell'elettorato «papista» nell'illusione di poterlo così attirare a sé. Non discuterò questa terza ragione, che non condivido e che mi sembra un processo alle intenzioni francamente un po' gratuito. Discuterò invece le altre due ragioni, che sollevano problemi seri e veri, sui quali vale la pena riflettere un istante.
1. La religione, le religioni, sono «una cosa cattiva»? Che possano esserlo o diventarlo, lo sappiamo bene e i tristi giorni che stiamo vivendo lo documentano ampiamente. Non c'è bisogno di scomodare Marx con il suo «oppio dei popoli», o Freud con la sua idea della religione come «illusione» (peraltro, secondo lui, per certi aspetti, socialmente utile), o autori contemporanei come Richard Dawkins per il quale la religione sfocia necessariamente in estremismo, assolutismo, integrismo: è quindi un pericolo pubblico (L'illusione di Dio, Mondadori 2007), o come Chistopher Hitchens che ha dato al suo libro Dio non è grande (Einaudi 2007) il sottotitolo eloquente Come la religione avvelena ogni cosa.
Oggi come ieri, in Occidente, dove c'è la libertà di critica, la religione è criticatissima, da molti punti di vista, e non poche critiche sono anche fondate. Quando la religione sconfina, come spesso accade, nella superstizione e se ne nutre, spegnendo lo spirito critico e l'intelligenza spirituale; quando produce, come spesso accade, formalismo e legalismo e incatena le coscienze anziché liberarle; quando genera settarismo, faziosità, intolleranza e al limite fanatismo, rendendo più difficile la convivenza umana anziché facilitarla; quando partorisce violenza, direttamente o indirettamente, o comunque immette nel corpo sociale germi di conflitto più che di pace; quando mantiene l'uomo in una condizione di dipendenza e supina soggezione, e non lo fa crescere nella libertà, nella responsabilità e nell'amore; quando, insomma, la religione non è un fattore di liberazione ma, al contrario, di asservimento - allora, sì, è davvero «una cosa cattiva».
Ma il nostro lettore parla di un'altra critica, più radicale ancora, portata alla religione dal più grande teologo del Novecento, il protestante Karl Barth, il quale, come molti sanno, ha dedicato alla religione un lungo e importante paragrafo (il § 17) della sua Dogmatica, nel quale contrappone la religione alla rivelazione e, alla luce di quest'ultima, definisce la religione come «incredulità», come «la specialità dell'uomo senza Dio». «Se l'uomo credesse - egli scrive - ascolterebbe; invece, nella religione, è lui che parla. Se l'uomo credesse, accetterebbe; invece, nella religione, vuole prendere. Se l'uomo credesse, lascerebbe Dio agire come Dio; invece, nella religione, l'uomo non esita a voler afferrare Dio».
È vero: nella religione il protagonista è l'uomo, nella rivelazione è Dio. La religione è un prodotto umano (molto umano), la rivelazione è opera divina. Come prodotto umano, la religione può essere, come s'è detto, molte cose, anche negative (superstizione, settarismo, fanatismo, ecc.), e come tale è da combattere ovunque si manifesti, a cominciare dalle chiese, come giustamente chiede il nostro lettore. Ma la religione può anche essere altro, e cioè, molto semplicemente, una domanda, l'espressione di un bisogno, di un'attesa, forse persino di una ricerca. In questo senso, la religione non è da combattere, ma da capire, se possibile da decifrare, e forse da ascoltare, anche quando la domanda, come spesso accade, è formulata male o addirittura deviata. La religione come domanda non è, secondo me, «una cosa cattiva»; la «cosa cattiva» è considerata una risposta. La risposta alla domanda implicita nella religione non sta nella religione, ma nella rivelazione.
Nella Bibbia, lo sappiamo, la «cosa cattiva» non è la religione, ma l'idolatria. La religione diventa idolatria quando trasforma la domanda che essa esprime in risposta che essa si dà. Gli Ateniesi, ai quali l'apostolo Paolo si rivolge in Atti 17, 16-34, avevano capito che, avendo tante, troppe risposte fornite dalla loro religione alla domanda di Dio, forse non ne avevano nessuna. Paolo dice loro proprio questo: «Tutta la vostra religione è una grande domanda senza risposta, tanto che avete persino eretto un altare "al Dio sconosciuto"; questo Dio, che non conoscete, e che è la risposta alla vostra domanda così bene espressa in questo vostro altare, io ve l'annuncio». La religione, nella sua espressione migliore, è proprio questo: un altare al Dio sconosciuto, cioè, appunto, una domanda, la più grande domanda della vita.
2. Un eventuale «Palazzo delle religioni» a Roma o altrove sarebbe necessariamente «una sorta di Pantheon pseudo-ecumenico neo-pagano»? Potrebbe senz'altro diventarlo se questa ipotetica «Casa delle religioni» (non ha bisogno di essere un palazzo) diventasse un tempio del sincretismo religioso mondiale, una specie di torre di Babele delle religioni. Se invece tale Casa fosse semplicemente un meeting point, uno spazio aperto pubblico e non privato, di tutti e di nessuno nel senso che tutti sono ospiti e nessuno è padrone, nel quale rappresentanti accreditati delle diverse religioni del mondo si potessero incontrare per affrontare insieme temi di comune interesse, ancora irrisolti o controversi - come, a esempio, quello della libertà religiosa alla quale proprio le religioni sono state in passato ostili e, in diversi paesi, lo sono oggi ancora, o quello della pace, della giustizia e della salvaguardia del creato, o altri ancora - se questa Casa ci fosse, non vedo perché dovrebbe essere vista negativamente come «una sorta di Pantheon neo-pagano», e non piuttosto positivamente come un Forum, come si dice oggi, cioè un punto d'incontro, di libero confronto e di dialogo.
In un tempo come il nostro in cui il diverso è così facilmente considerato nemico e, in questo quadro, tanti preferiscono la violenza alla nonviolenza, la parola delle armi all'arma della parola, lo scontro all'incontro, il monologo al dialogo, un Forum permanente delle religioni non mi sembra, in sé, una cattiva idea. Tutto dipende da che cosa se ne vuol fare, cioè dagli obiettivi che con esso si intendono perseguire, e da quale spirito è animato, cioè dall'atteggiamento con cui ci si dispone all'incontro con il diverso. Del resto, in un certo senso, questo Forum esiste già, anche se non credo che abbia una sede fissa come il Palazzo dell'Onu. Si chiama «Parlamento delle religioni». Questa istituzione, nel 1993, nel congresso di Chicago al quale parteciparono 6500 persone, votò un Manifesto per un'etica planetaria, che in Europa è stato fatto conoscere, tra gli altri, da Hans Küng. Si tratta di un breve testo di una trentina di pagine, a mio giudizio molto bello, essenziale e incisivo: ogni cristiano lo sottoscriverebbe. Al «Parlamento delle religioni» (fondato proprio a Chicago oltre un secolo fa, nel 1894) s'è affiancata da qualche tempo la «Conferenza mondiale delle religioni per la pace» (prima assemblea mondiale a Kyoto, in Giappone, nel 1970), che gode di status consultivo presso le Nazioni Unite e di cui esiste una sezione italiana presieduta da Giovanni Cereti.
In tutto questo, l'ecumenismo in senso stretto (dialogo tra le chiese) non c'entra. C'è però un ecumenismo (se così lo si vuol chiamare) tra le religioni, che è molto diverso da quello intracristiano quanto ai contenuti, ma gli è molto simile, per non dire identico, quanto al metodo. Non è un caso che il Consiglio ecumenico delle chiese (che è, appunto, un Forum di chiese cristiane e un vero modello di convivenza e cooperazione tra diversi) si occupi attivamente anche del dialogo interreligioso sin dall'assemblea mondiale di Vancouver del 1983. Ma questo dialogo, che su scala mondiale è appena agli inizi, non è nato ieri, ha antenati illustri in tutte le religioni. A esempio, nella tradizione cristiana, Pietro Abelardo (1079-1142) e Nicolò Cusano (1400 ca-1464). In quella musulmana si ricorda volentieri, tra gli altri, il sultano Akbar (1542-1605), della dinastia Moghul, che si sforzò di convincere le religioni presenti nel suo regno (musulmani e indù) a convivere in pace tra loro rispettandosi a vicenda, nel nome dell'unico Dio di tutti. «Ma il suo tentativo - scrive l'Enciclopedia Treccani - non ebbe seguito». Purtroppo. In conclusione: creare una «Casa delle religioni» - se mai succederà - potrà risultare più difficile che creare il Palazzo delle Nazioni.
Tratto dalla rubrica "Dialoghi con Paolo Ricca" del settimanale Riforma del 28 marzo 2008