La
La sindrome di Sherazade, ovvero come tener desta l'attenzione di un'audience annoiata che non si può muovere dalla sua poltrona di spettatore abulico. Mi sto riferendo, evidentemente, al famoso racconto delle Mille e una notte. Sherazade è obbligata dal sultano a raccontare storie ininterrottamente fino al mattino; se il sultano si annoia e si addormenta, le taglieranno la testa.
Questo è lo spettacolo che offrono le nostre televisioni, sia pubblica che private. Lo spettacolo della lotta fra i diversi canali, al fine di ottenere una maggiore audience e di riempire gli orari, aumentando così le entrate pubblicitarie, ricorda quello del ciarlatano del mercato che deve gridare a squarciagola e ripetutamente per poter attirare l'attenzione dei passanti e per trattenerli. Molti speravano che la libertà televisiva facilitasse un'offerta pluralista e varia. Non sono un denigratore della televisione privata, ma lo sono di questo modello di televisione privata, e di quella pubblica che ne risulta. La realtà è stata oltremodo deludente: programmi di scarsa qualità, insulsi, volgari e, ciò che è peggio, gli stessi su tutte le reti. Anche la televisione pubblica, l'unica che per certi aspetti si salva, ha mimetizzato i suoi criteri di programmazione. Sarebbe da nominare "rimediaprogrammazione" delle private, per dirlo ancora una volta con un'espressione della Rico Oliver. Come ha rilevato la nostra ormai familiare autrice, chi decide la programmazione è il marketing, non i produttori né i soggettisti. Con una complicità sospetta, i proprietari delle reti nascondono nei "gusti del pubblico" le ragioni autentiche dell'ansia di guadagno e di cattivo gusto: chi comanda sono i rating di audience. A loro piacerebbe elevare la qualità dei programmi, ma il pubblico vuol vedere colori pacchiani, spettacoli volgari, signorine esuberanti e con la testa vuota, e circo, molto circo! Pochi sanno che non è vero, che per il pubblico, quando la scelta è fra spazzatura e carogna, non vi è alternativa. Mi ricordano quei signori d'Andalusia che, per giustificare il fatto di non dar la carne ai propri salariati, dicevano: "È che a loro la carne non piace". È dimostrato che quando si fa scegliere fra bistecca e lenticchie, la maggior parte sceglie la cosa buona; però se vi sono solo lenticchie... No, non è l'audience che comanda, è la pubblicità. I programmi vengono patrocinati dagli sponsor, i "padroni" che forse sanno fabbricare insaccati, ma che non sanno niente di canovacci né di pubblico e proprio loro decidono i canovacci, nonché l'arredamento scenico: molta luce, colori stridenti, abbaglianti, musica rumorosa e, se si tratta di programmi per bambini, lo scenario si riempie di bambini, molti bambini che applaudono e accompagnano le insulse e pacchiane esclamazioni della scollata e provocante presentatrice di turno - come se l'ampiezza delle scollature avesse qualcosa a che vedere con l'immaginazione infantile -, che insinua messaggi subliminali pubblicitari mentre tutti i bambini della platea rispondono con "spontaneità" millimetricamente organizzata per rafforzare il messaggio dello spot pubblicitario: - "Come giocano i cuginetti?" - domanda la presentatrice X alludendo alle bambole di una determinata marca. - "Tutti insieme" - fa eco la ragazzaglia della platea all'unisono (41).
Non esagero, afferma la Rico Oliver: "Gli spazi che giustificano i costi pubblicitari devono indurla a capire che vita è sinonimo di appropriazione febbrile di oggetti diversi - quanto oggi si chiama benessere - e far in modo che Lei s'identifichi con quanti godono della massima possibilità economica, quanto oggi si chiama successo. All'infuori di questi stereotipi non esistono altri interessi e, dato che chi paga comanda, le industrie che finanziano la programmazione non possono permettere che le proprie impostazioni commerciali siano vanificate da "cose volgari" come la verità, la bellezza o l'etica" (42).
ABUH
Questo è lo spettacolo che offrono le nostre televisioni, sia pubblica che private. Lo spettacolo della lotta fra i diversi canali, al fine di ottenere una maggiore audience e di riempire gli orari, aumentando così le entrate pubblicitarie, ricorda quello del ciarlatano del mercato che deve gridare a squarciagola e ripetutamente per poter attirare l'attenzione dei passanti e per trattenerli. Molti speravano che la libertà televisiva facilitasse un'offerta pluralista e varia. Non sono un denigratore della televisione privata, ma lo sono di questo modello di televisione privata, e di quella pubblica che ne risulta. La realtà è stata oltremodo deludente: programmi di scarsa qualità, insulsi, volgari e, ciò che è peggio, gli stessi su tutte le reti. Anche la televisione pubblica, l'unica che per certi aspetti si salva, ha mimetizzato i suoi criteri di programmazione. Sarebbe da nominare "rimediaprogrammazione" delle private, per dirlo ancora una volta con un'espressione della Rico Oliver. Come ha rilevato la nostra ormai familiare autrice, chi decide la programmazione è il marketing, non i produttori né i soggettisti. Con una complicità sospetta, i proprietari delle reti nascondono nei "gusti del pubblico" le ragioni autentiche dell'ansia di guadagno e di cattivo gusto: chi comanda sono i rating di audience. A loro piacerebbe elevare la qualità dei programmi, ma il pubblico vuol vedere colori pacchiani, spettacoli volgari, signorine esuberanti e con la testa vuota, e circo, molto circo! Pochi sanno che non è vero, che per il pubblico, quando la scelta è fra spazzatura e carogna, non vi è alternativa. Mi ricordano quei signori d'Andalusia che, per giustificare il fatto di non dar la carne ai propri salariati, dicevano: "È che a loro la carne non piace". È dimostrato che quando si fa scegliere fra bistecca e lenticchie, la maggior parte sceglie la cosa buona; però se vi sono solo lenticchie... No, non è l'audience che comanda, è la pubblicità. I programmi vengono patrocinati dagli sponsor, i "padroni" che forse sanno fabbricare insaccati, ma che non sanno niente di canovacci né di pubblico e proprio loro decidono i canovacci, nonché l'arredamento scenico: molta luce, colori stridenti, abbaglianti, musica rumorosa e, se si tratta di programmi per bambini, lo scenario si riempie di bambini, molti bambini che applaudono e accompagnano le insulse e pacchiane esclamazioni della scollata e provocante presentatrice di turno - come se l'ampiezza delle scollature avesse qualcosa a che vedere con l'immaginazione infantile -, che insinua messaggi subliminali pubblicitari mentre tutti i bambini della platea rispondono con "spontaneità" millimetricamente organizzata per rafforzare il messaggio dello spot pubblicitario: - "Come giocano i cuginetti?" - domanda la presentatrice X alludendo alle bambole di una determinata marca. - "Tutti insieme" - fa eco la ragazzaglia della platea all'unisono (41).
Non esagero, afferma la Rico Oliver: "Gli spazi che giustificano i costi pubblicitari devono indurla a capire che vita è sinonimo di appropriazione febbrile di oggetti diversi - quanto oggi si chiama benessere - e far in modo che Lei s'identifichi con quanti godono della massima possibilità economica, quanto oggi si chiama successo. All'infuori di questi stereotipi non esistono altri interessi e, dato che chi paga comanda, le industrie che finanziano la programmazione non possono permettere che le proprie impostazioni commerciali siano vanificate da "cose volgari" come la verità, la bellezza o l'etica" (42).
ABUH