Attenzione alla banalizzazione della mafia!
Sta succedendo qualcosa in questo paese che è molto pericoloso: la banalizzazione della mafia attraverso un marchio commerciale che si richiama a "Il padrino" e offre sgargianti golosità siciliane....
Avevo letto circa un mese fa la riflessione sull'argomento di Nando Dalla Chiesa ("Il fatto quotidiano" 11.11.2009)e mi ero sdegnata con lui. Due o tre giorni fa mi ritrovo lo stesso stand all'uscita principale della stazione di Firenze Santa Maria Novella e adesso sono qui a chiedere a me stessa e a voi che leggete: cosa facciamo per fermare questa turpitudine?
Intanto ripropongo il pezzo di Dalla Chiesa che ho pescato sul suo blog:
http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&task=view&id=1205&Itemid=123. Vale la pena di leggerlo:
"Benvenuti in terra di mafia, viaggiatori di tutto il mondo. Benvenuti alla stazione centrale di Milano, qui di fronte agli eleganti marciapiedi su cui scendono i pregiati clienti della Freccia rossa. Ammirate nel cuore della grande architettura fascista questo superbo quadrilatero. Sei-sette metri per lato, un trionfo goloso da strapaese sormontato ovunque dalla parola che ci ha resi famosi nel mondo: “Il padrino”. Perché questa è la ragione sociale dell’azienda che dà oggi il suo marchio a Milano. Cannoli e cassate, signore e signori. E poi torroni e arancini, e carretti siciliani. E non dimenticatelo mai, anche se ogni tanto ci offendiamo che lo scriviate: noi siamo questo, la terra del padrino. E se non ce lo fanno più dire apertamente a Palermo o a Catania, lo diciamo noi da qui, dalla capitale della Lombardia.
A volte le coincidenze simboliche hanno qualcosa di terribile e di feroce. Così il fatto che alla stazione centrale di Milano, tra lavori in corso ed enormi pannelli di rivestimento, brilli in solitudine il simbolo della mafia proprio nei giorni in cui i clan hanno ucciso per strada un imprenditore edile ben ammanicato con le amministrazioni della provincia, ha qualcosa di involontariamente sinistro. Di profetico perfino.
E di sconcio. Non solo per il gusto chiassoso, da fiera di provincia, gettato su un luogo che cerca da anni un decoro estetico europeo. Ma perché quel nome che evoca tanto naturalmente la mafia e la sua cultura è una vergogna civile. Per capirsi: che cosa succederebbe se domani in stazione o in piazza Duomo aprisse un bar intitolato “Alle Brigate Rosse”? Forse che tutte le autorità, tutti i giornali, tutti gli intellettuali, non correrebbero come un sol uomo a invocarne la chiusura immediata e la altrettanto immediata punizione di chi avesse autorizzato quella insegna? Certo, alcuni possono ridere sulla mafia, e raccontare su di lei e sulle sue imprese barzellette amene. Ma c’è un tabù morale che poi ne proibisce il racconto in pubblico.
E dunque diventa decisivo capire come la città possa tollerare questo inno alla cultura mafiosa quando ha in piazza Diaz un monumento al Carabiniere intitolato al generale dalla Chiesa, quando ha una scuola media intitolata a Falcone e Borsellino e una scuola intitolata a Emmanuela Setti Carraro. Quando vede migliaia di suoi studenti impegnati nella cosiddetta “educazione alla legalità”, nutrita - così si insegna loro - di dettagli e di piccole cose quotidiane. Bisognerebbe capire come si sentono i carabinieri e i poliziotti in servizio alla stazione a passare accanto alla “innocente” pubblicità del Padrino e a pensare magari a quanti dei loro colleghi sono stati falciati o fatti a brandelli dal Padrino di Corleone o dal Padrino di Ciaculli o dal Padrino di Resuttana.
So per certo che al Comune di Milano sono molti, a partire dal sindaco, che non hanno simpatia alcuna per i mafiosi e i loro simboli. So che c’è un prefetto che ha le carte in regola per non essere sospettato della minima debolezza. Intervengano dunque loro con ogni energia per rimuovere questo insulto alla memoria degli eroi del paese, a chi rischia ogni giorno contro i tanti padrini che impartiscono ordini di morte nelle più diverse lande del paese. L’ambiguità giuliva non è più consentita a nessuno. E per finire: così come io sto firmando questo articolo, vorrei tanto sapere chi ha firmato l’autorizzazione di questo sconcio che sfregia l’immagine di Milano e dell’Italia". Nando Dalla Chiesa
AGGIORNAMENTO DEL 3 DICEMBRE 2009
Ho inviato una lettera alla ditta in questione
([email protected]) e alla ditta(associzione, non so)"Sicilia viva in festa" ([email protected]) la seguente mail:
"Signori/e,
sono a dirVi il mio sdegno e il mio dolore per l'uso superficializzante e banalizzante, che la Vostra Ditta fa del termine "Il Padrino" che a me e a tanti altri richiama non la "Sicilia viva in festa" ma "la Sicilia in lutto per i morti ammazzati dalla mafia". Un lutto che oltrepassa lo stretto e dilaga in tutta Italia (quando non anche nel mondo intero).
Voglio sperare che l'uso banalizzante di un termine strettamente mafioso e quindi mortifero sia dovuto a un moto di superficialità (peraltro inspiegabile) dell'azienda. E quindi invito i titolari ed eventuali soci di codesta azienda a ripensare a questa intitolazione e a modificarla al più presto possibile.
Incollo dopo i saluti l'articolo, che Nando Dalla Chiesa, personalmente offeso negli affetti, per l'omicidio mafioso del padre, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ha pubblicato l'11 movembre scorso su "Il fatto quotidiano". Faccio mie le sue osservazioni, aggiungendo, appunto, l'auspicio che siate Voi stessi a riconoscere l'errore pacchiano e orribile che avete fatto e, appunto, e a correggerlo subito. Non sarebbero neppure sgradite delle pubbliche scuse. Grazie.
Saluti.
Annapaola Laldi
AGGIORNAMENTO DEL 4 DICEMBRE 2009
Ieri avevo segnalato l'invio di una lettera alla ditta "Il padrino Dolcezze siciliane" e a "Sicilia viva", che ho scoperto essere un'associazione culturale che si propone di favorire un interscambio cultural/turistico fra la Sicilia e il Nord Italia.
A stretto giro di e-mail mi hanno risposto tutti e due, inviandomi il testo della risposta che il titolare della ditta in questione aveva inviato a Nando Dalla Chiesa. Il signor Carmelo Carlino, il titolare del "Padrino", in particolare si mostra desideroso di chiarire la cosa con me personalmente e mi manda numero di cellulare e d'ufficio. A me, in realtà, non sembra che ci sia molto da chiarire dopo aver letto la dichiarazione del signor Carlino a seguito dell'articolo di Dalla Chiesa... Sto dunque studiando una risposta come si deve.
Intanto, incollo qui di seguito la replica del signor Carlino a Dalla Chiesa, così chiunque la può leggere e farsi un'idea propria.
(L'articolo di Dalla Chiesa si trova nel mio post iniziale, il testo della mia lettera si trova anche nel mio post di ieri 3 dicembre).
Ecco dunque la risposta a Dalla Chiesa di Carmelo Carlino, titolare de "Il padrino- dolcezze siciliane":
"Stupore, amarezza e rabbia. Anche se sono caduto in disgrazia nel 1991 continuo a portare avanti questo marchio a testa alta. Ecco i sentimenti che ho provato dopo la lettura dell’articolo firmato da Nando Dalla Chiesa, apparso mercoledì a pagina 11 de Il Fatto quotidiano. Sessanta e passa righe spese a mettere nel mirino la mia attività imprenditoriale. Secondo l’ex parlamentare, mia colpa, sarebbe quella di utilizzare come logo aziendale Il Padrino, ovvero The Good Father. Insegna di troppo, che, secondo Dalla Chiesa, evocherebbe la «mafia siciliana».
No, non ci sto. E’ davvero singolare l’accostamento del marchio di fabbrica scelto nel 1976 sull’onda di un film di successo, del brand che dopo trent’anni di onorato lavoro dà oggi pane e companatico a 36 famiglie (dico trentasei, con un fatturato di circa sei milioni di euro all’anno) con una cultura che non mi è mai appartenuta. Lo riscrivo, giusto per intenderci senza mezzi termini: la cultura mafiosa non mi è mai appartenuta. Sia chiaro: dietro la mia attività, dentro le dolcezze siciliane che vendo a Milano come in tutta Italia, e all’estero ( Francia, Inghilterra, Austria, Germania, Spagna, Belgio, Romania) non c’è alcun sapore mafioso. Niente a che spartire. Il mio marchio, il Padrino, è unicamente sinonimo di produzione e vendita di prodotti tipici siciliani di qualità. o come sta scritto nel sito internet (www.dolcezzesicilianeilpadrino.it) che promuove dolci di mandorle e prodotti tipici, il Padrino è «passione e amore per la nostra terra di origine» per «far scoprire a chi ancora non li conosce, i profumi, i sapori, i colori e la cultura di una terra meravigliosa che porta con sè genuinità, prelibatezza, semplicità e tradizione» oltrechè «restituire ai siciliani emigrati il calore tipico della loro terra e tenere vivi quei legami che passano proprio attraverso i sapori e che si tramandano col succedersi delle generazioni .Punto. Niente di più.
Le simbologie che smuovono la pancia di Nando Dalla Chiesa, bè sono esclusivamente una esemplicazione per produrre e vendere quei prodotti che ben rappresentano la Sicilia. E il resto? La mafia? Non mi appartiene (non ci appartiene come azienda) quella visione della vita, quelle regole di comportamento, di un modo di realizzare la giustizia, di amministrarla, al di fuori delle leggi e degli organi di Stato.
E se ancora non basta, gentile Dalla Chiesa, sappia che può tranquillamente inserirmi nell’elenco di coloro che non hanno alcuna simpatia per la mafia. Ho le carte in regola per poterlo scrivere e ho le mani callose di chi la vita se la conquista con il lavoro e non con altri mezzi o, meglio, diffondendo la cultura dell’omertà e dell’illegalità.
Carmelo Carlino"
Avevo letto circa un mese fa la riflessione sull'argomento di Nando Dalla Chiesa ("Il fatto quotidiano" 11.11.2009)e mi ero sdegnata con lui. Due o tre giorni fa mi ritrovo lo stesso stand all'uscita principale della stazione di Firenze Santa Maria Novella e adesso sono qui a chiedere a me stessa e a voi che leggete: cosa facciamo per fermare questa turpitudine?
Intanto ripropongo il pezzo di Dalla Chiesa che ho pescato sul suo blog:
http://www.nandodallachiesa.it/public/index.php?option=com_content&task=view&id=1205&Itemid=123. Vale la pena di leggerlo:
"Benvenuti in terra di mafia, viaggiatori di tutto il mondo. Benvenuti alla stazione centrale di Milano, qui di fronte agli eleganti marciapiedi su cui scendono i pregiati clienti della Freccia rossa. Ammirate nel cuore della grande architettura fascista questo superbo quadrilatero. Sei-sette metri per lato, un trionfo goloso da strapaese sormontato ovunque dalla parola che ci ha resi famosi nel mondo: “Il padrino”. Perché questa è la ragione sociale dell’azienda che dà oggi il suo marchio a Milano. Cannoli e cassate, signore e signori. E poi torroni e arancini, e carretti siciliani. E non dimenticatelo mai, anche se ogni tanto ci offendiamo che lo scriviate: noi siamo questo, la terra del padrino. E se non ce lo fanno più dire apertamente a Palermo o a Catania, lo diciamo noi da qui, dalla capitale della Lombardia.
A volte le coincidenze simboliche hanno qualcosa di terribile e di feroce. Così il fatto che alla stazione centrale di Milano, tra lavori in corso ed enormi pannelli di rivestimento, brilli in solitudine il simbolo della mafia proprio nei giorni in cui i clan hanno ucciso per strada un imprenditore edile ben ammanicato con le amministrazioni della provincia, ha qualcosa di involontariamente sinistro. Di profetico perfino.
E di sconcio. Non solo per il gusto chiassoso, da fiera di provincia, gettato su un luogo che cerca da anni un decoro estetico europeo. Ma perché quel nome che evoca tanto naturalmente la mafia e la sua cultura è una vergogna civile. Per capirsi: che cosa succederebbe se domani in stazione o in piazza Duomo aprisse un bar intitolato “Alle Brigate Rosse”? Forse che tutte le autorità, tutti i giornali, tutti gli intellettuali, non correrebbero come un sol uomo a invocarne la chiusura immediata e la altrettanto immediata punizione di chi avesse autorizzato quella insegna? Certo, alcuni possono ridere sulla mafia, e raccontare su di lei e sulle sue imprese barzellette amene. Ma c’è un tabù morale che poi ne proibisce il racconto in pubblico.
E dunque diventa decisivo capire come la città possa tollerare questo inno alla cultura mafiosa quando ha in piazza Diaz un monumento al Carabiniere intitolato al generale dalla Chiesa, quando ha una scuola media intitolata a Falcone e Borsellino e una scuola intitolata a Emmanuela Setti Carraro. Quando vede migliaia di suoi studenti impegnati nella cosiddetta “educazione alla legalità”, nutrita - così si insegna loro - di dettagli e di piccole cose quotidiane. Bisognerebbe capire come si sentono i carabinieri e i poliziotti in servizio alla stazione a passare accanto alla “innocente” pubblicità del Padrino e a pensare magari a quanti dei loro colleghi sono stati falciati o fatti a brandelli dal Padrino di Corleone o dal Padrino di Ciaculli o dal Padrino di Resuttana.
So per certo che al Comune di Milano sono molti, a partire dal sindaco, che non hanno simpatia alcuna per i mafiosi e i loro simboli. So che c’è un prefetto che ha le carte in regola per non essere sospettato della minima debolezza. Intervengano dunque loro con ogni energia per rimuovere questo insulto alla memoria degli eroi del paese, a chi rischia ogni giorno contro i tanti padrini che impartiscono ordini di morte nelle più diverse lande del paese. L’ambiguità giuliva non è più consentita a nessuno. E per finire: così come io sto firmando questo articolo, vorrei tanto sapere chi ha firmato l’autorizzazione di questo sconcio che sfregia l’immagine di Milano e dell’Italia". Nando Dalla Chiesa
AGGIORNAMENTO DEL 3 DICEMBRE 2009
Ho inviato una lettera alla ditta in questione
([email protected]) e alla ditta(associzione, non so)"Sicilia viva in festa" ([email protected]) la seguente mail:
"Signori/e,
sono a dirVi il mio sdegno e il mio dolore per l'uso superficializzante e banalizzante, che la Vostra Ditta fa del termine "Il Padrino" che a me e a tanti altri richiama non la "Sicilia viva in festa" ma "la Sicilia in lutto per i morti ammazzati dalla mafia". Un lutto che oltrepassa lo stretto e dilaga in tutta Italia (quando non anche nel mondo intero).
Voglio sperare che l'uso banalizzante di un termine strettamente mafioso e quindi mortifero sia dovuto a un moto di superficialità (peraltro inspiegabile) dell'azienda. E quindi invito i titolari ed eventuali soci di codesta azienda a ripensare a questa intitolazione e a modificarla al più presto possibile.
Incollo dopo i saluti l'articolo, che Nando Dalla Chiesa, personalmente offeso negli affetti, per l'omicidio mafioso del padre, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ha pubblicato l'11 movembre scorso su "Il fatto quotidiano". Faccio mie le sue osservazioni, aggiungendo, appunto, l'auspicio che siate Voi stessi a riconoscere l'errore pacchiano e orribile che avete fatto e, appunto, e a correggerlo subito. Non sarebbero neppure sgradite delle pubbliche scuse. Grazie.
Saluti.
Annapaola Laldi
AGGIORNAMENTO DEL 4 DICEMBRE 2009
Ieri avevo segnalato l'invio di una lettera alla ditta "Il padrino Dolcezze siciliane" e a "Sicilia viva", che ho scoperto essere un'associazione culturale che si propone di favorire un interscambio cultural/turistico fra la Sicilia e il Nord Italia.
A stretto giro di e-mail mi hanno risposto tutti e due, inviandomi il testo della risposta che il titolare della ditta in questione aveva inviato a Nando Dalla Chiesa. Il signor Carmelo Carlino, il titolare del "Padrino", in particolare si mostra desideroso di chiarire la cosa con me personalmente e mi manda numero di cellulare e d'ufficio. A me, in realtà, non sembra che ci sia molto da chiarire dopo aver letto la dichiarazione del signor Carlino a seguito dell'articolo di Dalla Chiesa... Sto dunque studiando una risposta come si deve.
Intanto, incollo qui di seguito la replica del signor Carlino a Dalla Chiesa, così chiunque la può leggere e farsi un'idea propria.
(L'articolo di Dalla Chiesa si trova nel mio post iniziale, il testo della mia lettera si trova anche nel mio post di ieri 3 dicembre).
Ecco dunque la risposta a Dalla Chiesa di Carmelo Carlino, titolare de "Il padrino- dolcezze siciliane":
"Stupore, amarezza e rabbia. Anche se sono caduto in disgrazia nel 1991 continuo a portare avanti questo marchio a testa alta. Ecco i sentimenti che ho provato dopo la lettura dell’articolo firmato da Nando Dalla Chiesa, apparso mercoledì a pagina 11 de Il Fatto quotidiano. Sessanta e passa righe spese a mettere nel mirino la mia attività imprenditoriale. Secondo l’ex parlamentare, mia colpa, sarebbe quella di utilizzare come logo aziendale Il Padrino, ovvero The Good Father. Insegna di troppo, che, secondo Dalla Chiesa, evocherebbe la «mafia siciliana».
No, non ci sto. E’ davvero singolare l’accostamento del marchio di fabbrica scelto nel 1976 sull’onda di un film di successo, del brand che dopo trent’anni di onorato lavoro dà oggi pane e companatico a 36 famiglie (dico trentasei, con un fatturato di circa sei milioni di euro all’anno) con una cultura che non mi è mai appartenuta. Lo riscrivo, giusto per intenderci senza mezzi termini: la cultura mafiosa non mi è mai appartenuta. Sia chiaro: dietro la mia attività, dentro le dolcezze siciliane che vendo a Milano come in tutta Italia, e all’estero ( Francia, Inghilterra, Austria, Germania, Spagna, Belgio, Romania) non c’è alcun sapore mafioso. Niente a che spartire. Il mio marchio, il Padrino, è unicamente sinonimo di produzione e vendita di prodotti tipici siciliani di qualità. o come sta scritto nel sito internet (www.dolcezzesicilianeilpadrino.it) che promuove dolci di mandorle e prodotti tipici, il Padrino è «passione e amore per la nostra terra di origine» per «far scoprire a chi ancora non li conosce, i profumi, i sapori, i colori e la cultura di una terra meravigliosa che porta con sè genuinità, prelibatezza, semplicità e tradizione» oltrechè «restituire ai siciliani emigrati il calore tipico della loro terra e tenere vivi quei legami che passano proprio attraverso i sapori e che si tramandano col succedersi delle generazioni .Punto. Niente di più.
Le simbologie che smuovono la pancia di Nando Dalla Chiesa, bè sono esclusivamente una esemplicazione per produrre e vendere quei prodotti che ben rappresentano la Sicilia. E il resto? La mafia? Non mi appartiene (non ci appartiene come azienda) quella visione della vita, quelle regole di comportamento, di un modo di realizzare la giustizia, di amministrarla, al di fuori delle leggi e degli organi di Stato.
E se ancora non basta, gentile Dalla Chiesa, sappia che può tranquillamente inserirmi nell’elenco di coloro che non hanno alcuna simpatia per la mafia. Ho le carte in regola per poterlo scrivere e ho le mani callose di chi la vita se la conquista con il lavoro e non con altri mezzi o, meglio, diffondendo la cultura dell’omertà e dell’illegalità.
Carmelo Carlino"