Babbo Natale alla Coca
Babbo Natale alla Coca
Nicola Lagioia
Testo tratto da: Babbo Natale Fazi Editore
Fonte: www.minerva.unito.it/Alimentare/Coca/babbo1.htm
Noi in genere siamo convinti che Babbo Natale così come lo conosciamo (barba bianca, pancione, giubba rossa con i bordi di pelliccia bianca, aspetto gioviale e rassicurante) esista da secoli. Ci lamentiamo al limite del fatto che la sua figura venga sfruttata dalla macchina del consumo più sfrenato. Ma come reagiremmo al pensiero che Babbo Natale, più che essere cavalcato dalla società dei consumi, ne è uno dei prodotti più emblematici? E alla circostanza che la sua presenza nel traffico del nostro immaginario è dovuta soprattutto alla Coca -cola? L 'adozione di Babbo Natale da parte della Coca-Cola avviene quando il portadoni si è ormai quasi del tutto sbarazzato delle sue origini cristiane.
Approdato a New York nel XVII secolo come residuato di una tradizione maturata per oltre mille anni nel Vecchio continente, quello che un tempo era stato San Nicola, vescovo di Mira (nell'attuale Turchia), si presentava nei primi decenni del Novecento americano come un potente simbolo del mondo dei consumi.
L'impresa della Coca-Cola non consistette nell'aver determinato un processo di scristianizzazione già in atto da tempo ma nell'averlo semmai cristallizzato, rendendolo in qualche modo definitivo. Il fatto che quest'incontro sia avvenuto in modo quasi accidentale, non toglie che ci fossero le premesse di un matrimonio felice. Spesso le grandi imprese hanno bisogno di un pretesto, un imprevisto, un incidente di percorso che costringa i loro autori a tirar fuori dalle proprie azioni quello che non credevano possibile. La riscrittura di Santa Claus ad opera della Coca-Cola trovò questo pretesto nel dottor Harvey Washington Wiley, un personaggio il cui semplice nome evocherà per gli uomini della futura multinazionale scenari da incubo. Il dottor Wiley lavorava al Dipartimento di Chimica degli Stati Uniti e cominciò a diventare noto nel 1902, quando diede vita alla "squadra del veleno", un gruppo di ragazzi utilizzati come cavie umane allo scopo di assumere additivi alimentari sospettati di essere nocivi. L 'anno successivo Wiley fece partire una crociata salutista che troverà nella bibita con le bollicine un bersaglio privilegiato.
«Gli Stati Uniti d' America contro 40 barili di Coca-Cola». Per quanto ridicolo, questo fu il nome con cui venne chiamato il procedimento giudiziario che per l'azienda di Atlanta rappresentò una delle prove più difficili da affrontare nei primi decenni del XX secolo. La denominazione si deve al sequestro di alcuni barili di Coca-Cola che Wiley fece disporre nel 1907.
L'episodio arrivò al culmine di una campagna denigratoria per la quale era stato sobillato il meglio del fervore paranoide nazionale:
Martha M. Allen, capo del movimento delle Donne per la Temperanza Cristiana: «So per certo di un giovanotto che è diventato una vera nullità a causa della sua abitudine alla Coca-Cola»);
il metodista George Stuart: «Si è saputo che l' uso di Coca-Cola ha portato in una scuola femminile a deprecabili festini notturni. In più la bibita tiene svegli i ragazzi esponendoli alle tentazioni della masturbazione»).
A questi personaggi si accompagnava una nutrita schiera di opinionisti infervorati, cronisti dalla penna facile o semplici approfittatori pronti a giurare che la Coca-Cola conteneva cocaina (non ce n'era più traccia a partire dal 1903), conteneva pericolose quantità di alcool, di caffeina, di oppio, di imprecisate e terribili sostanze velenose.
Il processo fu celebrato a Chattanooga e fu un buon prototipo di quegli show sotto le coltri di procedimento giudiziario che appassioneranno gli States negli anni a venire. Innanzitutto l' accusa: si contestava alla bibita di essere adulterata con sostanze pericolose (nello specifico la caffeina) e di avere una denominazione ingannevole - nella sua composizione non c' era più cocaina mentre la percentuale di noce di cola sfiorava l'infinitesimale. Quest'ultima imputazione fu un esercizio di comicità involontaria in carta bollata: se la Coca-Cola avesse davvero contenuto cocaina, avrebbe trasformato la sua azienda nel più grande spacciatore di droga del pianeta.
.... Il tribunale di Chattanooga ospitò una sfilata di deposizioni in stato di sovra-eccitazione, pronte a dipingere la Coca-Cola come un perfetto distillato del demonio o, al contrario, come presenza immacolata in un mondo di avvoltoi. I giornali seguirono il dibattimento come se si fosse trattato di una finale di superbowl; furono talmente contagiati dal clima scatenato che si respirava in città che l' Atlanta Georgian poté titolare: «Otto Coca-Cola contengono abbastanza caffeina da uccidere».
Chimici e farmacologi presentarono dettagliatissime deposizioni tecniche che mandarono in confusione i membri della giuria popolare. Si discusse, si controdiscusse, si pubblicarono fiumi di inchiostro e alla fine il giudice Edward Terry Sanford chiuse lo show: dopo aver espresso la sua opinione ordinò praticamente alla giuria di riunirsi e di tornare in aula con un verdetto favorevole alla Coca-Cola. La bibita non rischiò più di essere ritirata dal commercio né fu costretta a rivedere la sua formula. L'unico cambiamento riguarderà la strategia pubblicitaria dell'azienda.
... Gli avvocati difensori della Coca-Cola non avevano contestato gli effetti negativi della caffeina sui giovanissimi - avevano però cercato di aggirare l'ostacolo dichiarando che i più piccoli non erano consumatori abituali della bibita, il che contrastava con le pubblicità del periodo che ritraevano bambini intenti a bere Coca-Cola insieme ai genitori. Così, dopo il 1911, fu proibito l'utilizzo di materiale pubblicitario in cui ci fossero bambini di età inferiore a dodici anni nell'atto di bere Coca-Cola. Se i danni erano stati limitati al massimo, l'azienda rischiava di perdere una fetta fondamentale di consumatori, sopratutto se si considera il ruolo sempre più importante che la pubblicità sarà destinata a giocare negli anni a venire.
Siamo nel 1931: la Coca-Cola, che fino a qualche tempo prima veniva soprattutto servita nei bar, poteva adesso essere acquistata in confezioni da conservarsi nei frigoriferi domestici. Si trattò di un cambiamento epocale.
Per i fatturati della Compagnia incominciò a essere decisivo l'esercito di donne che ogni giorno si recavano a fare la spesa. Di conseguenza, cresceva l'importanza dei persuasori neanche troppo occulti che orientavano le massaie in gran parte dei loro acquisti: i loro figli. Bisognava concepire una campagna pubblicitaria in grado di rivolgersi ai bambini senza mai metterli al centro della scena. Il compito fu affidato a Haddon Sundblom, un bizzarro disegnatore di origine svedese che si faceva perdonare i suoi ritardi clamorosi grazie alla forza e all'inconfondibilità del segno grafico. L' espediente utilizzato fu quello di arruolare un messaggero, un intermediario tra infanzia e mondo degli adulti che fosse in grado di catalizzare l'immaginazione dei bambini. La scelta cadde appunto su Santa Claus.
Sundblom ebbe come primo parametro il Santa Claus disegnato da Thomas Nast per Harper's Weekly nel 1862: un portadoni con pancione e barba bianca che cominciava a distanziarsi dalle versioni esotiche con cui era stato rappresentato fino a quel momento. Il colpo di genio di Sundblom consistette nel far convivere l'aura di soprannaturalità che circondava Babbo Natale con l'estetica dell' uomo comune. Basta elfi, creature dei boschi, personaggi provenienti da immaginari e culture lontane: il nuovo Babbo Natale avrebbe dovuto essere partorito dal cuore magico dell'America del XX secolo.
Sundblom utilizzò come modello l' uomo della porta accanto, vale a dire il suo vicino di casa Lou Patience, un commesso viaggiatore che l'American way of life aveva fornito di una corporatura robusta, un volto allegro entro i limiti del sospetto, una fiducia nel presente e una vitalità che debordava da tutti i pori della sua persona. A Lou Pantience Sundblom allungò la barba e arroventò le guance, aumentò di qualche misura il girovita, sostituì gli abiti borghesi con la celebre casacca rossa e bianca, e così i cartelloni pubblicitari si riempirono di figure al limite dell'iperrealismo: fragorosamente comuni eppure in qualche modo provenienti da un altro pianeta.
La data della rivista Liberty è 22 dicembre 1931. Il 'Babbo Natale' targato Coca-Cola, disegnato da Haddon Sundblom, irrompe sulla scena pubblica statunitense.
Haddon divenne un famoso disegnatore di pin-upsE' curioso leggere e conoscere tutta la Storia dello sposalizio storico tra CocaCola e la famosa iconografia del Babbo Natale tanto corpulento, ciccione, dalla lunga barba bianca e dagli abiti rossi e bianchi ... che tutti noi, ogni anno, festeggiamo nei nostri Natali famigliari tra efusioni di bontà nel donare e scambiarci doni
... leggete un pò qua ..
Babbo Natale alla Coca
Nicola Lagioia
Testo tratto da: Babbo Natale Fazi Editore
Fonte: www.minerva.unito.it/Alimentare/Coca/babbo1.htm
Noi in genere siamo convinti che Babbo Natale così come lo conosciamo (barba bianca, pancione, giubba rossa con i bordi di pelliccia bianca, aspetto gioviale e rassicurante) esista da secoli. Ci lamentiamo al limite del fatto che la sua figura venga sfruttata dalla macchina del consumo più sfrenato. Ma come reagiremmo al pensiero che Babbo Natale, più che essere cavalcato dalla società dei consumi, ne è uno dei prodotti più emblematici? E alla circostanza che la sua presenza nel traffico del nostro immaginario è dovuta soprattutto alla Coca -cola? L 'adozione di Babbo Natale da parte della Coca-Cola avviene quando il portadoni si è ormai quasi del tutto sbarazzato delle sue origini cristiane.
Approdato a New York nel XVII secolo come residuato di una tradizione maturata per oltre mille anni nel Vecchio continente, quello che un tempo era stato San Nicola, vescovo di Mira (nell'attuale Turchia), si presentava nei primi decenni del Novecento americano come un potente simbolo del mondo dei consumi.
L'impresa della Coca-Cola non consistette nell'aver determinato un processo di scristianizzazione già in atto da tempo ma nell'averlo semmai cristallizzato, rendendolo in qualche modo definitivo. Il fatto che quest'incontro sia avvenuto in modo quasi accidentale, non toglie che ci fossero le premesse di un matrimonio felice. Spesso le grandi imprese hanno bisogno di un pretesto, un imprevisto, un incidente di percorso che costringa i loro autori a tirar fuori dalle proprie azioni quello che non credevano possibile. La riscrittura di Santa Claus ad opera della Coca-Cola trovò questo pretesto nel dottor Harvey Washington Wiley, un personaggio il cui semplice nome evocherà per gli uomini della futura multinazionale scenari da incubo. Il dottor Wiley lavorava al Dipartimento di Chimica degli Stati Uniti e cominciò a diventare noto nel 1902, quando diede vita alla "squadra del veleno", un gruppo di ragazzi utilizzati come cavie umane allo scopo di assumere additivi alimentari sospettati di essere nocivi. L 'anno successivo Wiley fece partire una crociata salutista che troverà nella bibita con le bollicine un bersaglio privilegiato.
«Gli Stati Uniti d' America contro 40 barili di Coca-Cola». Per quanto ridicolo, questo fu il nome con cui venne chiamato il procedimento giudiziario che per l'azienda di Atlanta rappresentò una delle prove più difficili da affrontare nei primi decenni del XX secolo. La denominazione si deve al sequestro di alcuni barili di Coca-Cola che Wiley fece disporre nel 1907.
L'episodio arrivò al culmine di una campagna denigratoria per la quale era stato sobillato il meglio del fervore paranoide nazionale:
Martha M. Allen, capo del movimento delle Donne per la Temperanza Cristiana: «So per certo di un giovanotto che è diventato una vera nullità a causa della sua abitudine alla Coca-Cola»);
il metodista George Stuart: «Si è saputo che l' uso di Coca-Cola ha portato in una scuola femminile a deprecabili festini notturni. In più la bibita tiene svegli i ragazzi esponendoli alle tentazioni della masturbazione»).
A questi personaggi si accompagnava una nutrita schiera di opinionisti infervorati, cronisti dalla penna facile o semplici approfittatori pronti a giurare che la Coca-Cola conteneva cocaina (non ce n'era più traccia a partire dal 1903), conteneva pericolose quantità di alcool, di caffeina, di oppio, di imprecisate e terribili sostanze velenose.
Il processo fu celebrato a Chattanooga e fu un buon prototipo di quegli show sotto le coltri di procedimento giudiziario che appassioneranno gli States negli anni a venire. Innanzitutto l' accusa: si contestava alla bibita di essere adulterata con sostanze pericolose (nello specifico la caffeina) e di avere una denominazione ingannevole - nella sua composizione non c' era più cocaina mentre la percentuale di noce di cola sfiorava l'infinitesimale. Quest'ultima imputazione fu un esercizio di comicità involontaria in carta bollata: se la Coca-Cola avesse davvero contenuto cocaina, avrebbe trasformato la sua azienda nel più grande spacciatore di droga del pianeta.
.... Il tribunale di Chattanooga ospitò una sfilata di deposizioni in stato di sovra-eccitazione, pronte a dipingere la Coca-Cola come un perfetto distillato del demonio o, al contrario, come presenza immacolata in un mondo di avvoltoi. I giornali seguirono il dibattimento come se si fosse trattato di una finale di superbowl; furono talmente contagiati dal clima scatenato che si respirava in città che l' Atlanta Georgian poté titolare: «Otto Coca-Cola contengono abbastanza caffeina da uccidere».
Chimici e farmacologi presentarono dettagliatissime deposizioni tecniche che mandarono in confusione i membri della giuria popolare. Si discusse, si controdiscusse, si pubblicarono fiumi di inchiostro e alla fine il giudice Edward Terry Sanford chiuse lo show: dopo aver espresso la sua opinione ordinò praticamente alla giuria di riunirsi e di tornare in aula con un verdetto favorevole alla Coca-Cola. La bibita non rischiò più di essere ritirata dal commercio né fu costretta a rivedere la sua formula. L'unico cambiamento riguarderà la strategia pubblicitaria dell'azienda.
... Gli avvocati difensori della Coca-Cola non avevano contestato gli effetti negativi della caffeina sui giovanissimi - avevano però cercato di aggirare l'ostacolo dichiarando che i più piccoli non erano consumatori abituali della bibita, il che contrastava con le pubblicità del periodo che ritraevano bambini intenti a bere Coca-Cola insieme ai genitori. Così, dopo il 1911, fu proibito l'utilizzo di materiale pubblicitario in cui ci fossero bambini di età inferiore a dodici anni nell'atto di bere Coca-Cola. Se i danni erano stati limitati al massimo, l'azienda rischiava di perdere una fetta fondamentale di consumatori, sopratutto se si considera il ruolo sempre più importante che la pubblicità sarà destinata a giocare negli anni a venire.
Siamo nel 1931: la Coca-Cola, che fino a qualche tempo prima veniva soprattutto servita nei bar, poteva adesso essere acquistata in confezioni da conservarsi nei frigoriferi domestici. Si trattò di un cambiamento epocale.
Per i fatturati della Compagnia incominciò a essere decisivo l'esercito di donne che ogni giorno si recavano a fare la spesa. Di conseguenza, cresceva l'importanza dei persuasori neanche troppo occulti che orientavano le massaie in gran parte dei loro acquisti: i loro figli. Bisognava concepire una campagna pubblicitaria in grado di rivolgersi ai bambini senza mai metterli al centro della scena. Il compito fu affidato a Haddon Sundblom, un bizzarro disegnatore di origine svedese che si faceva perdonare i suoi ritardi clamorosi grazie alla forza e all'inconfondibilità del segno grafico. L' espediente utilizzato fu quello di arruolare un messaggero, un intermediario tra infanzia e mondo degli adulti che fosse in grado di catalizzare l'immaginazione dei bambini. La scelta cadde appunto su Santa Claus.
Sundblom ebbe come primo parametro il Santa Claus disegnato da Thomas Nast per Harper's Weekly nel 1862: un portadoni con pancione e barba bianca che cominciava a distanziarsi dalle versioni esotiche con cui era stato rappresentato fino a quel momento. Il colpo di genio di Sundblom consistette nel far convivere l'aura di soprannaturalità che circondava Babbo Natale con l'estetica dell' uomo comune. Basta elfi, creature dei boschi, personaggi provenienti da immaginari e culture lontane: il nuovo Babbo Natale avrebbe dovuto essere partorito dal cuore magico dell'America del XX secolo.
Sundblom utilizzò come modello l' uomo della porta accanto, vale a dire il suo vicino di casa Lou Patience, un commesso viaggiatore che l'American way of life aveva fornito di una corporatura robusta, un volto allegro entro i limiti del sospetto, una fiducia nel presente e una vitalità che debordava da tutti i pori della sua persona. A Lou Pantience Sundblom allungò la barba e arroventò le guance, aumentò di qualche misura il girovita, sostituì gli abiti borghesi con la celebre casacca rossa e bianca, e così i cartelloni pubblicitari si riempirono di figure al limite dell'iperrealismo: fragorosamente comuni eppure in qualche modo provenienti da un altro pianeta.
La data della rivista Liberty è 22 dicembre 1931. Il 'Babbo Natale' targato Coca-Cola, disegnato da Haddon Sundblom, irrompe sulla scena pubblica statunitense.
Haddon divenne un famoso disegnatore di pin-ups
Nicola Lagioia
Testo tratto da: Babbo Natale Fazi Editore
Fonte: www.minerva.unito.it/Alimentare/Coca/babbo1.htm
Noi in genere siamo convinti che Babbo Natale così come lo conosciamo (barba bianca, pancione, giubba rossa con i bordi di pelliccia bianca, aspetto gioviale e rassicurante) esista da secoli. Ci lamentiamo al limite del fatto che la sua figura venga sfruttata dalla macchina del consumo più sfrenato. Ma come reagiremmo al pensiero che Babbo Natale, più che essere cavalcato dalla società dei consumi, ne è uno dei prodotti più emblematici? E alla circostanza che la sua presenza nel traffico del nostro immaginario è dovuta soprattutto alla Coca -cola? L 'adozione di Babbo Natale da parte della Coca-Cola avviene quando il portadoni si è ormai quasi del tutto sbarazzato delle sue origini cristiane.
Approdato a New York nel XVII secolo come residuato di una tradizione maturata per oltre mille anni nel Vecchio continente, quello che un tempo era stato San Nicola, vescovo di Mira (nell'attuale Turchia), si presentava nei primi decenni del Novecento americano come un potente simbolo del mondo dei consumi.
L'impresa della Coca-Cola non consistette nell'aver determinato un processo di scristianizzazione già in atto da tempo ma nell'averlo semmai cristallizzato, rendendolo in qualche modo definitivo. Il fatto che quest'incontro sia avvenuto in modo quasi accidentale, non toglie che ci fossero le premesse di un matrimonio felice. Spesso le grandi imprese hanno bisogno di un pretesto, un imprevisto, un incidente di percorso che costringa i loro autori a tirar fuori dalle proprie azioni quello che non credevano possibile. La riscrittura di Santa Claus ad opera della Coca-Cola trovò questo pretesto nel dottor Harvey Washington Wiley, un personaggio il cui semplice nome evocherà per gli uomini della futura multinazionale scenari da incubo. Il dottor Wiley lavorava al Dipartimento di Chimica degli Stati Uniti e cominciò a diventare noto nel 1902, quando diede vita alla "squadra del veleno", un gruppo di ragazzi utilizzati come cavie umane allo scopo di assumere additivi alimentari sospettati di essere nocivi. L 'anno successivo Wiley fece partire una crociata salutista che troverà nella bibita con le bollicine un bersaglio privilegiato.
«Gli Stati Uniti d' America contro 40 barili di Coca-Cola». Per quanto ridicolo, questo fu il nome con cui venne chiamato il procedimento giudiziario che per l'azienda di Atlanta rappresentò una delle prove più difficili da affrontare nei primi decenni del XX secolo. La denominazione si deve al sequestro di alcuni barili di Coca-Cola che Wiley fece disporre nel 1907.
L'episodio arrivò al culmine di una campagna denigratoria per la quale era stato sobillato il meglio del fervore paranoide nazionale:
Martha M. Allen, capo del movimento delle Donne per la Temperanza Cristiana: «So per certo di un giovanotto che è diventato una vera nullità a causa della sua abitudine alla Coca-Cola»);
il metodista George Stuart: «Si è saputo che l' uso di Coca-Cola ha portato in una scuola femminile a deprecabili festini notturni. In più la bibita tiene svegli i ragazzi esponendoli alle tentazioni della masturbazione»).
A questi personaggi si accompagnava una nutrita schiera di opinionisti infervorati, cronisti dalla penna facile o semplici approfittatori pronti a giurare che la Coca-Cola conteneva cocaina (non ce n'era più traccia a partire dal 1903), conteneva pericolose quantità di alcool, di caffeina, di oppio, di imprecisate e terribili sostanze velenose.
Il processo fu celebrato a Chattanooga e fu un buon prototipo di quegli show sotto le coltri di procedimento giudiziario che appassioneranno gli States negli anni a venire. Innanzitutto l' accusa: si contestava alla bibita di essere adulterata con sostanze pericolose (nello specifico la caffeina) e di avere una denominazione ingannevole - nella sua composizione non c' era più cocaina mentre la percentuale di noce di cola sfiorava l'infinitesimale. Quest'ultima imputazione fu un esercizio di comicità involontaria in carta bollata: se la Coca-Cola avesse davvero contenuto cocaina, avrebbe trasformato la sua azienda nel più grande spacciatore di droga del pianeta.
.... Il tribunale di Chattanooga ospitò una sfilata di deposizioni in stato di sovra-eccitazione, pronte a dipingere la Coca-Cola come un perfetto distillato del demonio o, al contrario, come presenza immacolata in un mondo di avvoltoi. I giornali seguirono il dibattimento come se si fosse trattato di una finale di superbowl; furono talmente contagiati dal clima scatenato che si respirava in città che l' Atlanta Georgian poté titolare: «Otto Coca-Cola contengono abbastanza caffeina da uccidere».
Chimici e farmacologi presentarono dettagliatissime deposizioni tecniche che mandarono in confusione i membri della giuria popolare. Si discusse, si controdiscusse, si pubblicarono fiumi di inchiostro e alla fine il giudice Edward Terry Sanford chiuse lo show: dopo aver espresso la sua opinione ordinò praticamente alla giuria di riunirsi e di tornare in aula con un verdetto favorevole alla Coca-Cola. La bibita non rischiò più di essere ritirata dal commercio né fu costretta a rivedere la sua formula. L'unico cambiamento riguarderà la strategia pubblicitaria dell'azienda.
... Gli avvocati difensori della Coca-Cola non avevano contestato gli effetti negativi della caffeina sui giovanissimi - avevano però cercato di aggirare l'ostacolo dichiarando che i più piccoli non erano consumatori abituali della bibita, il che contrastava con le pubblicità del periodo che ritraevano bambini intenti a bere Coca-Cola insieme ai genitori. Così, dopo il 1911, fu proibito l'utilizzo di materiale pubblicitario in cui ci fossero bambini di età inferiore a dodici anni nell'atto di bere Coca-Cola. Se i danni erano stati limitati al massimo, l'azienda rischiava di perdere una fetta fondamentale di consumatori, sopratutto se si considera il ruolo sempre più importante che la pubblicità sarà destinata a giocare negli anni a venire.
Siamo nel 1931: la Coca-Cola, che fino a qualche tempo prima veniva soprattutto servita nei bar, poteva adesso essere acquistata in confezioni da conservarsi nei frigoriferi domestici. Si trattò di un cambiamento epocale.
Per i fatturati della Compagnia incominciò a essere decisivo l'esercito di donne che ogni giorno si recavano a fare la spesa. Di conseguenza, cresceva l'importanza dei persuasori neanche troppo occulti che orientavano le massaie in gran parte dei loro acquisti: i loro figli. Bisognava concepire una campagna pubblicitaria in grado di rivolgersi ai bambini senza mai metterli al centro della scena. Il compito fu affidato a Haddon Sundblom, un bizzarro disegnatore di origine svedese che si faceva perdonare i suoi ritardi clamorosi grazie alla forza e all'inconfondibilità del segno grafico. L' espediente utilizzato fu quello di arruolare un messaggero, un intermediario tra infanzia e mondo degli adulti che fosse in grado di catalizzare l'immaginazione dei bambini. La scelta cadde appunto su Santa Claus.
Sundblom ebbe come primo parametro il Santa Claus disegnato da Thomas Nast per Harper's Weekly nel 1862: un portadoni con pancione e barba bianca che cominciava a distanziarsi dalle versioni esotiche con cui era stato rappresentato fino a quel momento. Il colpo di genio di Sundblom consistette nel far convivere l'aura di soprannaturalità che circondava Babbo Natale con l'estetica dell' uomo comune. Basta elfi, creature dei boschi, personaggi provenienti da immaginari e culture lontane: il nuovo Babbo Natale avrebbe dovuto essere partorito dal cuore magico dell'America del XX secolo.
Sundblom utilizzò come modello l' uomo della porta accanto, vale a dire il suo vicino di casa Lou Patience, un commesso viaggiatore che l'American way of life aveva fornito di una corporatura robusta, un volto allegro entro i limiti del sospetto, una fiducia nel presente e una vitalità che debordava da tutti i pori della sua persona. A Lou Pantience Sundblom allungò la barba e arroventò le guance, aumentò di qualche misura il girovita, sostituì gli abiti borghesi con la celebre casacca rossa e bianca, e così i cartelloni pubblicitari si riempirono di figure al limite dell'iperrealismo: fragorosamente comuni eppure in qualche modo provenienti da un altro pianeta.
La data della rivista Liberty è 22 dicembre 1931. Il 'Babbo Natale' targato Coca-Cola, disegnato da Haddon Sundblom, irrompe sulla scena pubblica statunitense.
Haddon divenne un famoso disegnatore di pin-upsE' curioso leggere e conoscere tutta la Storia dello sposalizio storico tra CocaCola e la famosa iconografia del Babbo Natale tanto corpulento, ciccione, dalla lunga barba bianca e dagli abiti rossi e bianchi ... che tutti noi, ogni anno, festeggiamo nei nostri Natali famigliari tra efusioni di bontà nel donare e scambiarci doni
... leggete un pò qua ..
Babbo Natale alla Coca
Nicola Lagioia
Testo tratto da: Babbo Natale Fazi Editore
Fonte: www.minerva.unito.it/Alimentare/Coca/babbo1.htm
Noi in genere siamo convinti che Babbo Natale così come lo conosciamo (barba bianca, pancione, giubba rossa con i bordi di pelliccia bianca, aspetto gioviale e rassicurante) esista da secoli. Ci lamentiamo al limite del fatto che la sua figura venga sfruttata dalla macchina del consumo più sfrenato. Ma come reagiremmo al pensiero che Babbo Natale, più che essere cavalcato dalla società dei consumi, ne è uno dei prodotti più emblematici? E alla circostanza che la sua presenza nel traffico del nostro immaginario è dovuta soprattutto alla Coca -cola? L 'adozione di Babbo Natale da parte della Coca-Cola avviene quando il portadoni si è ormai quasi del tutto sbarazzato delle sue origini cristiane.
Approdato a New York nel XVII secolo come residuato di una tradizione maturata per oltre mille anni nel Vecchio continente, quello che un tempo era stato San Nicola, vescovo di Mira (nell'attuale Turchia), si presentava nei primi decenni del Novecento americano come un potente simbolo del mondo dei consumi.
L'impresa della Coca-Cola non consistette nell'aver determinato un processo di scristianizzazione già in atto da tempo ma nell'averlo semmai cristallizzato, rendendolo in qualche modo definitivo. Il fatto che quest'incontro sia avvenuto in modo quasi accidentale, non toglie che ci fossero le premesse di un matrimonio felice. Spesso le grandi imprese hanno bisogno di un pretesto, un imprevisto, un incidente di percorso che costringa i loro autori a tirar fuori dalle proprie azioni quello che non credevano possibile. La riscrittura di Santa Claus ad opera della Coca-Cola trovò questo pretesto nel dottor Harvey Washington Wiley, un personaggio il cui semplice nome evocherà per gli uomini della futura multinazionale scenari da incubo. Il dottor Wiley lavorava al Dipartimento di Chimica degli Stati Uniti e cominciò a diventare noto nel 1902, quando diede vita alla "squadra del veleno", un gruppo di ragazzi utilizzati come cavie umane allo scopo di assumere additivi alimentari sospettati di essere nocivi. L 'anno successivo Wiley fece partire una crociata salutista che troverà nella bibita con le bollicine un bersaglio privilegiato.
«Gli Stati Uniti d' America contro 40 barili di Coca-Cola». Per quanto ridicolo, questo fu il nome con cui venne chiamato il procedimento giudiziario che per l'azienda di Atlanta rappresentò una delle prove più difficili da affrontare nei primi decenni del XX secolo. La denominazione si deve al sequestro di alcuni barili di Coca-Cola che Wiley fece disporre nel 1907.
L'episodio arrivò al culmine di una campagna denigratoria per la quale era stato sobillato il meglio del fervore paranoide nazionale:
Martha M. Allen, capo del movimento delle Donne per la Temperanza Cristiana: «So per certo di un giovanotto che è diventato una vera nullità a causa della sua abitudine alla Coca-Cola»);
il metodista George Stuart: «Si è saputo che l' uso di Coca-Cola ha portato in una scuola femminile a deprecabili festini notturni. In più la bibita tiene svegli i ragazzi esponendoli alle tentazioni della masturbazione»).
A questi personaggi si accompagnava una nutrita schiera di opinionisti infervorati, cronisti dalla penna facile o semplici approfittatori pronti a giurare che la Coca-Cola conteneva cocaina (non ce n'era più traccia a partire dal 1903), conteneva pericolose quantità di alcool, di caffeina, di oppio, di imprecisate e terribili sostanze velenose.
Il processo fu celebrato a Chattanooga e fu un buon prototipo di quegli show sotto le coltri di procedimento giudiziario che appassioneranno gli States negli anni a venire. Innanzitutto l' accusa: si contestava alla bibita di essere adulterata con sostanze pericolose (nello specifico la caffeina) e di avere una denominazione ingannevole - nella sua composizione non c' era più cocaina mentre la percentuale di noce di cola sfiorava l'infinitesimale. Quest'ultima imputazione fu un esercizio di comicità involontaria in carta bollata: se la Coca-Cola avesse davvero contenuto cocaina, avrebbe trasformato la sua azienda nel più grande spacciatore di droga del pianeta.
.... Il tribunale di Chattanooga ospitò una sfilata di deposizioni in stato di sovra-eccitazione, pronte a dipingere la Coca-Cola come un perfetto distillato del demonio o, al contrario, come presenza immacolata in un mondo di avvoltoi. I giornali seguirono il dibattimento come se si fosse trattato di una finale di superbowl; furono talmente contagiati dal clima scatenato che si respirava in città che l' Atlanta Georgian poté titolare: «Otto Coca-Cola contengono abbastanza caffeina da uccidere».
Chimici e farmacologi presentarono dettagliatissime deposizioni tecniche che mandarono in confusione i membri della giuria popolare. Si discusse, si controdiscusse, si pubblicarono fiumi di inchiostro e alla fine il giudice Edward Terry Sanford chiuse lo show: dopo aver espresso la sua opinione ordinò praticamente alla giuria di riunirsi e di tornare in aula con un verdetto favorevole alla Coca-Cola. La bibita non rischiò più di essere ritirata dal commercio né fu costretta a rivedere la sua formula. L'unico cambiamento riguarderà la strategia pubblicitaria dell'azienda.
... Gli avvocati difensori della Coca-Cola non avevano contestato gli effetti negativi della caffeina sui giovanissimi - avevano però cercato di aggirare l'ostacolo dichiarando che i più piccoli non erano consumatori abituali della bibita, il che contrastava con le pubblicità del periodo che ritraevano bambini intenti a bere Coca-Cola insieme ai genitori. Così, dopo il 1911, fu proibito l'utilizzo di materiale pubblicitario in cui ci fossero bambini di età inferiore a dodici anni nell'atto di bere Coca-Cola. Se i danni erano stati limitati al massimo, l'azienda rischiava di perdere una fetta fondamentale di consumatori, sopratutto se si considera il ruolo sempre più importante che la pubblicità sarà destinata a giocare negli anni a venire.
Siamo nel 1931: la Coca-Cola, che fino a qualche tempo prima veniva soprattutto servita nei bar, poteva adesso essere acquistata in confezioni da conservarsi nei frigoriferi domestici. Si trattò di un cambiamento epocale.
Per i fatturati della Compagnia incominciò a essere decisivo l'esercito di donne che ogni giorno si recavano a fare la spesa. Di conseguenza, cresceva l'importanza dei persuasori neanche troppo occulti che orientavano le massaie in gran parte dei loro acquisti: i loro figli. Bisognava concepire una campagna pubblicitaria in grado di rivolgersi ai bambini senza mai metterli al centro della scena. Il compito fu affidato a Haddon Sundblom, un bizzarro disegnatore di origine svedese che si faceva perdonare i suoi ritardi clamorosi grazie alla forza e all'inconfondibilità del segno grafico. L' espediente utilizzato fu quello di arruolare un messaggero, un intermediario tra infanzia e mondo degli adulti che fosse in grado di catalizzare l'immaginazione dei bambini. La scelta cadde appunto su Santa Claus.
Sundblom ebbe come primo parametro il Santa Claus disegnato da Thomas Nast per Harper's Weekly nel 1862: un portadoni con pancione e barba bianca che cominciava a distanziarsi dalle versioni esotiche con cui era stato rappresentato fino a quel momento. Il colpo di genio di Sundblom consistette nel far convivere l'aura di soprannaturalità che circondava Babbo Natale con l'estetica dell' uomo comune. Basta elfi, creature dei boschi, personaggi provenienti da immaginari e culture lontane: il nuovo Babbo Natale avrebbe dovuto essere partorito dal cuore magico dell'America del XX secolo.
Sundblom utilizzò come modello l' uomo della porta accanto, vale a dire il suo vicino di casa Lou Patience, un commesso viaggiatore che l'American way of life aveva fornito di una corporatura robusta, un volto allegro entro i limiti del sospetto, una fiducia nel presente e una vitalità che debordava da tutti i pori della sua persona. A Lou Pantience Sundblom allungò la barba e arroventò le guance, aumentò di qualche misura il girovita, sostituì gli abiti borghesi con la celebre casacca rossa e bianca, e così i cartelloni pubblicitari si riempirono di figure al limite dell'iperrealismo: fragorosamente comuni eppure in qualche modo provenienti da un altro pianeta.
La data della rivista Liberty è 22 dicembre 1931. Il 'Babbo Natale' targato Coca-Cola, disegnato da Haddon Sundblom, irrompe sulla scena pubblica statunitense.
Haddon divenne un famoso disegnatore di pin-ups