IL CASO BASSO ARCHIVIATO DALLA PROCURA DEL CONI
PAOLA PELLAI
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Ci sono voluti 105 giorni di false sentenze prima di mettere fine al massacro. Oltre tre mesi per arrivare alla conclusione che era poi quella iniziale: Ivan Basso è stato massacrato senza una prova. Gli hanno tagliato le gambe che per un ciclista sono tutto. Gli hanno tolto il sorriso, che per un papà di due marmocchi come Domitilla e Santiago vuol dire tanto. Gli hanno attenuato la voglia di credere in un futuro giusto, e per un giovane uomo di 29 anni non è poco. Gli hanno impedito di guadagnarsi in corsa uno stipendio e gli hanno negato la possibilità di fare bingo al Tour de France, ai Mondiali e magari anche alla Vuelta. Lo hanno sporcato dell'infamia più grande per uno sportivo. Gli hanno dato del dopato.
Lo hanno scaricato, dicendogli che l'unica via d'uscita era sottoporsi all'esame del Dna, ammettere il peccato, liberare dal guinzaglio Birillo. Lo hanno mandato sotto il torchio della Procura per due volte, pregustando l'idea che quel torchio diventasse una gogna. Hanno magistralmente fatto in modo che passasse l'estate e anche la parte buona dell'autunno, quella dove un ciclista può ancora sparare le ultime cartucce.
Hanno aspettato che non ci fosse più nulla da vincere prima di togliere il velo alla vigliaccata. Troppo comodo. Non ci basta. Il sangue marcio adesso è venuto a noi. Non ci accontentiamo di un verdetto che sentenzia quello che sapevamo già: senza prove si può solo procedere all'archiviazione del caso. Grazie al cavolo. Tutta quella processione di mezzi uomini che avevano fatto la catena di Santa Uci contro Basso ora deve avere il buon gusto di chiedergli scusa. Almeno questo.
E non abbiamo dubbi su chi mettere in cima alla lista. Romano Prodi, uno che s'intende di ciclismo quanto di finanziaria.
Lo scorso 8 agosto aveva già deciso il destino di Basso. E mica aveva fatto due chiacchiere sul giornalino della parrocchia (con tutto rispetto), no, lui pensa in grande e spara in grande. Gazzetta dello Sport, con tanto d'inviato a raccogliere il suo prezioso verbo: «Basso mi ha deluso profondamente. Era l'immagine del corridore pulito, pane e acqua, casa e bici, intorno al quale si stava ricostruendo il ciclismo italiano, e forse non solo quello». Notate l'uso del tempo: "era", ovvero l'imperfetto. Come se Ivan non fosse più degno di avere un presente e neppure un futuro. Ma c'era già chi aveva tirato la volata a Prodi. Gilberto Simoni e la sua maligna teoria dell'extraterrestre che lo superava di tappa in tappa al Giro. Damiano Cunego che sempre al Giro piagnucolava di sentirsi derubato (ma cosa ha vinto il Piccolo Principe in questi 105 giorni senza il "ladro" in circolazione?), l'Uci e il suo presidente Pat McQuaid che non hanno fatto passare un giorno senza spedire minacce o anatemi e poi ancora quei pasticcioni degli organizzatori del Tour de France che hanno accolto per oro colato quello che oggi sembra un documento misteriosamente taroccato. E, siccome, non guardiamo in faccia a nessuno, per favore si metta una mano sulla coscienza anche Bjarne Riis, il team manager della Csc che, appena scoppiato il caso, si è messo a debita distanza di sicurezza da Basso.
Ma se Ivan ha preservato un pizzico di serenità e immutato amore per la bicicletta (non ha mai saltato un giorno di allenamento, ha pedalato anche con Bettini e gli azzurri prima della loro partenza iridata), un grazie lo deve anche lui, e non solo ai tifosi. Un grazie va al presidente Di Rocco, al ct Ballerini e a grandi campioni ed esempi di correttezza come Gimondi e Moser. Lo hanno sempre abbracciato e sostenuto. Come Aldo Morniroli, sindaco di Cassano Magnago, e Marco Reguzzoni, presidente della Provincia di Varese. Sono due politici e non hanno avuto dubbi a metterci la faccia. A giocarsela. Quella stessa faccia che il loro "collega" Romano Prodi ha perso.
[Data pubblicazione: 13/10/2006]
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Ci sono voluti 105 giorni di false sentenze prima di mettere fine al massacro. Oltre tre mesi per arrivare alla conclusione che era poi quella iniziale: Ivan Basso è stato massacrato senza una prova. Gli hanno tagliato le gambe che per un ciclista sono tutto. Gli hanno tolto il sorriso, che per un papà di due marmocchi come Domitilla e Santiago vuol dire tanto. Gli hanno attenuato la voglia di credere in un futuro giusto, e per un giovane uomo di 29 anni non è poco. Gli hanno impedito di guadagnarsi in corsa uno stipendio e gli hanno negato la possibilità di fare bingo al Tour de France, ai Mondiali e magari anche alla Vuelta. Lo hanno sporcato dell'infamia più grande per uno sportivo. Gli hanno dato del dopato.
Lo hanno scaricato, dicendogli che l'unica via d'uscita era sottoporsi all'esame del Dna, ammettere il peccato, liberare dal guinzaglio Birillo. Lo hanno mandato sotto il torchio della Procura per due volte, pregustando l'idea che quel torchio diventasse una gogna. Hanno magistralmente fatto in modo che passasse l'estate e anche la parte buona dell'autunno, quella dove un ciclista può ancora sparare le ultime cartucce.
Hanno aspettato che non ci fosse più nulla da vincere prima di togliere il velo alla vigliaccata. Troppo comodo. Non ci basta. Il sangue marcio adesso è venuto a noi. Non ci accontentiamo di un verdetto che sentenzia quello che sapevamo già: senza prove si può solo procedere all'archiviazione del caso. Grazie al cavolo. Tutta quella processione di mezzi uomini che avevano fatto la catena di Santa Uci contro Basso ora deve avere il buon gusto di chiedergli scusa. Almeno questo.
E non abbiamo dubbi su chi mettere in cima alla lista. Romano Prodi, uno che s'intende di ciclismo quanto di finanziaria.
Lo scorso 8 agosto aveva già deciso il destino di Basso. E mica aveva fatto due chiacchiere sul giornalino della parrocchia (con tutto rispetto), no, lui pensa in grande e spara in grande. Gazzetta dello Sport, con tanto d'inviato a raccogliere il suo prezioso verbo: «Basso mi ha deluso profondamente. Era l'immagine del corridore pulito, pane e acqua, casa e bici, intorno al quale si stava ricostruendo il ciclismo italiano, e forse non solo quello». Notate l'uso del tempo: "era", ovvero l'imperfetto. Come se Ivan non fosse più degno di avere un presente e neppure un futuro. Ma c'era già chi aveva tirato la volata a Prodi. Gilberto Simoni e la sua maligna teoria dell'extraterrestre che lo superava di tappa in tappa al Giro. Damiano Cunego che sempre al Giro piagnucolava di sentirsi derubato (ma cosa ha vinto il Piccolo Principe in questi 105 giorni senza il "ladro" in circolazione?), l'Uci e il suo presidente Pat McQuaid che non hanno fatto passare un giorno senza spedire minacce o anatemi e poi ancora quei pasticcioni degli organizzatori del Tour de France che hanno accolto per oro colato quello che oggi sembra un documento misteriosamente taroccato. E, siccome, non guardiamo in faccia a nessuno, per favore si metta una mano sulla coscienza anche Bjarne Riis, il team manager della Csc che, appena scoppiato il caso, si è messo a debita distanza di sicurezza da Basso.
Ma se Ivan ha preservato un pizzico di serenità e immutato amore per la bicicletta (non ha mai saltato un giorno di allenamento, ha pedalato anche con Bettini e gli azzurri prima della loro partenza iridata), un grazie lo deve anche lui, e non solo ai tifosi. Un grazie va al presidente Di Rocco, al ct Ballerini e a grandi campioni ed esempi di correttezza come Gimondi e Moser. Lo hanno sempre abbracciato e sostenuto. Come Aldo Morniroli, sindaco di Cassano Magnago, e Marco Reguzzoni, presidente della Provincia di Varese. Sono due politici e non hanno avuto dubbi a metterci la faccia. A giocarsela. Quella stessa faccia che il loro "collega" Romano Prodi ha perso.
[Data pubblicazione: 13/10/2006]