CHIESA E RELATIVISMO ECOLOGICO
Dal GEVAM (www.gevam.com)
Chiesa e relativismo ecologico, in un recente convegno è emerso il solito conservatorismo cattolico .
Chiesa e relativismo ecologico, in un recente convegno è emerso il solito conservatorismo cattolico .
Fonte: Greenreport http://www.greenreport.it
Il convegno promosso dal Pontificio consiglio della giustizia e della pace, secondo Rafanelli (Cnr di Roma), ha fatto emergere che la responsabilità dell?uomo nei cambiamenti climatici è minima e che occorre abbandonare ogni visione Malthusiana.
di Diego Barsotti
LIVORNO. Anche la chiesa si interroga sui cambiamenti climatici. Abbastanza in sordina rispetto ai media si è infatti svolto lo scorso weekend a Roma un seminario, promosso dal Pontificio consiglio della giustizia e della pace dal titolo: «Cambiamenti climatici e sviluppo» cui hanno preso parte scienziati, politici, esperti e personalità ecclesiastiche nel tentativo di approfondire i temi legati al clima e ai risvolti che questo ha sul creato. «Siamo pienamente consapevoli che la posta in gioco è delicata - ha dichiarato il cardinale Renato Raffaele Martino, nella sua introduzione ai lavori - per l'alto livello di coinvolgimento dell'opinione pubblica, per le problematiche sociali, economiche e politiche implicate ai livelli nazionali e internazionali, per la difficoltà a definire, a livello scientifico, una materia che è oggetto di ricerche in rapida e contrastata evoluzione, per le complesse implicazioni etico-culturali ed etico-politiche». Del resto, ha detto ancora il cardinal Martino - nel compendio della dottrina sociale, che dedica tutto un capitolo alle questioni ambientali, si afferma che «la tutela dell'ambiente costituisce una sfida per l'umanità intera (ovvero ndr) del dovere, comune e universale, di rispettare un bene collettivo, destinato a tutti, impedendo che si possa fare impunemente uso delle diverse categorie di esseri, viventi o inanimati - animali, piante, elementi naturali - come si vuole, a seconda delle proprie esigenze».
Quindi è un dovere della Chiesa far luce su queste tematiche e le «informazioni potranno servire, in seguito, a mettere a punto un discernimento etico e pastorale che, giorno dopo giorno, si dimostra sempre più necessario e indispensabile».
Ma a conclusione della Conferenza internazionale il cardinal Martino ha incoraggiato il mondo scientifico affinché «continui il suo preziosissimo lavoro, finalizzandolo ad una adeguata comprensione e ad un illuminante chiarimento delle cause» che sono alla base del riscaldamento globale. Quindi la Santa Sede non considera affatto chiuso il dibattito scientifico sulle cause dei cambiamenti climatici, in particolare sulla acclarata ( secondo l?Ipcc) responsabilità umana. Dibattito che invece vede ormai pochi scettici. Ma oltre all'interesse implicito per la Chiesa di essere aggiornata sui problemi che affliggono l'umanità- tra cui i cambiamenti climatici sono ormai inclusi- quale altra ragione può indurre la Santa sede ad organizzare e promuovere un convegno a tale livello? E quali implicazioni potrà avere una posizione non così convinta sui problemi in atto e sulle cause che li hanno generati?
Lo abbiamo chiesto a Claudio Rafanelli, ricercatore al Cnr di Roma che era tra gli 80 rappresentanti del mondo scientifico riuniti dal Pontificio consiglio. «Il seminario a porte chiuse aveva l'obiettivo di avere notizie e dibattere sul tema dei cambiamenti climatici e sulle conseguenze che questi avranno sulla pastorale. Nella prima giornata infatti la discussione è stata imperniata sugli aspetti scientifici, nella seconda hanno parlato soprattutto i vescovi sugli indirizzi da dare alla pastorale».
Che cosa è emerso in particolare?
«Erano presenti anche alcuni rappresentanti dell'Ipcc (in realtà un'estrema minoranza, ndr) e sono stati evidenziati soprattutto i limiti dei modelli che si applicano per fare i rapporti. L'aspetto energetico inoltre è stato scisso dalla questione climatica, perché l'energia vuol dire sviluppo e ammesso che avvengano davvero i cambiamenti climatici, essi avverranno tra decenni, mentre lo sviluppo dei Paesi poveri deve essere oggi. Il problema vero dell'Ipcc, è che applica modelli approssimativi per le sue previsioni: il laboratorio è un pianeta stesso, e un sistema così complesso non può essere usato per modelli semplici. Inoltre è stata fatta anche una critica sui modi con cui si utilizzano i dati, senza far troppo caso ai risultati reali: è inutile per esempio dare misure sul mezzo centesimo di grado, se poi il termometro misura al massimo il mezzo grado».
Insomma si può dire che l'obiettivo del seminario fosse quello di sminuire o comunque attenuare le conclusioni a cui sono arrivati i 2500 scienziati da tutto il mondo che compongono il panel dell'Ipcc. Conclusioni fra l'altro limate a lungo nelle ultime ore prima della diffusione dei rapporti?
«No, l'intento del Pontificio consiglio della giustizia e della pace era quello di capire cosa c'è in giro sull'argomento e quali sono le certezze, per poi agire di conseguenza a livello pastorale. Se si è certi che la colpa è tutta della Co2, si può fare una cosa, se non è solo quella allora si fanno altre cose. Lo stesso vale per la responsabilità dell'uomo, che evidentemente c'è ma è minima».
Quindi qual è l'atteggiamento pastorale che è emerso?
«Essenzialmente è stata prefigurata un'azione pastorale che spieghi che l'ambiente è bello e l'uomo deve contribuire a mantenerlo, deve conoscerlo e gestirlo al meglio. Una visione positiva e attiva quindi, in contrapposizione al rischio di una visione malthusiana dove il mondo è buono e noi uomini siamo tutti cattivi. L'uomo può influire sicuramente nell'ambiente ma può influirci in maniera positiva".
Chiesa e relativismo ecologico, in un recente convegno è emerso il solito conservatorismo cattolico .
Chiesa e relativismo ecologico, in un recente convegno è emerso il solito conservatorismo cattolico .
Fonte: Greenreport http://www.greenreport.it
Il convegno promosso dal Pontificio consiglio della giustizia e della pace, secondo Rafanelli (Cnr di Roma), ha fatto emergere che la responsabilità dell?uomo nei cambiamenti climatici è minima e che occorre abbandonare ogni visione Malthusiana.
di Diego Barsotti
LIVORNO. Anche la chiesa si interroga sui cambiamenti climatici. Abbastanza in sordina rispetto ai media si è infatti svolto lo scorso weekend a Roma un seminario, promosso dal Pontificio consiglio della giustizia e della pace dal titolo: «Cambiamenti climatici e sviluppo» cui hanno preso parte scienziati, politici, esperti e personalità ecclesiastiche nel tentativo di approfondire i temi legati al clima e ai risvolti che questo ha sul creato. «Siamo pienamente consapevoli che la posta in gioco è delicata - ha dichiarato il cardinale Renato Raffaele Martino, nella sua introduzione ai lavori - per l'alto livello di coinvolgimento dell'opinione pubblica, per le problematiche sociali, economiche e politiche implicate ai livelli nazionali e internazionali, per la difficoltà a definire, a livello scientifico, una materia che è oggetto di ricerche in rapida e contrastata evoluzione, per le complesse implicazioni etico-culturali ed etico-politiche». Del resto, ha detto ancora il cardinal Martino - nel compendio della dottrina sociale, che dedica tutto un capitolo alle questioni ambientali, si afferma che «la tutela dell'ambiente costituisce una sfida per l'umanità intera (ovvero ndr) del dovere, comune e universale, di rispettare un bene collettivo, destinato a tutti, impedendo che si possa fare impunemente uso delle diverse categorie di esseri, viventi o inanimati - animali, piante, elementi naturali - come si vuole, a seconda delle proprie esigenze».
Quindi è un dovere della Chiesa far luce su queste tematiche e le «informazioni potranno servire, in seguito, a mettere a punto un discernimento etico e pastorale che, giorno dopo giorno, si dimostra sempre più necessario e indispensabile».
Ma a conclusione della Conferenza internazionale il cardinal Martino ha incoraggiato il mondo scientifico affinché «continui il suo preziosissimo lavoro, finalizzandolo ad una adeguata comprensione e ad un illuminante chiarimento delle cause» che sono alla base del riscaldamento globale. Quindi la Santa Sede non considera affatto chiuso il dibattito scientifico sulle cause dei cambiamenti climatici, in particolare sulla acclarata ( secondo l?Ipcc) responsabilità umana. Dibattito che invece vede ormai pochi scettici. Ma oltre all'interesse implicito per la Chiesa di essere aggiornata sui problemi che affliggono l'umanità- tra cui i cambiamenti climatici sono ormai inclusi- quale altra ragione può indurre la Santa sede ad organizzare e promuovere un convegno a tale livello? E quali implicazioni potrà avere una posizione non così convinta sui problemi in atto e sulle cause che li hanno generati?
Lo abbiamo chiesto a Claudio Rafanelli, ricercatore al Cnr di Roma che era tra gli 80 rappresentanti del mondo scientifico riuniti dal Pontificio consiglio. «Il seminario a porte chiuse aveva l'obiettivo di avere notizie e dibattere sul tema dei cambiamenti climatici e sulle conseguenze che questi avranno sulla pastorale. Nella prima giornata infatti la discussione è stata imperniata sugli aspetti scientifici, nella seconda hanno parlato soprattutto i vescovi sugli indirizzi da dare alla pastorale».
Che cosa è emerso in particolare?
«Erano presenti anche alcuni rappresentanti dell'Ipcc (in realtà un'estrema minoranza, ndr) e sono stati evidenziati soprattutto i limiti dei modelli che si applicano per fare i rapporti. L'aspetto energetico inoltre è stato scisso dalla questione climatica, perché l'energia vuol dire sviluppo e ammesso che avvengano davvero i cambiamenti climatici, essi avverranno tra decenni, mentre lo sviluppo dei Paesi poveri deve essere oggi. Il problema vero dell'Ipcc, è che applica modelli approssimativi per le sue previsioni: il laboratorio è un pianeta stesso, e un sistema così complesso non può essere usato per modelli semplici. Inoltre è stata fatta anche una critica sui modi con cui si utilizzano i dati, senza far troppo caso ai risultati reali: è inutile per esempio dare misure sul mezzo centesimo di grado, se poi il termometro misura al massimo il mezzo grado».
Insomma si può dire che l'obiettivo del seminario fosse quello di sminuire o comunque attenuare le conclusioni a cui sono arrivati i 2500 scienziati da tutto il mondo che compongono il panel dell'Ipcc. Conclusioni fra l'altro limate a lungo nelle ultime ore prima della diffusione dei rapporti?
«No, l'intento del Pontificio consiglio della giustizia e della pace era quello di capire cosa c'è in giro sull'argomento e quali sono le certezze, per poi agire di conseguenza a livello pastorale. Se si è certi che la colpa è tutta della Co2, si può fare una cosa, se non è solo quella allora si fanno altre cose. Lo stesso vale per la responsabilità dell'uomo, che evidentemente c'è ma è minima».
Quindi qual è l'atteggiamento pastorale che è emerso?
«Essenzialmente è stata prefigurata un'azione pastorale che spieghi che l'ambiente è bello e l'uomo deve contribuire a mantenerlo, deve conoscerlo e gestirlo al meglio. Una visione positiva e attiva quindi, in contrapposizione al rischio di una visione malthusiana dove il mondo è buono e noi uomini siamo tutti cattivi. L'uomo può influire sicuramente nell'ambiente ma può influirci in maniera positiva".