Comunismo cerebrale
Si tratta di uno scoop fenomenale. Subito in onda, ovviamente per il nostro Visiva. Finalmente la neurologia è riuscita a spiegare un mistero sinora irrisolto. Essere comunisti non è un fattore comportamentale, derivante dalla cultura o dalle esperienze. Invece, si tratta di un vero e proprio fattore cerebrale. Insomma, i comunisti hanno diverse connessioni sinaptiche, diverse configurazoni di neuroni.
Ops, mi dicono che non è così. Il corrispondente da Harvard mi comunica che la notizia deve essere decisamente ridimensionata. Sembra che le modifiche cerebrali siano limitate all'area prefrontale e paracingolata, quella zona un po' sotto l'ipotalamo. Sembra, ma qui il condizionale è d'obbligo, che i comunisti evidenzino uno sviluppo abnorme di quest'area, rispetto a coloro che sono di idee politiche di destra.
Ma di cosa si occuperebbe esattamente quest'area? Della capacità di immedesimarsi negli altri, di poter capire il punto di vista altui e di percepire il disagio degli altri in maniera più soggettiva.
Questa importantissima notizia, signori, è bella e brutta. Anzi, direi devastante. Perchè impedisce il proselitismo. Se uno non è sviluppato nel cingolato non potrà mai conoscere e comprendere l'eticità del comunismo. Anzi, continuerà a disinteressarsi per i mali altrui. A questo punto non so se dare in pasto questa notizia alla redazione del Visiva. La cosa è grave, bisogna riflettere. Perchè le differenze politiche diventano cerebrali e l'indifferenza diventa un deficit. Devo pensarci. Fino a quel momento, leggete questa notizia con il beneficio dell'inventario. Anzi, leggete e dimenticatevi subito di aver letto l'articolo.
Ecco cosa succede quando incontriamo chi la pensa diversamente Idee politiche diverse? Si capisce dal cervello Individuate da tre scienziati di Harvard le aree del «dissenso» e dell'«affinità»
Proviamoci a immaginare concretamente, visualizzandolo con l'occhio della mente, un illustre esponente di idee politiche ed etiche che noi condividiamo. Fatto? Ebbene, visualizziamo adesso una sua frase o un suo motto famoso. Proviamo poi, invece, a far questo per un illustre esponente di opinioni e idee che detestiamo. Una cosa è certa: soggettivamente, intuitivamente, avvertiamo una netta diversità interiore fra quello che ci succede nel primo e nel secondo caso. Insigni neuroscienziati ci confermano adesso che la nostra impressione soggettiva corrisponde a una reale differenza nell'attivazione delle aree cerebrali soggiacenti.
Jason P. Mitchell, C. Neil Macrae e Mahzarin R. Banaji, del Dipartimento di psicologia di Harvard, nell'ultimo numero della rivista specializzata Neuron , mostrano che, quando ci immedesimiamo con le idee di qualcuno a noi affine, i neuroni della porzione dorsale della corteccia prefrontale mediana (in sigla, in inglese, mPfc) si attivano presto e intensamente, mentre quando resistiamo a immedesimarci con le idee di qualcuno che la pensa in modo opposto a noi si attivano quelli della porzione ventrale di questa stessa corteccia prefrontale mediana. Queste due sottoaree giacciono a pochi miseri centimetri di distanza nella mappa del nostro cervello, ma abbastanza per rendere distinguibili i due distinti segnali in soggetti come noi, testati in un apparato di risonanza magnetica funzionale.
Viene spontaneo chiedersi che cosa avvenga nel nostro cervello quando si cambia opinione. Si attivano via via neuroni di aree cerebrali intermedie, o invece c'è una specie di scatto brusco? Nessuno, per il momento, lo può dire, ma teniamoci sintonizzati con i progressi delle neuroscienze, perché ormai quella di mappare stati mentali, pensieri, emozioni, e perfino opinioni, su distinte aree del cervello è una vera e propria industria scientifica.
Nello stesso numero di Neuron , l'ultimo, appena pubblicato, una nota e autorevole coppia di neurobiologi inglesi, Chris e Uta Frith, traccia una vasta sintesi dei risultati degli ultimi anni. Per esempio, l'estremità posteriore del solco temporale superiore e la vicina giunzione temporo-parietale si incaricano di osservare le espressioni del viso e indovinarne le cause. In parole più semplici, la capacità che tutti abbiamo di indovinare che cosa pensano gli altri, quali sentimenti provino e quali conseguenze ne traggano si appoggia a circuiti cerebrali specifici, alcuni dei quali hanno stretti corrispondenti, seppur meno sviluppati, nelle scimmie.
L'eroina attuale di queste ricerche è, come abbiamo appena detto, la vasta area detta corteccia prefrontale media e l'adiacente corteccia paracingolata. Detto sommariamente, è proprio questo il continente cerebrale della nostra capacità di immedesimarsi con gli altri. Oltre ai dati raccolti mediante la risonanza magnetica in soggetti normali, alcuni chiari casi patologici mostrano che, quando quest'area è lesa, il soggetto non sa più capire che cosa gli altri pensano, desiderano, credono. Fatto ancor più preoccupante, in certe specifiche lesioni, al soggetto non importa nemmeno più capirlo. Proprio i coniugi Frith, già nel 1999, mostrarono che quest'area (la mPfc) si incarica non solo di capire gli altri, ma anche di farci capire che cosa noi stessi pensiamo. È ragionevole supporre, infatti, che riusciamo a capire il prossimo capendo innanzitutto noi stessi e che la similitudine tra noi e gli altri sia non solo un precetto morale, ma prima ancora, dal punto di vista evoluzionistico, un preciso meccanismo cerebrale. Altre aree sono deputate al monitoraggio delle emozioni (proprie e altrui), altre ancora a capire le intenzioni di comunicare. Le corrispondenti passeggiate dei neuroscienziati sulle loro dettagliate mappe cerebrali sono, appunto, di pochi centimetri, qualche volta soltanto millimetri. Rallegriamoci per questi sbalorditivi e ardui progressi, ma non si pensi che, per adesso almeno, si riesca ad andare oltre le pure correlazioni. Quando si individua un'area cerebrale come probabile centro di una specifica attività mentale, ci si ferma lì, o quasi. Perché neuroni situati a pochi centimetri di distanza facciano cose tanto diverse è per ora assai misterioso. Si vedono i rami, ma la logica della foresta ci sfugge.
Massimo Piattelli Palmerini
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http://www.corriere.it/Primo_Piano/S...cervello.shtml
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Stupid is as stupid does
Ops, mi dicono che non è così. Il corrispondente da Harvard mi comunica che la notizia deve essere decisamente ridimensionata. Sembra che le modifiche cerebrali siano limitate all'area prefrontale e paracingolata, quella zona un po' sotto l'ipotalamo. Sembra, ma qui il condizionale è d'obbligo, che i comunisti evidenzino uno sviluppo abnorme di quest'area, rispetto a coloro che sono di idee politiche di destra.
Ma di cosa si occuperebbe esattamente quest'area? Della capacità di immedesimarsi negli altri, di poter capire il punto di vista altui e di percepire il disagio degli altri in maniera più soggettiva.
Questa importantissima notizia, signori, è bella e brutta. Anzi, direi devastante. Perchè impedisce il proselitismo. Se uno non è sviluppato nel cingolato non potrà mai conoscere e comprendere l'eticità del comunismo. Anzi, continuerà a disinteressarsi per i mali altrui. A questo punto non so se dare in pasto questa notizia alla redazione del Visiva. La cosa è grave, bisogna riflettere. Perchè le differenze politiche diventano cerebrali e l'indifferenza diventa un deficit. Devo pensarci. Fino a quel momento, leggete questa notizia con il beneficio dell'inventario. Anzi, leggete e dimenticatevi subito di aver letto l'articolo.
Ecco cosa succede quando incontriamo chi la pensa diversamente Idee politiche diverse? Si capisce dal cervello Individuate da tre scienziati di Harvard le aree del «dissenso» e dell'«affinità»
Proviamoci a immaginare concretamente, visualizzandolo con l'occhio della mente, un illustre esponente di idee politiche ed etiche che noi condividiamo. Fatto? Ebbene, visualizziamo adesso una sua frase o un suo motto famoso. Proviamo poi, invece, a far questo per un illustre esponente di opinioni e idee che detestiamo. Una cosa è certa: soggettivamente, intuitivamente, avvertiamo una netta diversità interiore fra quello che ci succede nel primo e nel secondo caso. Insigni neuroscienziati ci confermano adesso che la nostra impressione soggettiva corrisponde a una reale differenza nell'attivazione delle aree cerebrali soggiacenti.
Jason P. Mitchell, C. Neil Macrae e Mahzarin R. Banaji, del Dipartimento di psicologia di Harvard, nell'ultimo numero della rivista specializzata Neuron , mostrano che, quando ci immedesimiamo con le idee di qualcuno a noi affine, i neuroni della porzione dorsale della corteccia prefrontale mediana (in sigla, in inglese, mPfc) si attivano presto e intensamente, mentre quando resistiamo a immedesimarci con le idee di qualcuno che la pensa in modo opposto a noi si attivano quelli della porzione ventrale di questa stessa corteccia prefrontale mediana. Queste due sottoaree giacciono a pochi miseri centimetri di distanza nella mappa del nostro cervello, ma abbastanza per rendere distinguibili i due distinti segnali in soggetti come noi, testati in un apparato di risonanza magnetica funzionale.
Viene spontaneo chiedersi che cosa avvenga nel nostro cervello quando si cambia opinione. Si attivano via via neuroni di aree cerebrali intermedie, o invece c'è una specie di scatto brusco? Nessuno, per il momento, lo può dire, ma teniamoci sintonizzati con i progressi delle neuroscienze, perché ormai quella di mappare stati mentali, pensieri, emozioni, e perfino opinioni, su distinte aree del cervello è una vera e propria industria scientifica.
Nello stesso numero di Neuron , l'ultimo, appena pubblicato, una nota e autorevole coppia di neurobiologi inglesi, Chris e Uta Frith, traccia una vasta sintesi dei risultati degli ultimi anni. Per esempio, l'estremità posteriore del solco temporale superiore e la vicina giunzione temporo-parietale si incaricano di osservare le espressioni del viso e indovinarne le cause. In parole più semplici, la capacità che tutti abbiamo di indovinare che cosa pensano gli altri, quali sentimenti provino e quali conseguenze ne traggano si appoggia a circuiti cerebrali specifici, alcuni dei quali hanno stretti corrispondenti, seppur meno sviluppati, nelle scimmie.
L'eroina attuale di queste ricerche è, come abbiamo appena detto, la vasta area detta corteccia prefrontale media e l'adiacente corteccia paracingolata. Detto sommariamente, è proprio questo il continente cerebrale della nostra capacità di immedesimarsi con gli altri. Oltre ai dati raccolti mediante la risonanza magnetica in soggetti normali, alcuni chiari casi patologici mostrano che, quando quest'area è lesa, il soggetto non sa più capire che cosa gli altri pensano, desiderano, credono. Fatto ancor più preoccupante, in certe specifiche lesioni, al soggetto non importa nemmeno più capirlo. Proprio i coniugi Frith, già nel 1999, mostrarono che quest'area (la mPfc) si incarica non solo di capire gli altri, ma anche di farci capire che cosa noi stessi pensiamo. È ragionevole supporre, infatti, che riusciamo a capire il prossimo capendo innanzitutto noi stessi e che la similitudine tra noi e gli altri sia non solo un precetto morale, ma prima ancora, dal punto di vista evoluzionistico, un preciso meccanismo cerebrale. Altre aree sono deputate al monitoraggio delle emozioni (proprie e altrui), altre ancora a capire le intenzioni di comunicare. Le corrispondenti passeggiate dei neuroscienziati sulle loro dettagliate mappe cerebrali sono, appunto, di pochi centimetri, qualche volta soltanto millimetri. Rallegriamoci per questi sbalorditivi e ardui progressi, ma non si pensi che, per adesso almeno, si riesca ad andare oltre le pure correlazioni. Quando si individua un'area cerebrale come probabile centro di una specifica attività mentale, ci si ferma lì, o quasi. Perché neuroni situati a pochi centimetri di distanza facciano cose tanto diverse è per ora assai misterioso. Si vedono i rami, ma la logica della foresta ci sfugge.
Massimo Piattelli Palmerini
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http://www.corriere.it/Primo_Piano/S...cervello.shtml
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Stupid is as stupid does