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La crisi peggiora

Ben Bernanke · · 1 interventi
La crisi peggiora
Maurizio Blondet
05/09/2007
Il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke

Le banche continuano a diffidare delle banche.
Il prestito interbancario non funziona più come dovrebbe.
Di solito a fine giornata, quando una banca si trova in passivo (le entrate sono state inferiori ai prelievi) chiede un prestito alle altre per chiudere i conti in pari.
Prima della crisi dei subprime, questi scambi avvenivano senza intoppi.
Poi la crisi: e la Federal Reserve ha aperto lo «sportello d'emergenza» per dare soldi alle banche inguaiate, che non riuscivano ad ottenere prestiti dalle altre.
Ed ha anche abbassato il tasso, prima punitivo verso le banche che ricorrevano allo sportello d'emergenza del prestatore d'ultima istanza anzichè a quello interbancario.
Iniezioni di liquidità su iniezioni di liquidità.
E tuttavia, le cose non si assestano.
A Londra, per prestare denaro alle banche che a fine giornata sono in rosso, le altre chiedono un interesse eccezionale: il 6,74 per cento.
Questo tasso - il Libor, «London interbank offered rate» - è ormai notevolmente più caro del tasso «benchmark» richiesto dalla Banca d'Inghilterra, che è al 5,75 per cento (1).
Ciò dipinge il panico: le banche sono disperatamente pronte a pagare di più per un prestito a breve (tre mesi) che a 6 o 12.
O anche: le banche non si fidano a dare soldi a banche di cui non sanno quante obbligazioni subprime hanno nella pancia.
O di cui sanno benissimo la situazione: ci sono in giro da 150 a 400 miliardi di dollari di debito inesigibile.
O ancora: i prestatori fanno disperatamente cassa per appianare i loro bilanci.

Il clima (e il tasso) non ha precedenti dal 1998, quando crollò il Long Term Capital Management, il fondo d'investimento iperspeculativo creato da due premi Nobel per l'economia. Vero è che la Banca Centrale inglese non ha seguito la Federal Reserve nelle colossali «iniezioni di liquidità», ossia nel facilitare enormemente il prestito creando denaro dal nulla per salvare gli speculatori.
Ma ora, in Gran Bretagna si dice che se la cosa continua, i tassi dei mutui (variabili) dovranno salire presto, perchè le banche trasferiranno ai loro debitori il più alto costo del denaro.
La causa è la «mancanza di trasparenza»: le banche e i fondi rovinati e pieni di debito inesigibile non rivelano la misura del loro buco, anzi si dichiarano floride e pulite, e ciò aumenta la diffidenza di tutti verso tutti.
«Il mercato del prestito interbancario è quasi completamente bloccato», si legge in una nota di UniCredit ai clienti: «Le istituzioni finanziarie eccedono in raccolta precauzionale di liquidità perchè nessuno sa quali perdite possono comparire».
In USA, il mercato delle «commercial papers», che volava a 2.200 miliardi di dollari prima della crisi, è praticamente chiuso.
E ciò nonostante la decisione della Federal Reserve di accettare, per i suoi prestiti d'emergenza allo sportello speciale, anche i «commercial papers» costituiti da pacchetti di mutui sub-prime, che oggi non valgono la carta su cui sono stampati.
Nel 1929 furono i depositanti ad affollarsi agli sportelli per ritirare i depositi, convinti che le banche fossero insolventi.
Ora la «corsa agli sportelli» è fatta dalle banche stesse contro altre banche, perchè tutte conoscono la misura dell'esposizione che tutte cercano di mascherare.
Nè le iniezioni di ottimismo artificiale somministrate con borborigmi rassicuranti dalle Banche Centrali e dagli Stati (Bush ha assicurato che l'economia USA è forte e sana) hanno alcun effetto.
Anche perchè s'accumulano dati agghiaccianti.

In Giappone, per esempio, i salari calano da otto mesi senza interruzione (il calo complessivo è di quasi il 2 per cento), e gli investimenti sono caduti di quasi il 5 per cento e il calo s'accelera: indipendentemente dalla crisi finanziaria americana il Giappone non riesce ad uscire dalla deflazione decennale che lo attanaglia.
E ciò fa svanire le deboli speranze che l'Asia potesse sostituire gli USA come «locomotiva» globale (2).
Il Giappone conta molto più della mitica Cina sulla scena economica planetaria.
E' la seconda economia mondiale e il primo creditore planetario, con titoli esteri (americani per lo più) per 3 mila miliardi di dollari.
Il ministero nipponico delle Finanze ha tentato dal giugno 2006 di mettere fine alla sua semi-decennale politica di interessi-zero, che aveva adottato nella speranza (vana) di disinnescare la deflazione.
Di colpo la crescita economica, anoressica, è stata bloccata.
La stretta fiscale operata per ridurre il deficit accumulato con la politica di interessi-zero s'è dimostrata la cura che ammazza il cavallo.
Il repentino rincaro dello yen in seguito alla crisi USA e al crollo del dollaro ha dato il colpo finale, rendendo più costose le esportazioni.
Le azioni di Toyota, Honda, Toshiba e le altre grandi imprese (i sette samurai) sono crollate.
Di colpo, i grandi sacerdoti del monetarismo, fautori della stabilità monetaria ed esorcisti dell'intervento pubblico in economia, hanno cambiato dottrina.

Ora Marty Feldstein di Harvard, già presidente dei consiglieri economici alla Casa Bianca, consiglia la Banca Centrale di tagliare più decisamente i tassi e di ignorare i rischi d'inflazione, oggi «il minore dei mali».
E' più che probabile che il consiglio sarà ascoltato.
Il che aiuterà ad assorbire l'enorme debito inesigibile che pesa sull'economia.
Perchè - va ricordato - i debiti finiscono sempre per essere pagati: o dal debitore, o dal creditore.
Oppure dai contribuenti, ed è questa la soluzione regolarmente preferita.
Come far pagare i contribuenti?
Con l'inflazione, attraverso l'aumento dei prezzi conseguente alla creazione di denaro dal nulla.
Non vorrete mica che a pagare siano gli speculatori avventurieri che hanno prestato ad insolventi.
L'inflazione è la grande carta assorbente, e le sue trame sono costituite dagli innocenti e dagli ignari a reddito fisso.
«I giorni dei generi alimentari a costo calante sono finiti», già annuncia il Telegraph (3).
Calavano da una decina d'anni, almeno al produttore (non al consumatore).
Ma ora il grano è già aumentato del 50 per cento in tre mesi, e per ragioni strutturali: sempre più granaglie vengono usate per distillare carburanti verdi, e la domanda di granaglie alimentari supera l'offerta.Si aggiunga la siccità in Australia - climate change - che ha fatto impennare i futures sul frumento.
Si aggiunga la voce che la Russia ridurrà le sue esportazioni.
I dati dei raccolti in Nord America, prossimi, decideranno la misura del rincaro.
A ciò si aggiungerà la creazione di liquidità ex nihilo, e la conseguente inflazione come «minor male».

Recessione e penuria di pane nel futuro del mondo globalizzato, la cui economia senza confini era ancora esaltata come trionfale pochi mesi fa (4).
Converrà ripetere un'antica preghiera: «A peste fame et bello libera nos, Domine».

Maurizio Blondet

Note
1) Philip Inman, «Banks squeeze City's cashflow in worst lending crisis since 1998», Guardian, 4 settembre 2007.
2) Ambrose Evans-Pritchard, «Will Japan be the next to feel the US crisis fallout?», Telegraph, 4 settembre 2007.
3) Richard Blackden, «Days of ever-lower food prices may be ending», Telegraph, 4 settembre 2007.
4) La globalizzazione ha in realtà devastato la struttura sociale dei Paesi sviluppati. Foreign Affairs prevedeva, nel numero di marzo-aprile 2006, che tra 28 e 42%posti di lavoro nel settore dei servizi USA sarebbe stata soggetta a delocalizzazione entro il 2015; e i lavori industriali sono da tempo scomparsi e spostati all'estero, oggi i servizi costituiscono l'84% dell'economia americana. La classe media è in via di sparizione; i lavori più richiesti nei servizi sono cassiere di negozio, camerieri e ristoratori, portinai e addetti alle pulizie. In USA, oggi 16 milioni di persone vivono in «estrema povertà», ossia con un reddito di 9.903 dollari annui (7 mila euro) per una famiglia di quattro persone. Secondo l'Oakland Institute, il 10% della popolazione (30 milioni) «conoscono la fame o sono in pericolo di provarla». Il rincaro del grano non aiuterà. In compenso, le 300 mila persone più ricche d'America (lo 0,1 per cento della fascia suprema) possiedono più ricchezze di tutti gli altri 150 milioni di americani messi insieme. Ma lo stesso avviene nel mondo. Secondo una ricerca dell'ONU (World Institute for Development Economics Research) il 10 per cento più ricco del mondo possiede l'85% dei beni ed attivi del pianeta; l'1% di questo 10 per cento superiore ne detiene il 40 per cento.


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