La finta democrazia israeliana
Nel corso degli ultimi tre anni abbiamo avuto molti segni della scomparsa delle norme di democrazia più elementari. Gli arabi sospettati di avere contatti con il terrorismo sono stati privati della cittadinanza israeliana. I membri arabi della Knesset sono stati privati dell'immunità parlamentare. Opinioni, programmi politici e dichiarazioni apertamente razziste, in particolare progetti di pulizia etnica dei territori occupati e dello stesso Israele, hanno guadagnato legittimità.
Questi sviluppi potrebbero susseguirsi rapidi, senza portare ad una vera crisi, perché Israele ha sempre avuto una concezione idiosincrastica della democrazia. La democrazia per gli Israeliani si è sempre limitata a due cose: il predominio della maggioranza sulla minoranza per mezzo delle elezioni ed il fatto che gli atti del potere esecutivo si basino su una maggioranza parlamentare (Rapporto speciale dell'Aic, inverno 1986). Questa è chiaramente una concezione piuttosto limitata della democrazia, che trascura completamente il concetto dei diritti. Al contrario di quanto si afferma spesso, il fatto che Israele non abbia mai avuto una costituzione non è responsabilità dei soli partiti religiosi. La vera ragione è che i politici sionisti non sono mai stati capaci di scrivere una vera costituzione democratica, che garantisse l'eguaglianza di tutti i cittadini e i diritti fondamentali indipendentemente dal volere della maggioranza. Israele si è sempre definito non solo in quanto stato ebraico (e democratico, in accordo alla formula santificata) ma anche in quanto paese in stato di emergenza a causa di diversi decenni di guerra. Lo stato d'emergenza è talmente radicato nella cultura politica che né la pace con l'Egitto né la pace con la Giordania né la Dichiarazione dei principi congiunta con i Palestinesi ha potuto metterlo in discussione.
Possiamo considerare più in profondità la questione della democrazia in Israele. Il brusco passaggio privo di transizione dalle organizzazioni di insediamenti ebrei ad una struttura statale nel 1948 rese molto difficile per Israele l'adozione di "nome di governo", che sono per definizione diverse da quelle adottate dalle organizzazioni politico-militari, che non sono limitate da alcun codice di legge. I Palestinesi ne sanno qualcosa dalla loro esperienza odierna, in cui risulta difficile andare dal modo in cui ha funzionato l'Olp a quello in cui dovrebbe funzionare l'Autorità palestinese, che è quello di un semi-stato eletto che dovrebbe adottare norme democratiche. A cinquant'anni dall'indipendenza, il comportamento dello Stato di Israele e della sua classe politica rivela ancora un certo slittamento tra lo stato, i partiti al potere e i politici, e tra un quando legale vincolante ed interessi che non vi possono essere rientrare interamente. La corruzione è un esempio, chiaramente, ma ci sono anche pratiche politiche e militari che violano la legge ma che il potere esecutivo considera necessarie, come l'uso della tortura e le esecuzioni extra-giudiziarie.
Lo Stato di Israele ricorre a due meccanismi per aggirare queste contraddizioni. Il primo è la negazione totale, che conduce a vera e propria schizofrenia. Questo meccanismo si è visto all'opera nei servizi segreti, nella polizia e nelle menzogne sistematiche dei magistrati sull'uso della tortura, che hanno portato alla fine ad una seria crisi istituzionale e alla costituzione di una commissione di inchiesta nazionale. Altro esempio: la negazione dell'esistenza di un arsenale nucleare ha impedito la messa in atto di misure di sicurezza. Secondo gli esperti internazionali ciò ha prodotto molti incidenti tecnici e hanno reso molti reattori israeliani i più pericolosi al mondo dopo quelli del tipo del reattore di Chernobyl.
Il secondo meccanismo è l'uso di leggi ad personam. Che succede se una legge (in realtà una "legge fondamentale") prevede che i candidati alla carica di primo ministro siano membri della Knesset e Benjamin Netanyahu, che vuole candidarsi, non lo è?(*) Si emenda la legge fondamentale in maniera che possa farlo. Un altro esempio: un ex primo ministro è in carcere per corruzione, si monta una grossa campagna per il suo rilascio e si adotto una legge che permette ad alcuni carcerati di essere rilasciati dopo aver scontato metà delle loro pene. Un altro: una legge fondamentale limita la dimensione del governo a diciassette ministri, ma Ehud Barak, per poter formare la coalizione più ampia possibile, ha promesso posti di ministro a circa trenta politici, e la legge fondamentale viene cambiata.
Poiché le leggi - comprese quelle che hanno una natura costituzionale - possono essere cambiate per soddisfare interessi individuali o i bisogni del momento, perché non fare a meno dell'intero processo legislativo? Shaul Mofaz, ex comandante in capo dell'esercito, annunciò la sua candidatura per la Knesset l'anno scorso nonostante il periodo di riposo previsto dalla legge tra il ritiro e le elezioni non è scaduto. Il ragionamento di Mofaz davanti alla Commissione elettorale fu diretto: facendo attenzione, non sarebbe stato difficile cambiare la legge. La sola ragione per cui la legge non è stata cambiata è pura dimenticanza. Perciò facciamo finta che lo sia stata e non perdiamo altro altro tempo.
La flessibilità delle leggi è un corollario dell'assenza del concetto di "diritti" nella democrazia israeliana. Anche quando i diritti sono menzionati esplicitamente, come nelle leggi fondamentali adottare durante gli anni dell'intervallo liberale, ci sono sempre delle condizioni: "a condizione che una legge non stabilisca il contrario", oppure "eccetto in casi emergenza", o "se ciò non contraddice il carattere ebraico dello Stato di Israele". In breve, i diritti fondamentali esistono - come il principio dell'uguaglianza di genere o tra quella di cittadini di diverse fedi religiose - a meno che il parlamento non abbia deciso democraticamente, cioè a maggioranza semplice, di infrangerli.
In Israele nessuno ha diritti per il fatto di essere un cittadino. I diritti - l'immunità parlamentare dei membri arabi della Knesset; il diritto a candidarsi come primo ministro pur non soddisfacendo criteri politici o ideologici (che possono cambiare al cambiare della maggioranza parlamentare); l'esistenza legale di un partito il cui programma dice che la nozione di "stato ebraico" e "stato democratico" sono mutuamente contraddittorie; la cittadinanza di arabi che ipoteticamente hanno contatti con il "terrorismo", etc. possono essere aboliti con votazione a maggioranza. Che potrebbe essere perciò più naturale del partito di Avigdor Liberman che decide di privarne anche gli israeliani che diffamano la nazionalità di Israele menzionando espressamente i casi di soldati soldati e funzionari ribelli, il deputato alla Knesset Uri Avnery e l'avvocato Lea Tsemel?
Quando un paese ha creato confini che ha continuato ad espandere in violazione di ogni regola del diritto internazionale; quando il fine, cioè lo stato ebraico, sempre giustifica i mezzi; allora non dovrebbe sorprendere il fatto che il rispetto delle norme dello stesso Israele risulti estremamente difficile. Gli ordinari cittadini seguono l'esempio dei loro leaders, che applicano all'interno la stessa violazione di regole che applicano sistematicamente in campo internazionale. L'impunità di cui Israele gode all'interno della comunità internazionale non è solo la negazione della giustizia per le vittime della sua aggressione permanente; è anche una ragione della degenerazione interna della società israeliana. "Ma perché dovrei essere io l'unico in questo paese che obbedisce alla legge?"
Questi sviluppi potrebbero susseguirsi rapidi, senza portare ad una vera crisi, perché Israele ha sempre avuto una concezione idiosincrastica della democrazia. La democrazia per gli Israeliani si è sempre limitata a due cose: il predominio della maggioranza sulla minoranza per mezzo delle elezioni ed il fatto che gli atti del potere esecutivo si basino su una maggioranza parlamentare (Rapporto speciale dell'Aic, inverno 1986). Questa è chiaramente una concezione piuttosto limitata della democrazia, che trascura completamente il concetto dei diritti. Al contrario di quanto si afferma spesso, il fatto che Israele non abbia mai avuto una costituzione non è responsabilità dei soli partiti religiosi. La vera ragione è che i politici sionisti non sono mai stati capaci di scrivere una vera costituzione democratica, che garantisse l'eguaglianza di tutti i cittadini e i diritti fondamentali indipendentemente dal volere della maggioranza. Israele si è sempre definito non solo in quanto stato ebraico (e democratico, in accordo alla formula santificata) ma anche in quanto paese in stato di emergenza a causa di diversi decenni di guerra. Lo stato d'emergenza è talmente radicato nella cultura politica che né la pace con l'Egitto né la pace con la Giordania né la Dichiarazione dei principi congiunta con i Palestinesi ha potuto metterlo in discussione.
Possiamo considerare più in profondità la questione della democrazia in Israele. Il brusco passaggio privo di transizione dalle organizzazioni di insediamenti ebrei ad una struttura statale nel 1948 rese molto difficile per Israele l'adozione di "nome di governo", che sono per definizione diverse da quelle adottate dalle organizzazioni politico-militari, che non sono limitate da alcun codice di legge. I Palestinesi ne sanno qualcosa dalla loro esperienza odierna, in cui risulta difficile andare dal modo in cui ha funzionato l'Olp a quello in cui dovrebbe funzionare l'Autorità palestinese, che è quello di un semi-stato eletto che dovrebbe adottare norme democratiche. A cinquant'anni dall'indipendenza, il comportamento dello Stato di Israele e della sua classe politica rivela ancora un certo slittamento tra lo stato, i partiti al potere e i politici, e tra un quando legale vincolante ed interessi che non vi possono essere rientrare interamente. La corruzione è un esempio, chiaramente, ma ci sono anche pratiche politiche e militari che violano la legge ma che il potere esecutivo considera necessarie, come l'uso della tortura e le esecuzioni extra-giudiziarie.
Lo Stato di Israele ricorre a due meccanismi per aggirare queste contraddizioni. Il primo è la negazione totale, che conduce a vera e propria schizofrenia. Questo meccanismo si è visto all'opera nei servizi segreti, nella polizia e nelle menzogne sistematiche dei magistrati sull'uso della tortura, che hanno portato alla fine ad una seria crisi istituzionale e alla costituzione di una commissione di inchiesta nazionale. Altro esempio: la negazione dell'esistenza di un arsenale nucleare ha impedito la messa in atto di misure di sicurezza. Secondo gli esperti internazionali ciò ha prodotto molti incidenti tecnici e hanno reso molti reattori israeliani i più pericolosi al mondo dopo quelli del tipo del reattore di Chernobyl.
Il secondo meccanismo è l'uso di leggi ad personam. Che succede se una legge (in realtà una "legge fondamentale") prevede che i candidati alla carica di primo ministro siano membri della Knesset e Benjamin Netanyahu, che vuole candidarsi, non lo è?(*) Si emenda la legge fondamentale in maniera che possa farlo. Un altro esempio: un ex primo ministro è in carcere per corruzione, si monta una grossa campagna per il suo rilascio e si adotto una legge che permette ad alcuni carcerati di essere rilasciati dopo aver scontato metà delle loro pene. Un altro: una legge fondamentale limita la dimensione del governo a diciassette ministri, ma Ehud Barak, per poter formare la coalizione più ampia possibile, ha promesso posti di ministro a circa trenta politici, e la legge fondamentale viene cambiata.
Poiché le leggi - comprese quelle che hanno una natura costituzionale - possono essere cambiate per soddisfare interessi individuali o i bisogni del momento, perché non fare a meno dell'intero processo legislativo? Shaul Mofaz, ex comandante in capo dell'esercito, annunciò la sua candidatura per la Knesset l'anno scorso nonostante il periodo di riposo previsto dalla legge tra il ritiro e le elezioni non è scaduto. Il ragionamento di Mofaz davanti alla Commissione elettorale fu diretto: facendo attenzione, non sarebbe stato difficile cambiare la legge. La sola ragione per cui la legge non è stata cambiata è pura dimenticanza. Perciò facciamo finta che lo sia stata e non perdiamo altro altro tempo.
La flessibilità delle leggi è un corollario dell'assenza del concetto di "diritti" nella democrazia israeliana. Anche quando i diritti sono menzionati esplicitamente, come nelle leggi fondamentali adottare durante gli anni dell'intervallo liberale, ci sono sempre delle condizioni: "a condizione che una legge non stabilisca il contrario", oppure "eccetto in casi emergenza", o "se ciò non contraddice il carattere ebraico dello Stato di Israele". In breve, i diritti fondamentali esistono - come il principio dell'uguaglianza di genere o tra quella di cittadini di diverse fedi religiose - a meno che il parlamento non abbia deciso democraticamente, cioè a maggioranza semplice, di infrangerli.
In Israele nessuno ha diritti per il fatto di essere un cittadino. I diritti - l'immunità parlamentare dei membri arabi della Knesset; il diritto a candidarsi come primo ministro pur non soddisfacendo criteri politici o ideologici (che possono cambiare al cambiare della maggioranza parlamentare); l'esistenza legale di un partito il cui programma dice che la nozione di "stato ebraico" e "stato democratico" sono mutuamente contraddittorie; la cittadinanza di arabi che ipoteticamente hanno contatti con il "terrorismo", etc. possono essere aboliti con votazione a maggioranza. Che potrebbe essere perciò più naturale del partito di Avigdor Liberman che decide di privarne anche gli israeliani che diffamano la nazionalità di Israele menzionando espressamente i casi di soldati soldati e funzionari ribelli, il deputato alla Knesset Uri Avnery e l'avvocato Lea Tsemel?
Quando un paese ha creato confini che ha continuato ad espandere in violazione di ogni regola del diritto internazionale; quando il fine, cioè lo stato ebraico, sempre giustifica i mezzi; allora non dovrebbe sorprendere il fatto che il rispetto delle norme dello stesso Israele risulti estremamente difficile. Gli ordinari cittadini seguono l'esempio dei loro leaders, che applicano all'interno la stessa violazione di regole che applicano sistematicamente in campo internazionale. L'impunità di cui Israele gode all'interno della comunità internazionale non è solo la negazione della giustizia per le vittime della sua aggressione permanente; è anche una ragione della degenerazione interna della società israeliana. "Ma perché dovrei essere io l'unico in questo paese che obbedisce alla legge?"