FRATELLI E SORELLE D'ITALIA RISCRIVIAMO LE PAROLE DEL NOSTRO INNO NAZIONALE
Non è uno scherzo. L'UAAR (Unione atei e agnostici razionalisti)(http://www.uaar.it/) ha bandito un concorso per riscrivere l'Inno di Mameli, lasciando la musica così com'è e cambiando le parole. Le motivazioni sono molto ragionevoli; le condivido anch'io che sono affezionata all'inno forse perché sono cresciuta ammirando il Risorgimento. Il nome del premio è: "Mameli 2.0" e il sottotitolo "un testo laico e civile per l'inno nazionale". Incollo quindi adesso il comunicato stampa che si trova a questo indirizzo http://www.uaar.it/uaar/mameli/, da cui si può accedere a tutte le informazioni utili per partecipare al concorso. I testi dovranno pervenire alla segreteria del premio entro il 30 settembre 2010. Il premio ha una dotazione di mille euro.
"Fratelli (e sorelle) d’Italia, destatevi: è l’ora di riscrivere l’inno nazionale
Non rimproverate i calciatori della nazionale: il testo dell’inno di Mameli non lo conoscete nemmeno voi. Del resto, è lungo e complesso, ricco di parole desuete, di riferimenti a episodi storici dimenticati, di licenze poetiche che lo rendono quasi incomprensibile. E allora perché non riscriverlo? In occasione dei 150 anni dell’unità di Italia, la Uaar indice un concorso per un nuovo inno nazionale, che mantenga la musica di Michele Novaro ma che rappresenti al meglio i principi contenuti nella nostra carta costituzionale.
L’inno di Mameli è stato scritto nel 1847: l’Italia non esisteva ancora, mentre oggi è (o dovrebbe essere) una repubblica democratica, che ha sottoscritto convenzioni internazionali per i diritti dell’uomo, ha tra i principi costituzionali la laicità dello Stato e fa parte dell’Unione Europea. «Ci rendiamo conto di quanto sia difficile la proposta di un nuovo inno, – spiega Raffaele Carcano, segretario nazionale dell’Uaar, – ma sappiamo anche che un paese aggrappato a una retorica di due secoli fa non può avere un futuro, ed è “pronto alla morte” in senso letterale».
L’inno attuale, infatti, contiene parole ed espressioni incomprensibili alla maggior parte della popolazione («speme», «squilla», «stringiamci», «son giunchi che piegano le spade vendute») e riferimenti ormai sconosciuti e sentimenti d’odio per altri paesi, per fortuna, sinceramente superati («ogn’uom di Ferruccio ha il cuore, ha la mano», «i bimbi d’Italia si chiaman Balilla», «Già l’Aquila d’Austria le penne ha perdute. Il sangue d’Italia, il sangue polacco bevé, col cosacco, ma il cor le bruciò»). E, per di più, parla di un paese diviso (e «schiavo di Roma») discriminando donne («Fratelli d’Italia»!) e non credenti («Iddio la creò», «Le vie del Signore», «Uniti per Dio»). Forse è l’ora di superare il tabù sull’inno nazionale: «un nuovo inno, realmente condiviso e condivisibile dalla popolazione, potrebbe rendere la società più coesa e restituire al paese un nuovo slancio verso il futuro», conclude Carcano".
"Fratelli (e sorelle) d’Italia, destatevi: è l’ora di riscrivere l’inno nazionale
Non rimproverate i calciatori della nazionale: il testo dell’inno di Mameli non lo conoscete nemmeno voi. Del resto, è lungo e complesso, ricco di parole desuete, di riferimenti a episodi storici dimenticati, di licenze poetiche che lo rendono quasi incomprensibile. E allora perché non riscriverlo? In occasione dei 150 anni dell’unità di Italia, la Uaar indice un concorso per un nuovo inno nazionale, che mantenga la musica di Michele Novaro ma che rappresenti al meglio i principi contenuti nella nostra carta costituzionale.
L’inno di Mameli è stato scritto nel 1847: l’Italia non esisteva ancora, mentre oggi è (o dovrebbe essere) una repubblica democratica, che ha sottoscritto convenzioni internazionali per i diritti dell’uomo, ha tra i principi costituzionali la laicità dello Stato e fa parte dell’Unione Europea. «Ci rendiamo conto di quanto sia difficile la proposta di un nuovo inno, – spiega Raffaele Carcano, segretario nazionale dell’Uaar, – ma sappiamo anche che un paese aggrappato a una retorica di due secoli fa non può avere un futuro, ed è “pronto alla morte” in senso letterale».
L’inno attuale, infatti, contiene parole ed espressioni incomprensibili alla maggior parte della popolazione («speme», «squilla», «stringiamci», «son giunchi che piegano le spade vendute») e riferimenti ormai sconosciuti e sentimenti d’odio per altri paesi, per fortuna, sinceramente superati («ogn’uom di Ferruccio ha il cuore, ha la mano», «i bimbi d’Italia si chiaman Balilla», «Già l’Aquila d’Austria le penne ha perdute. Il sangue d’Italia, il sangue polacco bevé, col cosacco, ma il cor le bruciò»). E, per di più, parla di un paese diviso (e «schiavo di Roma») discriminando donne («Fratelli d’Italia»!) e non credenti («Iddio la creò», «Le vie del Signore», «Uniti per Dio»). Forse è l’ora di superare il tabù sull’inno nazionale: «un nuovo inno, realmente condiviso e condivisibile dalla popolazione, potrebbe rendere la società più coesa e restituire al paese un nuovo slancio verso il futuro», conclude Carcano".