Incontro col Dalai Lama- Torino gli conferisce la cittadinanza onoraria
Ddal sito della Chiesa Valdese
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Sono tibetano
di Giuseppe Platone
Una giornata con il Dalai Lama. Molto coinvolgente. Lui con i suoi monaci non alza mai la voce, parla con dolcezza (e un pizzico di humor) di compassione, giustizia, amore. Non parla contro la Cina, non fomenta l'odio contro il nemico (anche se qualche ragione per farlo ci sarebbe pensando alle pesanti parole del console cinese di questi giorni.). Dopo avere attinto la luce alla fiamma della candela del Dalai Lama all'Auditorium Rai di Torino - sorta di liturgia interreligiosa - condivisa da cristiani, ebrei, musulmani, induisti, buddisti, il capo religioso del Tibet, nella ressa che preme, è disponibile a rispondere a un paio di domande.
«Se dovesse poter ritornare in patria dopo questo esilio che dura dal 1959, come imposterebbe il suo rapporto con lo Stato cinese?». Risposta: «Dovrebbe essere un rapporto di assoluta divisione tra la sfera civile, politica, e quella religiosa; se il Tibet diventerà, come spero, una regione autonoma all'interno della grande Cina, non bisognerà confondere la sfera politica con quella religiosa».
Altra domanda: «Qual è il ruolo delle religioni oggi?». «Costruire - risponde il Dalai Lama - rapporti autentici di amicizia, collaborazione, cooperazione nella ricerca della giustizia e della pace tra i popoli». E poi mi mette al collo la katà, la sciarpa di seta bianca, sacra perché segno di pace.
Torino ha conferito al Dalai Lama la cittadinanza onoraria. La sala del Consiglio comunale gremita, prima di iniziare la cerimonia, ha osservato un minuto di silenzio nel ricordo del quinto operaio deceduto in mattinata della Thyssen Krupp, vittima dell'incendio nell'acciaieria. Si è riflettuto in questi giorni da molte parti su questa tragedia sul lavoro dicendo che non si può barattare la vita per il denaro, risparmiando sulle norme di sicurezza. Ma nei confronti del Dalai Lama succede la stessa cosa: prima viene il profitto economico poi la dignità di un popolo.
Abbiamo assistito in questi giorni a un patetico slalom invernale delle figure istituzionali della nostra Repubblica. Si è avuta l'impressione che il Dalai Lama - fatte salve alcune cerimonie a Roma, Milano, piuttosto contenute con l'eccezione di Torino (e un paio di altre città) - prima fosse tornato a casa e meglio era, evitando così di porre in stato di crisi i rapporti (commerciali) con la Cina.
C'è stata un'Italia che ha solidarizzato con la causa tibetana, con l'impegno del governo in esilio fondato su principi democratici e un'altra Italia che ha preferito non turbare l'imponente flusso di import-export con il gigante cinese. Evidentemente i mercati globalizzati non coincidono con la globalizzazione dei diritti umani. Contano più i soldi, il commercio che non il rispetto per un popolo massacrato e esiliato.
Il Dalai Lama non sogna un glorioso ritorno militare in Cina. Sogna un ritorno nonviolento, pacifico nella sua antica terra: «tetto del mondo». È questo un diritto sacrosanto che va riaffermato cogliendo anche l'occasione delle prossime Olimpiadi a Pechino. Proprio perché siamo eredi spirituali di minoranze ieri represse, oggi ci scopriamo solidali con i tibetani in esilio. A quest'ultimo proposito il rabbino mi dice: «Siamo di fronte a una nuova Shoah». Parole pesanti ma vere. Intanto la ragion di Stato cala il sipario sul Dalai Lama che dopo la sua breve visita torna in India, lontano dalla sua terra.
Tratto da Riforma del 21 dicembre 2007