Domenica 28 giugno 2026
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Lettera alla Senatrice Vittoria Franco e all’ADUC

Cammilleri Fortunata · · 4 interventi
Lettera alla Senatrice Vittoria Franco e all'ADUC

Alla Senatrice Vittoria Franco
e p.c. alla Società ADUC

Gentile Senatrice Vittoria Franco,
mi chiamo Fortunata Cammilleri e da tempo vivo con l'ossessione che la mia vita trascendente, quella affidata al ricordo dei posteri, sia pure come pura memoria, sarebbe, anche nel caso di una normale persona come me, vanificata qualora io non riuscissi a dare anche il mio nome alla prole da me generata.
Io ho dato loro la vita, io ho sofferto per loro nei momenti di difficoltà, io li ho accompagnati nel loro cammino, bene o male che l'abbia fatto, comunque, il protagonismo è stato solo mio, una creatività tutta materna di cui ci dota la natura.
Pensare che, invece, dalla legge degli uomini, anzi, da cristallizzazioni anacronistiche , che stentano a morire, io possa essere messa da parte come uno straccio, una macchina che non merita di dare neanche il proprio nome ai figli, mi ferisce profondamente e mi offende.
"Dunque", mi dico nei momenti di pessimismo, " io sono una persona di serie B che ha solo doveri!"
E allora, chi detiene i diritti?
Non certo io come donna, signora Senatrice, che ho dovuto, come tante altre donne, oltre che assolvere al mio ruolo di moglie e di madre, rimboccarmi le maniche e pensare anche a spendermi nello studio, nella professione, per aprirmi un varco che non mi facesse appassire nel ruolo di moglie e madre, l'unico possibile in questa società, ma, allo stesso tempo, umiliante e miserevole.
Io lotto, signora Senatrice, per un mondo fatto anche a misura di donna, non solo maschile, e nel modo di pensare femminile, non può essere trascurato quello dell'assenza di una genealogia femminile, che manca: un buco enorme, questo, un vortice che qualcuno, fin dalla notte dei tempi, ha voluto creare, uno strappo, insomma, ingiustificabile e disonorevole.
Il mio nome è stato diverso da quello di mia madre, quello di mia madre diverso da quello della propria madre, e così via, all'infinito, a quale genia femminile, io e tutte le altre donne, apparteniamo? Il quesito è privo di ogni risposta coerente.
Per questo, ho voluto seguire tutto l'iter relativo alla pratica di aggiunta del cognome materno a quello dei figli, che portano, nella quasi totalità dei casi, il solo cognome maschile: una patrilinearità che appare come una linea infinita lunga millenni.
Ma è giusto, mi chiedo spesso, chiedere, lottare per un diritto che si sappia da tempo usurpato?
No, non lo è.
Elemosinare un diritto, un nostro grande, legittimo, diritto, è, prima ancora che disonorevole, un controsenso. Non so cosa pensare, quasi sicuramente mi bocceranno questa domanda, ma, almeno, mi sarò tolta, in parte, l'ossessione, più greve negli ultimi tempi, di non aver fatto nulla per lottare contro un mostro storicizzato, cristallizzato nel tempo, che non vuole saperne di dissolversi, nonostante i tempi e le persone siano in aperto contrasto con la belva e tentino in tutti i modi di scacciarla via.
Non cestini, signora Senatrice, questo testo, lo legga attentamente e, Lei, che può farlo, ne raccolga altri per farne scudo contro l'assurda, inverosimile, caparbietà di questo mondo, dove la democrazia è solo fumo negli occhi per gente che non vede più, a conservare privilegi di casta sessuale.
Distinti saluti

Fortunata Cammilleri

P.S. Non è la prima volta che Le scrivo, ma spero, per questo caso, possa essere l'ultima.


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