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Libano: primo «incidente» franco-israeliano

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Libano: primo «incidente» franco-israeliano
Maurizio Blondet
29/09/2006

E' accaduto giovedì nel Libano meridionale.
Quattro carri armati francesi del contingente ONU hanno affrontato cinque tanks israeliani su una strada dove gli ebrei avevano eretto dei posti di blocco - ovviamente abusivi.
I soldati di Giuda «operavano nella zona da almeno due giorni, impedendo a civili e a giornalisti l'entrata nel villaggio di Marwaheen», scrive l'agenzia Deutsche Presse. (1)
I quattro corazzati «Leclerc» e i cinque «Merkava» si sono affrontati a 50 metri l'uno dall'altro per una ventina di minuti.
Facile indovinare chi ha ceduto.
I francesi si sono ritirati e hanno lasciato il posto ad osservatori disarmati della «Truce Supervisioni Organization» dell'ONU.

La nota lobby aveva fatto le telefonate giuste a Parigi.
Le truppe israeliane, che dovrebbero ritirarsi entro i loro confini in base alla risoluzione 1701, continuano a rimandare la partenza e a spadroneggiare e a muoversi come pare a loro.
«Continuano a fare posti di blocco dentro il nostro territorio, a rubare l'acqua del fiume Wazzani e a violare il nostro spazio aereo», ha detto all'agenzia tedesca una fonte del governo di Beirut.
Il governo libanese ha già rivolto una denuncia al comando dell'Unifil, senza esito.
E conta di elevare una protesta al Consiglio di Sicurezza per la violazione patente di Israele alla risoluzione 1701, il cui esito è assicurato: finirà dove sono finite le migliaia di denunce per migliaia di violazioni giudaiche di decine di risoluzioni ONU.
Così finiranno le dichiarazioni di fuoco lasciate da John Dugard, inviato dell'ONU nei territori palestinesi, nel suo rapporto sulla situazione degli abitanti di Gaza: «Israele ha fatto della striscia di Gaza una prigione per i palestinesi e ha gettato via la chiave. In altri Paesi, ciò si chiamerebbe pulizia etnica».

In altri Paesi appunto, non in quello del popolo che ha tanto sofferto, e perciò ha acquistato il diritto eterno di far soffrire gli altri.
Il 75 % della popolazione di Gaza, scrive Dugard, «deve la sua sopravvivenza ai soccorsi alimentari. E la distruzione provocata dai bombardamenti israeliani è intollerabile. La vita a Gaza è diventata insostenibile, tragica, spaventosa».
L'inviato, che è un avvocato sudafricano, ha accusato Israele di stare infliggendo una «punizione collettiva».
Ed ha denunciato gli USA e l'Unione Europea per il fatto che continuano a far mancare ai palestinesi i fondi già promessi, e sottratti come «punizione» ad Hamas, che i palestinesi hanno avuto la colpa di portare al governo.
«Israele infrange il diritto internazionale stabilito dal Consiglio di Sicurezza e dalla Corte internazionale di Giustizia e resta impunito», scrive Dugard, «ma i palestinesi sono puniti per aver eletto democraticamente un governo sgradito a Israele, agli USA e alla UE».
A Gaza, la chiusura dei varchi e l'embargo bancario rende impossibile persino ai palestinesi emigrati di mandare aiuti alle proprie famiglie; nulla può essere più importato né esportato, e ciò da mesi.
Anche il rapporto di Dugard finirà dove sono finite le proteste ufficiali del governo libanese.
Almeno, il sudafricano potrà chiamarsi fuori, un giorno, dall'accusa che verrà elevata a noi tutti: perchè avete taciuto mentre un popolo veniva punito collettivamente e messo alla fame?
Ma i tempi - il futuro processo di Norimberga in cui il regime sionista sarà alla sbarra a rispondere dei crimini per cui furono impiccati i capi del Terzo Reich a Norimberga, genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità - non sono ancora maturi.
L'ambasciatore israeliano all'ONU Itzhak Levanon ha replicato con la consueta arroganza: «Il rapporto getta tutte le colpe sul solo Israele e non alla responsabilità dei terroristi che hanno in ostaggio i palestinesi».

Anzi: i generali israeliani hanno l'intenzione di ri-occupare appieno la striscia di Gaza: «Inevitabile», dicono, «perché può diventare un nuovo Libano. I palestinesi hanno contrabbandato nella Striscia grandi quantità di esplosivo e nuovi armamenti avanzati da quando Israele ha abbandonato quel territorio». (2)
Scusa alquanto strana, dal momento che i carcerieri sionisti hanno bloccato da mesi tutti i varchi, controllano totalmente Gaza anche dal mare, e l'hanno chiusa in modo così completo che i palestinesi, nel loro lager, non possono nemmeno contrabbandare del cibo.
In realtà, i militari sionisti vogliono bastonare i deboli per avere una «vittoria» da opporre alla sconfitta contro Hezbollah, in modo - dicono loro - da «recuperare la credibilità della nostra deterrenza» agli occhi dei vicini.
C'è un gran discutere tra i gallonati giudei su come recuperare la «deterrenza».
Al punto che una parte vuole sfoderare i missili intercontinentali «Jericho» con testata nucleare, per fare paura all'Iran. (3)
La storia è complicata.
Benchè tutti sappiamo che è dotata del terzo armamento atomico del mondo e dei vettori per lanciare atomiche dovunque, Israele non ha mai né smentito né confermato la circostanza, con lo scopo di mantenere nell'incertezza i suoi nemici. Non ha nemmeno mai esposto una dottrina militare sul nucleare, ossia a quali condizioni Israele è disposto a usare le armi atomiche, se per esempio anche in caso di attacco convenzionale.

«Ma ora la politica israeliana deve cambiare, per dimostrare che il Paese mantiene la sua continua superiorità strategica», ha scritto Gerald Steinberg, che guida il «Conflict Management Programme» all'università Bar-Illan di Tel Aviv. «Non si creda che Israele resti nell'attuale stato di ambiguità se l'Iran diventa una potenza atomica».
Così Reuven Pedatzur, l'esperto militare di Haaretz molto ammanicato con gli alti gradi, ha riportato le due scuole di pensiero che dividono i gallonati strategici ebrei.
Una, «proclamare con chiarezza che appena scorgiamo sui radar un qualunque missile lanciato dall'Iran verso occidente, lo considereremo un attacco nucleare dell'Iran contro di noi, e lo tratteremo di conseguenza».
L'altra, «far esplodere una bomba atomica sperimentale nel deserto del Negev» a scopo dimostrativo e intimidatorio.
Gay Samore, ex analista americano dei trattati di non-proliferazione ai tempi di Clinton, ha replicato che questi atti «sarebbero una benedizione politica per Teheran», perché renderebbe vacue tutte le pressioni internazionali sui programmi nucleari iraniani, e giustificherebbe la volontà di Teheran di darsi un deterrente atomico, specie agli occhi di quei Paesi arabi fino ad oggi disposti a fare pressioni sugli ayatollah perché rinuncino alla bomba.
L'opinione pubblica si prepari comunque anche a questa eventualità: vedere un fungo atomico esplodere sull'altra riva del Mediterraneo - con allegra dispersione di ricadute radioattive - e a leggere, vedere, sentire in giornali e TV corali giustificazioni del bisogno degli ebrei di «sentirsi sicuri», perché «minacciati nella loro stessa esistenza».

Fummo già a due passi da quell'evento nell'ottobre 1973, nella guerra di Israele contro Egitto e Siria: allora il regime di Tel Aviv fece salire i suoi missili Jericho a testata nucleare dai loro silos segreti, pronto a trascinare i nemici nell'olocausto atomico.
Gli USA videro coi satelliti-spia questa azione preparatoria dell'Apocalisse, e si affrettarono a spedire d'urgenza al piccolo debole Stato ebraico tutto un arsenale di armi convenzionali, perché Giuda vincesse la sua guerra senza provocare la fine del mondo, o almeno del Mediterraneo.

Maurizio Blondet

Note
1) «First friction between UN peacemakers, Israel troops in Lebanon», Deutsche-Presse Agentur, 28 settembre 2006.
2) «Israel threatens Gaza invasion», Jerusalem Post, 28 settembre.
3) Dan Williams, «Israel seen lifting nuclear veil on Iran stand-off», Reuters, 25 settembre 2006.


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