Ma quant'è cattolica l'Italia? Una ricerca interessante
Dal sito della chiesa valdese (www.chiesavaldese.org) riporto l'articolo di Paolo Naso sulla situazione religiosa in Italia; esso riassume uno studio più ampio condotto dalla rivista dei Dehoniani di Bologna "Il Regno" (http://www.ilregno.it/).
Chi volesse leggere lo studio integrale, corredato da numerose tabelle, può andare a questo indirizzo: http://www.ilregno.it/it/rivista_articolo.php?RID=0&CODICE=50475; da lì si accede al documento in PDF: (http://www.ilregno.it/php/view_pdf.php?md5=21e076bb7c41554cf82168b6c8b5e465)
Ecco intanto la presentazione di Paolo Naso, dalla quale, purtroppo si sono perse le tabelle.
Italiani cattolici, religiosi, secolarizzati
di Paolo Naso (5 luglio 2010)
Quanto è cattolica l’Italia? Un interrogativo difficile perché le statistiche possono dirci quanti italiani frequentano regolarmente una parrocchia, battezzano i propri figli o, al momento di sposarsi, celebrano le nozze di fronte all’altare. Ma la "cattolicità" del Paese è altra cosa perché rimanda a un concetto qualitativo piuttosto che quantitativo, ad una valutazione sulla laicità delle istituzioni, sul peso della Chiesa cattolica nella vita culturale e sociale, sulla consistenza di un sistema di valori, idee e tradizioni nello spazio pubblico. Misurare tutto questo è molto difficile tuttavia alcune ricerche empiriche ci possono dare dei dati indicatici sui comportamenti e sulle opinioni degli italiani in materia: recentemente ce ne ha proposti molti e di interessanti la rivista cattolica Il Regno, da decenni una delle voci più autorevoli del cattolicesimo conciliare, nel fascicolo "Attualità" del 15 maggio.
Apprendiamo così che si dichiarano cattolici l’81,3% degli italiani, cristiani non cattolici l’,11,7%, di altre fedi lo 0,5%, non credenti il 6,5%.
E qui c’è già la prima sorpresa: rispetto ad analoghe rilevazioni, sembra diminuire l’appartenenza cattolica mentre risulta decisamente elevato il numero dei cristiani non cattolici: quest’ultimo, secondo i ricercatori, è una sovrastima e almeno in certa misura potrebbe indicare dei cattolici non frequentanti. Se così fosse siamo comunque di fronte a una distinzione importante, dal momento che l’identificazione con il cattolicesimo in genere prescinde dalle forme in cui si esprime. Praticanti o meno, conviventi o divorziati, in precedenti sondaggi gli italiani si dichiaravano "cattolici" punto e basta. Un’altra ipotesi, in linea con alcune tendenze già documentate in paesi come la Gran Bretagna o la Svizzera, è quella di una identificazione genericamente cristiana, senza che questo comporti un rapporto con una chiesa, il famoso "credere senza appartenere".
Stabile invece la frequenza alla messa domenicale, assestata al 27,7%: sommando i fedelissimi (tutte le settimane) e i frequentatori assidui (due o tre volte al mese) si arriva a un tasso di praticanti del 43,8, di poco superiore ai "latitanti" (due otre volte l’anno, mai) che costituiscono il 41,7 del campione.
Le caratteristiche di chi frequenta una chiesa delineano un profilo molto specifico: si tratta in prevalenza di persone con oltre 65 anni, con un titolo di studio inferiore alla licenza elementare, di sesso femminile, residenti nei piccoli centri soprattutto del Sud. Notevolmente sotto la media nazionale la percentuale dei trentenni (-15% circa) e dei quarantenni (- 12% circa).
Se oltre l’80% degli italiani si dicono cattolici e quasi il 12% si dicono cristiani, solo il 71,% afferma di credere in Dio "senza dubbi) o "nonostante i dubbi" (21,5): dobbiamo quindi concludere che c’è un 20% circa di italiani che si dicono cristiani senza credere in Dio o, quanto meno, avendo una fede assai incerta (mi trovo a credere in Dio talvolta, non sempre 6,5; credo in una forza superiore 9,9%, non credo sia possibile dire se Dio esiste, 5,2%).
Molto interessante il dato relativo al nesso tra identità cattolica e appartenenza nazionale: in altre parole "quanto è importante essere cattolico per essere vero italiano"? "Molto" o "abbastanza" per il 47,5 del campione, che sale al 65,4% per i praticanti ("cattolici" e "cristiani"); "poco" o per "nulla" per il 52,5 del campione in generale ma solo il 21,7 per i "praticanti".
Numeri eloquenti che spiegano la debolezza della cultura laica del nostro paese: l’identificazione tra cittadinanza italiana e confessione religiosa cattolica è il retaggio di un vecchio e superato modello di stato confessionale e tuttavia viene ribadito da una quota di italiani superiore a quelli che, ad esempio, pregano Dio al di fuori delle funzioni religiose (42,6%) o che si confessa prima della messa (28,% dei cattolici, quindi in percentuale più bassa rispetto se si considera il campione nel suo complesso).
L’idea diffusa del cattolicesimo come religione civile degli italiani ha quindi un radicamento e una solidità superiore a quella attribuita ad alcune formulazioni dogmatiche. D’altra parte il profilo prevalente di coloro che si riconoscono in questo assunto è quello di persone anziane, con un titolo inferiore alla licenza media, residenti nel Sud e nei piccoli centri; al contrario la percentuale di rivendica il nesso tra italianità e cattolicesimo scende di oltre 20 punti tra i trentenni, di oltre 15 punti tra i laureati e di circa 10 punti tra chi vive in centri con oltre 100.000 abitanti.
Quanto è importante essere cattolico per essere vero italiano?
Se con crescente insistenza e sulla base di analoghe ricerche si inizia a parlare di "postsecolarizzazione" e si volesse adottare questa chiave interpretativa anche alla realtà italiana, essa avrebbe caratteristiche comunque molto definite e particolari: almeno sulla base dell’inchiesta del Regno, i comportamenti degli italiani appaiono comunque influenzati da un’acuta secolarizzazione dei modelli e degli stili di vita, del rapporto intimo con Dio e con la fede. Più che la fede tiene la tradizione, più che la confessione l’appartenenza. Se per qualcuno è un dato rassicurante e soddisfacente in un momento incerto della vita nazionale, altri se ne preoccupano. Tra di essi anche una minoranza di cattolici e molti protestanti italiani.
Chi volesse leggere lo studio integrale, corredato da numerose tabelle, può andare a questo indirizzo: http://www.ilregno.it/it/rivista_articolo.php?RID=0&CODICE=50475; da lì si accede al documento in PDF: (http://www.ilregno.it/php/view_pdf.php?md5=21e076bb7c41554cf82168b6c8b5e465)
Ecco intanto la presentazione di Paolo Naso, dalla quale, purtroppo si sono perse le tabelle.
Italiani cattolici, religiosi, secolarizzati
di Paolo Naso (5 luglio 2010)
Quanto è cattolica l’Italia? Un interrogativo difficile perché le statistiche possono dirci quanti italiani frequentano regolarmente una parrocchia, battezzano i propri figli o, al momento di sposarsi, celebrano le nozze di fronte all’altare. Ma la "cattolicità" del Paese è altra cosa perché rimanda a un concetto qualitativo piuttosto che quantitativo, ad una valutazione sulla laicità delle istituzioni, sul peso della Chiesa cattolica nella vita culturale e sociale, sulla consistenza di un sistema di valori, idee e tradizioni nello spazio pubblico. Misurare tutto questo è molto difficile tuttavia alcune ricerche empiriche ci possono dare dei dati indicatici sui comportamenti e sulle opinioni degli italiani in materia: recentemente ce ne ha proposti molti e di interessanti la rivista cattolica Il Regno, da decenni una delle voci più autorevoli del cattolicesimo conciliare, nel fascicolo "Attualità" del 15 maggio.
Apprendiamo così che si dichiarano cattolici l’81,3% degli italiani, cristiani non cattolici l’,11,7%, di altre fedi lo 0,5%, non credenti il 6,5%.
E qui c’è già la prima sorpresa: rispetto ad analoghe rilevazioni, sembra diminuire l’appartenenza cattolica mentre risulta decisamente elevato il numero dei cristiani non cattolici: quest’ultimo, secondo i ricercatori, è una sovrastima e almeno in certa misura potrebbe indicare dei cattolici non frequentanti. Se così fosse siamo comunque di fronte a una distinzione importante, dal momento che l’identificazione con il cattolicesimo in genere prescinde dalle forme in cui si esprime. Praticanti o meno, conviventi o divorziati, in precedenti sondaggi gli italiani si dichiaravano "cattolici" punto e basta. Un’altra ipotesi, in linea con alcune tendenze già documentate in paesi come la Gran Bretagna o la Svizzera, è quella di una identificazione genericamente cristiana, senza che questo comporti un rapporto con una chiesa, il famoso "credere senza appartenere".
Stabile invece la frequenza alla messa domenicale, assestata al 27,7%: sommando i fedelissimi (tutte le settimane) e i frequentatori assidui (due o tre volte al mese) si arriva a un tasso di praticanti del 43,8, di poco superiore ai "latitanti" (due otre volte l’anno, mai) che costituiscono il 41,7 del campione.
Le caratteristiche di chi frequenta una chiesa delineano un profilo molto specifico: si tratta in prevalenza di persone con oltre 65 anni, con un titolo di studio inferiore alla licenza elementare, di sesso femminile, residenti nei piccoli centri soprattutto del Sud. Notevolmente sotto la media nazionale la percentuale dei trentenni (-15% circa) e dei quarantenni (- 12% circa).
Se oltre l’80% degli italiani si dicono cattolici e quasi il 12% si dicono cristiani, solo il 71,% afferma di credere in Dio "senza dubbi) o "nonostante i dubbi" (21,5): dobbiamo quindi concludere che c’è un 20% circa di italiani che si dicono cristiani senza credere in Dio o, quanto meno, avendo una fede assai incerta (mi trovo a credere in Dio talvolta, non sempre 6,5; credo in una forza superiore 9,9%, non credo sia possibile dire se Dio esiste, 5,2%).
Molto interessante il dato relativo al nesso tra identità cattolica e appartenenza nazionale: in altre parole "quanto è importante essere cattolico per essere vero italiano"? "Molto" o "abbastanza" per il 47,5 del campione, che sale al 65,4% per i praticanti ("cattolici" e "cristiani"); "poco" o per "nulla" per il 52,5 del campione in generale ma solo il 21,7 per i "praticanti".
Numeri eloquenti che spiegano la debolezza della cultura laica del nostro paese: l’identificazione tra cittadinanza italiana e confessione religiosa cattolica è il retaggio di un vecchio e superato modello di stato confessionale e tuttavia viene ribadito da una quota di italiani superiore a quelli che, ad esempio, pregano Dio al di fuori delle funzioni religiose (42,6%) o che si confessa prima della messa (28,% dei cattolici, quindi in percentuale più bassa rispetto se si considera il campione nel suo complesso).
L’idea diffusa del cattolicesimo come religione civile degli italiani ha quindi un radicamento e una solidità superiore a quella attribuita ad alcune formulazioni dogmatiche. D’altra parte il profilo prevalente di coloro che si riconoscono in questo assunto è quello di persone anziane, con un titolo inferiore alla licenza media, residenti nel Sud e nei piccoli centri; al contrario la percentuale di rivendica il nesso tra italianità e cattolicesimo scende di oltre 20 punti tra i trentenni, di oltre 15 punti tra i laureati e di circa 10 punti tra chi vive in centri con oltre 100.000 abitanti.
Quanto è importante essere cattolico per essere vero italiano?
Se con crescente insistenza e sulla base di analoghe ricerche si inizia a parlare di "postsecolarizzazione" e si volesse adottare questa chiave interpretativa anche alla realtà italiana, essa avrebbe caratteristiche comunque molto definite e particolari: almeno sulla base dell’inchiesta del Regno, i comportamenti degli italiani appaiono comunque influenzati da un’acuta secolarizzazione dei modelli e degli stili di vita, del rapporto intimo con Dio e con la fede. Più che la fede tiene la tradizione, più che la confessione l’appartenenza. Se per qualcuno è un dato rassicurante e soddisfacente in un momento incerto della vita nazionale, altri se ne preoccupano. Tra di essi anche una minoranza di cattolici e molti protestanti italiani.