Venerdì 19 giugno 2026
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Ne vogliamo discutere seriamente ??

Ampia Riflessione · · 2 interventi
Sulla base dei dati statistici, è legittimo sostenere che, partiti da una società dove gran parte della vita delle persone adulte era dedicata al lavoro, stiamo andando verso una società in cui gran parte del tempo sarà dedicato a qualcos'altro.
In base alla job analysis è possibile constatare che, sia nel tempo di lavoro sia nel tempo libero, noi oggi facciamo sempre meno cose con le nostre mani e sempre più cose col nostro cervello, al contrario di quanto abbiamo fatto, fin qui, per milioni di anni. Ne deriva che, quando il lavoro era soprattutto fatica fisica, poteva essere nettamente separato dallo studio e dal gioco. Oggi che anche il lavoro è di natura intellettuale, diventa sempre più difficile scindere, in ciascuna nostra attività, cosa è lavoro, cosa è gioco, cosa è apprendimento. Infine, tra tutte le attività che realizziamo col cervello, quelle più apprezzate, più spendibili sul mercato del lavoro, sono le attività creative. Perché anche le attività intellettuali, come quelle manuali, quando sono ripetitive possono essere affidate alle macchine.
Questo vale, però, soltanto per il Primo Mondo. Ne deriva che il nostro ecosistema, quello di noi abitanti dei paesi industrialmente avanzati, sarà sempre più inquinato di onde elettromagnetiche e desideroso di condizioni creativogeniche (studio, silenzio, spazio, autonomia), mentre il Terzo Mondo sarà sempre più inquinato di pollution e rottami, sempre più desideroso di produrre i beni materiali con cui sfamarsi ed elevare il proprio tenore di vita.


Il prodotto interno lordo del pianeta aumenta a un tasso superiore al 3% annuo. E, anche nelle zone più povere, la ricchezza arriva: magari sotto forma di farmaci e alimenti scaduti, oltre che di contraccettivi. Mentre i paesi ricchi continuano a progredire, ci sono alcuni paesi, già poveri, che hanno imboccato una via rapidissima verso lo sviluppo: in Corea, a Singapore, a Taiwan, in Malesia, lo sviluppo del pil marcia, ormai da anni, a incrementi del 10% l'anno.
Sono paesi che, oggi, si trovano nella situazione dell'Inghilterra dell'Ottocento. Con il relativo sfruttamento. Per quanto cinico ciò possa sembrare, questo è comunque un primo albore di progresso. Anche perché questi paesi, rispetto alla vecchia Inghilterra, stanno vivendo un altro sviluppo, oltre quello industriale: lo sviluppo dei mezzi di informazione, grazie ai quali possono ricevere notizie ed essere informati in tempo reale su quanto succede in altri luoghi del pianeta. Così i conflitti di classe che scossero la Corea dieci anni dopo l'inizio della sua industrializzazione sono più o meno l'equivalente di quelli che scossero l'Inghilterra cent'anni dopo l'invenzione della macchina a vapore: i tempi dello sfruttamento si accorciano. E poi ci sono parti dell'America Latina, l'India centrale e del Sud, la Cina che stanno avviandosi su un cammino analogo. Si pensi che la Cina è ormai al quinto posto nel mondo, subito dopo l'Italia, per numero di turisti stranieri. Solo dieci anni fa era al tredicesimo posto. La Cina significa un miliardo di persone (un sesto dell'umanità) con una popolazione attiva di quattrocentocinquanta milioni di lavoratori educati bene e abituati alla disciplina di un comunismo duro come quello di Mao.
Intanto sono cambiate le esigenze dei paesi ricchi: prima avevano bisogno di materie prime, adesso hanno bisogno di manodopera e di sbocchi commerciali. E' sfruttamento? Non c'è dubbio. Ma è pur sempre inferiore allo sfruttamento coloniale con cui le grandi potenze si appropriavano delle materie prime e riducevano la popolazione in stato di schiavitù. Se non altro perché il lavoro è comunque pagato.


Come è pagato? Nel 1992, lo stipendio annuo percepito da un semplice impiegato part-time della Nike negli Stati Uniti risultò più alto di quanto avevano percepito tutte insieme, nello stesso periodo, le ragazze indonesiane che avevano lavorato nelle aziende fornitrici della Nike. Negli ultimi vent'anni quest'azienda ha spostato le proprie lavorazioni prima in Corea e Taiwan, poi, quando i lavoratori di questi due paesi cominciarono a sindacalizzarsi, le ha spostate in Cina e Thailandia, dove le paghe erano ancora più misere.
Eppure c'è qualcosa che non convince nella battaglia "civile" che i paesi ricchi hanno intrapreso contro il lavoro minorile nel Terzo Mondo. Questi paesi, nella loro prima industrializzazione, diventarono ricchi anche grazie allo sfruttamento intenso dei minorenni. Si pensi alla lunga battaglia di Owen, ai primi dell'Ottocento, per impedire che i bambini inglesi lavorassero più di dieci ore al giorno nelle miniere, dove erano trattati come bestie. Perché mai questi paesi ricchi, una volta diventati ricchi, si scoprono umanitari e pretendono altrettanto rispetto per i bambini anche da parte dei paesi poveri? Non c'è sotto, per caso, l'intento subdolo di ridurre il potenziale produttivo e, quindi, il possibile sviluppo del Terzo Mondo?
Se questi bambini non lavorassero (sia pure nelle spaventose condizioni in cui vengono sfruttati), cosa farebbero? andrebbero alla Montessori? avrebbero altre occasioni di miglior guadagno? morirebbero di fame? o sarebbero costretti a prostituirsi per sopravvivere? Un bambino che porta un salario sia pure minimo, in una famiglia sottoproletaria ridotta alla fame, gode comunque di una qualche forza contrattuale e di un qualche rispetto. Persino la piaga dello sfruttamento minorile cambia segno quando è guardata con l'ottica di chi muore di fame.


Il Primo Mondo comprerà sempre più fatica umana dal Terzo Mondo e, sia pure a basso prezzo, la pagherà. La produzione si è miniaturizzata: con un cargo aereo si trasportano milioni di microchip da una parte all'altra del mondo, quindi il costo dei trasporti inciderà sempre meno. In Italia un'ora di lavoro costa 24 dollari, in Brasile dodici, a Singapore sette, in Cina uno. Produrre in Veneto, anziché in Tonchino, prima o poi diventerà un suicidio.
Il problema dell'Africa è incrudelito da un'economia primitiva, agricola e pastorale, dal mancato controllo delle nascite e dai conflitti tribali. Ma territori come l'Africa centrale e l'Amazzonia detengono il patrimonio forestale, cioè l'ossigeno, di tutto il pianeta. Ciò consentirebbe loro di minacciare l'estinzione delle foreste se gli vengono rifiutati dal Primo Mondo gli aiuti necessari allo sviluppo. La deforestazione può essere un deterrente altrettanto forte che la bomba atomica.
La povertà urbana non è peggiore di quella di chi vive in campagna, in montagna o nella giungla. Nelle favelas urbane del Brasile c'è comunque la televisione. Se anche ci si limita a guardare le telenovele, comunque ci si confronta e si prova rabbia: è un inizio di presa di coscienza che non può nascere se non c'è un paragone lampante del povero con il ricco. Inoltre, in alcuni paesi, per esempio il Brasile, la televisione offre sempre più spesso programmi culturali che diffondono il sapere assai più dei libri scolastici.


E' davvero singolare che il "turbocapitalismo" riscuota l'approvazione entusiasta dei governi europei di sinistra mentre preoccupi gli economisti e i politologi americani: non solo i radical ma anche alcuni conservatori. Per settant'anni si sono fronteggiati due sistemi economici e politici: comunismo e capitalismo. La caduta del Muro di Berlino ha sancito la vittoria del secondo, che ne ha tratto una fede euforica ed eccessiva nei confronti del libero mercato, della concorrenza, della competitività. Gli ultimi dieci anni del ventesimo secolo saranno ricordati come quelli più infatuati di liberismo. Il capitalismo ha messo a punto in tutto il mondo una precisa strategia, guidata da Reagan negli Usa e dalla Thatcher in Gran Bretagna. Con grande spiegamento di media, ha condotto una campagna denigratoria contro tutto ciò che è pubblico: burocrazia, aziende statali, trasporti, sanità, scuola. Ha così ottenuto la privatizzazione dei settori più lucrativi e ha acquistato sottocosto le azioni delle società privatizzate: ferrovie, elettricità, telecomunicazioni, la migliore argenteria del patrimonio statale. Non contenti, gli imprenditori privati si sono fatto ridare il denaro pagato allo Stato pretendendo sgravi fiscali e incentivi a fondo perduto. Poi, in queste aziende privatizzate, hanno iniziato a ridurre i costi realizzando fusioni e licenziando personale. In tal modo hanno accumulato somme immense, anche con la scusa che esse sono indispensabili per effettuare investimenti produttivi e rilanciare l'occupazione. In realtà, sia in America che in Europa gli investimenti privati sono diminuiti anziché aumentare. Una parte dei soldi sono finiti in stock options, percentuali sugli aumenti di valore, elargite al top dei dirigenti aziendali che si erano prestati a compiere queste operazioni. Ma la maggior parte delle ricchezze accumulate è stata investita in borsa, dove il rendimento è rapido e non richiede i rischi dell'imprenditorialità e la fatica della gestione aziendale.


Se si passa a decifrare i segnali che giungono dall'altra parte del mercato del lavoro, cioè dal fronte dell'occupazione, si constata come continui, in modo sempre più irreversibile, il fenomeno dello sviluppo senza lavoro: aumenta la ricchezza e si riduce l'occupazione; i ricchi diventano sempre di meno e sempre più ricchi mentre i poveri diventano più numerosi e più poveri.
Ovviamente, le crescenti disuguaglianze si traducono in patologia sociale. Anche nel paese più ricco del mondo, come ha scritto recentemente Edward N. Luttwak nel suo libro La dittatura del capitalismo, «i lavoratori disposti ad accettare la mobilità verso il basso hanno occupato tutte le posizioni lavorative tradizionalmente destinate al sottoproletariato, i cui disoccupati costituiscono, a loro volta, il grosso della popolazione carceraria statunitense, pari a 1.800.000 detenuti. Se a ciò si aggiungono i 3.700.000 individui in libertà condizionata in attesa di giudizio, il totale dei soggetti penalmente perseguiti negli Stati Uniti risulta pari a 5.500.000 persone, vale a dire il 2,8% della popolazione del paese, il doppio rispetto al 1980, agli albori del turbocapitalismo».


Di fronte ai cambiamenti sono sempre possibili due tipi di reazione: euforia o sgomento. Di fronte alla possibilità di generare un figlio con le tecniche artificiali, per esempio, c'è chi si esalta perché vede in tutto questo una grande occasione: la possibilità di procreare anche per le coppie sterili. E c'è chi si sgomenta perché vede in tutto questo un sovvertimento della natura. Questo doppio atteggiamento in realtà c'è sempre stato. La Chiesa, per esempio, all'inizio ha rifiutato il copernicanesimo e persino la luce elettrica, così come, negli anni più recenti, ha visto di cattivo occhio il cinema, la televisione, i telefoni cellulari, le biotecnologie. C'è sempre chi delle innovazioni vede soltanto l'aspetto sovvertitore delle leggi di natura. Ma, a ben guardare, la natura stessa si muove con grande velocità. Né al mondo c'è più un angolo che non sia stato modificato dalla civiltà, magari per via dello smog.
Il cambiamento sgomenta sempre. E sgomenta quanto più ci si avvicina alla sfera genitale, nel senso etimologico della parola, cioè all'origine della vita. Ci sembra la violazione di una sfera sacra, perché sconosciuta. Pensare che anche l'amore, un'emozione, possa dipendere da fattori biochimici tormenta chiunque abbia scelto la scorciatoia esplicativa del mistero.

Invece la storia dell'umanità è storia dell'intervento umano sulla natura: per addomesticarla. Per questo abbiamo deviato fiumi, inventato parafulmini, case e medicine. Di questo addomesticamento alcuni vedono e paventano la dimensione terrificante. Altri, invece, apprezzano la dimensione salvifica. Il fatto stesso che la specie umana sia l'unica a moltiplicarsi e che sia riuscita in cento anni a raddoppiare la durata della vita media, rappresenta una conquista straordinaria.
L'intervento umano diventa sempre più "programmazione". Il desiderio di programmare il futuro nasce da timori e bisogni affini a quelli che danno vita alle religioni, ma dipende anche dalla consapevolezza che noi oggi abbiamo la possibilità tecnica, sociologica, politica di pianificare, appunto, il nostro futuro. L'umanità ha fatto dipendere la propria sorte prima dal caso (così era per greci e latini), poi dalla provvidenza (con la civiltà cristiana), poi dalla sostenibilità della Terra e dalla possibilità di avere materie prime. La società postindustriale, invece, ritiene che la "sorte" degli uomini dipenda in gran parte dalla loro capacità di programmazione. Secondo Touraine, anzi, investe tali e tante energie a questo fine, da caratterizzarsi proprio come "società programmata".

La società industriale è la prima che ha fatto perno sul concetto di velocità, impegnandosi fino allo spasimo in quella gara con il tempo che ha chiamato "efficienza": vince chi riesce a produrre più cose in meno tempo, anche se quelle cose non servono a niente. Per misurare questa gara sono stati costruiti cronometri sempre più precisi: un orologio di prezzo normale ormai sposta di un milionesimo di secondo ogni cento anni.
Quando eravamo convinti di avere raggiunto il limite massimo della velocità con i nostri apparecchi meccanici, ecco irrompere l'elettronica con i suoi microprocessori che ogni diciotto mesi raddoppiano la loro potenza e che ormai possono compiere un miliardo di operazioni al secondo.
Italo Calvino ci ricordava che la rapidità e l'accelerazione sono proprie del mondo delle favole, dove in un batter d'occhio il principe uccide il drago e conquista la principessa. E noi operiamo in una favola dove, al posto delle fate, ci sono gli ingegneri e i bioingegneri; al posto dei sortilegi vi sono le formule chimiche e le quotazioni in borsa; al posto dei folletti vi sono i bit. In questa favola tutti viviamo al quadrato. Nelle Mille e una notte Sheherazade riesce a salvarsi raccontando una storia in cui si racconta una storia in cui si racconta una storia, e così all'infinito. Allo stesso modo, nella nostra vita quotidiana, noi viviamo una realtà raccontata dai giornali che la ricavano dalle agenzie di stampa che la ricavano dalla televisione che la ricava da Internet. Ogni gesto, ogni evento viene moltiplicato per se stesso, lanciato in rete, riflesso negli infiniti specchi delle nostre tante realtà.

Se i nostri bisnonni pativano la noia di giornate sempre uguali, noi patiamo la vertigine di attimi sempre diversi, dilatati, accelerati, strapazzati, in cui raccapezza il bandolo solo chi, dotato di colta saggezza, sa vivere con stile, soggiogando i ritmi frenetici del mondo e sincronizzandoli con i propri bioritmi. Chi manca di questa saggezza, chi non sa godersi il lusso della pausa, è costretto a trascurare la vita vera e ad accontentarsi dei suoi surrogati, è costretto a lunghe continue fughe illusorie in cerca di gioie che sono invece a portata di mano.
La velocità è indotta dalla paura, dal tarlo della morte. Per quanto la vita si allunghi, comunque la "comare secca", come la chiamava Pasolini, è sempre lì in agguato. E, per quante esperienze si riesca ad accumulare, comunque ci saranno gioie che non faremo in tempo a gustare. Di qui la lotta con il tempo, per rubargli più occasioni di quante la sorte vorrebbe assegnarci. Di qui le infinite astuzie per risparmiare tempo ricorrendo ai telefoni e agli aerei; per arricchire il tempo ascoltando la radio mentre andiamo in macchina; per programmare il tempo ricorrendo ad agende sofisticate e a corsi di "time management"; per stoccare il tempo con le segreterie telefoniche e i videoregistratori. Eternamente pungolati dal tafano della velocità urbana, consumiamo il lusso delle rare pause sognando e rincorrendo la perduta quiete del mondo rurale. Dentro di noi, l'impulso alla fretta si alterna con l'impulso alla calma, così come il nostro spirito nomade cede di tanto in tanto al nostro desiderio di stanzialità. Ma l'ozio è un'arte e non tutti sono artisti.

Il rapporto sempre più sbilanciato tra la crescente longevità della vita e la decrescente durata del lavoro pone in primo piano la questione del tempo libero. Henry Ford scrisse nella sua autobiografia che «Quando lavoriamo dobbiamo lavorare. Quando giochiamo dobbiamo giocare. Non serve a nulla cercare di mescolare le due cose. L'unico obiettivo deve essere quello di svolgere il lavoro e di essere pagati per averlo svolto. Quando il lavoro è finito, allora può venire il gioco, ma non prima».
Fu l'industria a separare la casa dal lavoro, la vita delle donne da quella degli uomini, la fatica dal divertimento. Fu con l'avvento dell'industria che il lavoro assunse un'importanza spropositata fino a diventare la categoria dominante della vita umana, alla quale ogni altra cosa - famiglia, studio, tempo libero - rimase subordinata. Ancora recentemente, il sociologo Aris Accornero ha insistito: «Lavoro e vita è bene che si separino [...] Lavoro e vita hanno logiche e culture diverse e la ricchezza dell'esistenza sta nel combinare i loro tempi e i loro ambiti. La loro giustapposizione è un mito: un mito da scongiurare».
Ma, come si è detto, il tempo libero aumenta e le attività - di gioco, di lavoro, di apprendimento - vanno intrecciandosi e confondendosi sempre più. Ozieremo tutti come i gentiluomini dell'Ottocento. Ma il problema è: ozieremo come Tocqueville, come Oscar Wilde, come Arsenio Lupin o che altro? Saremo spinti dalla noia a rifugiarci nella droga, a realizzarci nella violenza? O saremo spinti dalla libertà a inventare nuovi mondi vitali? Il nostro ozio sarà padre di vizi o di virtù? Saremo capaci di trasformarlo in ozio creativo? Ammazzeremo il tempo o sapremo utilizzarlo?
L'umanità ha impiegato millenni prima di capire che il lavoro non era una faccenda da autodidatti ma andava insegnato e appreso con anni di paziente impegno. Quanto impiegherà per capire che anche il tempo libero richiede una lunga formazione ad hoc? Durante gli anni passati fu il lavoro a colonizzare il tempo libero; negli anni futuri sarà il tempo libero a colonizzare il lavoro. Ma tutte le istituzioni che si occupano di noi - famiglia, scuola, religione - continuano a prepararci ossessivamente al lavoro, trascurando l'educazione al tempo libero, identificato nel consumo vistoso, costoso e pericoloso.
Molti si chiedono: se tutti si danno alla pazza gioia, se tutti si mettono a spendere, in questo bengodi chi produce la ricchezza? chi paga? Ecco chi paga: i cittadini che lavorano sempre di meno e le macchine che lavorano sempre di più. Se cento anni fa, in Italia, 3100 ore di lavoro umano, aiutato da macchine rudimentali, consentivano appena di sopravvivere, oggi 1750 ore di lavoro umano potenziato da macchine efficientissime consentono al lavoratore di vivere tredici volte meglio.
Ciò non significa che egli se ne resterà a pancia all'aria ma significa che non dovrà più rompersi la schiena e l'anima come un operaio tessile della Manchester descritta da Engels. Non si tratta di auspicare il migliore dei mondi possibili ma, più realisticamente, il migliore dei mondi realizzati finora.
E' un'utopia? Progettare e migliorare il nostro sistema ecologico e sociale rappresenta semplicemente un dovere, una missione che si concretizza anche educando noi stessi e gli altri a fare del tempo libero un'arte raffinata, una scelta di vita, una fonte inesauribile di creatività.
«Chi è maestro dell'arte di vivere - dice la saggezza Zen - distingue poco fra il suo lavoro e il suo tempo libero, fra la sua mente e il suo corpo, la sua educazione e la sua ricreazione, il suo amore e la sua religione. Con difficoltà sa cos'è che cosa. Persegue semplicemente la sua visione dell'eccellenza in qualunque cosa egli faccia, lasciando agli altri decidere se stia lavorando o giocando. Lui, pensa sempre di fare entrambe le cose insieme».
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