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ONESTA' DI IERI, RACCOMANDAZIONI DI OGGI

avv. Domenico Marando · · 6 interventi
ONESTA' DI IERI, RACCOMANDAZIONI DI OGGI
Sono passati quattordici anni da quando ho lasciato l'università e venti da quando sono approdato in quell'ateneo. Allora, al pari degli altri, inseguivo quel foglio di carta che mi avrebbe aperto la strada del lavoro, dell'esistenza libera e dignitosa, non del successo, non della ricchezza perchè questi ultimi non rientravano e non rientrano nel mio ordine di idee.
Erano aspirazioni legittime, erano sogni sereni. Poi, il foglio di carta è arrivato, anche se a caro prezzo, anche se ho svenduto la vista, anche se ho fatto i giorni prolungati, anche se le camicie che ho indossato non sempre erano stirate.
Allora studiavo intensamente, seriamente, con intelligenza ed impegno. Gli studi romani pesavano molto sul bilancio familiare ed ogni mese mi attendeva una scommessa. Una volta l'esame non lo superai sentendomi ingrato verso mio padre e, da "colpevole", saltai per qualche giorno i pasti alla mensa universitaria. Mangiare senza "produrre" era come rubare e l'angoscia mi assaliva, mi tormentava. Il mio "produrre" consisteva nel superare gli esami.
Allora come ora esistevano la furbizia, l'astuzia, la raccomandazione, la prepotenza, ma erano timide, silenziose, poco arroganti e forse un pò sempliciotte.
Allora invidiavo la preparazione e l'intelligenza della Martignetti, della Savarese o dello Zezza. Con loro non reggeva assolutamente alcun confronto, ma loro rappresentavano i modelli da imitare, le vette da raggiungere. Camminando per quel sentiero incontravo e raccoglievo i "trenta" e i "trenta-e-lode"; poi telefonavo a casa felice, esultando dalla gioia e dicevo ai miei genitori: "Avete visto? Chi semina raccoglie! Anche questo mese ho riscosso gli interessi dei vostri risparmi" . E un esame tirava l'altro. Studiavo dalle 9 del mattino sino alle 10 di sera. Gareggiavo con i "primi" e la mensa universitaria era il mio ristorante di prima categoria.
Dovevo ritagliare un pò di tempo, durante la giornata, per lavarmi la biancheria e riordinarmi la stanza. Ero uno studente fuori sede squattrinato felice.
Giorno dopo giorno intessevo delle amicizie vere e profonde: Liliana, Maria, Antonella, Cilla, Giuliana, Luciana e via continuando.
Studiare era una passione, una nobile missione, non una fatica. In quegli anni la paura era un'altra, si chiamava violenza politica. Era la guerriglia urbana che si scatenava nelle piazze e dentro la città universitaria fra gli opposti estremismi, ed ogni occasione era quella buona per attentare alla tranquillità degli umili.
Chi pativa le conseguenze erano i tanti bravi ragazzi che avevano voglia di studiare. Agli esami di tanto in tanto sbucava, si affacciava timidamente, silenziosamente qualche "raccomandato" o, meglio, qualche "disperato", il "deficiente di turno", ma non scandalizzava, non feriva nessuno, perchè suscitava solo ed esclusivamente pena, era soggetto di compassione. Certo, non poteva camminare accanto a noi, perchè si nutriva d'elemosina e umiliava il nostro impegno, il nostro lavoro, il nostro "sapere".
Poi l'università finì e il "raccomandato" indossò il vestito elegante e fu funzionario presso tutte le amministrazioni dello Stato e non sentì il minimo disagio occupare il posto che spettava ad un altro. Il "raccomandato" incominciò a spendere e a spandere, a presentarsi in ufficio con i migliori vestiti e ben incravattato, a costruire palazzi, a fare l'assenteista e fece carriera.... divenne "intellettuale", politico e mafioso.
Il denaro, l'avere, il possesso di beni superflui e di lusso divennero l'unica dimensione della sua vita e quel tutto significò per lui, "valore" della persona umana. L'obiettivo principale della sua esistenza fu ricercato nella capacità d'imbrogliare e di guadagnare molto denaro.
La ricchezza per questo neo-analfabeta del 2000, fornito di laurea, che s'accultura con i seni al vento e le "rivelazioni piccanti" di Eva Express, o con gli articoli di corna, delitti e magia di Cronaca Vera, è superiorità sociale ed intellettuale. Egli si pavoneggia perchè ha la macchina di lusso, la casa al mare e in montagna, il conto in banca e la "carta di credito" e la sua "posizione" diventa sempre più importante e prestigiosa se la ragnatela della corruzione e i rapporti con "quelli che contano" si allargano e si intensificano.
La conseguenza, la triste conseguenza è che i "cervelli", le menti più nobili cercano "scampo" nel volontario esilio, mentre sul "palcoscenico" della realtà rimangono a ballare i pupazzetti travestisti da intellettuali.
Oggi, nel Mezzogiorno, ma anche altrove, gran parte dei posti di lavoro nel settore pubblico e "privato" sono assegnati previa "raccomandazione" di qualche politico. I concorsi pubblici sono spesso, per non dire quasi sempre, "inquinati", ridotti ad un'autentica farsa, ove le garanzie di equità e di giustizia sono solo una chimera.
Senza la "spinta" non si salpa e senza il vento le vele non si gonfiano. Il fenomeno della "raccomandazione" tende ad allargarsi e sarebbe ingenuo pensare di poterlo arginare, combatterlo con le virtù dell'audacia, la voglia di lavorare, il coraggio di rischiare, il senso di adattamento, l'intraprendenza nel cercarsi ovunque un lavoro onesto.
Oggi le volontà sono schiacciate, scoraggiate dal controllo onnipotente dei poteri occulti, mafiosi, politici, presenti in tutte le attività lavorative.
La raccomandazione, ai giorni nostri, è diventata il biglietto di presentazione, il documento più valido per raggiungere un traguardo o una meta, oppure per inserirsi nel tessuto sociale con facilità, sempre, o quasi sempre, a danno di terzi, che, non avendo protettori nel paradiso dei terresti, si vedono sorpassati o eliminati da un concorso o da un posto.
Senza di essa più nulla si può o si spera, ed occorre averla persino per avere ingresso in ospedale, per essere sepolti in cimitero o per andare a fare la pipì.
La raccomandazione turba il corso degli eventi , sconvolge e capovolge il retto sentiero della giustizia, creando miti e paure nella mentalità sociale, che invece dovrebbe essere educata al senso dell' onestà, della correttezza ed al rispetto del gioco della vita.
La "raccomandazione" non può elevarsi a "diritto soggettivo" di alcuno, non é mercanzia lecita, non é propietà privata e il voler legalizzarla, codificarla, moralizzarla, viola il principio della "dignità umana", annulla la speranza degli umili, dei semplici, dei senza-voce, degli onesti che restano numerosi e che impotenti guardano i senza-vergogna.
A che santo votarsi in una folla di raccomandati di ferro? Che tessera di partito prendere? Che religione professare? Quale donna corteggiare o chiedere in moglie?
Sono interrogativi che non suggeriscono alcuna risposta, che non offrono alcuna soluzione e, pertanto, sarebbe più conveniente, più saggio, optare per altro tipo di domande, quali: In che monastero rinchiudersi? Quale malfattore imitare? Eremita, delinquente o "morto-di-fame"?
Il campo di lavoro degli onesti si restringe e spesso costituisce un'autentica prigione, cioè quella che comunemente viene chiamata "emarginazione".
E' mostruoso, ma oggi il lavoro non si cerca, si compra, si permuta con altro bene o servizio. Chi non ha soldi, nè "amicizie" rimane-a-spasso, passeggia la mattina per essere libero il pomeriggio o per riposare la sera.
Una volta i giovani cercavano "il lavoro", secondo le proprie nobili aspirazioni, e ai bambini veniva chiesto: "Cosa vuoi fare da grande" ?
Oggi, invece, si cerca "un lavoro", una fonte di reddito, qualcosa che garantisca la sopravvivenza, qualcosa che aiuti "a campare", mentre ai bambini si domanda: "Quale automobile ti piacerebbe avere" ?

Il "posto" è il posto: non ci si sputa mai sopra e... nessuna raccomandazione è da scartare o rifiutare pur di conquistarlo, pur di averlo.
Quando il posto arriva, simboleggia la "grazia" lungamente attesa. Ora, è evidente che chi ha ricevuto la "grazia" dal "santone" di turno (ministro, onorevole-senza-onore, burattinaio dell' alta finanza, ruffiano di partito) rimane debitore perpetuo al proprio compare politico. Inoltre, il "miracolato", galoppino senza-cervello, senza dignità e senza personalità, in nome e in forza della sua elevata "cultura", considera l'imbroglio, la corruzione, l'illegalità di cui egli stesso ha beneficiato, come fatti ordinari, comportamenti possibili e quasi da plaudire.
Il corrotto spesso diventa "benefattore", santo-vivente o quantomeno galantuomo. Chi ha ottenuto il posto, la promozione, il trasferimento per raccomandazione e non per meriti è un clawn che non si specchia, è un ignorante-leccapiedi di partito.
Il lavoro è quasi sempre presentato o rappresentato come "regalo", non come atto di giustizia, diritto sacrosanto di ogni uomo libero. Nessuno di questi disonesti si pone più il problema di coscienza, il richiamo all'ordine morale e civile, e nessuno è sfiorato dal pensiero che la raccomandazione è un peccato grave perchè spesso lascia senza lavoro e sostentamento qualcuno che ne avrebbe maggior diritto o bisogno rispetto al menomato-privilegiato di turno.
Ma non basta, la disonestà diventa malvagità quando i ladri-di-lavoro dai vari pulpiti predicano l'inutilità della "raccomandazione" per velare la loro disonestà, per continuare ad ingannare e torturare quegli ingenui che si illudono di poter cambiare la società con la forza della loro onestà, o che si appellano alla giustizia divina, ma che poi di fatto rimangono dei poveri emarginati. Nessun sacrificio, dunque, contro il potere o lo strapotere che poggia su un sistema basato sulle clientele, sulla distribuzione di privilegi e sul favoritismo. I patteggiamenti e le ricompense, bisogna dirlo a chiare lettere, costituiscono attività delinquenziali. Una cosa è un gesto di amicizia, di carità cristiana, altra cosa è quando la merce di scambio è la corruzione, quando corrono denari o quando si mercifica il corpo delle ragazzette.
E' notorio che molti "onorevoli" hanno costruito la loro carriera politica acquistando voti, simpatie, appoggi nei mezzi di comunicazione (stampa, televisione), instaurando "sante alleanze" con la criminalità organizzata e più feroce, chiedendo sostegni nei centri di potere non in forza della dedizione al bene comune, dell'impegno per la giustizia, della competenza professionale, ma solamente ed esclusivamente in nome del Dio-avere e del Dio-potere, attraverso quel circolo vizioso del dout des.
Io ti dò quel posto, tu mi dai cento voti; io ti regalo dieci USL, tu mi dai l'ente ferrovie. In tale direzione tutti sanno che il sindaco di Roma, Milano, Torino non sono espressione dell'elettorato, ma "lottizzazione" politica e partitica.
La "raccomandazione" offusca ogni comportamento libero e distoglie il popolo dalla strada dell'operosità e dall'insegnamento educativo.
luglio 1992
Mimmo Marando
QUESTO ARTICOLO E' STATO SCRITTO NEL LONTANO 1992.
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