Domenica 28 giugno 2026
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Politica e Magistratura

Sergio · · 5 interventi
Gli eventi di questi giorni (arresto di Del Turco e altri) ripropone la problematicità dei rapporti tra politica e magistratura.

La nostra democrazia rappresentativa si fonda su organi elettivi che agiscono su delega del popolo sovrano (sorvoliamo in questa sede sui meccanismi che regolano la delega).

La magistratura è un ordine, indipendente e autonomo da ogni altro potere, che si auto-amministra tramite il CSM (sorvoliamo sui meccanismi che sovrintendono questa indipendenza e sulla funzione disciplinare forse poco efficace e un po' troppo interna a logiche corporative).

Alla base di tutto, un paio di principi semplici e di apparente immediata percezione:
> il magistrato è soggetto solo alla legge;
> la legge è uguale per tutti.
Questo secondo principio conosce importanti eccezioni: quanto avvenuto in Abruzzo non potrebbe verificarsi nei confronti dell'esecutivo nazionale o di un parlamentare, tranne in caso di flagranza di reato. E presto saranno operative altre importanti e discutibili eccezioni.

Il magistrato che procede all'arresto di un eletto in un organo politico-amministrativo, o che avvia un'indagine o presenta un'autorizzazione a procedere nei confronti di un ministro o parlamentare, provoca effetti politici insanabili, indipendentemente dall'esito dell'azione giudiziaria.
Ciò per tanti motivi; sommariamente:
> i tempi lunghi della giustizia;
> la strumentalizzazione politica della vicenda giudiziaria;
> il diffuso sentimento qualunquista riassumibile nel motto "qualcosa avrà pur fatto".

Il terzo punto è spesso alimentato dal secondo.
Ci sarà sempre qualche parte politica che farà uso strumentale dei guai giudiziari di altri.
Facile tornare all'epoca di "mani pulite": mentre alcuni soccombevano sotto la scure della giustizia, altri cavalcavano l'onda per ottenere un vantaggio politico; così, la Lega di Bossi esponeva i cappi e il PDS di Occhetto incitava all'immediato scioglimento delle Camere delegittimate dalla presenza di molti indagati.
Il tentativo era accreditare l'idea che il sistema politico era stato inquinato da una banda di corrotti; bastava eliminare i corrotti perché tutto funzionasse a meraviglia.
Il rinnovamento politico per mani giudiziarie.
Tutti sappiamo che non è così: l'invadenza della politica in ogni ambito di potere politico, amministrativo, economico, culturale crea le premesse per la degenerazione di un sistema democratico in una oligarchia strafottente, prevaricatrice e onnipotente.
Cambiare gli uomini non serve se non cambiano le regole.
Allora, una parte dell'opinione pubblica si schierò a sostegno di un gruppo di magistrati trasformati in eroi. Riflettiamo: un magistrato, nella migliore delle ipotesi, compie semplicemente il proprio dovere; se ciò basta a trasformarlo in eroe, implicitamente si sta affermando che gli altri magistrati non fanno il loro dovere o che la magistratura è zeppa di don Abbondio che, per quieto vivere, preferiscono non vedere, non sentire, non sapere. L'opinione pubblica che sosteneva quei magistrati lanciava un grido di allarme: siete eroi perché i vostri colleghi sono acquiescenti e pavidi.

Oggi, la giostra si ripete.
C'è qualcuno che attacca la magistratura, c'è qualcuno che emette sentenze e urla che siamo di nuovo a tangentopoli e che occorre un ricambio generazionale, c'è chi continua ad affermare che la tensione tra politica e magistratura è generata da un gruppo di corrotti al potere e quindi basta mandarli via e tutto tornerà a funzionare a meraviglia. Nell'ordine, Berlusconi, Di Pietro, Veltroni e il PD.

Ritengo che le vicende politico-giudiziarie di questi ultimi anni ci impongano la necessità di non eludere i problemi.
Tra organi elettivi e ordine giudiziario non c'è equilibrio per gli effetti che il secondo può provocare sui primi; mentre le conseguenze per il magistrato sono molto modeste, sia nel caso di temerarietà dell'azione giudiziaria promossa, sia nel caso di negligenza o incapacità.

Il problema è che l'attività giudiziaria da ultimo baluardo per perseguire gli illeciti commessi dagli eletti è nei fatti l'unico strumento esistente.

Nel nostro sistema mancano sistemi di controllo efficaci e soprattutto tempestivi.
Non esistono limiti alla delega concessa agli eletti. Non esiste possibilità di indirizzare questa delega.
Non c'è la possibilità per il popolo sovrano di incidere sui meccanismi di selezione del personale politico e, paradossalmente, dopo essere stato escluso dalla selezione dei candidati non può neanche scegliere tra i candidati. Non c'è la valutazione politica, sostituita dal metro della rilevanza penale.
Non c'è neanche una giustizia rapida che ci dia risposte e quindi c'è la giustizia sommaria e mediatica.
Non c'è alcuna trasparenza sulle nomine. Basti pensare al disposto costituzionale che prevede la nomina da parte del Presidente della Repubblica dei ministri su proposta del Presidente del Consiglio; non è prevista nemmeno la "proposta motivata".
La sovranità spetta al popolo ma non c'è alcun obbligo di calendarizzare le proposte di legge di iniziativa popolare e i referendum sono facilmente neutralizzabili facendo mancare il quorum (che andrebbe abolito).
Funzioni di indirizzo politico si intrecciano con funzioni di gestione amministrativa determinando un controllo ferreo sul territorio attraverso il collocamento in ogni centro decisionale di persone amiche. Si crea così un sistema politico, fondato sulla lottizzazione, che occupa ogni pertugio della vita pubblica per tutelare interessi di parte, in aperto disprezzo del bene collettivo.
Il controllo del territorio, mediante nepotismo, familismo, corporativismo e lottizzazione, serve ad alterare i meccanismi di creazione del consenso. Queste pratiche indecenti di spartizione territoriale del potere sono il pilastro della cultura mafiosa e camorrista.
Controllare una Asl significa mettere il becco in chi fornirà servizi di manutenzione, forniture ospedaliere, smaltimento dei rifiuti pericolosi. Appalti, appalti, appalti. Fiumi di denaro. E' strano immaginare che la criminalità organizzata o semplici lestofanti cerchino d'infiltrarsi in queste logiche dando in cambio voti e sostegno economico alle organizzazioni politiche o a singoli esponenti politici?
Moltiplicate ciò per ogni ambito controllato dalla politica: stampa, televisione, finanza, scuole, lavori pubblici. Chi rinuncerà a tutto ciò se ha la prospettiva di poterlo fare sine die? Al massimo si accorderanno per darsi il cambio nella gestione di questo immenso potere.
Solo limitando il potere di nomina politica e istituendo organismi di controllo, autonomi e indipendenti, potrà realizzarsi un sistema politico democratico in grado di vigilare sull'utilizzo delle risorse pubbliche e di limitare i rischi di commistione tra criminalità organizzata e politica.
Solo favorendo l'accesso dei cittadini alle istituzioni politiche si realizzerà quella partecipazione per concorrere a determinare la politica nazionale, come prevede la Costituzione. Oggi i partiti non sono associazioni democratiche di cittadini ma centri di potere blindati in fondazioni o imprese individuali o familiari. In ogni caso, le elezioni e l'informazione politica non garantiscono pari condizioni a ogni soggetto politico.

Eludere tutti questi problemi che sono alla base del nostro malconcio sistema e fare esclusivamente affidamento sulla pur importante azione della magistratura o osannare il generico nuovo, il ricambio generazionale, facendo dipendere da tutto ciò il rinnovamento del sistema è pura demagogia che ci porterà dritto alla catastrofe civile.
Se ci pensate, il ricambio c'è stato: le prime file sono state sostituite dalle seconde e terze.
La mia convinzione è che i contestatori di oggi come quelli di ieri non abbiano la minima capacità di analisi e non siano minimamente interessati alla soluzione dei problemi, ma solo a proporre falsi bersagli per ottenere capziosamente il consenso e sostituirsi a chi oggi è in sella.
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