Mercoledì 17 giugno 2026
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Praga, c'era anche il Pci sopra quei carri armati

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Alessandro Frigerio

Su l'Unità anche nei momenti più drammatici i toni nei confronti degli avvenimenti cecoslovacchi e dell'URSS saranno sempre concilianti, quasi mai espliciti, sempre sfumati ed esasperatamente astratti. Fino a scivolare nel silenzio più totale o, nella migliore delle ipotesi, nella citazione minimalista. Soprattutto quando il quotidiano ha a che fare con eventi estranei al sistema di potere del partito unico, e che possono quindi prefigurarsi come un tentativo di «opposizione» al socialismo reale.

Fu il caso, clamoroso, del «Manifesto delle duemila parole», lanciato dallo scrittore Ludvik Vaculik e sottoscritto a fine giugno da decine di intellettuali praghesi per sollecitare Dubcek a continuare la strada delle riforme e a non cedere alle crescenti pressioni del Cremlino. Il manifesto chiedeva di sostenere il nuovo corso anche con l'arma dello sciopero e invitava il partito a sbarazzarsi dei quadri troppo vicini al destituito segretario Novotny e a Mosca. Pubblicato il 27 giugno 1968 da tutti i giornali cecoslovacchi, e poi dalla stampa occidentale, su l'Unità il manifesto non vedrà mai la luce, accomunato in un destino di irreperibilità con il rapporto di Kruscev al XX congresso del Pcus.

Se ne troverà una timida traccia - una colonna di cinquanta righe - in ultima pagina qualche giorno dopo, il 29 giugno. Ma nel titolo il manifesto non viene nemmeno citato: «Condannato un appello provocatorio». Tutto qui. \[...\] Nella succinta corrispondenza, infatti, si fa cenno solo alla preoccupazione dell'Assemblea nazionale cecoslovacca che condanna l'appello come «un atto di grave significato politico che potrebbe provocare il sorgere di forze estremiste». Ma citando solo questa voce l'Unità la sposa acriticamente, condannando di conseguenza alla categoria dell'estremismo politico, o degli involontari ma altrettanto pericolosi agitatori, chiunque non la condivida.

Ed è proprio quel che accade il giorno successivo. L'Unità torna a parlare del manifesto appena più diffusamente, ma senza esporsi. «Critiche e giustificazioni sul manifesto "duemila parole"» recita il titolo \[...\]. Nella cronaca viene dato conto del dibattito suscitato nella società cecoslovacca. Ma ancora una volta una prudente cautela induce il giornalista a evitare commenti e a sposare solo le voci critiche. Vengono quindi riportate le parole di Dubcek, che si appella al senso di responsabilità e all'esigenza di dare una direzione unitaria al processo iniziato. Ma si aggiunge poi che il presidente del PCC «ha espresso il suo rammarico perché l'appello restringe lo spazio di attività delle forze progressiste in seno al Comitato centrale del partito e aiuta quelle che vogliono ritardare la democratizzazione». In sostanza, conclude l'articolo, «gli autori del manifesto hanno agito in buona fede nell'intento di contribuire allo sviluppo del processo di democratizzazione. Tranne alcuni passi - che denotano una confusa visione della situazione politica e la volontà di sbloccare ad ogni costo una fase transitoria - il documento contiene dei rilievi che corrispondono alla realtà. Agli autori va fatta però la critica di aver elaborato il manifesto troppo in chiave di sfogo e dominati da una visione pessimistica della situazione, nonché di non aver valutato l'opportunità o meno della sua pubblicazione».

continua :http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=284282
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