Domenica 28 giugno 2026
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Quando il sindacato si accordò con Maroni

L'Ettore attento · · 3 interventi
di Eugenio Scalfari (La Repubblica)

I sindacati e la sinistra politica hanno perso la memoria su alcuni punti essenziali stabiliti da tempo

SE fosse soltanto la classe politica ad essersi trasformata in una casta la situazione sarebbe molto più chiara. Non dico più facile da risolvere, ma più chiara certamente sì e si potrebbe metter mano agli strumenti capaci di liquidarla.

Il guaio è che l'intera società si è trasformata in un sistema di caste che si guardano reciprocamente in cagnesco. Nessuna di loro è portatrice d'una visione del bene comune; nessuna del resto tenta di camuffarsi. Si direbbe che ciascuna sia orgogliosa di mostrare la propria natura castale e la propria capacità di tutelare i suoi interessi. Volete qualche esempio?

Comincerò dai sindacati confederali che, fino a pochi anni fa, si facevano un vanto (ampiamente giustificato) di darsi carico dell'interesse nazionale ritenendo che fosse questo il modo migliore per tutelare al tempo stesso gli interessi dei propri associati: lavoratori dipendenti e pensionati.

La concertazione fu lo strumento di quella politica. La moderazione sindacale consentì di battere l'inflazione che era l'imposta più terribile sul potere d'acquisto dei percettori di redditi fissi, la schiacciante maggioranza della popolazione.

Questo metodo è stato di fatto abbandonato. Soltanto una sottilissima carta velina distingue ormai i sindacati nazionali da una corporazione nazionale e da una "lobby" nazionale. In più punti quella carta velina è stata lacerata e la metamorfosi del sindacato in corporazione si è quasi compiuta. Da questo punto di vista Epifani si è assunto una pesantissima responsabilità, essendo lui esponente del sindacato più forte.

Epifani un'attenuante ce l'ha: il comportamento della sinistra radicale e in particolare di Rifondazione comunista che ne costituisce il nucleo portante. Quel partito in parte fa da sponda e in parte è una palla al piede dei sindacati. Comunque funge da alibi. Vuole difendere a tutti i costi l'attuale età pensionabile. Rifiuta lo scalino dei 58 anni, rifiuta le quote, rifiuta in blocco la politica del governo e gli obblighi che lo Stato ha assunto nei confronti dell'Europa. Basta leggere l'intervista data venerdì scorso dal presidente della Camera al nostro giornale per avere la conferma di questa posizione.

Eppure sia Epifani sia Bertinotti dovrebbero ricordare le seguenti circostanze:

1. I sindacati concordarono con l'allora ministro del Lavoro, Maroni, che la legge istitutiva del famoso scalone che portava in un colpo solo l'età pensionabile da 57 a 60 anni, avrebbe avuto il loro accordo alla condizione che la sua entrata in vigore fosse stata posticipata di tre anni.
Epifani ricorda certamente quel patto. Infatti la legge Maroni, approvata dal Parlamento nel 2004, entrerà in vigore soltanto il primo gennaio del 2008.

2. Quanto a Bertinotti e a quelli che si aggrappano al programma elettorale del centrosinistra reclamando l'abolizione dello scalone "senza se e senza ma", la memoria (e il testo di quelle 281 pagine) dovrebbe ricordargli che lo scalone, una volta abolito, "sarà sostituito da provvedimenti che in tempi graduali facciano fronte all'aumento demografico della popolazione, ferma restando la compatibilità con l'equilibrio del bilancio". Il "senza se e senza ma" non figura affatto nel programma elettorale ed è invece circondato da alcune condizioni che Prodi e Padoa-Schioppa stanno cercando ormai da sette mesi senza riuscire ad ottenere il gradimento della "lobby" sindacale e politica che ha perso la memoria di quanto aveva pattuito con Maroni nel 2004 e con tutti i partiti del centrosinistra nella stesura del programma del 2006.

3. Sia i sindacati che la sinistra politica hanno anche perso la memoria di uno dei punti essenziali della legge Dini sulle pensioni, che prevedeva la revisione dei coefficienti salario-pensione, da effettuarsi dopo dieci anni dall'entrata in vigore della legge. Fu approvata nel 1995 e quindi i coefficienti andavano rivisti nel 2005. Ma i sindacati ottennero dal solito Maroni di rinviare la revisione al 2006. Arrivata la scadenza, i sindacati hanno voluto un altro rinvio e comunque la revisione dei criteri di applicazione dei coefficienti. È stata insediata una commissione che deciderà entro l'anno in corso.
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