RELIGIONI LAICITA' MODERNITA' DAL PUNTO DI VISTA PROTESTANTE
dal sito www.chiesavaldese.org
Religioni, laicità e modernità: un punto di vista protestante italiano
Sintesi dell'intervento del pastore e teologo Daniele Garrone, decano della Facoltà valdese di teologia, pronunciato nella sede di Bruxelles del Parlamento europeo, nell'ambito del convegno "Secularism and Religions" (28 agosto 2008).
Il convegno è stato promosso dal Partito radicale transnazionale
Premesse
a. Per partecipare a questo incontro ho lasciato il sinodo delle chiese valdesi e metodiste. Venendo in un parlamento, non mi sento spaesato perché sinodo e parlamento hanno questo in comune, che in entrambi i luoghi si confrontano voci tutte laiche (come sapete per i protestanti non c'è clero e tutti sono "laici"; i ministri non hanno una potestas diversa da quella degli altri battezzati) e libere, senza che una delle voci a confronti possa staturiamente dirimere le questioni con un suo pronunciamento; le libere voci hanno un unico riferimento sovraordinato, la Parola di Dio in un sinodo, la Costituzione in un'assise parlamentare. sono luoghi di confronto laico (il nostro sotto la Parola di Dio, questo sotto un patto costituzionale basato sui diritti fondamentali) tra liberi e uguali.
b. Voglio almeno accennare al mio accordo sul fatto che, come Marco Pannella nel dibattito di questa giornata, ritengo la sovrappopolazione una questione morale seria ed urgente, mentre invece ragioni ideologiche e religiose ne fanno un tabù nella discussione pubblica. Per brevità mi permetto di rinviare a quanto ho scritto per il mensile Confronti: Che la nozione di "natura" sia ambigua e in ultima analisi eticamente non dirimente o addirittura inservibile appare evidente anche dal fatto che la "natura" sa benissimo, e da sempre, come evitare una sovrappopolazione insostenibile. Da un lato, il maschio dello homo sapiens sapiens è fatto per ingravidare il maggior numero di femmine della sua specie, senza limitazioni, neppure quella di "periodi di calore". Dall'altro, vi sono regolatori "naturali" contro la crescita illimitata: le malattie e meglio ancora le epidemie, potente misura eccezionale. In questo senso, l'AIDS avrebbe potuto essere naturalmente efficace, se non ci fosse di mezzo la cultura dello stesso homo sapiens sapiens che non vuole malattie ed ha i mezzi per prevenirle e combatterle. C'è la guerra: altro mezzo potente ed efficace, ma, anche qui, la cultura umana ha concepito un altro progetto, quello di una convivenza non basata sulla "naturalissima" legge dello homo homini lupus.
Vogliamo introdurre - se ci riusciamo è un altro discorso - un altro ordine. Abbiamo deciso noi che è meglio una vita più lunga e più sana, abbiamo affermato che la vita, la salute, la libertà, la dignità, persino la "ricerca della felicità" sono diritti "naturali" e inalienabili. E abbiamo persino detto che ciò vale per tutti, per il solo fatto che sono comparsi al mondo. E' per noi un enorme problema morale il fatto che questi diritti "naturali" siano per ora garantiti soltanto ad una parte degli abitanti del pianeta. Noi - non la natura - vogliamo un mondo in cui tutti, dappertutto, vivano quanto più a lungo possibile, quanto più sanamente possibile, quanto più felicemente possibile. E allora non c'è che affrontare la domanda: a quanti miliardi di umani possiamo ragionevolmente garantire questa vita? Sia chiaro, non penso a politiche forzose di limitazione delle nascite. Si tratta di promuovere la consapevolezza del problema necessaria ad impostare scelte responsabili: scelte, cioè decisioni libere, e responsabili, cioè non improntate ad una verità o ad un bene astratti, ad una legge "naturale" immutabile, ma tese a cercare di fare ciò che è giusto in quanto cerca il bene di tutti. "Tutti" comprende in primis le sorti del pianeta e delle generazioni venture.
1. Verso una post-modernità antimoderna?
"Il principio del Medioevo è l'eteronomia in forma di clericalismo. Ritornare a questo può invero risultare solo un passo disperato, che non può essere compiuto se non a prezzo del sacrificio della onestà intellettuale." (1)
Se pochi decenni fa sembrava ai cristiani ineluttabile (che lo si gradisse o meno) che il futuro del mondo sarebbe stato quello della "città secolare" (H. Cox) o del "mondo adulto" (D. Bonhoeffer), assistiamo oggi ad una vera rinascita del religioso, anche in forme autoritarie, polemiche, identitarie e addirittura violente.
- certo nella forma dei radicalismi religiosi sanguinari
ma anche, in occidente, nella forma di una sostanziale messa in questione della laicità, della separazione tra stato e chiesa, soprattutto con la richiesta "di trasformare in ragioni pubbliche tesi confessionali" (G. E. Rusconi). Come cristiano occidentale trovo particolarmente preoccupante questo fronte della "rivincita di Dio" (J. Kepel), perché rimette in discussione la soluzione faticosamente trovata dopo secoli di intolleranza religiosa. Se il tempo lo consentisse, potrei illustrare come questa messa in questione della modernità è strategica nel pensiero e nell'azione dell'attuale pontefice romano, secondo il quale tutto si è guastato dopo Bacone, Lutero e Kant, lasciando il posto alla dittatura del relativismo, ad una laicità sinonimo di ateismo intollerante ed estromettendo Dio dalla sfera pubblica ... In ogni caso la questione è per me quella di impugnare questa "rivincita di Dio" (che è poi soltanto la riscossa di chi parla in nome suo) sia con le ragioni della laicità, sia con quelle della fede.
2. L'ambivalenza delle religioni
Tutti plaudiamo al dialogo interr-religioso. Nello scenario attuale, tuttavia, esso può prendere direzioni diverse, anzi opposte.
- Ho l'impressione che una parte del dialogo inter-religioso ravvisi il denominatore comune tra posizioni di per sé inconciliabili nel fronte comune contro la secolarizzazione e la modernità, auspicando un impegno comune "per la sacralità della vita", per la rivendicazione pubblica dello spazio che compete a Dio (così Benedetto XVI ad Ankara), per "la famiglia" (ovviamente "naturale" e fondata sul matrimonio indissolubile), contro l'omosessualità ecc. Tra l'altro, il ricompattamento identitario anti-moderno tende a negare il pluralismo interno alle religioni, e la costituzione di un fronte del "sacro" tende a sottrarre le religioni all'approccio critico.
- Si può però dare un'altra possibilità, che è quella per cui anche noi valdesi ci adoperiamo: costituire una sorta di internazionale trasversale dei "miti", cioè di coloro che in ogni comunità religiosa non vivono la fede come pretesa di assolutezza valida per tutti e pensano che lo spazio di Dio nel mondo sia quello della testimonianza resa a lui sulla agorà, senza discriminazioni ma anche senza privilegi.
La tendenza a delineare un fronte comune delle religioni, a parlare di uno spazio del sacro o del religioso da parte dei cosiddetti "capi delle religioni" so coniuga nella fase attuale con altre due derive a mio avviso pericolose:
- si tende a ricompattare, vista la spinta identitaria, il pluralismo interno alle religioni e le confessioni, facendo diventare certezza ciò che era oggetto di ricerca e aperto ad opzioni anche diverse che non mettevano però in questione il senso di una appartenenza comune. Ora si tende alla logica del dentro/fuori;
- si tende a sottrarre le religioni all'indagine critica, quando si dice che ogni religione, se seguita fedelmente, non può che promuovere pace e benessere. La violenza deriverebbe solo da una strumentalizzazione delle religioni, quando piegate ad interessi politici, economici, etnici, ideologici ecc. Si elude così il fatto che un potenziale di violenza può nascere all'interno stesso delle religioni e per motivazioni unicamente religiose, come la pretesa di instaurare per tutti l'unica (per ciascuna religione) veità.
3. Il singolare caso del paese di Padre Pio e degli atei devoti
La riscossa clericale assume in Italia una configurazione particolare, a causa della storia di questo paese che non ha conosciuto il pluralismo confessionale della modernità europea, ma la vittoria schiacciante della controriforma. La asfittica laicità del nostro paese soccombe quotidianamente nell'ossequio alle richieste (esplicite o presupposte, visto che l'interiorizzazione del "prete" è assai diffusa) delle gerarchie cattoliche che, pur incassando quotidiani successi) diffondono l'idea che prevalga nel paese la volontà di emarginare i cattolici! Siamo pessimisti sulla possibilità di ribaltare a breve questa sudditanza, in quanto si tratta di recuperare una cultura laica e liberale che in Italia ha messo poche e sparute radici. Perché il problema non sta nel fatto che pressioni, richieste e proclami vengano emanati dalle gerarchie, ma in quello che la maggioranza dei politici di destra e sinistra non hanno la cultura (avendo l'Italia perso Lutero e Kant) e quindi neppure la postura "sapere aude"!) per gestire da adulti l'autonomia della politica.
4. Laicità e fede: il mio punto di vista protestante
Il nostro convinto sostegno, come evangelici italiani, a tutte le battaglie per la laicità e i diritti nasce si radica nel nostro modo di intendere la fede cristiana. Un solo esempio: la prospettiva delle celebri pagine di D. Bohnoeffer sullo etsi deus non daretur, sul "mondo adulto", sul "cristianesimo non religioso" non è quella della morte di Dio, ma quella della theologia crucis. Solo il Dio non necessario (perché la grazia non è dell'ordine della necessità ma del sovrappiù del dono), solo la fede interessa cristiano. E anzi: la sua testimonianza è inequivoca solo quando è priva di presupposti, necessità, tutele, privilegi. L'unico "spazio per Dio" nel mondo che ci interessa è quello della libera risposta della fede, con le scelte che ne conseguono, non quello di un'etica supposta valida e vincolante per tutti. Tutto il resto fa del cristianesimo civiltà, non fede. Il papa ci esorta periodicamente a vivere veluti si Deus daretur.
Proprio a partire dal modo in cui Dio si è rivelato in Cristo, dovrebbe apparire come conseguenza stringente che la vita veluti si Deus daretur è quella che nasce dalla conversione personale ("viene e seguimi") e dalla risposta individuale della fede e non dal riconoscimento pubblico di valori disgiunti dalla fede. E' vero, la fede implica dei "non possumus", ma la forma legittima di questi "non posso altrimenti" è unicamente quella della martyria personale, quella della testimonianza profetica. Martyria e profezia, nella Bibbia, non pretendono un riconoscimento preventivo e statutario sulla agorà in cui si esercitano, ma si esprimono invece proprio come parola rischiosa nel novero delle opinioni. Penso cioè che la teologia cristiana, proprio a partire dal centro della su confessione di fede, la cristologia e la teologia della croce, dovrebbe rivendicare la laicità, la neutralità religiosa della sfera pubblica, il separatismo, in vista di una testimonianza autentica perché non legata ad alcun vincolo imposto ad alcuno né ad alcun privilegio. Nella nostra comprensione, proprio Cristo come rivelazione di Dio e come unica mediazione implica la laicità della piazza su cui il suo nome è annunciato e l'esclusione di ogni mediazione e tutela clericale.
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(1) Resistenza e resa, versione italiana a cura di Alberto Gallas, Cinisello Balsamo 1988, 439s.
Religioni, laicità e modernità: un punto di vista protestante italiano
Sintesi dell'intervento del pastore e teologo Daniele Garrone, decano della Facoltà valdese di teologia, pronunciato nella sede di Bruxelles del Parlamento europeo, nell'ambito del convegno "Secularism and Religions" (28 agosto 2008).
Il convegno è stato promosso dal Partito radicale transnazionale
Premesse
a. Per partecipare a questo incontro ho lasciato il sinodo delle chiese valdesi e metodiste. Venendo in un parlamento, non mi sento spaesato perché sinodo e parlamento hanno questo in comune, che in entrambi i luoghi si confrontano voci tutte laiche (come sapete per i protestanti non c'è clero e tutti sono "laici"; i ministri non hanno una potestas diversa da quella degli altri battezzati) e libere, senza che una delle voci a confronti possa staturiamente dirimere le questioni con un suo pronunciamento; le libere voci hanno un unico riferimento sovraordinato, la Parola di Dio in un sinodo, la Costituzione in un'assise parlamentare. sono luoghi di confronto laico (il nostro sotto la Parola di Dio, questo sotto un patto costituzionale basato sui diritti fondamentali) tra liberi e uguali.
b. Voglio almeno accennare al mio accordo sul fatto che, come Marco Pannella nel dibattito di questa giornata, ritengo la sovrappopolazione una questione morale seria ed urgente, mentre invece ragioni ideologiche e religiose ne fanno un tabù nella discussione pubblica. Per brevità mi permetto di rinviare a quanto ho scritto per il mensile Confronti: Che la nozione di "natura" sia ambigua e in ultima analisi eticamente non dirimente o addirittura inservibile appare evidente anche dal fatto che la "natura" sa benissimo, e da sempre, come evitare una sovrappopolazione insostenibile. Da un lato, il maschio dello homo sapiens sapiens è fatto per ingravidare il maggior numero di femmine della sua specie, senza limitazioni, neppure quella di "periodi di calore". Dall'altro, vi sono regolatori "naturali" contro la crescita illimitata: le malattie e meglio ancora le epidemie, potente misura eccezionale. In questo senso, l'AIDS avrebbe potuto essere naturalmente efficace, se non ci fosse di mezzo la cultura dello stesso homo sapiens sapiens che non vuole malattie ed ha i mezzi per prevenirle e combatterle. C'è la guerra: altro mezzo potente ed efficace, ma, anche qui, la cultura umana ha concepito un altro progetto, quello di una convivenza non basata sulla "naturalissima" legge dello homo homini lupus.
Vogliamo introdurre - se ci riusciamo è un altro discorso - un altro ordine. Abbiamo deciso noi che è meglio una vita più lunga e più sana, abbiamo affermato che la vita, la salute, la libertà, la dignità, persino la "ricerca della felicità" sono diritti "naturali" e inalienabili. E abbiamo persino detto che ciò vale per tutti, per il solo fatto che sono comparsi al mondo. E' per noi un enorme problema morale il fatto che questi diritti "naturali" siano per ora garantiti soltanto ad una parte degli abitanti del pianeta. Noi - non la natura - vogliamo un mondo in cui tutti, dappertutto, vivano quanto più a lungo possibile, quanto più sanamente possibile, quanto più felicemente possibile. E allora non c'è che affrontare la domanda: a quanti miliardi di umani possiamo ragionevolmente garantire questa vita? Sia chiaro, non penso a politiche forzose di limitazione delle nascite. Si tratta di promuovere la consapevolezza del problema necessaria ad impostare scelte responsabili: scelte, cioè decisioni libere, e responsabili, cioè non improntate ad una verità o ad un bene astratti, ad una legge "naturale" immutabile, ma tese a cercare di fare ciò che è giusto in quanto cerca il bene di tutti. "Tutti" comprende in primis le sorti del pianeta e delle generazioni venture.
1. Verso una post-modernità antimoderna?
"Il principio del Medioevo è l'eteronomia in forma di clericalismo. Ritornare a questo può invero risultare solo un passo disperato, che non può essere compiuto se non a prezzo del sacrificio della onestà intellettuale." (1)
Se pochi decenni fa sembrava ai cristiani ineluttabile (che lo si gradisse o meno) che il futuro del mondo sarebbe stato quello della "città secolare" (H. Cox) o del "mondo adulto" (D. Bonhoeffer), assistiamo oggi ad una vera rinascita del religioso, anche in forme autoritarie, polemiche, identitarie e addirittura violente.
- certo nella forma dei radicalismi religiosi sanguinari
ma anche, in occidente, nella forma di una sostanziale messa in questione della laicità, della separazione tra stato e chiesa, soprattutto con la richiesta "di trasformare in ragioni pubbliche tesi confessionali" (G. E. Rusconi). Come cristiano occidentale trovo particolarmente preoccupante questo fronte della "rivincita di Dio" (J. Kepel), perché rimette in discussione la soluzione faticosamente trovata dopo secoli di intolleranza religiosa. Se il tempo lo consentisse, potrei illustrare come questa messa in questione della modernità è strategica nel pensiero e nell'azione dell'attuale pontefice romano, secondo il quale tutto si è guastato dopo Bacone, Lutero e Kant, lasciando il posto alla dittatura del relativismo, ad una laicità sinonimo di ateismo intollerante ed estromettendo Dio dalla sfera pubblica ... In ogni caso la questione è per me quella di impugnare questa "rivincita di Dio" (che è poi soltanto la riscossa di chi parla in nome suo) sia con le ragioni della laicità, sia con quelle della fede.
2. L'ambivalenza delle religioni
Tutti plaudiamo al dialogo interr-religioso. Nello scenario attuale, tuttavia, esso può prendere direzioni diverse, anzi opposte.
- Ho l'impressione che una parte del dialogo inter-religioso ravvisi il denominatore comune tra posizioni di per sé inconciliabili nel fronte comune contro la secolarizzazione e la modernità, auspicando un impegno comune "per la sacralità della vita", per la rivendicazione pubblica dello spazio che compete a Dio (così Benedetto XVI ad Ankara), per "la famiglia" (ovviamente "naturale" e fondata sul matrimonio indissolubile), contro l'omosessualità ecc. Tra l'altro, il ricompattamento identitario anti-moderno tende a negare il pluralismo interno alle religioni, e la costituzione di un fronte del "sacro" tende a sottrarre le religioni all'approccio critico.
- Si può però dare un'altra possibilità, che è quella per cui anche noi valdesi ci adoperiamo: costituire una sorta di internazionale trasversale dei "miti", cioè di coloro che in ogni comunità religiosa non vivono la fede come pretesa di assolutezza valida per tutti e pensano che lo spazio di Dio nel mondo sia quello della testimonianza resa a lui sulla agorà, senza discriminazioni ma anche senza privilegi.
La tendenza a delineare un fronte comune delle religioni, a parlare di uno spazio del sacro o del religioso da parte dei cosiddetti "capi delle religioni" so coniuga nella fase attuale con altre due derive a mio avviso pericolose:
- si tende a ricompattare, vista la spinta identitaria, il pluralismo interno alle religioni e le confessioni, facendo diventare certezza ciò che era oggetto di ricerca e aperto ad opzioni anche diverse che non mettevano però in questione il senso di una appartenenza comune. Ora si tende alla logica del dentro/fuori;
- si tende a sottrarre le religioni all'indagine critica, quando si dice che ogni religione, se seguita fedelmente, non può che promuovere pace e benessere. La violenza deriverebbe solo da una strumentalizzazione delle religioni, quando piegate ad interessi politici, economici, etnici, ideologici ecc. Si elude così il fatto che un potenziale di violenza può nascere all'interno stesso delle religioni e per motivazioni unicamente religiose, come la pretesa di instaurare per tutti l'unica (per ciascuna religione) veità.
3. Il singolare caso del paese di Padre Pio e degli atei devoti
La riscossa clericale assume in Italia una configurazione particolare, a causa della storia di questo paese che non ha conosciuto il pluralismo confessionale della modernità europea, ma la vittoria schiacciante della controriforma. La asfittica laicità del nostro paese soccombe quotidianamente nell'ossequio alle richieste (esplicite o presupposte, visto che l'interiorizzazione del "prete" è assai diffusa) delle gerarchie cattoliche che, pur incassando quotidiani successi) diffondono l'idea che prevalga nel paese la volontà di emarginare i cattolici! Siamo pessimisti sulla possibilità di ribaltare a breve questa sudditanza, in quanto si tratta di recuperare una cultura laica e liberale che in Italia ha messo poche e sparute radici. Perché il problema non sta nel fatto che pressioni, richieste e proclami vengano emanati dalle gerarchie, ma in quello che la maggioranza dei politici di destra e sinistra non hanno la cultura (avendo l'Italia perso Lutero e Kant) e quindi neppure la postura "sapere aude"!) per gestire da adulti l'autonomia della politica.
4. Laicità e fede: il mio punto di vista protestante
Il nostro convinto sostegno, come evangelici italiani, a tutte le battaglie per la laicità e i diritti nasce si radica nel nostro modo di intendere la fede cristiana. Un solo esempio: la prospettiva delle celebri pagine di D. Bohnoeffer sullo etsi deus non daretur, sul "mondo adulto", sul "cristianesimo non religioso" non è quella della morte di Dio, ma quella della theologia crucis. Solo il Dio non necessario (perché la grazia non è dell'ordine della necessità ma del sovrappiù del dono), solo la fede interessa cristiano. E anzi: la sua testimonianza è inequivoca solo quando è priva di presupposti, necessità, tutele, privilegi. L'unico "spazio per Dio" nel mondo che ci interessa è quello della libera risposta della fede, con le scelte che ne conseguono, non quello di un'etica supposta valida e vincolante per tutti. Tutto il resto fa del cristianesimo civiltà, non fede. Il papa ci esorta periodicamente a vivere veluti si Deus daretur.
Proprio a partire dal modo in cui Dio si è rivelato in Cristo, dovrebbe apparire come conseguenza stringente che la vita veluti si Deus daretur è quella che nasce dalla conversione personale ("viene e seguimi") e dalla risposta individuale della fede e non dal riconoscimento pubblico di valori disgiunti dalla fede. E' vero, la fede implica dei "non possumus", ma la forma legittima di questi "non posso altrimenti" è unicamente quella della martyria personale, quella della testimonianza profetica. Martyria e profezia, nella Bibbia, non pretendono un riconoscimento preventivo e statutario sulla agorà in cui si esercitano, ma si esprimono invece proprio come parola rischiosa nel novero delle opinioni. Penso cioè che la teologia cristiana, proprio a partire dal centro della su confessione di fede, la cristologia e la teologia della croce, dovrebbe rivendicare la laicità, la neutralità religiosa della sfera pubblica, il separatismo, in vista di una testimonianza autentica perché non legata ad alcun vincolo imposto ad alcuno né ad alcun privilegio. Nella nostra comprensione, proprio Cristo come rivelazione di Dio e come unica mediazione implica la laicità della piazza su cui il suo nome è annunciato e l'esclusione di ogni mediazione e tutela clericale.
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(1) Resistenza e resa, versione italiana a cura di Alberto Gallas, Cinisello Balsamo 1988, 439s.