Sergio
"La vita è un bene indisponibile e va sempre custodita e difesa dall'eutanasia o da attacchi surrettizi".
Afferma monsignor Bagnasco, presidente della CEI, e con lui la quasi totalità delle autorità ecclesiastiche cattoliche.
Parole reboanti ma passato il rombo si rivelano terribilmente banali, ipocrite e insignificanti.
La vita è un bene.
Bisognerebbe cominciare a comprendere cosa sia la vita.
Impresa ardua. Non esiste, infatti, una definizione scientifica della vita. Si definisce "la vita" elencando un insieme di caratteristiche, funzioni e attività condivise dalla maggior parte degli enti fisici. Si definiscono e si classificano così le varie forme di vita cominciando col distinguere tra animata e inanimata, animale e vegetale. La vita è quindi una condizione, impropriamente contrapposta alla morte. Se vogliamo trovare l'opposto della morte, dobbiamo pensare alla "nascita"; nascita e morte sono i due opposti e tra questi c'è la vita. La vita degli organismi sarebbe quindi un ciclo che ha inizio con la nascita e, attraverso l'accrescimento e la riproduzione, termina con la morte. Tra le varie categorie vi sono le classiche aree grigie.
La vita è una condizione.
La vita è una parentesi tra la nascita e la morte, e rimane il problema di stabilire quando avviene la nascita (assoluta chiarezza per la legge civile: la vita inizia con la nascita anagrafica; ma vi è pure la vita prenatale. che qualche pensiero merita).
La vita è progetto.
La morte non può essere oggetto di alcun progetto, anche nel caso si creda in un'altra vita oltre la morte.
Di quale vita si occupa la Chiesa? Non della vita di ogni essere vivente, poiché dalle Sacre Scritture discende la facoltà dell'uomo di disporre della vita delle altre creature del creato. Il riferimento va inteso alla vita umana.
La frase andrebbe riscritta così "la vita umana è un bene.".
Cosa s'intende per vita umana? La domanda non è peregrina. La Chiesa, massima fonte del relativismo etico, per secoli si è interrogata sulla natura umana dei neri e dei nativi d'America e anche sugli ebrei non ha avuto la mano leggera. Le risposte sono tardate ad arrivare e, in fatto di schiavitù, razzismo, antisemitismo, la Chiesa qualche macchia sulla propria onorabilità e autorevolezza etica ancora deve togliersela. Sono contento che da qualche tempo la Chiesa sembri avviata, ancora con qualche incertezza, al superamento del relativismo etico che, spesso con ignominia, ha caratterizzato la sua storia.
Allora diciamo: "La vita umana, senza distinzioni di sesso, razza, colore, religione, è un bene.". Già, anche l'intolleranza religiosa ha portato nei secoli la Chiesa a dimenticarsi che la vita è un bene!
L'apprezzamento della vita è inconciliabile con idee che generano discriminazione.
Bene indisponibile. Qui siamo nel campo delle mille pertiche. La vita è un bene indisponibile?
Una proposizione così assertiva merita qualche riflessione.
Bene indisponibile è espressione dal forte connotato giuridico. La fauna selvatica è un bene indisponibile nel senso che ne dispone lo Stato (o le regioni) che, nel caso, stabilisce le regole per disporne. Lo Stato dispone anche della vita dei cittadini, e non mi riferisco solo alla concezione totalitaria o assolutistica dello Stato, per le quali "i sudditi" sono proprietà del monarca o del dittatore di turno, ma anche nella concezione democratica dello Stato.
Lo Stato dispone della vita dei cittadini quando infligge la pena di morte o invia i cittadini in guerra. Anche in questo caso la Chiesa eccelle in relativismo etico. La Chiesa, nell'esercizio temporale del potere, ha preteso di disporre della vita dei cittadini, per esempio, praticando la pena di morte, prevista dall'ordinamento dello Stato Pontificio (se non ricordo male fu Paolo VI ad abolirla). Nell'esercizio dell'autorità spirituale, la Chiesa non ha condannato la pena di morte e la tortura, prevista dai tribunali ecclesiastici, arrivando con parecchi anni di ritardo sulle posizioni del pensiero laico illuminato (Leopoldo II, Beccaria.). Tuttora, la pena di morte è ammessa dal Catechismo. Testualmente il compendio al catechismo recita "469. Quale pena si può infliggere? La pena inflitta deve essere proporzionata alla gravità del delitto. Oggi, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere il crimine rendendo inoffensivo il colpevole, i casi di assoluta necessità di pena di morte «sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti» (Evangelium vitae). Quando i mezzi incruenti sono sufficienti, l'autorità si limiterà a questi mezzi, perché questi corrispondono meglio alle condizioni concrete del bene comune, sono più conformi alla dignità della persona e non tolgono definitivamente al colpevole la possibilità di redimersi."
Della vita dunque si può disporre purché a farlo sia lo Stato e la Chiesa? E' così?
Vogliamo prevedere che oltre allo Stato, a Dio, anche l'individuo possa disporre della vita propria? O l'individuo è ridotto a un semplice affittuario della vita?
Perché dovremmo riconoscere alla Chiesa una sorta di superiorità etica se così sovente nella sua storia ha errato, tracimando vistosamente dal solco segnato da Cristo, e continua a sbagliare? Perché dovremmo ascoltarla quando tuona sul relativismo etico e sull'assoluta non negoziabilità di determinati valori?
Da che pulpito!
In caso di conflitto sulla gestione del "bene indisponibile" come si avvia un contenzioso con Dio?
Se devo accettare che lo Stato possa disporre della vita, pretendo come minimo di disporne anch'io, come individuo. Come minimo voglio una "disponibilità concorrenziale". E riguardo a Dio, pretendo di essere io a decidere se affidare a Lui il "bene indisponibile" della mia vita. Io e Lui senza intermediari, perché questi hanno dimostrato di non essere "illuminati" dalla parola divina.
La vita è un bene di cui l'individuo dispone e lo Stato s'impegna a tutelarla da ogni minaccia, senza attacchi surrettizi. Lo Stato può disporne limitatamente per superiori esigenze, rigorosamente indicate dalle norme giuridiche. Dio dispone della vita per libero convincimento del soggetto che gode illimitatamente e liberamente del bene.
La vita umana, senza discriminazioni, è un bene inviolabile dell'individuo che ne gode liberamente, finché non sarà compiuta la volontà divina; lo Stato può disporne solo in eccezionali condizioni, nel rispetto del diritto e della dignità della persona.
Ecco, così quella frase del Presidente CEI diviene accettabile, coerente con i principi cristiani e democratici.
Riguardo agli attacchi surrettizi, osservo che anche l'obbligo del celibato è un attacco, diretto e surrettizio, al bene vita. Dio ci ha dotato di sessualità e ogni attacco alla natura dell'uomo è un attacco alla vita.
La fede va vissuta nella fatica del vivere quotidiano; la predicazione e il racconto della fede è poco interessante.
Afferma monsignor Bagnasco, presidente della CEI, e con lui la quasi totalità delle autorità ecclesiastiche cattoliche.
Parole reboanti ma passato il rombo si rivelano terribilmente banali, ipocrite e insignificanti.
La vita è un bene.
Bisognerebbe cominciare a comprendere cosa sia la vita.
Impresa ardua. Non esiste, infatti, una definizione scientifica della vita. Si definisce "la vita" elencando un insieme di caratteristiche, funzioni e attività condivise dalla maggior parte degli enti fisici. Si definiscono e si classificano così le varie forme di vita cominciando col distinguere tra animata e inanimata, animale e vegetale. La vita è quindi una condizione, impropriamente contrapposta alla morte. Se vogliamo trovare l'opposto della morte, dobbiamo pensare alla "nascita"; nascita e morte sono i due opposti e tra questi c'è la vita. La vita degli organismi sarebbe quindi un ciclo che ha inizio con la nascita e, attraverso l'accrescimento e la riproduzione, termina con la morte. Tra le varie categorie vi sono le classiche aree grigie.
La vita è una condizione.
La vita è una parentesi tra la nascita e la morte, e rimane il problema di stabilire quando avviene la nascita (assoluta chiarezza per la legge civile: la vita inizia con la nascita anagrafica; ma vi è pure la vita prenatale. che qualche pensiero merita).
La vita è progetto.
La morte non può essere oggetto di alcun progetto, anche nel caso si creda in un'altra vita oltre la morte.
Di quale vita si occupa la Chiesa? Non della vita di ogni essere vivente, poiché dalle Sacre Scritture discende la facoltà dell'uomo di disporre della vita delle altre creature del creato. Il riferimento va inteso alla vita umana.
La frase andrebbe riscritta così "la vita umana è un bene.".
Cosa s'intende per vita umana? La domanda non è peregrina. La Chiesa, massima fonte del relativismo etico, per secoli si è interrogata sulla natura umana dei neri e dei nativi d'America e anche sugli ebrei non ha avuto la mano leggera. Le risposte sono tardate ad arrivare e, in fatto di schiavitù, razzismo, antisemitismo, la Chiesa qualche macchia sulla propria onorabilità e autorevolezza etica ancora deve togliersela. Sono contento che da qualche tempo la Chiesa sembri avviata, ancora con qualche incertezza, al superamento del relativismo etico che, spesso con ignominia, ha caratterizzato la sua storia.
Allora diciamo: "La vita umana, senza distinzioni di sesso, razza, colore, religione, è un bene.". Già, anche l'intolleranza religiosa ha portato nei secoli la Chiesa a dimenticarsi che la vita è un bene!
L'apprezzamento della vita è inconciliabile con idee che generano discriminazione.
Bene indisponibile. Qui siamo nel campo delle mille pertiche. La vita è un bene indisponibile?
Una proposizione così assertiva merita qualche riflessione.
Bene indisponibile è espressione dal forte connotato giuridico. La fauna selvatica è un bene indisponibile nel senso che ne dispone lo Stato (o le regioni) che, nel caso, stabilisce le regole per disporne. Lo Stato dispone anche della vita dei cittadini, e non mi riferisco solo alla concezione totalitaria o assolutistica dello Stato, per le quali "i sudditi" sono proprietà del monarca o del dittatore di turno, ma anche nella concezione democratica dello Stato.
Lo Stato dispone della vita dei cittadini quando infligge la pena di morte o invia i cittadini in guerra. Anche in questo caso la Chiesa eccelle in relativismo etico. La Chiesa, nell'esercizio temporale del potere, ha preteso di disporre della vita dei cittadini, per esempio, praticando la pena di morte, prevista dall'ordinamento dello Stato Pontificio (se non ricordo male fu Paolo VI ad abolirla). Nell'esercizio dell'autorità spirituale, la Chiesa non ha condannato la pena di morte e la tortura, prevista dai tribunali ecclesiastici, arrivando con parecchi anni di ritardo sulle posizioni del pensiero laico illuminato (Leopoldo II, Beccaria.). Tuttora, la pena di morte è ammessa dal Catechismo. Testualmente il compendio al catechismo recita "469. Quale pena si può infliggere? La pena inflitta deve essere proporzionata alla gravità del delitto. Oggi, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere il crimine rendendo inoffensivo il colpevole, i casi di assoluta necessità di pena di morte «sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti» (Evangelium vitae). Quando i mezzi incruenti sono sufficienti, l'autorità si limiterà a questi mezzi, perché questi corrispondono meglio alle condizioni concrete del bene comune, sono più conformi alla dignità della persona e non tolgono definitivamente al colpevole la possibilità di redimersi."
Della vita dunque si può disporre purché a farlo sia lo Stato e la Chiesa? E' così?
Vogliamo prevedere che oltre allo Stato, a Dio, anche l'individuo possa disporre della vita propria? O l'individuo è ridotto a un semplice affittuario della vita?
Perché dovremmo riconoscere alla Chiesa una sorta di superiorità etica se così sovente nella sua storia ha errato, tracimando vistosamente dal solco segnato da Cristo, e continua a sbagliare? Perché dovremmo ascoltarla quando tuona sul relativismo etico e sull'assoluta non negoziabilità di determinati valori?
Da che pulpito!
In caso di conflitto sulla gestione del "bene indisponibile" come si avvia un contenzioso con Dio?
Se devo accettare che lo Stato possa disporre della vita, pretendo come minimo di disporne anch'io, come individuo. Come minimo voglio una "disponibilità concorrenziale". E riguardo a Dio, pretendo di essere io a decidere se affidare a Lui il "bene indisponibile" della mia vita. Io e Lui senza intermediari, perché questi hanno dimostrato di non essere "illuminati" dalla parola divina.
La vita è un bene di cui l'individuo dispone e lo Stato s'impegna a tutelarla da ogni minaccia, senza attacchi surrettizi. Lo Stato può disporne limitatamente per superiori esigenze, rigorosamente indicate dalle norme giuridiche. Dio dispone della vita per libero convincimento del soggetto che gode illimitatamente e liberamente del bene.
La vita umana, senza discriminazioni, è un bene inviolabile dell'individuo che ne gode liberamente, finché non sarà compiuta la volontà divina; lo Stato può disporne solo in eccezionali condizioni, nel rispetto del diritto e della dignità della persona.
Ecco, così quella frase del Presidente CEI diviene accettabile, coerente con i principi cristiani e democratici.
Riguardo agli attacchi surrettizi, osservo che anche l'obbligo del celibato è un attacco, diretto e surrettizio, al bene vita. Dio ci ha dotato di sessualità e ogni attacco alla natura dell'uomo è un attacco alla vita.
La fede va vissuta nella fatica del vivere quotidiano; la predicazione e il racconto della fede è poco interessante.