TEMPESTE MONETARIE?
Novecentocinquanta miliardi circa di dollari (a tanto ammonterebbero gli investimenti cinesi all'estero) che sono capitalizzati in dollari. Perciò non è più rimandabile il quesito da parte di Pechino se continuare a investire in dollari oppure comprare in futuro con altre valute; magari l'euro e le sterline per arginare i cali del biglietto verde. Lo potrebbe fare la Banca centrale cinese come lo ha già fatto la Banca d'Italia che ha ridotto la presenza della valuta statunitense nelle proprie casse dall'84% al 63%. Altre iniziative del genere sono state già prese dai banchieri centrali della Svezia, della Russia e della Svizzera.
Un'altra soluzione, ma meno probabile per ora, sarebbe la soluzione di «congelare» la liquidità in circolazione nel sistema bancario - al fine di evitare un surriscaldamento dell'economia cinese (il prodotto interno lordo è cresciuto dell'11% nell'ultimo trimestre) - alzando dal 3% al 4% la quota di valuta straniera che gli istituti di credito del paese devono mantenere nelle proprie casse. Il quotidiano South Morning Post rivela , invece, che il governo avrebbe già impedito un'emissione di buoni del tesoro pari a circa tre miliardi di dollari.
da il Manifesto online.
Maurizio Galvani
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Lo scenario che si presenta non è certo dei più idilliaci per la stabilità economica mondiale e la tempesta potrebbe essere dietro l'angolo se qualcuno, tra i maggiori partner monetari del mondo (in primis i paesi arabi esportatori di petrolio), si facesse prendere la mano e decidesse di svendere le proprie riserve in dollari per convertirle in una moneta più forte, come ad esempio l'euro, il quale sino ad adesso si è avvantaggiato enormemente delle "controllate" ma incessanti conversioni che avvengono in "sordina", come le percentuali sopra riportate dimostrano (la Bankitalia è passata dal 84% delle riserve in dollari al 63%).
Naturalmente da questi partner, che operano queste silenziose e contenute conversioni, non c'è da temere molto, visto che le loro economie sono legate mani e piedi a quella americana (il mercato statunitense rappresenta per la Cina una percentuale notevole del suo globale mercato estero) e non avrebbero nulla da guadagnare in un eccessivo indebolimento del sistema economico americano che avrebbe, come effetto immediato, un notevole ridimensionamento della capacità "assorbente" del mercato interno statunitense, con drastiche riduzioni dell'export da parte dei paesi partner.
Ma così non è per i paesi arabi i quali non hanno alcun bene, oltre il petrolio (merce ambita da tutti) da esportare verso gli Stati Uniti, onde per cui, a fronte di un'ennesima riduzione del valore del dollaro, potrebbero decidere di convertire repentinamente le loro immense riserve in dollari in una moneta più forte (euro). L'effetto sarebbe identico a quello di una reazione nucleare a catena. Di fronte ad un tale scenario ci sarebbe sicuramente una corsa disperata da parte di tutti i partner valutari a convertire le proprie riserve in dollari in monete più forti, accettando, "obtorto collo", le perdite immediate che scaturirebbero da una repentina caduta verticale del biglietto verde americano!
Quali sarebbero, in questo caso, le ripercussioni sull'economia mondiale? Sicuramente, una buona misura per ridurre gli effetti di una simile tempesta, sarebbe quella di ricorrere al più presto al cambio della moneta di riferimento per la compravendita di partite petrolifere, orientandosi, come già sta pensando di fare la Russia, sulla nostra moneta. Certo per noi finirebbe la "pacchia", dovuta al differenziale tra la nostra moneta, l'euro, e quella americana, attestato, al momento, attorno al 30%, ma darebbe maggior respiro agli investitori che si sentirebbero così più rassicurati a fronte di un possibile e gravissimo travaglio della valuta americana.
cronista