I tempi della giustizia? Muori prima di crepacuore
L'Italia cambia la giustizia peggiora.
Il rapporto annuale Istat 2001, in materia di tempi della giustizia civile, conferma ciò che una associazione come la nostra vive sulla propria pelle ogni giorno. Secondo questi dati, per il giudizio di primo grado, nel sud, bisogna aspettare 2 anni e sette mesi, mentre a nord un anno e tre mesi. Se negli ultimi 10 anni la durata delle cause è aumentata (a livello nazionale, rispetto
ai due anni e due mesi del 1991, si è passati a due anni e tre mesi del 2000 per il primo grado; e da due anni e cinque mesi a due anni e sette mesi per il grado di appello), ci si può consolare apprendendo che nel 2000, per la prima volta, il numero di procedimenti esauriti ha superato quello dei procedimenti ricevuti: le pendenze sono quindi diminuite.
Una situazione passata indenne rispetto al tipo di Governo che abbiamo avuto e a tutti i buoni propositi delle campagne elettorali, dei discorsi ufficiali e del prorompere dei sistemi di organizzazione elettronica e telematica che, appunto, non sembrano aver toccato l'amministrazione e l'organizzazione della giustizia. La giustizia civile, nelle società di diritto e ad economia di mercato, riveste un ruolo determinante, perchè è il banco di prova tra la maturità degli amministratori della cosa pubblica e privata e gli amministrati, utenti o consumatori che siano.
E in Italia, questa è la sua fotografia.
Da cui si evince che se nel nostro Paese sono comparse a ragion veduta associazioni come l'Aduc, per i diritti di quella quotidianità economica e civile che distingue un Paese democratico dal suo contrario, il sistema politico e di governo non è stato in grado di dargli gli strumenti perchè ognuno possa goderne e non solo usarle come muro del pianto contro l'arroganza pubblica e privata. Perchè oggi, di fronte a questi tempi della giustizia, questo è il ruolo prevalente che associazioni come la nostra svolgono. E c'è più di qualcuno che ci sguazza, facendo stracci quotidiani di diritto e buon senso civico, ma dando l'illusione di fare il contrario. Alla fine, però, quando l'amministrato è nudo di fronte alle sue responsabilità, diritti e doveri, si accorge che ha solo questi ultimi. Di fronte alla prospettiva di incertezza (non di giudizio, che è incerto in quanto tale, ma di diritto), anche il più efferato consumatore che crede di aver ragione, è fortemente tentato a far da se' o, come nella maggiorparte dei casi, a lasciar correre. E così si registrano sempre più amministrazioni pubbliche arroganti che, sulla carta
si professano per il diritto anche della punta del capello, nei fatti rendono difficile la vita a qualunque amministrato (dall'applicazione del codice della strada agli uffici del catasto, dalle riscossioni Ici alle tasse e servizi sui rifiuti), tanto il ricorso alla giustizia è una chimera, per giunta costosa, anche e soprattutto per i suoi tempi. Non è la prima volta che ci vien da richiamare il motto che la civiltà di un Paese si riconosce dalle sue aule di giustizia come dai suoi cessi.
E mentre per questi ultimi, quantomeno ognuno può sceglierne uno rispetto ad un altro, nel caso della giustizia (unica e indivisibile) può solo continuare ad essere trattato da suddito.
Il rapporto annuale Istat 2001, in materia di tempi della giustizia civile, conferma ciò che una associazione come la nostra vive sulla propria pelle ogni giorno. Secondo questi dati, per il giudizio di primo grado, nel sud, bisogna aspettare 2 anni e sette mesi, mentre a nord un anno e tre mesi. Se negli ultimi 10 anni la durata delle cause è aumentata (a livello nazionale, rispetto
ai due anni e due mesi del 1991, si è passati a due anni e tre mesi del 2000 per il primo grado; e da due anni e cinque mesi a due anni e sette mesi per il grado di appello), ci si può consolare apprendendo che nel 2000, per la prima volta, il numero di procedimenti esauriti ha superato quello dei procedimenti ricevuti: le pendenze sono quindi diminuite.
Una situazione passata indenne rispetto al tipo di Governo che abbiamo avuto e a tutti i buoni propositi delle campagne elettorali, dei discorsi ufficiali e del prorompere dei sistemi di organizzazione elettronica e telematica che, appunto, non sembrano aver toccato l'amministrazione e l'organizzazione della giustizia. La giustizia civile, nelle società di diritto e ad economia di mercato, riveste un ruolo determinante, perchè è il banco di prova tra la maturità degli amministratori della cosa pubblica e privata e gli amministrati, utenti o consumatori che siano.
E in Italia, questa è la sua fotografia.
Da cui si evince che se nel nostro Paese sono comparse a ragion veduta associazioni come l'Aduc, per i diritti di quella quotidianità economica e civile che distingue un Paese democratico dal suo contrario, il sistema politico e di governo non è stato in grado di dargli gli strumenti perchè ognuno possa goderne e non solo usarle come muro del pianto contro l'arroganza pubblica e privata. Perchè oggi, di fronte a questi tempi della giustizia, questo è il ruolo prevalente che associazioni come la nostra svolgono. E c'è più di qualcuno che ci sguazza, facendo stracci quotidiani di diritto e buon senso civico, ma dando l'illusione di fare il contrario. Alla fine, però, quando l'amministrato è nudo di fronte alle sue responsabilità, diritti e doveri, si accorge che ha solo questi ultimi. Di fronte alla prospettiva di incertezza (non di giudizio, che è incerto in quanto tale, ma di diritto), anche il più efferato consumatore che crede di aver ragione, è fortemente tentato a far da se' o, come nella maggiorparte dei casi, a lasciar correre. E così si registrano sempre più amministrazioni pubbliche arroganti che, sulla carta
si professano per il diritto anche della punta del capello, nei fatti rendono difficile la vita a qualunque amministrato (dall'applicazione del codice della strada agli uffici del catasto, dalle riscossioni Ici alle tasse e servizi sui rifiuti), tanto il ricorso alla giustizia è una chimera, per giunta costosa, anche e soprattutto per i suoi tempi. Non è la prima volta che ci vien da richiamare il motto che la civiltà di un Paese si riconosce dalle sue aule di giustizia come dai suoi cessi.
E mentre per questi ultimi, quantomeno ognuno può sceglierne uno rispetto ad un altro, nel caso della giustizia (unica e indivisibile) può solo continuare ad essere trattato da suddito.