'Tre Ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli'
"Tre Ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli" è un cortometraggio realizzato da Elio Petri nel 1970 che cerca di fare luce su uno degli episodi più controversi della nostra storia recente. Raro esempio di instant-movie militante, il lavoro di Elio Petri si sviluppa sui binari di una caustica rappresentazione teatrale sull'impossibilità di conoscere la verità sulla morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli.
Le stesse parole di Petri e la testimonianza postuma di Pietro Valpreda, condannato e poi assolto per strage, fungono da preambolo alla rappresentazione che Petri inscena sulla diciassettesima vittima di Piazza Fontana. La strage della Banca dell'Agricoltura, avvenuta il 12 Dicembre 1969, causò 16 vittime e 87 feriti. Un numero (quasi) infinito di processi, puntualmente spostati di sede e di obiettivo (prima gli anarchici, poi l'eversione "nera"), non è mai riuscito ad accertare la verità....
regia: Elio Petri; attori: Gian M. Volonté, Giancarlo Dettori, Renzo Montagnani e altri; durata: 25 minuti ; formato : pellicola 16 mm
Racconta Elio Petri: "Il 12 Dicembre vi furono gli attentati di Milano e Roma: questi avvenimenti sono una grande chiave per comprendere tutto ciò che è accaduto in Italia dopo questa data. All'indomani del 12 molti fra noi si erano resi conto che ci si trovava in un momento cruciale della storia del paese. Con questo tipo di provocazione, questa strategia della tensione, si era creata la possibilità di un ritorno della destra italiana. Secondo me la strategia della tensione è manovrata e provocata dalla DC. In effetti il centralismo non ha ragione d'essere che in quanto equilibratore, censore e repressore degli estremismi. Stimolando e organizzando l'estremismo di destra, mettendo sullo stesso piano quello di sinistra, il centralismo giustifica la sua ragione d'essere. Nel quadro di un duro e libero affrontarsi fra estremismi, nella affrontarsi reale della classe operaia e della borghesia, il centralismo non si giustifica più... Naturalmente il giorno successivo ai fatti la tendenza repressiva dello stato italiano si manifestò immediatamente: le inchieste seguirono solamente le piste in direzione dell'estrema sinistra. Per reagire avevamo fondato un comitato di cineasti contro la repressione, che raggruppava sia quelli dell'ANAC che dell'AACI. Questo costituì il primo gesto unitario dopo due anni di scissione: sotto lo stesso organismo si riunirono di nuovo molti cineasti italiani, da Visconti a Bellocchio, ovvero tutte le generazioni presenti e attive in quel movimento. Il comitato produsse immediatamente "Documenti su Giuseppe Pinelli" e, benché noi volessimo girare altri film, questa fu l'unica realizzazione fatta in queste condizioni. Il film fu terminato qualche mese dopo, credo nell'estate del '70. Ci dividemmo in cinque gruppi di lavoro. I soli che riuscirono a portare a termine il progetto furono quelli di Nelo Risi e il mio. Gli altri tre raccolsero molto materiale ma non hanno mai raggiunto lo stadio della sintesi (avevamo una quantità di materiale sulla repressione contro i gruppi di sinistra, i marxisti-leninisti, Potere Operaio, Lotta Continua: tutta questa pellicola non è mai stata montata). La parte girata da Nelo Risi concerne esclusivamente Pinelli. È un'inchiesta autentica sulla sua figura, condotta con l'aiuto di chi l'ha conosciuto, di chi era presente in commissariato durante la sua detenzione. Al contrario, ciò che ho girato io illustra le spiegazioni date dalla polizia per giustificare la sua morte, il "suicidio". Parto da scoperte molto semplici: tentiamo di ricostruire le versioni fornite dalla polizia. Essa ha dato nel medesimo tempo quattro o cinque, o anche sei o sette, versioni della morte. Per il film ne abbiamo preso in considerazione solamente tre, perché le altre erano più infantili, e abbiamo tentato di vedere se, materialmente, queste ipotesi della polizia potevano essere verificate. Per questa ricerca della verità abbiamo preso una piccola stanza come quella del commissario Calabresi, vi abbiamo messo i quattro poliziotti che, secondo le indicazioni della polizia, si trovavano lì al momento in cui Pinelli si è gettato dalla finestra: abbiamo scoperto che era materialmente impossibile che un uomo potesse gettarsi dalla finestra in presenza di quattro poliziotti. Non abbiamo però detto che Pinelli era stato gettato giù..." (http://www.abanet.it/papini/circolo/dark20.html)
Pietro Valpreda sulla morte di Giuseppe Pinelli: "Io ci ho pensato per anni, a volte ancora adesso ci ripenso; e oltre che sul piano politico penso anche su quello umano, perché Pinelli era un amico e un compagno. Pinelli trascorse settandue ore in questura, al di fuori dei tempi di un fermo regolamentare. E Pinelli aveva una capacità di movimento, difatti in quei due giorni potè telefonare alla moglie e andare a prendere lo stipendio. Il modo di comportamento che vi fu da parte di Pinelli e la libertà che aveva in questura, non è la libertà che si dà ad un individuo, non solo sospettato di strage, ma nemmeno sospettato di un volgare furto. Se anche c'è un piccolo sospetto infatti, la polizia interviene con altri comportamenti, mentre lui ha potuto telefonare a casa, parlare con la moglie: questo fino alle dieci di sera. Alle 22.00 entra per questo interrogatorio nella stanza con i quattro poliziotti e il carabiniere (Calabresi non c'è), e poi Pinelli precipita dal quarto piano della questura. Sembra che sia avvenuto qualcosa, cioè sembra che ci sia una frattura tra queste settanta ore con un modo di comportamento, e le ultime due. Deve essere quindi successo qualcosa che esula perfino da Piazza Fontana, un avvenimento estraneo a qualunque ipotesi. Che Pinelli, per me, sia stato assassinato ne sono pienamente convinto. Io conoscevo Pinelli e so che non si sarebbe mai suicidato, aveva due bambine che adorava, Silvia e Claudia, una moglie, la sua attività politica con gli amici, ecc. Quindi, cosa posso dire. Quanto è successo li, anche a distanza di anni è qualcosa che mi è incomprensibile".
(Pietro Valpreda intervistato da Sergio Zavoli per "La Notte della Repubblica")
Un Gian Maria Volonté abbigliato come un assistente qualsiasi ci introduce dopo il ciak di apertura, nella rivisitazione delle tre ipotesi fatte dalla polizia sulla morte di Giuseppe Pinelli. Entra in scena, microfono alla mano, dicendo: "Siamo un gruppo di lavoratori dello spettacolo. Ci proponiamo attraverso il comportamento degli attori, i registi, i tecnici, di ricostruire le tre versioni ufficiali, cioè quelle avallate dalla magistratura sul presunto suicidio dell'anarchico Pinelli". Segue la rappresentazione teatrale delle tre ipotesi di morte. Elio Petri gira in 16mm, in un bianco e nero sgranato che ricorda quello dei servizi dei telegiornali dell'epoca. Utilizza il piano-sequenza per filmare le tre ipotesi, rappresentando la finzione teatrale dell'unità di luogo ed echeggiando alla poetica del cinema-verité. Volonté è una sorta di regista aggiunto, non un narratore in campo, come può sembrare a prima vista, bensì un vero e proprio direttore di scena, che indica, sollecita e ispira i comportamenti degli attori. Ogni piano-sequenza è aperto dal ciak che riporta scritto con il gesso il nome dell'anarchico e il numero della versione (della sua morte) che sta per andare in scena. Il tono del cortometraggio è caustico e tende a sottolineare con sarcasmo le inverosimiglianze, le imprecisioni e gli omissis degli atti della magistratura. Al termine di ogni versione l'attore interpretante Pinelli si alza dalla sedia e parla in prima persona raccontando la sua morte (sempre secondo gli atti giudiziari). Ad esempio la prima versione si chiude così: "Dicono che io anarchico Pinelli mi sia alzato per stendermi e con un balzo felino mi sia buttato fuori dalla finestra", segue il "tuffo" fuori dalla finestra, mentre Volonté si rivolge alla macchina da presa e dice: "Ecco il balzo felino dell'anarchico Pinelli. Balzo felino, parole testuali usate dal questore di Milano per descrivere il salto di Pinelli nel cortile". Seguono le altre due versioni sulla morte, poi compare nuovamente il ciak con su scritto "Titoli Pinelli" che apre alla lettura di testi e titoli dei quotidiani riportanti il racconto del suicidio. Petri segue la lettura in piano-sequenza, zoomando lentamente su chi, di volta in volta, legge il suo pezzo, poi allarga il campo e dal fondo della stanza, Renzo Montagnani avanza verso la macchina da presa, si avvicina in primo piano e legge con velata ironia: "Queste le celebri parole del questore di Milano, venti minuti dopo la tragedia, pronunciate durante una conferenza stampa: Pinelli era fortemente indiziato, per me il suo gesto è un'auto accusa. Vi giuro, non l'abbiamo ucciso noi. Quando saprete le prove che avevamo..." - e Montagnani aggiunge in chiosa - "Queste prove restano per ora nella fantasia del dottor Guida". Il lavoro di Elio Petri si conclude con un racconto del passato che Volonté pronuncia davanti all'obiettivo: "Vogliamo concludere questo nostro racconto, ricordandovi uno degli episodi che la storia del movimento operaio annovera.". L'episodio riguarda un altro anarchico, Romeo Frezzi, il quale venne arrestato nel 1897 come complice di un attentatore di Umberto I, venne incarcerato e morì nelle stesse circostanze di Pinelli. Racconta lo stesso Volonté: "La Questura, dopo contraddittori comunicati, dichiarò che l'uomo si era ucciso gettandosi da un ballatoio alto sei metri. La perizia, fatta per il coraggio morale di un medico, il dottor Pardo, accertò che l'uomo era stato ucciso". A questo punto gli attori recitano la scena della morte di Frezzi e Petri utilizza per la prima volta degli stacchi (campi e contro-campi) per raccontare la vicenda che si conclude con Frezzi morto (a causa delle percosse) che viene gettato dalla finestra. L'intento è chiaro, per raccontare un episodio equiparabile a quello di cui è stato protagonista Pinelli, solo la fiction può servire. La scelta di eliminare il piano-sequenza è quindi politica, perché l'obiettivo del regista è quello di indurre lo spettatore a porsi dei dubbi e a non accettare la "verità ufficiale". Tre Ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli è un "piccolo" lavoro militante e schierato, che, senza ipocrisia, riassume nei suoi pochi minuti il senso etico del cinema e al contempo apre uno squarcio di dubbio su un'epoca e una società che ancora oggi chiede giustizia... È curioso che nel 1975, l'episodio della morte di Pinelli ri-compaia nel pamphlet di docu-fiction di Giuseppe Ferrara, "Faccia di Spia", sotto le vesti di "omicidio di stato". Il lavoro di Ferrara è un horror-sociale e non ha né la "leggerezza", né l'intelligenza di quello di Petri, ma dà per scontato (con intento provocatorio ma inefficace) che la verità sia una e indiscutibile, perdendo per strada quel senso etico della messa in scena e della visione che hanno reso unico (e irripetibile) il cinema di Elio Petri.
Le stesse parole di Petri e la testimonianza postuma di Pietro Valpreda, condannato e poi assolto per strage, fungono da preambolo alla rappresentazione che Petri inscena sulla diciassettesima vittima di Piazza Fontana. La strage della Banca dell'Agricoltura, avvenuta il 12 Dicembre 1969, causò 16 vittime e 87 feriti. Un numero (quasi) infinito di processi, puntualmente spostati di sede e di obiettivo (prima gli anarchici, poi l'eversione "nera"), non è mai riuscito ad accertare la verità....
regia: Elio Petri; attori: Gian M. Volonté, Giancarlo Dettori, Renzo Montagnani e altri; durata: 25 minuti ; formato : pellicola 16 mm
Racconta Elio Petri: "Il 12 Dicembre vi furono gli attentati di Milano e Roma: questi avvenimenti sono una grande chiave per comprendere tutto ciò che è accaduto in Italia dopo questa data. All'indomani del 12 molti fra noi si erano resi conto che ci si trovava in un momento cruciale della storia del paese. Con questo tipo di provocazione, questa strategia della tensione, si era creata la possibilità di un ritorno della destra italiana. Secondo me la strategia della tensione è manovrata e provocata dalla DC. In effetti il centralismo non ha ragione d'essere che in quanto equilibratore, censore e repressore degli estremismi. Stimolando e organizzando l'estremismo di destra, mettendo sullo stesso piano quello di sinistra, il centralismo giustifica la sua ragione d'essere. Nel quadro di un duro e libero affrontarsi fra estremismi, nella affrontarsi reale della classe operaia e della borghesia, il centralismo non si giustifica più... Naturalmente il giorno successivo ai fatti la tendenza repressiva dello stato italiano si manifestò immediatamente: le inchieste seguirono solamente le piste in direzione dell'estrema sinistra. Per reagire avevamo fondato un comitato di cineasti contro la repressione, che raggruppava sia quelli dell'ANAC che dell'AACI. Questo costituì il primo gesto unitario dopo due anni di scissione: sotto lo stesso organismo si riunirono di nuovo molti cineasti italiani, da Visconti a Bellocchio, ovvero tutte le generazioni presenti e attive in quel movimento. Il comitato produsse immediatamente "Documenti su Giuseppe Pinelli" e, benché noi volessimo girare altri film, questa fu l'unica realizzazione fatta in queste condizioni. Il film fu terminato qualche mese dopo, credo nell'estate del '70. Ci dividemmo in cinque gruppi di lavoro. I soli che riuscirono a portare a termine il progetto furono quelli di Nelo Risi e il mio. Gli altri tre raccolsero molto materiale ma non hanno mai raggiunto lo stadio della sintesi (avevamo una quantità di materiale sulla repressione contro i gruppi di sinistra, i marxisti-leninisti, Potere Operaio, Lotta Continua: tutta questa pellicola non è mai stata montata). La parte girata da Nelo Risi concerne esclusivamente Pinelli. È un'inchiesta autentica sulla sua figura, condotta con l'aiuto di chi l'ha conosciuto, di chi era presente in commissariato durante la sua detenzione. Al contrario, ciò che ho girato io illustra le spiegazioni date dalla polizia per giustificare la sua morte, il "suicidio". Parto da scoperte molto semplici: tentiamo di ricostruire le versioni fornite dalla polizia. Essa ha dato nel medesimo tempo quattro o cinque, o anche sei o sette, versioni della morte. Per il film ne abbiamo preso in considerazione solamente tre, perché le altre erano più infantili, e abbiamo tentato di vedere se, materialmente, queste ipotesi della polizia potevano essere verificate. Per questa ricerca della verità abbiamo preso una piccola stanza come quella del commissario Calabresi, vi abbiamo messo i quattro poliziotti che, secondo le indicazioni della polizia, si trovavano lì al momento in cui Pinelli si è gettato dalla finestra: abbiamo scoperto che era materialmente impossibile che un uomo potesse gettarsi dalla finestra in presenza di quattro poliziotti. Non abbiamo però detto che Pinelli era stato gettato giù..." (http://www.abanet.it/papini/circolo/dark20.html)
Pietro Valpreda sulla morte di Giuseppe Pinelli: "Io ci ho pensato per anni, a volte ancora adesso ci ripenso; e oltre che sul piano politico penso anche su quello umano, perché Pinelli era un amico e un compagno. Pinelli trascorse settandue ore in questura, al di fuori dei tempi di un fermo regolamentare. E Pinelli aveva una capacità di movimento, difatti in quei due giorni potè telefonare alla moglie e andare a prendere lo stipendio. Il modo di comportamento che vi fu da parte di Pinelli e la libertà che aveva in questura, non è la libertà che si dà ad un individuo, non solo sospettato di strage, ma nemmeno sospettato di un volgare furto. Se anche c'è un piccolo sospetto infatti, la polizia interviene con altri comportamenti, mentre lui ha potuto telefonare a casa, parlare con la moglie: questo fino alle dieci di sera. Alle 22.00 entra per questo interrogatorio nella stanza con i quattro poliziotti e il carabiniere (Calabresi non c'è), e poi Pinelli precipita dal quarto piano della questura. Sembra che sia avvenuto qualcosa, cioè sembra che ci sia una frattura tra queste settanta ore con un modo di comportamento, e le ultime due. Deve essere quindi successo qualcosa che esula perfino da Piazza Fontana, un avvenimento estraneo a qualunque ipotesi. Che Pinelli, per me, sia stato assassinato ne sono pienamente convinto. Io conoscevo Pinelli e so che non si sarebbe mai suicidato, aveva due bambine che adorava, Silvia e Claudia, una moglie, la sua attività politica con gli amici, ecc. Quindi, cosa posso dire. Quanto è successo li, anche a distanza di anni è qualcosa che mi è incomprensibile".
(Pietro Valpreda intervistato da Sergio Zavoli per "La Notte della Repubblica")
Un Gian Maria Volonté abbigliato come un assistente qualsiasi ci introduce dopo il ciak di apertura, nella rivisitazione delle tre ipotesi fatte dalla polizia sulla morte di Giuseppe Pinelli. Entra in scena, microfono alla mano, dicendo: "Siamo un gruppo di lavoratori dello spettacolo. Ci proponiamo attraverso il comportamento degli attori, i registi, i tecnici, di ricostruire le tre versioni ufficiali, cioè quelle avallate dalla magistratura sul presunto suicidio dell'anarchico Pinelli". Segue la rappresentazione teatrale delle tre ipotesi di morte. Elio Petri gira in 16mm, in un bianco e nero sgranato che ricorda quello dei servizi dei telegiornali dell'epoca. Utilizza il piano-sequenza per filmare le tre ipotesi, rappresentando la finzione teatrale dell'unità di luogo ed echeggiando alla poetica del cinema-verité. Volonté è una sorta di regista aggiunto, non un narratore in campo, come può sembrare a prima vista, bensì un vero e proprio direttore di scena, che indica, sollecita e ispira i comportamenti degli attori. Ogni piano-sequenza è aperto dal ciak che riporta scritto con il gesso il nome dell'anarchico e il numero della versione (della sua morte) che sta per andare in scena. Il tono del cortometraggio è caustico e tende a sottolineare con sarcasmo le inverosimiglianze, le imprecisioni e gli omissis degli atti della magistratura. Al termine di ogni versione l'attore interpretante Pinelli si alza dalla sedia e parla in prima persona raccontando la sua morte (sempre secondo gli atti giudiziari). Ad esempio la prima versione si chiude così: "Dicono che io anarchico Pinelli mi sia alzato per stendermi e con un balzo felino mi sia buttato fuori dalla finestra", segue il "tuffo" fuori dalla finestra, mentre Volonté si rivolge alla macchina da presa e dice: "Ecco il balzo felino dell'anarchico Pinelli. Balzo felino, parole testuali usate dal questore di Milano per descrivere il salto di Pinelli nel cortile". Seguono le altre due versioni sulla morte, poi compare nuovamente il ciak con su scritto "Titoli Pinelli" che apre alla lettura di testi e titoli dei quotidiani riportanti il racconto del suicidio. Petri segue la lettura in piano-sequenza, zoomando lentamente su chi, di volta in volta, legge il suo pezzo, poi allarga il campo e dal fondo della stanza, Renzo Montagnani avanza verso la macchina da presa, si avvicina in primo piano e legge con velata ironia: "Queste le celebri parole del questore di Milano, venti minuti dopo la tragedia, pronunciate durante una conferenza stampa: Pinelli era fortemente indiziato, per me il suo gesto è un'auto accusa. Vi giuro, non l'abbiamo ucciso noi. Quando saprete le prove che avevamo..." - e Montagnani aggiunge in chiosa - "Queste prove restano per ora nella fantasia del dottor Guida". Il lavoro di Elio Petri si conclude con un racconto del passato che Volonté pronuncia davanti all'obiettivo: "Vogliamo concludere questo nostro racconto, ricordandovi uno degli episodi che la storia del movimento operaio annovera.". L'episodio riguarda un altro anarchico, Romeo Frezzi, il quale venne arrestato nel 1897 come complice di un attentatore di Umberto I, venne incarcerato e morì nelle stesse circostanze di Pinelli. Racconta lo stesso Volonté: "La Questura, dopo contraddittori comunicati, dichiarò che l'uomo si era ucciso gettandosi da un ballatoio alto sei metri. La perizia, fatta per il coraggio morale di un medico, il dottor Pardo, accertò che l'uomo era stato ucciso". A questo punto gli attori recitano la scena della morte di Frezzi e Petri utilizza per la prima volta degli stacchi (campi e contro-campi) per raccontare la vicenda che si conclude con Frezzi morto (a causa delle percosse) che viene gettato dalla finestra. L'intento è chiaro, per raccontare un episodio equiparabile a quello di cui è stato protagonista Pinelli, solo la fiction può servire. La scelta di eliminare il piano-sequenza è quindi politica, perché l'obiettivo del regista è quello di indurre lo spettatore a porsi dei dubbi e a non accettare la "verità ufficiale". Tre Ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli è un "piccolo" lavoro militante e schierato, che, senza ipocrisia, riassume nei suoi pochi minuti il senso etico del cinema e al contempo apre uno squarcio di dubbio su un'epoca e una società che ancora oggi chiede giustizia... È curioso che nel 1975, l'episodio della morte di Pinelli ri-compaia nel pamphlet di docu-fiction di Giuseppe Ferrara, "Faccia di Spia", sotto le vesti di "omicidio di stato". Il lavoro di Ferrara è un horror-sociale e non ha né la "leggerezza", né l'intelligenza di quello di Petri, ma dà per scontato (con intento provocatorio ma inefficace) che la verità sia una e indiscutibile, perdendo per strada quel senso etico della messa in scena e della visione che hanno reso unico (e irripetibile) il cinema di Elio Petri.