Venerdì 19 giugno 2026
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TROPPA FRETTA NEL PERDONARE

L'INFORMATORE · · 0 interventi

Troppa fretta nel perdonare
di Giuseppe Platone




Non sottovaluterei il boato esploso durante il funerale della giovane Vanessa Russo, uccisa da una coetanea rumena che le ha infilato la punta dell'ombrello nell'orbita oculare. Durante il funerale è stato letto il messaggio del viceparroco del quartiere romano dove viveva Vanessa, indirizzato ai genitori della povera vittima di cui è amico di famiglia. Alla lettura della richiesta: «Vi chiedo di perdonare chi si è macchiato di un crimine assurdo» la madre della giovane vittima ha gridato : «No! No! Non la perdonerò mai!». E la folla - come abbiamo visto in televisione - le ha fatto eco: «Nessun perdono, ergastolo!». Dalla folla poi, riferiscono le cronache dell'evento, sono esplose ingiurie contro gli immigrati e contro i politici.

È fin troppo facile condannare questi scatti d'ira. In realtà, per chi è direttamente colpito, sfogare la propria rabbia, rivelare il proprio disagio significa - in qualche modo - dire la verità. Certo una verità carica di stress e di dolore, di impotenza e forse di desiderio di vendetta. Una verità parziale. Frasi pronunciate con rabbia non fanno testo; socialmente però dicono molto. È una rabbia che va ascoltata con attenzione. Pur comprendendo la preoccupazione pastorale di un prete che, tentando di tenere insieme una comunità, sconvolta cerca una rapida riconciliazione, mi chiedo se sia stato opportuno pronunciare la parola perdono così a ridosso del tragico evento. Stessa rapidità nel perdonare l'avevo colta, tempo fa in occasione dell'eccidio di Erba, quando un parente delle vittime dichiarò di perdonare l'omicida. Arrivare troppo in fretta al perdono, saltando a piè pari la dimensione del pentimento per ciò che si è commesso e dell'elaborazione di ciò che è accaduto, non mi sembra utile o educativo.

Ma, poi, chi deve parlare di perdono? Non spetta forse, prime tra tutte, alle persone direttamente colpite, in questo caso i genitori della vittima, parlare di perdono? È in corso una svalutazione del concetto di perdono, direttamente proporzionale al crescere degli episodi di brutale violenza. Prima di approdare al perdono occorre capire bene che cosa è successo e chi si vuole perdonare. Si tratta di stabilire con le vittime dell'atto delittuoso una relazione dove il pentimento stesso via via prenda corpo mentre nasce un rapporto diverso tra vittima e colpevole. Certamente tra i due soggetti una nuova dimensione è sempre possibile, il messaggio evangelico invita a costruire relazioni su un terreno di amore e non di odio. Ma il male commesso non si cancella. Perdono non vuol dire ridimensionare la realtà dei fatti. Quella ragazza, tragicamente colpita nel quadro di un breve alterco che non giustifica una reazione così sproporzionata, non verrà più restituita alla sua famiglia.

È una tragedia umana che solo chi ne è direttamente coinvolto può capire. Il perdono non deve diventare la parolina magica o una sorta di trattativa di basso profilo, invocata a caldo, tesa a sminuire la tragicità degli eventi. Una toppa nuova su un vestito logoro. Tanto più che nessuno può arrogarsi il diritto di sostituirsi alla vittima per pronunciare il perdono nei confronti dei colpevoli. Per carità, non ho niente contro il prete che ha parlato di perdono davanti alla bara di Vanessa. Ognuno di noi, credente, cerca in buona fede di contribuire a una società più umana e solidale. Ma in un contesto di rabbia, in cui in qualche modo si cerca un «capro espiatorio» e in cui esplode tutto il disagio di vivere dentro una periferia urbana fatta di marginalità e povertà diffuse, non c'è bisogno tanto di perdonismo quanto di senso di responsabilità, di lucida consapevolezza del degrado umano e urbano per venirne fuori insieme.

Il perdono viene dopo. Prima c'è da attraversare il deserto del pentimento e del bisogno di redenzione. Senza questo faticoso viaggio il perdono rischia di diventare la scorciatoia che deresponsabilizza. Non bisogna forzare. C'è bisogno di tempo, c'è bisogno di rimarginare le ferite, di metabolizzare la tragedia, di arrivare al perdono a tappe. È proprio da quel «mai» che bisogna partire per arrivare al perdono. Se non si tocca il fondo non si risale. C'è il tempo della sconfitta e quello della ripresa. Bisogna morire a se stessi per rinascere a una nuova mentalità. E nessuno può farlo per gli altri, solo Cristo l'ha fatto per tutti noi.

Tratto da Riforma dell'11 maggio 2007

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