Lunedì 15 giugno 2026
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TV Digitale ..la grande BUFALA , leggete !!!

miciotta · · 3 interventi
OSSERVATORIO SWITCH OFF


a cura dell’Ing. Davide Moro*


La lunga mano dell’LTE: noi adesso lo denunciamo. Poi… vedete voi!

C’era qualcosa di strano. Tutti a profondere energie per illustrarci gli
enormi vantaggi che avremmo ricavato dal dividendo digitale. Avremmo potuto
migliorare la società in cui viviamo, e gettare le basi per un futuro
migliore. Nessuno si è domandato: migliore per chi?


Che cos’è il dividendo digitale? A volte una parola nasce con un significato
chiaro a tutti, ma poco alla volta qualcuno inizia ad utilizzarla per
indicare qualcosa di lievemente diverso; poi la usa per qualcosa di
abbastanza diverso, e dopo ancora un po’ di virate sottobanco tutti danno
per scontato che il significato vero del termine sia quello, completamente
stravolto, a cui si è arrivati senza nemmeno sapere come.

All’inizio “dividendo digitale” voleva dire che con il passaggio dalla
televisione analogica a quella digitale avremmo potuto dare spazio ad alcuni
nuovi operatori: con l’uso più efficiente dello spettro a disposizione
avremmo potuto assegnare una frequenza a tutte le emittenti “analogiche”, e
in più sarebbero rimasti liberi alcuni canali da destinare a nuovi
broadcaster. Sembrava la cosa più naturale del mondo. Adesso invece stanno
tutti parlando di Europa, di “accorpamenti”, di “remissioni volontarie” dei
canali 61-69, di gara per le frequenze, di connettività a banda larga, e di
operatori telefonici. E a tanti (troppi) sembra tutto normale.

“Dividendo” significa “qualcosa che deve essere ripartito”. Normalmente un
bene viene ripartito fra i legittimi proprietari od utilizzatori.
Altrimenti, se ci si ripartisce qualcosa che appartiene ad altri, si sfiora
pericolosamente il concetto di “bottino”. Con tutte le analogie che ne
conseguono.

Siamo scivolati un passettino alla volta su di un piano inclinato in un modo
così ben organizzato che quasi non ci siamo accorti di essere arrivati fino
qui. Ogni spintarella arrivava da una parte diversa, e ogni passettino lungo
la discesa ci sembrava quindi completamente scollegato dai precedenti. È
davvero così? È successo tutto per caso? Adesso la discesa è davvero finita?
E soprattutto: se non è finita, dove ci sta portando la discesa?


Ricomporre il puzzle

Capita di avere davanti una serie di cose. A guardarle una per una, sembrano
perfettamente scollegate ed indipendenti fra loro, eppure abbiamo la
sensazione che ci sfugga qualcosa. Poi succede un fatto, e di colpo si trova
il giusto punto di vista da cui osservare le cose che non tornavano. E si
scopre il quadro vero, quello che gli inglesi chiamano il “big picture”, e
si capisce che non c‘era niente che fosse messo lì per caso.

A noi è successo un po’ di giorni fa. Ci hanno parlato di un contributo
presentato alcuni mesi fa all’ITU-R di Ginevra: era il filo rosso che
mancava. Ed è emersa chiara la potenza di fuoco che, quando vogliono, le
lobbies sono in grado di mettere in campo. Ma facciamo un passo alla volta.


E se smontiamo il castello?

Gli operatori telefonici sono fra i principali inserzionisti pubblicitari di
ogni mezzo di comunicazione. Da un po’ di tempo i giornali e i media si
affannano a spiegare che le reti dati radiomobili sono prossime al collasso,
perché il clamoroso successo di vendite di smartphones e computer palmari ha
comportato un analogo incremento del traffico dati in mobilità, necessario a
sfruttare le opportunità che questi dispositivi ricavano da una connessione
costante alla rete web. Le attuali reti di terza generazione (“3G”, basate
sul sistema UMTS) non potranno reggere per molto, la nostra unica speranza è
la nuova generazione di connettività mobile, il sistema LTE (acronimo per
“Long Term Evolution”, conosciuto anche come “Super 3G” o “4G”). Però, ci
dicono, non ci sono frequenze disponibili per l’LTE, l’unica possibilità è
utilizzare la porzione di banda televisiva che verrà liberata in Europa con
il passaggio al digitale terrestre. È normale, dicono, c’è una normativa
europea che lo prevede. Del resto, l’LTE servirà anche a fare arrivare la
banda larga nelle zone d’Italia che ancora non ce l’hanno, gli operatori
telefonici si offriranno di fare questo sacrificio, però devono coprire
lunghe distanze, vedete che le frequenze di banda quinta gli servono
davvero?

Cominciamo a smontare questo castello. Le reti 3G non sono al collasso: i
milioni di smartphones e computer palmari già venduti, e quelli che si
venderanno ancora per un bel po’, non hanno a bordo un modem LTE, e
continueranno quindi ad essere dipendenti dalle reti 3G anche dopo il lancio
dell’LTE: per cui di capacità 3G ce n’è ancora, e per un bel periodo. Non è
un motivo per rallentare lo sviluppo di una nuova tecnologia, ma almeno
diciamo le cose come stanno. Ci dicono poi che le uniche frequenze sono
quelle di banda quinta: ma le specifiche dell’LTE prevedono un funzionamento
nativo nella banda a 2,6 GHz. Il 13 gennaio 2010 una ricerca patrocinata dal
GSMA, il sodalizio planetario dell’industria della telefonia mobile dichiara
che “lo spettro a 2,6 GHz, che è stato identificato globalmente dall'ITU
(International Telecommunication Union) come una ‘3G extension band’ (banda
di estensione di terza generazione), avrà un'importanza essenziale nel
soddisfacimento della richiesta di una maggiore capacità per il Mobile
Broadband e nel lancio delle network di prossima generazione, come la LTE
(Long Term Evolution)”, aggiungendo che si aspettano di vedere assegnate le
frequenze nella banda 2,6 GHz (2x70MHz) nella “maggior parte dei Paesi
europei, in Brasile, Cile e Colombia e Sudafrica”. Nessuna menzione alla
banda quinta. E stanno parlando ai propri associati, per cui ci si immagina
che dicano la verità. Quindi non è vero che le uniche frequenze disponibili
per l’LTE sono quelle oggi in uso ai broadcasters. Altro messaggio: l’LTE
servirà per portare l’ADSL nelle zone oggi non servite, per questo servono
frequenze “basse”, per coprire lunghe distanze. È vero solo in teoria.
L’effettiva banda disponibile a ciascun abitante si ottiene dividendo la
banda complessiva a disposizione per il numero medio di clienti connessi.
Più è grande la cella, più abitanti ci sono, più è piccola la banda
disponibile. Lo sanno bene i gestori telefonici, che già quindici anni fa
nel centro di Roma e di Milano dovevano installare una stazione radio base
ogni 500 m (cinquecento metri!) perché in un raggio di soli 500 m il numero
di persone che stavano contemporaneamente parlando al telefonino era così
elevato che avrebbe saturato il numero di canali a disposizione della cella.
Diciamo che una dimensione ideale della cella nelle zone non raggiunte da
ADSL è già stata trovata: è pari (al massimo) alla dimensione delle celle di
telefonia mobile per servizi vocali che già coprono queste zone. Non ci
vorrete raccontare che porteremo l’LTE dove oggi non arriva il cellulare
GSM, vero? Per cui, se il GSM in quelle zone funziona, significa che le
frequenze usate dal GSM sono adatte ad essere ricevute da terminali palmari.
Dalla banda quinta si potrebbero “ricavare” 70 MHz. Ma il GSM ha già
assegnati 80 MHz nella banda 900 MHz (pure escludendo il GSM-R ferroviario).
Nelle zone dove si vuole offrire la copertura a banda larga sarebbe
sufficiente utilizzare le frequenze già assegnate al GSM per sviluppare la
copertura LTE. Eventualmente il traffico voce GSM si potrebbe spostare sulla
banda 1.800 MHz, anch’essa già licenziata. Hanno già siti, tralicci, e
antenne, l’investimento sarebbe davvero minimo. Nelle grandi città, invece,
dove la densità molto maggiore di abitanti comporterebbe un elevatissimo
volume di traffico dati, la dimensione della singola cella dovrebbe essere
molto minore, e quindi le frequenze della banda 2,6 GHz sarebbero perfette.
Non solo: le ridottissime dimensioni delle celle permetterebbero un
coefficiente di riuso frequenziale molto spinto, paragonabile a quello
attualmente previsto per le reti GSM 900 e 1.800 MHz. Ma allora, cosa ci
devono davvero fare con le frequenze dei canali 61-69? Perché gli
interessano tanto?


E io pago (per l’LTE)

Quello che è sicuro è che gli impianti LTE in banda quinta comporteranno un
gran numero di problemi interferenziali e di esposizione ai campi
elettromagnetici. La rete sarà organizzata in micro-celle di dimensioni
paragonabili all’attuale rete GSM, e questo comporterà l’installazione
all’interno delle nostre città di reti di trasmettitori con una ERP
considerevole. I risultati preliminari di un gruppo di lavoro congiunto
CENELEC/ETSI, che abbiamo avuto modo di esaminare, evidenziano una lunga
serie di problemi di compatibilità con i televisori ed i set top box già
installati nelle nostre case. Questi apparati sono caratterizzati da una
immunità ai radiodisturbi adeguata ad uno schema di diffusione broadcast di
tipo simile a quello correntemente utilizzato. L’installazione a poche
decine di metri dall’antenna ricevente di un trasmettitore che irradia
alcune di watt equivalenti - ERP - (perché sono questi i valori in gioco)
in gamme perfettamente ricevibili dal tuner (perché fino a poco tempo prima
erano canali broadcast…) comporterebbe saturazioni del tuner, ma anche
intermodulazioni negli stadi successivi. Per garantire una ricezione senza
problemi è allo studio una serie di condizioni molto più restrittive sulla
capacità di reiezione delle interferenze che i nuovi apparati riceventi
dovranno soddisfare. Queste condizioni dovranno entrare in vigore per
“difenderci” dall’LTE, il costo delle modifiche inevitabilmente si
scaricherà sugli acquirenti, e l’intero parco già installato potrebbe avere
problemi anche bloccanti. Lo studio ha analizzato anche gli effetti sulle
reti di TV via cavo, e sui cavi di connessione fra apparecchiature,
giungendo a conclusioni analoghe. L’associazione Digitag pubblica sul
proprio sito diversi documenti che evidenziano questi aspetti, e anche qui
le conclusioni sono del tutto analoghe a quelle del report preliminare
CENELEC/ETSI. Non solo. Dallo stesso report preliminare risulta che, in caso
di elevate potenze installate (necessarie per garantire la copertura indoor
con terminali palmari, privi di antenna esterna) il limite di 6 V/m per
l’esposizione ai campi elettromagnetici previsto dalle attuali normative
italiane verrebbe violato in un raggio di 60 m da ciascun trasmettitore.

Ma cosa ci devono davvero fare con le frequenze dei canali 61-69?


Risposta esatta!

La risposta l’abbiamo trovata in un documento di lavoro presentato qualche
mese fa all’ITU-R di Ginevra, allo scopo di ottenere l’emissione di una
raccomandazione. Non possiamo riportarlo alla lettera, perché appunto è
ancora materiale di lavoro, ma è fantastico. Si intitola: La seconda
generazione di sistemi per la radiodiffusione di applicazioni dati e
multimedia destinate alla ricezione in mobilità con dispositivi palmari.
Fino a qui sembrerebbe il battesimo di un ipotetico DVB-H2. Ma state a
sentire cosa dice poi: in relazione ai sistemi di seconda generazione
proponiamo che detti sistemi, fra cui l’LTE (eccolo qua), destinati alla
ricezione in mobilità con dispositivi palmari possano essere utilizzati per
trasmettere contenuti destinati alla visione fissa su grandi schermi,
personal computer fissi e (bontà loro) anche su dispositivi mobili palmari.
Chi è il broadcaster che l’ha presentata? Nessuno. L’ha presentata una
primaria azienda europea (nord-europea…) che produce anche apparati per
telefonia mobile.


Il colpevole non è il maggiordomo

Facciamo un’ipotesi. Il settore di mercato più redditizio per un operatore
televisivo è la pay TV on demand. Che è la più difficile da realizzare con
le reti attuali: l’area di servizio di ciascun trasmettitore è troppo grande
per poter segmentare l’offerta al livello richiesto dai servizi on demand.
Chi già offre questo servizio, di fatto trasmette un carousel di contenuti
che vengono memorizzati all’interno del ricevitore, e riprodotti a
richiesta. In più, con il broadcasting tradizionale manca di fatto il canale
di ritorno. Supponiamo solo per un momento che per portare l’ADSL nelle zone
disagiate le frequenze dal 61 al 69 non siano poi così necessarie.
Supponiamo anche che queste frequenze, chieste a gran voce perché consentono
di coprire grandi distanze, vengano invece utilizzate per fare celle molto
piccole, specie nelle grandi città. Supponiamo poi che qualcuno stia
sviluppando un set-top box ibrido, con un tuner che permetta di ricevere
segnali DVB-T e LTE. Gli impianti di antenna che sono già installati nelle
nostre case sono in grado di ricevere fino al canale 69, e quindi
porterebbero senza difficoltà i segnali LTE ad un set-top box in grado di
presentarci, con un unico telecomando, sia i contenuti DVB-T tradizionali
che una ampia offerta di servizi on-demand trasmessi su LTE da operatori
telefonici. Chi propone servizi pay deve compiere un enorme sforzo di
comunicazione per convincere il pubblico a diventare proprio abbonato, o per
acquistare una tessera prepagata. Gli operatori telefonici non dovrebbero
fare nessuna fatica: tutti noi siamo già loro clienti. Sanno ogni cosa di
noi, dove ci troviamo, quanto spendiamo al mese di telefonate e a che ora
torniamo a casa. Per comprare la visione di un film basterebbe mandare un
SMS dal proprio telefonino, si paga in bolletta o con il credito residuo.
Hanno già anche il sistema di billing, il customer care e il canale di
ritorno, tutti su di infrastrutture di loro esclusiva proprietà.

Fantasie? Non proprio: se vi interessa un corso di formazione per progettare
un tuner ibrido LTE/DVB, sappiate che c’è già, lo organizza una società di
consulenza inglese. E se questa prima parte vi sembra poco rassicurante,
purtroppo c’è dell’altro.


Di male in peggio

La risoluzione della Commissione Europea che fissa il contesto per l’impiego
delle frequenze da 790 a 862 MHz negli stati membri, pubblicata sulla
Gazzetta Ufficiale lo scorso 11 maggio, dice che gli stati membri potranno
liberamente decidere quando rendere disponibili queste frequenze per usi
diversi dal broadcasting. Se vi andate a leggere una delle prime bozze di
lavoro, troverete però termini molto più stringenti e vincolanti nel dettare
le regole a tutti gli stati membri, che si sarebbero trovati a dover agire
“a comando”, senza particolari possibilità di autonomie. Per fortuna il
lavoro che ha preceduto l’approvazione della risoluzione ha consentito di
disinnescare questa mina. Ma questo vi dà l’idea della potenza di fuoco che
le lobbies sono in grado di mettere in gioco, anche in sedi come l’ITU,
tradizionale regno dei broadcaster, e le istituzioni della Comunità Europea.
D’altronde è comprensibile: il più grande broadcaster ha dimensioni poco più
che nazionali. I colossi della telefonia mobile, invece, fanno affari con il
mondo intero. Per cui hanno sviluppato una rete di influenza enormemente più
efficace. Che non trascura nessun aspetto: l’implementazione di una rete LTE
potrà difficilmente avvenire rispettando i limiti attuali di 6 V/m per
l’esposizione ai campi elettromagnetici. Con un tempismo fenomenale, il 27
ottobre l'AD di Telecom Italia Franco Bernabè, nel corso di un convegno
dell'Asstel, dichiara che i limiti operanti in Italia "hanno un impatto
decisamente negativo sullo sviluppo della rete mobile e penalizzano gli
operatori italiani nel confronto internazionale. Da noi il limite è di 6
Volt al metro contro i 60 Volt al metro dell'Europa.” E forse qualche
broadcaster l’avrà pure applaudito. È una manovra a tenaglia, che affronta
uno per uno i vari ostacoli che dividono dall’obiettivo finale.


E non è finita qui

Non è ancora tutto. Hanno già pensato anche al dividendo digitale della fase
2. E ci stanno anche già lavorando, alla fase 2. Qui bisogna andare a
rileggersi un documento di un annetto fa. Il 29 ottobre 2009, la Commissione
Europea approva il documento COM(2009) 586 intitolato “Trasformare il
dividendo digitale in benefici per la società e in crescita economica”. Un
panegirico entusiasta dei miracoli che l’uso del dividendo digitale potrà
portare alla “comunità”. In quel documento, che a tanti era passato
perfettamente inosservato, è contenuto il “big picture”. Per filo e per
segno. Vale la pena di leggere l’ultimo capitolo.

“Miglioramenti Futuri nell’uso del Dividendo Digitale - (…) esistono anche
iniziative più lungimiranti che potrebbero aumentare ulteriormente la
potenziale portata e fruibilità del dividendo digitale a lungo termine. La
capacità supplementare che si potrebbe ottenere permetterebbe all’UE di
affrontare sfide future, come improvvise impennate nella domanda di spettro
per applicazioni nuove e, per definizione, imprevedibili.(…).

Tra le iniziative più promettenti indicate nello studio della Commissione
citiamo le seguenti:

(1) promuovere la collaborazione tra gli Stati membri per la condivisione
dei futuri piani di sviluppo delle reti di radiodiffusione (come la
migrazione alle norme MPEG-4 o DVB-T2).

(2) imporre l’obbligo che tutti i ricevitori tv digitali venduti nell’UE
dopo una certa data (da stabilirsi) siano pronti per funzionare in base a
norme di compressione della trasmissione digitale di nuova generazione come
la norma H264/MPEG-4 AVC.

(3) fissare una norma minima sulla capacità di resistenza alle interferenze
da parte dei ricevitori della tv digitale (immunità alle interferenze).

(4) prevedere un uso più ampio delle reti a frequenza singola (SFN).

(5) sostenere la ricerca sui sistemi di comunicazione funzionanti con
“agilità di frequenza”.

(6) garantire la continuità d’uso dei microfoni senza fili e di applicazioni
simili definendo le future frequenze armonizzate.

(7) adottare una posizione comune sulla possibilità di usare i cd. “spazi
bianchi”

come dividendo digitale.”

Per capire meglio cosa significa, bisogna tradurre in linguaggio corrente e
mettere i vari punti nell’ordine temporale corretto:

(3): i televisori nuovi dovranno poter funzionare anche in presenza di forti
segnali LTE che gli arrivino dall’antenna. I costi: a carico dei cittadini.

(2): da una certa data in poi tutti i ricevitori dovranno essere a standard
MPEG-4. I costi: a carico dei cittadini.

(1): ad un certo punto i broadcasters saranno forzati a passare allo
standard DVB-T2. Con la maggiore capacità così disponibile i broadcasters
non potranno offrire nuovi servizi, ma sarà possibile aggregare fra loro
diverse emissioni attuali, liberando così ulteriori nuovi canali da
destinare al dividendo digitale della fase 2. I costi: a carico e danno dei
broadcasters.

(4): per chi non avesse capito: i canali liberi non sono per i broadcasters,
che per liberare ancora più spazio dovranno usare reti SFN, sopportando i
costi di implementazione, le riduzioni di capacità trasmissiva che la
tecnica SFN comporta ed accettandone la minore affidabilità intrinseca
rispetto a reti MFN. I costi: a carico e danno dei broadcasters.

(5), (6) e (7): verranno tacitamente occupate dall’LTE tutte le frequenze
che in ogni zona risulteranno non ancora utilizzate, e dopo provate a
schiodarli. Post scriptum: sui canali dove oggi c’è televisione, continuerà
ad esserci televisione. Solo che sarà fatta da qualcun altro. Che magari
avrà una carta d’identità straniera, e non avrà alcun interesse a conservare
quel patrimonio di pluralismo che ci hanno garantito le emittenti locali
dagli anni ottanta ad oggi: saranno proprio loro le prime ad essere
sacrificate.


Lungo termine

Qualcuno ha ancora voglia di rimboccarsi le maniche per tentare di evitare
questo scempio? Comunque poi non diteci che noi non ve lo avevamo detto...


* Attivo nell'ambito delle telecomunicazioni e della grande impiantistica,
Davide Moro si occupa tipicamente della gestione di grandi progetti
operativi o strategici (comunicazione, metodi e strumenti per la gestione e
l'ottimizzazione di processi aziendali, e la gestione del cambiamento). Ha
lavorato per AGIP, Foster Wheeler, TIM - Telecom Italia Mobile, e Rai Way.
Attualmente esercita la libera professione come consulente nel mondo del
Broadcasting.


Strano infatti che mediaset (e guarda caso!) abbia un intero MUX e
Esattamente MDS 3 per la futura telefonia ….

Che dite ?
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