Domenica 28 giugno 2026
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Uffa che caldo! : il relativismo della normalità.

Enrico Falcinelli · · 24 interventi
Da qualche giorno, per la maggior parte della gente che incontro, parlando del più e del meno per poi finire sui soliti temi metereologici (chissà perché quando non si sa di cui parlare si parla sempre del tempo che fa!) il caldo che si sente in questi giorni estivi viene giudicato come "non normale".
Addirittura, i vecchi del paese affermano di non ricordare un caldo così da quando... e non lo sanno dire, da quando, perché non ricordano nemmeno questo e già tutto ciò li rende poco affidabili.
Personalmente ricordo come un'estate dalla calura tremenda quella di qualche anno fa denunciata pubblicamente dai media come l'estate più calda nell'arco degli ultimi quaranta anni (temperature fino ad oltre 45 gradi in alcune zone). Però ascoltando qualcuno di cui ricordo chiaramente i lamenti per la calura di quel periodo, sembra non riaffermare affatto le vecchie constatazioni, certi che il caldo di questi giorni sia di gran lunga superiore a quello di allora.
Personalmente, sarà per la mia colite cronica, io non avverto fastidio particolare di alcun caldo ed anzi mi crogiolo al calore, forse per la metà del sangue sardo che mi scorre nelle vene.

Insomma, ogni anno si ripete la stessa storia: sia che faccia caldo, sia che faccia freddo, pare che le nostre capacità obbiettive siano anestetizzate ed anche le cose più normali - mi sembra - vengono interpretate come particolari ma sempre in senso negativo del concetto.

Che significa, quindi, "caldo anormale"? Cosa è che definisce una caldo normale da uno anormale, a meno di non fondersi letteralmente le suole delle scarpe sul pavimento di casa propria?

Non sarà che in realtà siamo diventati più incapaci oggi che ai tempi delle inquisizioni di guardare al reale, abituati come siamo a seguire delle "immagini", perché tali lo sono anche tutti i nostri concetti ideologici?

Non sarà che gli impianti mediatici della nostra società ci hanno talmente abituato allo scoop che in qualsiasi cosa vediamo fenomeni oscuri se non tendiamo addirittura a paventare qualche prossima apocalisse?

Ed infine, considerando la naturale umana tendenza al desiderio di cambiamento nella ricerca della felicità, non sarà che ci sentiamo talmente frustrati da desiderare più o meno inconsciamente qualche evento di distruzione - della quale i "fenomeni" odierni li giudichiamo come ne fossero i prodromi - che permetta una rinascita da zero nell'eterna speranza ontologica di riuscire a partire con il piede giusto per vivere finalmente una vita senza macchie né infamie?

Insomma, secondo me, i tempi del mito non son passati e non passeranno mai. Avanti a tutto ciò credo di dover far tesoro delle nostre esperienze storiche e sfruttarle al massimo per far funzionar bene la ragione, perché quest'ultima non è che un motore la cui funzionalità dipende da quello che ci buttiamo dentro. E con l'immondizia che ci abituano ad ingurgitare, dobbiamo ringraziare qualcuno se non vediamo di già gli omini verdi passeggiarci davanti!

Saluti sinceri.
❤️
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