Mercoledì 1 luglio 2026
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Veltroni caccia tutti tranne Bassolino

maria · · 2 interventi
da Roma

È «la partita della sua vita», come dice il colonnello veltroniano Giorgio Tonini. E il leader del Pd è ben deciso a giocarsela fino in fondo. E ora che la campagna elettorale è aperta, il bastone del comando è per la prima volta chiaramente nelle sue mani.
Veltroni afferma da tempo (l'ultima volta a Orvieto, nell'intervento che secondo molti ha segnato l'inizio della crisi di governo) che il Pd andrà solo alle elezioni, e così sarà: certo, nel Pd e tra gli ex alleati montano le pressioni per realizzare «intese programmatiche» con i partiti più affini (a cominciare dai Socialisti) o accordi «tecnici» di desistenza al Senato con la Cosa rossa. Ma per far capire che aria tira al loft, ieri sera è arrivata una dichiarazione, proprio di Tonini, concordata direttamente con il leader: «Quando avevamo parlato di un Pd che va da solo, qualcuno aveva detto che era una follia. Ora vedo che il 75% di chi ha risposto al sondaggio di Repubblica la pensa esattamente come noi». Discussione chiusa, per Veltroni, e le ali dalemiane, popolari e prodiane del Pd lo hanno capito: «Al massimo ci sarà qualche posto in lista per candidati socialisti o dipietristi, nient'altro», sospira un dirigente Ds.
Quanto ad alleanze, ancorché «tecniche» con la Cosa rossa, né Bertinotti né Veltroni ci pensano minimamente. E questo nonostante allarmanti sondaggi diffusi dal centrodestra, secondo cui così sarebbe a rischio persino il premio di maggioranza al Senato in Toscana: se il Pd va da solo, otterrebbe soltanto 6 seggi contro i 2 del Prc e i 10 della Cdl. Se si allea con la Cosa rossa, ne spunterebbe 10, contro gli 8 del centrodestra. «La Cdl cerca di spaventarci - dice Tonini - perché sa che quello della "solitudine" è l'argomento forte che ci consente di giocare all'attacco e non in difesa, inchiodati al fallimento di questa legislatura. Così, invece, in difesa dovrà giocare Berlusconi, col suo vecchio schema di alleanze». Senza escludere che poi, «se il vento girasse e il nuovo messaggio funzionasse, come per Obama, non è detto che Walter non finisca lui, a Palazzo Chigi». Le avvisaglie di un «vento» che può mettersi a soffiare nelle vele del Pd, i veltroniani le leggono proprio nelle mosse di Berlusconi, uno che «il Paese lo sa annusare anche più di noi», e che spinge sul pedale del «dialogo» perché sa che «gli elettori sono stanchi di tifoserie, hanno provato entrambi i poli e sono rimasti ugualmente delusi, e ora vogliono qualcosa di nuovo».

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